mercoledì 24 febbraio 2021

L'incredibile attualità del Giorno pagano della memoria.


Il 24 febbraio è il giorno pagano della memoria.
Non si conosce bene l'origine di questa iniziativa, ma dal 2006 le federazioni e le confessioni pagane hanno deciso di dedicare questa giornata al ricordo delle numerose, troppe vittime del fanatismo religioso.
La data non è stata scelta a caso.
Se ricordate nel mio articolo sui Saturnali avevo parlato dell'imperatore Costantino, il quale emanò nel 313 dC l'editto di Milano, chiamato anche editto di tolleranza, che permise la libertà della confessione cristiana.
L'imperatore Teodosio successivamente si discostò da questa strada per la convivenza civile tra le diverse culture religiose.
Nel 380 dC emanò a Tessalonica un editto di fede.
«Tutti i popoli governati a norma della nostra clemenza debbono per nostra volontà perseverare nella religione che il divino apostolo Pietro ha trasmesso ai romani.(...)
Noi ordiniamo che tutti coloro che osservano questa legge conservino il nome di cristiani cattolici, mentre giù altri, che a nostro giudizio sono pazzi e dementi, si addossano la vergogna di una dottrina eretica (...); essi debbono intanto essere colpiti dal giudizio divino,ma poi anche dalla pena che sarà a noi notificata secondo l'ispirazione da noi ricevuta dal cielo.»
Con questo Editto della religione Teodosio assunse il cristianesimo al rango di religione di Stato.
Se da una parte questa decisione portò a migliorie all'interno della società, vedi la costruzione di basiliche, l'incremento delle attività caritatevoli, trattamento più civile per carcerati e schiavi, dall'altra essa scatenò la diffidenza nei confronti di coloro che erano considerati pagani o eretici.
Ci vorranno quasi dieci anni prima che questo Editto abbia dei risvolti pratici sulla vita della popolazione, e quando accadde clima di sospetto verso il diverso credo religioso si scatenò in terribili atti di intolleranza.
Saranno soprattutto quattro nuovi editti di Teodosio, emanati tra il 391 e il 392 dC, a scatenare e armare la furia dei fanatici cristiani.
Il primo, Nemo se hostiis polluat, emesso il 24 febbraio 391, vietò tutti i sacrifici rituali pagani in forma sia pubblica che privata, proibì l'ingresso nei templi e nei santuari e l'adorazione di statue delle divinità pagane.
Gli editti successivi sono conferme di quanto decretato nel primo, con l'aggiunta nell'ultimo documento al ricorso della pena di morte per chi continuava a professare la religione pagana.
In seguito a queste conferme vi furono incursioni nei templi, gli stessi e le statue vennero distrutti. 
Venne raso al suolo il tempio di Artemide ad Efeso, ad Alessandria molti templi furono convertiti in chiese, scatenando una guerriglia civile che contò numerosi morti.
A Callinico (nell'attuale Siria) nel 388 dC venne colpita la comunità ebraica, in quanto i cristiani distrussero la sinagoga della città.
Teodosio impose alla comunità di ripagare il danno, decisione che venne aspramente criticata da Sant'Ambrogio, all'epoca vescovo di Milano, e pertanto ritirata.
Tra gli effetti di questo Editto ci fu il linciaggio e omicidio della docente e scienziata Ipazia di Alessandria. (415 dC).
Il 24 febbraio dunque è una data simbolica, scelta come giorno del ricordo in relazione a questi editti contro i pagani.
Purtroppo essi sono solo la punta dell'iceberg della costante e mirata persecuzione ai danni delle religioni pagane compiute dalle diverse confessioni cristiane.
La lotta alle eresie, la caccia alle streghe nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, sono solo alcuni esempi di come si sia evoluta questa intolleranza nel corso della storia.
Se da un lato questa giornata vuole essere usata per meditare e celebrare il ricordo di coloro che furono perseguitati, torturati e uccisi dai poteri religiosi, dall'altro ci permette di fare luce sulle attuali persecuzioni in atto in molti Paesi del mondo.
La superstizione e il fanatismo religioso e culturale purtroppo mietono ancora molte vittime.
Secondo Amnesty International in nazioni quali 
Papua Nuova Guinea, Ghana, Zambia, Arabia Saudita, Congo, Tanzania, Kenya, India ancora oggi donne e bambini vengono arrestati, torturati e trucidati perché considerati colpevoli di stregoneria. 
In molti paesi africani le persone affette da albinismo rischiano ogni giorno la vita perché considerati stregoni, vengono uccisi e parti del loro corpo vengono vendute come amuleti contro il malocchio. 
Spesso le vittime sono bambini.
In Ghana esistono ancora i roghi di giovani donne bruciate vive, anche se secondo molte associazioni la vera natura di questa caccia alle streghe è di tipo economico. Le vittime infatti vengono uccise per potersi impossessare delle loro proprietà.
Una simile situazione si riscontra in India, dove le presunte streghe vengono private dei denti e poi bruciate vive, e anche qui c'è il sospetto che le accuse siano ben mirate per permettere ai parenti di ereditare i beni della defunta, di solito vedova. 
La meravigliosa Franca Rame ci ha regalato anni fa un monologo molto emozionante, "Io sono una strega", mi permetto di citarlo, è davvero calzante e senza tempo.
 
«Non importa chi sono.
Non importa come mi chiamo.
Potete chiamarmi Strega.
Perché tanto la mia natura è quella. 
Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, 
dal primo calcio che ho tirato al mondo.
Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima,
sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, 
sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche,
sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.
E sono bella! 
Ho la bellezza della luce, 
ho la bellezza dell’armonia, 
ho la bellezza del mare in tempesta, 
ho la bellezza di una tigre, 
ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!
Per cui sono Strega.
Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, 
sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale… sono io!
Sono Strega perché sono fiera 
del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, 
perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni 
di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.
Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.»

I roghi esistono ancora, bruciano, sta a noi scegliere se essere coloro che lo accendono, o che li spengono. 
Per sempre.

giovedì 18 febbraio 2021

Memento mori.




Durante le celebrazioni del mercoledì delle ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere sulla fronte dei fedeli. Questa cenere è ricavata dai rami dell'ulivo benedetto della Domenica delle palme, che vengono bruciati.
Il gesto simbolico ricorda alla comunità cristiana che la vita è effimera e che va vissuta pienamente secondo i dettami della fede cristiana, in preparazione non solo della Pasqua ma anche della morte terrena.
Durante il rito viene infatti pronunciata la frase "Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris", "Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai."
Questo ammonimento è preso dal libro di Genesi (Gn 3,19), quando Dio, scacciando Adamo ed Eva dall'Eden, ricorda loro l'origine e la fine della loro esistenza.
Il mercoledì delle ceneri la tradizione vuole che si mediti in digiuno e "ci si astenga dalle carni", che non indica solo il non mangiare carne, ma soprattutto ammonisce dal consumare rapporti sessuali, una sorta di astinenza rispettosa.
L'affermazione delle Ceneri sul "ricorda che polvere sei e polvere ritornerai" è strettamente legata al concetto, sviluppato in epoca medievale, del "memento mori", ovvero "ricordati che devi morire".
Ora sicuramente a tutti è venuta in mente la scena iconica del film del 1984 "Non ci resta che piangere", dove questo monito viene gridato a uno spaventato Massimo Troisi, il quale in tutta risposta ribatte: 
L'affermazione Memento Mori ha origine in epoca romana, veniva usata quando un condottiero tornava vincitore da una battaglia per mitigare la sua superbia e ricordargli che il successo di oggi può essere domani una tragica sconfitta. 
In epoca medievale il motto assume una forma diversa, diventa l'esaltazione della morte e della prassi penitenziale. 
Ciò è anche conseguenza della terribile pestilenza che afflisse l'Europa durante il XIV secolo.
Nel 1346 una virulenta peste nera colpì l'Europa e la dilaniò fino al 1353 dopo aver mietuto quasi 20 milioni di vittime.
Questa pandemia ha portato l'uomo e la Chiesa a interrogarsi sulla vita, sulla sua fine, su ciò che effettivamente rappresenta la morte. 
La fine della vita viene annunciata in modo cupo e minaccioso, la morte viene raccontata come un passaggio inevitabile e terribile, dove il giudizio sulle proprie opere terrene ne fa da padrone.
Le comunità religiose giunsero a diverse conclusioni sulla pandemia.
Le comunità musulmane considerarono la malattia come un segno, un dono divino, e come tale andava accettata e non evitata, vennero infatti proibiti gli spostamenti per allontanarsi dalle zone più colpite dalla pandemia, venne assicurato ai fedeli che chi moriva a causa della peste sarebbe poi stato ricompensato dell'aldilà al pari di un guerriero morto durante una guerra santa.
La Chiesa invece identificò la peste nera come una punizione divina, un castigo per la dissolutezza delle comunità, i peccati dei singoli, e la nascita di nuove eresie. 
Questa riflessione ha avuto ripercussioni sulla cultura cristiana e sugli ordini religiosi, nacquero infatti in questo contesto storico i movimenti dei flagellanti, monaci che si punivano frustandosi durante lunghe ed estenuanti processioni. Papa Clemente VI cercò di arginare questi fenomeno, che invece perdurò per quasi un secolo.
Il pontefice non dovette mitigare solamente questi atti di penitenza pubblica, che creavano ulteriore agitazione sulle popolazioni già abbastanza afflitte e terrorizze, dovette occuparsi anche di porre fine ai processi sommari e agli attacchi ai danno delle comunità ebraiche.
Gli ebrei infatti vennero identificati come coloro che, avvelenando i pozzi, avevano diffuso la malattia.
Clemente VI dovette emanare addirittura due bolle papali in cui condannava questi atti di antisemitismo e dichiarava che la pestilenza non aveva origine dall'uomo. 
Questo clima di ossessione nei confronti della morte e delle colpe terrene hanno influenzato la cultura, la letteratura e l'arte.
In questo contesto storico in tutta Europa nasce l'iconografia delle danze macabre.
Dance of Death in inglese, Danse Macabre in francese, Totentanz in tedesco, le danze macabre sono opere pittoriche in cui viene rappresentato un ballo in cui si avvicendano uomini e scheletri, a volte danzano insieme, si dilettano in girotondi, oppure si incamminano in una processione.
Questa danza rappresenta la vanità della vita, effimera e inutile di fronte all'inevitabile morte, che è destinata a calare sugli uomini e a portare via tutto ciò che si era costruito in terra.
All'inizio erano rappresentati solo uomini appartenenti alle classi sociali più importanti, nobili e membri del clero, ma col tempo questa usanza muta.
La morte riguarda tutta l'umanità, nessuno escluso, la terribile peste lo sta dimostrando ogni giorno colpendo tutta la popolazione.
Gli uomini vengono dunque dipinti per rappresentare tutti i ceti sociali e le età, a dimostrazione che la Morte quando giunge non risparmia nessuno. 
Non importa che tu sia un principe, un contadino, un prelato o un artigiano, il fato è ineluttabile ed è uguale per tutti. 
Col tempo negli affreschi si iniziano a raffigurare anche le donne, che diventano l'emblema della giovinezza e della bellezza, destinate a sfiorire di fronte alle malattie e alla morte.
Ma il buon cristiano non deve temere la fine, se ha seguito gli insegnamenti di Cristo durante la sua vita terrena può sperare in un giudizio clemente da parte della Nera Signora.
La Salvezza in Cristo è un concetto non sempre rappresentato direttamente ma è sottointeso nelle danze macabre.
Numerosi esempi di questo tema iconografico li troviamo anche in Italia, uno dei più famosi si trova nel mio Trentino, a Pinzolo, sul muro esterno della chiesa di San Vigilio, dipinta nel 1539 da Simone Baschenis. 
In questo affresco si può notare come uomini e scheletri si avvicendino in una sorta di processione, dove i morti accompagnano i vivi verso il loro inevitabile destino.
Simile alla danza macabra è il Trionfo della morte, opere pittoriche legate al concetto di Giudizio universale che rappresentano la Morte nell'atto di accogliere le anime dei defunti, affinché vengano giudicate.
Non ci sono processioni o balli, c'è solo la Morte, rappresentata come uno scheletro, che con la sua falce colpisce senza fare distinzioni di ceto sociale, età o sesso.
Un esempio molto suggestivo è il Trionfo della Morte conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo, dipinto da un anonimo. 
Qui la Morte non accoglie i defunti, addirittura dà loro la caccia a cavallo di un destriero scheletrico.
Queste opere pittoriche ricordano all'uomo che la vita è destinata a finire, ma ciò ha una doppia valenza.
Da una parte si insegna la necessità di seguire una linea di comportamento vicina ai valori cristiani, dall'altra fa intuire che la Morte, per citare Marcello Marchesi, deve trovarci vivi.
La vita va vissuta, riempita di significati e non di beni materiali, i quali non potranno seguirci nell'aldilà.
Ma ciò che viene fatto in vita, i ricordi, le azioni, gli affetti, quelli rimangono anche dopo la nostra dipartita.
Nel bene e nel male.
Il Memento Mori ci sprona ovviamente a seguire la prima di queste due opzioni. 


giovedì 4 febbraio 2021

Triora, la (non) Salem italiana.

Triora è un borgo ligure situato tra le Alpi Marittime occidentali nella provincia di Imperia.
Probabilmente il nome di questa cittadina apre un piccolo cassetto della vostra memoria, ma ancora non vi è chiaro il suo contenuto.
Proviamo a ricordare.
Triora si presenta come un agglomerato di case costruite quasi una addosso all'altra sulle rocce, tra i muri di pietra si snoda un labirinto di caruggi, i tipici vicoli liguri.
Il suo nome significa "tre bocche", come quelle di Cerbero, e c'è chi dice che esse indichino le aperture delle roccia che condurrebbero direttamente agli Inferi.
Percorrendo i vicoli si giunge al punto più estremo di Triora, vicino ai mulini, alla Ca Botina, un quartiere misterioso dove in tempi lontani era proibito recarsi dopo il tramonto.
Si diceva che in quel luogo si radunassero le streghe per celebrare i loro riti malvagi, ballare nude insieme al diavolo. Queste megere si acquattavano dietro i muri per sorprendere i bambini e rapirli, per poi mangiarli.
Ecco, ora è chiaro perché il nome di Triora vi è così familiare.
Si è parlato molto di questo borgo ligure negli ultimi anni, da quando vennero resi pubblici i documenti di quello che è considerato il più grande processo italiano per stregoneria della fine del XVI secolo.
All'epoca Triora dipendeva dalla Repubblica di Genova, e da due anni la regione era stata colpita da una insanabile carestia.
Come spesso è accaduto nel corso della storia il popolo cercò un capro espiatorio a cui attribuire la colpa di questa sciagura.
L'indice venne puntato contro alcune donne del paese, tutte residenti in quella Ca Botina, quartiere che in realtà di diabolico non aveva nulla se non l'ingiusta povertà di chi vi alloggiava.
Donne sole, costrette ad arrangiarsi come potevano per sopravvivere in quella miseria, guardate dall'alto in basso dal resto del paese, ma tollerate perché contribuivano alla vita della società triorese.
Erboriste, guaritrici, mammane.
Tutti le evitavano e le giudicavano in pubblico fino a che non avevano bisogno di loro, e a quel punto si recavano di nascosto alla Ca Botina a chiedere aiuto.
Nell'ottobre del 1587 le autorità del borgo guidate dal podestà Stefano Carrega fecero arrestare venti donne, denunciate dai loro concittadini durante una messa, e subito convocarono l'Inquisitore di Genova e il vicario di Albenga, tale Girolamo Del Pozzo, affinché istituissero un processo contro di loro.
Del Pozzo, da subito convinto della presenza del diavolo tra i vicoli del borgo, interrogò i trioresi, si fece descrivere i crimini commessi dalle donne che loro hanno accusato.
Più vengono ascoltati più raccontano, questi solerti cittadini.
Le donne non sono più colpevoli solo della carestia, il loro maleficio si estende alle malattie che hanno colpito il bestiame, agli aborti spontanei delle loro mogli, alla sparizione di alcuni bambini.
Del Pozzo documenta tutto con dovizia per poter procedere agli interrogatori.
E qui le donne vennero sottoposte a orribili torture, molte di loro pur di porre fine alla loro agonia ammisero la loro colpevolezza, alcune fecero i nomi di altre streghe che vennero subito arrestate.
Si arriverà in poco tempo a una trentina di arresti, ma pare che i nomi fatti sotto tortura fossero più di 200.
Ed è a questo punto che la vicenda non riguarda più solo la povera gente della Ca Botina, ora gli inquisitori bussano anche alla porte delle famiglie in vista, le più altolocate.
La solerzia di Del Pozzo non fa distinzione e inizia a mietere le prime vittime.
Isotta Stella, una nobildonna di 60 anni, morì stremata dalla fame e dal dolore durante le torture; una giovane ragazza di cui non sappiamo il nome, disperata, si suicidò gettandosi dalla finestra. O forse venne uccisa affinché non rivelasse ciò che era emerso realmente durante gli interrogatori.
Il borgo era ormai impregnato di un clima di paura e sospetto. Chiunque poteva essere denunciato.
Nel 1588 il Consiglio degli Anziani di Triora chiese agli inquisitori di essere più cauti nel loro operato, e in seguito alle richieste delle autorità locali giunse da Genova l'Inquisitore Capo, che avrebbe dovuto rasserenare gli animi e portare un po' di giudizio nei procedimenti dei suoi colleghi.
Invece il prelato, dopo un'attenta valutazione, dispose solo la scarcerazione di una tredicenne, riconosciuta innocente e fece trasferire tredici imputate a Genova.
L'inquisitore tornò dunque nel capoluogo lasciando le altre carcerate nelle mani dei loro carnefici.
A giugno Del Pozzo si dimise e lasciò Triora, al suo posto venne inviato un nuovo un commissario speciale, Giulio De Scribani, che invece di porre rimedio a questa follia la incentivò, dato che era fermamente convinto che non fossero ancora state scovate tutte le colpevoli.
La caccia alle streghe raggiunse così anche altri comuni della zona, causando nuovi arresti.
De Scribani condannò infine al rogo quattro donne, ma le alte sfere della stessa Repubblica di Genova, forse stanche e infastidite da questa follia che durava ormai da troppo tempo, chiesero l'intervento del consultore Serafino Petrozzi, che revisionò gli atti del processo e mise in discussione le confessioni avvalendosi dell'aiuto di due dottori di diritto.
Fu intimato a De Scrivani di occuparsi unicamente di questioni politiche e amministrative, dato che i processi per stregoneria erano di competenza della Santa Inquisizione.
Ma De Scribani ignorò queste disposizioni e continuò la sua caccia alle streghe, istituì nuovi processi per acquisire ulteriori prove, vennero svolti nuovi interrogatori, nei quali ovviamente si fece ancora ricorso alla tortura per estorcere le confessioni delle povere imputate, e alla fine il 30 agosto Petrozzi e il governo cedettero e dovettero confermare le condanne a morte. 
Ma fu una decisione di facciata.
Infatti il giorno prima dell'esecuzione intervenne il Padre Inquisitore di Genova, convocato direttamente da Roma.
Essendo il rappresentante dell'Inquisizione romana aveva il potere di prendere decisioni autonome riguardo ai processi per stregoneria, la sentenza finale spettava unicamente a lui, e nel caso di Triora ordinò di trasferire a Genova anche le ultime condannate.
A questo punto il doge genovese Davide Vacca fece richiesta al Santo Uffizio affinché mettesse fine a questo lungo processo. 
Il cardinale Sauli in persona intervenne nel 1589 per fermare i processi istituiti da De Scrivani, ormai fuori controllo, e revocò il potere alle persone che agivano nel borgo di Triora.
Il 23 aprile di quell'anno l'Inquisizione dichiarò concluso ogni procedimento.
Le donne incarcerate a Genova vennero liberate, non si sa se sono mai tornate a Triora, tra quei concittadini che le avevano condannate a due anni di atroci supplizi.
Si conosce invece la sorte di Giulio De Scribani, il quale con la sua caccia indiscriminata si era inimicato molte famiglie altolocate della zona.
Esse riuscirono a ottenere che venisse processato, e Scribani venne inizialmente scomunicato a causa della crudeltà dimostrata durante gli interrogatori, giudicata eccessiva, e per aver ignorato le direttive del Santo Ufficio che gli ordinavano di interrompere i processi.
La sanzione tuttavia venne ritirata su richiesta delle stesse autorità della Repubblica Genovese, dato che De Scribani fece pubblica ammenda.
Col tempo la vicenda di Triora cadde in una sorta di dimenticatoio, divenne infatti uno dei tanti, troppi nomi scritti sui registri dei processi indetti dall'Inquisizione, fino a che alcuni storici non ne riscoprirono la documentazione e riportarono alla luce la verità su quanto era accaduto.
In breve tempo l'interesse verso il processo italiano alle streghe aumentò, tanto che a Triora venne inaugurato negli anni '80 il Museo etnografico e delle stregoneria, dove è possibile leggere i documenti relativi al processo,
e ogni anno si celebra una festa, chiamata Strigora, la prima domenica dopo Ferragosto.
Triora spesso viene definita la "Salem d'Italia".
Salem è una città della contea di Essex, in Massachusetts, dove si è svolto il più famoso processo alle streghe degli Stati Uniti d'America.
La storia è molto conosciuta grazie a numerosi film, pièce teatrali (la più celebre è certamente "Il crogiuolo" del commediografo statunitense Arthur Miller) e più di recente una serie televisiva omonima di successo, i quali raccontano la vicenda, in modo più o meno romanzata.
Nonostante l'accostamento legittimo bisogna precisare che esistono delle sostanziali differenze tra i due casi.
Intanto il processo Salem fu successivo di almeno un secolo rispetto a quello di Triora, iniziò infatti nel 1692.
Diversi sono i motivi che portarono all'apertura della caccia alle streghe, 
a Salem tutto ebbe inizio in seguito alle denunce di giovani ragazze della città, che interrogate sui loro comportamenti sconvenienti sostennero di essere state maledette da alcune concittadine che avevano fatto loro il malocchio, a Triora invece la causa scatenante fu una terribile carestia.
È importante chiarire soprattutto il diverso contesto storico e sociale.
A Salem il processo venne istituito e presieduto dalle autorità puritane americane.
Il puritanesimo, movimento nato all'interno del calvinismo britannico nel XVI secolo, pretendeva una perfetta purezza morale da parte dei suoi fedeli, che dovevano combattere il peccato in ogni sua forma.
Questa rigidità morale va associata a un periodo buio per i puritani del Massachusetts, la guerra di re Filippo contro le tribù di nativi che rifiutavano la conversione al cristianesimo e non volevano cedere le loro terre non stava volgendo a loro favore, e provocava continui spargimenti di sangue e rappresaglie.
I puritani si sentivano abbandonati dalle istituzioni ma soprattutto da Dio.
Questo insuccesso era certamente colpa dei peccati della comunità.
I pastori durante le predicazioni dichiararono che numerosi comportamenti blasfemi avevano indispettito il Signore, e così si prodigarono affinché ogni minimo segno di immoralità venisse segnalato e represso.
Fu quindi per paura che le giovani ragazze di Salem, almeno all'inizio, decisero di dirottare ogni responsabilità dei loro comportamenti ritenuti disdicevoli e sospetti dichiarandosi vittime di un maleficio, e da qui l'inevitabile e inarrestabile apertura della sanguinosa caccia alle streghe.
Inoltre, dettaglio non di poco conto, il puritanesimo non accettava nessuna ingerenza da parte dello Stato nelle questioni religiose. 
Il processo alle streghe era considerato appunto una questione teologica, dove praticare il malocchio e gli incantesimi non era non solo un peccato ma anche un crimine. 
Fu anche per questo che a Salem vennero condannate a morte e giustiziate più persone che a Triora, nella cittadina americana infatti le autorità religiose poterono operare senza intromissioni esterne, cosa che invece accadde nel borgo ligure.
A Triora i procedimenti vennero invece gestiti dalla chiesa cattolica romana.
Questa a differenza dei puritani prevede un rigido rispetto della gerarchia ecclesiastica e soprattutto delle relative competenze.
Pertanto in materia di processi contro le streghe, 
come abbiamo visto, l'Ufficio della Santa Inquisizione aveva totale libertà di decisione e di azione, aveva il diritto di intromettersi nell'operato di sacerdoti e vescovi nel momento in cui lo riteneva opportuno. E già questo è stato un impedimento non da poco per le autorità religiose locali.
Inoltre la Chiesa cattolica non si occupa solo di questioni teologiche, sappiamo che da sempre intreccia la propria predicazione con la politica.
Il potere secolare del Papa è sempre stato vincolato a doppio filo ai rapporti diplomatici con quello temporale dei governanti e dei re.
Pertanto a un certo punto il Santo Ufficio dovette cedere alle richieste dei rappresentanti della Repubblica di Genova, che chiedevano di porre fine a un processo che stava degenerando.
Ad ogni modo entrambe le vicende, seppur lontane nei tempi e nei luoghi, condividono il clima di terrore e isteria collettiva che infettarono le menti dei cittadini e portarono alla sofferenza e alla morte di vittime innocenti, e la testarda arroganza degli inquisitori nel portare avanti i procedimenti nonostante l'assenza di prove chiare.
Elementi purtroppo ricorrenti di quella spietata caccia alle streghe che resterà per sempre una macchia indelebile nella storia della cristianità. 


martedì 26 gennaio 2021

I Giusti tra le nazioni, il coraggio dei singoli.


Nel 1953 a Gerusalemme in Israele venne inaugurato lo Yad Vashem, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah, il cui compito è quello di preservare e tramandare la memoria di ciò che è stato l'Olocausto, di ricordare le vittime e le loro storie e di celebrare i gentili, i non ebrei, che aiutarono gli ebrei perseguitati durante la follia nazista.
Queste persone sono dette Giusti tra le nazioni.
I giusti, in ebraico tzaddikim, sono
persone non di religione ebraica che hanno rispetto per le leggi basilari che Dio ha consegnato agli uomini, tra le quali non uccidere e non commettere il male.
Secondo il Talmud babilonese ogni generazione nascono 36 uomini giusti che grazie al loro operato cambieranno il destino dell'umanità.
Citando il Talmud: 
«Ci sono almeno 36 uomini giusti in ogni generazione che manifestano di contenere la Presenza di Dio. È scritto, felici coloro che attendono il Suo arrivo!»
Solo nel 1963 la Corte Suprema di Israele istituì una commissione il cui compito era rintracciare queste persone e assegnare loro l'onoreficenza di Giusto tra le nazioni. La Commissione è composta da 35 membri tra cui ci sono volontari, storici, studiosi e nei primi anni contava anche dei sopravvissuti alla Shoah.
La Commissione, basandosi sulle testimonianze dei sopravvissuti e incrociando numerose documentazioni è riuscita negli anni a rintracciare migliaia di uomini e donne in tutto il mondo che hanno rischiato e sacrificato la loro libertà e la vita stessa per salvare gli ebrei dai campi di sterminio e dalla morte, senza chiedere nulla in cambio, solo perché era appunto giusto. 
Sono state valutate le storie di coloro che hanno aiutato gli ebrei a nascondersi, di chi ha prodotto documenti falsi per celare la loro identità e di chi li ha aiutati ad espatriare per fuggire ai rastrellamenti.
Secondo il sito dello Yad Vashem, aggiornato nal primo gennaio 2020, sono stati insignite del titolo di Giusto ben 27.712 persone.
Ai Giusti è dedicato un bellissimo giardino all'interno del complesso museale. All'inizio veniva piantato un albero per ogni Giusto, ora per mancanza di spazio i nomi vengono incisi su un muro di marmo all'interno del parco.
L'idea del giardino venne a Moshe Bejski (1921-2007) ebreo polacco sopravvissuto alle persecuzioni naziste che divenne poi magistrato in Israele.
Durante la prigionia Bejski sentì parlare di Oskar Schindler e della sua fabbrica di munizioni, dove lavoravano numerosi prigionieri del suo campo.
Bejski riuscì a farsi assegnare a un lavoro nella fabbrica e lì negli anni partecipò al piano di salvataggio ideato dall'imprenditore cecoslovacco, aiutando a falsificare i documenti che avrebbero permesso a lui e ad altri ebrei di fuggire dalla Polonia e salvarsi.
Molti anni dopo in Israele raccolse le testimonianze di chi come lui era stato salvato da Schindler, che grazie a questi resoconti nel 1993 venne riconosciuto come Giusto tra le nazioni.
Oskar Schindler è probabilmente tra i Giusti più famosi, anche grazie al bellissimo film di Stephen Spielberg "Schindler's list".
La pellicola ha reso celebre ai profani un'altra citazione talmudica, «Chi salva una vita salva il mondo intero».
Affermazione appropriata per descrivere il valore dell'operato dei Giusti tra le nazioni.
Ma scorrendo le incisioni poste in quel suggestivo giardino si possono trovare anche nomi e storie italiane.
734 di quei quasi 28.000 Giusti sono italiani, è possibile leggere i loro nomi in un documento reperibile sul sito ufficiale dell'Ente.
Alcune storie sono molto conosciute, pensiamo a Giorgio Perlasca, commerciante padovano che a Budapest salvò numerose famiglie ebree fingendo di essere un diplomatico spagnolo; Gino Bartali, il campione del ciclismo che trasportò documenti falsi nella sua bicicletta; e Carlo Angela, padre di Piero e nonno di Alberto (che non necessitano di presentazioni), che nascose antifascisti ed ebrei nella sua clinica.
Le loro storie sono state spesso raccontate da documentari e fiction.
In quella lista ci sono anche i nomi meno noti di persone di fede.
Se da una parte, come abbiamo già detto, c'è un Vaticano che mantiene col Reich un rapporto ambiguo, dall'altra abbiamo sacerdoti e suore che hanno messo in pratica il più puro degli insegnamenti cristiani: ama il prossimo tuo.
Don Eugenio Bussa, che ospitò nella casa della sua parrocchia in Val Brembana tanti bambini ebrei facendoli passare per orfani di famiglie cattoliche.
Ruffino Nicaccio, frate francescano di Assisi, e il vescovo Giuseppe Placido Nicolini che diedero protezione a numerosi ebrei all'interno dei conventi della città umbra e nelle case adiacenti e si prodigarono per reperire documenti falsi per i fuggiaschi, che vennero consegnati proprio da Gino Bartali.
Il cardinale fiorentino Elia Angelo Dalla Costa, già conosciuto per il suo antifascismo, fornì rifugio a perseguitati politici, fuggitivi ed ebrei. 
A Firenze il cardinale collaborò con una rete di 
volontari cristiani ed ebrei, guidati dal rabbino di Firenze Nathan Cassuto e dall'antifascista ebreo Raffaele Cantoni.
Questa rete che prendeva il nome di DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei) operò in Italia tra il 1939 e il 1947 e si occupava di garantire aiuto economico agli ebrei deportati e perseguitati.
Dalla Costa incaricò il parroco fiorentino Leto Casini di fondare un comitato che potesse aiutare l'opera del DELASEM fornendo alloggi, viveri e documenti falsi.
Questi ultimi furono inviati anche nei conventi di Assisi dove i già citati Nicolini e Nicaccio. 
Un valido alleato del cardinale fu anche in Suor Maria Agnese Tribbioli, madre superiora di un convento di Firenze che nascose nelle soffitte dell'edificio che dirigeva molte famiglie ebree, registrandole semplicemente come degli sfollati.
Si racconta che suor Maria fronteggiò i soldati tedeschi che volevano perquisire i sottotetti e non li fece passare usando il suo corpo come ostacolo,, in nome della pace che regnava in quel luogo sacro. Di fronte a tanta determinazione i soldati se ne andarono.
E come loro tanti altri.
Ci sono poi le storie di gente comune, alcuni non sono mai stati insigniti del titolo di Giusto nonostante il loro operato riconosciuto meritevole, di altri si sono perse le tracce e il loro nome non sarà mai inciso in quel giardino a Gerusalemme.
Sono vicini di casa, colleghi, amici, ma anche perfetti sconosciuti che di fronte all'ingiustizia si sono schierati a favore dei più deboli.
Un gesto coraggioso e rischioso.
Eppure spontaneo e mai messo in discussione fino alla fine del conflitto.
Diceva Bartali:
«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca.»
E infatti molte di queste persone finita la guerra sono tornati alla loro vita senza forse nemmeno rendersi della grandiosità del gesto che avevo compiuto. 
Perché era appunto spontaneo, umano. Semplicemente giusto.



«Though nothing, 
nothing will keep us together.
We can beat them,
forever and ever.
Oh, we can be heroes 
just for one day.»

Heroes, David Bowie


lunedì 25 gennaio 2021

Chiesa e Terzo Reich, un rapporto tra luci e ombre.

La connivenza e il silenzio della chiesa cattolica durante il nazismo e di fronte all'orrore dell'olocausto sono un argomento molto dibattuto da storici e teologi.
Fermo restando che la responsabilità e le colpe di questo genocidio rimangono nelle mani degli esecutori materiali non si può dimenticare che esiste una complicità morale nell'operato di coloro che, seppur potendo agire in modo concreto e autorevole, sono rimasti a guardare senza intervenire.
Secondo il Talmud colui che di fronte al male rimane impassibile è complice di questo male, e d'altra parte chi si prodiga per combatterlo «salva il mondo intero», come ricorda il celeberrimo film "Schindler's list".
Per questo il ruolo della chiesa cattolica e di Papa Pio XII (nato Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli; 1876 – 1958)
è tristemente ambiguo.
Il pontificato di questo papa è costellato di luci e ombre.
Nel 1933 Pacelli, ancora segretario di Stato e cardinale, firmò a Roma il Reichskonkordat con la Germania, un concordato molto discusso con cui la Chiesa di fatto riconosceva la validità del regime nazista a patto che esso continuasse a permettere la libertà di culto e non interferisse col lavoro dei partiti e delle associazioni cattoliche.
Accordo che venne poi violato sistematicamente dal regime nazista.
Per questo motivo papa Pio XI (nato Ambrogio Damiano Achille Ratti; 1857 – 1939) scrisse nel 1937 l'enciclica Mit brennender Sorge (Con viva bruciante preoccupazione) in cui condannava il nazismo e la sua ideologia considerata un nuovo paganesimo:
«Non si può considerare come credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente, ma solo colui che unisce a questa venerata parola una vera e degna nozione di Dio. [...] un simile uomo non può pretendere di essere annoverato fra i veri credenti
Pio XI condanna senza mezzi termini anche il culto ariano della razza.
La reazione di Hitler fu eclatante.
Fece sequestrare ogni copia dell'enciclica e diede il via a una serie di processi farsa in cui i sacerdoti cattolici vennero accusato di gravi reati, anche a sfondo sessuale, con la conseguente condanna e deportazione nei campi di concentramento.
Ma se appunto papa Ratti si distaccò violentemente dall'ideologia nazista il suo segretario Pacelli continuò a operare in modo diplomatico e discreto nei confronti del regime, differenza che causò una rottura tra i due.
Nel 1939 muore Pio XI.
Secondo alcuni testimoni da lì a pochi giorni si sarebbe dovuto esprimere contro il regime fascista e il nazismo durante una riunione coi vescovi, e non solo, aveva già scritto con l'intento di pubblicarla un'enciclica contro l'antisemitismo, l'Humani generis unitas. 
Opere che non vedranno mai la luce, in quanto Pacelli diede ordine che ogni documento del pontefice a riguardo venisse distrutto.
Si troverà una copia dell'enciclica solo alla fine degli anni '60, e questa scoperta getta un'ulteriore ombra sull'operato di Pacelli.
Perché questa decisione di occultare le parole del defunto pontefice,
parole che avrebbero avuto un incredibile peso sulle coscienze dei cattolici dell'epoca?
Fu una scelta diplomatica dettata dal non voler creare ulteriori tensioni oppure da simpatie nei confronti del regime? 
Gli storici nel corso degli anni hanno dato risposte diverse e contrastanti. 
Nel 1939 proprio Pacelli viene nominato come successore di Pio XI con il nome di Pio XII. 
L'atteggiamento della Santa Sede sotto il nuovo pontefice riguardo alle deportazioni degli ebrei è ambiguo.
Spiccano alcuni spiragli di luce, testimonianze dei tentativi di aiutare la popolazione inerme, gesti riconosciuti e apprezzati anche dagli esponenti delle odierne comunità ebraiche, come quando i tedeschi imposero agli ebrei romani di consegnare 50 chili d'oro per evitare la deportazione, in quella situazione il Vaticano contribuì alla raccolta fornendone 20.
Durante il rastrellamento del ghetto di Roma Pio XII diede l'ordine di aprire le porte dei conventi e dei monasteri al fine di proteggere i fuggiaschi. Si conta che quasi 12.000 ebrei trovarono così la salvezza negli ultimi anni dell'occupazione tedesca.
Eppure il silenzio del Papa sulle deportazioni resta assordante, le poche iniziative diplomatiche di forma si perdono di fronte alla totale assenza di prese di posizione concrete ed effettive.
L'opinione comune è che Pio XII abbia preferito tacere per evitare che Hitler occupasse la Città del Vaticano, azione che inevitabilmente avrebbe posto fine al suo pontificato. 
L'ennesima scelta diplomatica da capo di stato e non da successore di Pietro.
Viene da chiedersi a cosa avrebbe portato in termini storici un'opposizione ferrea e decisa da parte della Santa Sede a questi orrori. 
Pur riconoscendo dei meriti a Pio XII rimangono ancora dubbi sulla natura dei rapporti tra la Chiesa e il regime nazista.
Due ombre in particolare si stagliano all'orizzonte.
Il rapporto Gerstein e la Rattenlinien.
Dicevamo che di fronte alla realtà dei campi di concentramento l'assenza da parte del Vaticano è imbarazzante e sospetta.
Il Vaticano era a conoscenza, come lo erano gli Alleati, dello sterminio perpetuato in quei luoghi, ne furono informati da diverse fonti.
Una di queste fu
Kurt Gerstein (1905 – 1945), ufficiale delle SS, membro dell'Istituto d'igiene e successivamente Capo dei Servizi Tecnici di Disinfestazione.
Come supervisore alle camere a gas assistette al vero utilizzo del gas Zyklon B.
Gerstein era un devoto cristiano, di confessione protestante, che già in passato era stato incarcerato per aver messo in discussione gli ordini dei superiori in quanto li riteneva in contrasto con la sua fede e i suoi valori.
E di fronte allo sterminio di massa di persone innocenti Gerstein nuovamente diede ascolto alla sua coscienza.
Stilò un resoconto, il rapporto Gerstein appunto, in cui raccontava in modo dettagliato ciò che aveva testimoniato nei campi di concentramento.
Cercò di portare il documento all'attenzione non solo degli Alleati, anche della Santa Sede, ma si trovò di fronte un muro di ostilità e disinteresse, in particolare nella persona del nunzio apostolico a Berlino Cesare Orsenigo, che rifiutò di incontrarlo.
Il nunzio non era nuovo a questo tipo di ostracismo a favore del regime, infatti mai una volta intervenne in favore della comunità ebraica tedesca, delle vessazioni che subivano i cattolici, e mai riferì al Vaticano la drammaticità della situazione.
Gerstein riuscì a far inviare il rapporto direttamente a Roma, ma non ricevette mai una risposta dal Vaticano. 
Il suo appello cadde nel vuoto.
Perché questa indifferenza?
Forse la risposta si trova nella seconda ombra che oscura l'operato del Vaticano.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale
gli ufficiali nazisti sfuggiti al processo di Norimberga crearono a Strasburgo
l'organizzazione O.D.E.S.S.A (Organisation der ehemaligen SS-Angehörigen ovvero 
Organizzazione degli ex-membri delle SS)
che aveva il compito non solo di 
trasferire all'estero i capitali accumulati dal Reich, in particolare in Spagna dove vigeva la dittatura dell'amico Francisco Franco, ma anche di garantire la fuga dall'Europa ai suoi membri.
 Da qui la creazione della
Rattenlinien (la via del ratto o rat line per i servizi segreti alleati) per permettere la fuga in Sudamerica di numerosi criminali di guerra nazisti.
La Rattenlinien fu uno dei progetti purtroppo più riusciti dell'organizzazione, ed è nota anche
 come via dei monasteri, in quanto questi edifici di proprietà della chiesa cattolica furono il primo nascondiglio per molti criminali nazisti.
Luoghi sacri che prima avevano ospitato le vittime ora ne ospitano i carnefici.
Figure di spicco del partito nazista quali Josef Mengele, Adolf Eichmann ed Erik Priebke trovarono rifugio in Sudamerica grazie anche all'intervento di figure autorevoli della chiesa cattolica.
In particolare fu determinante l'intervento del vescovo austriaco 
Alois Hudal (1885-1963) da sempre simpatizzante del regime e fervente antisemita.
Secondo molti testimoni Hudal era amico di Pio XII.
Karl Bayer,
paracadutista dell'esercito tedesco che collaborò col vescovo, sostenne che il Papa aveva fornito il denaro per la creazione dei documenti falsi e per i trasporti oltreoceano.
Nel 1947 il giornale cattolico “Passauer Neue Presse” accusò pubblicamente Hudal di aver organizzato la fuga dei criminali di guerra, e il vescovo dal canto non negò mai il suo coinvolgimento nella fuga dei criminali di guerra,  anzi ha sempre sostenuto di aver agito su ordine diretto del Vaticano.
Nonostante la sua ammissione di colpa nessuno intervenne; Hudal non rinnegò mai il suo ruolo, anzi, continuò a dichiarare di aver operato nel giusto. Venne invitato a dimettersi solo nel '52, e si ritirò a vita privata a Grottaferrata.
La motivazione di Hudal, così come quella 
della Santa Sede, di fare fuggire questi criminali di guerra va ricercata
nella necessità del Vaticano (e degli Stati Uniti d'America, spesso partner in crime di queste operazioni) di arginare l'avanzata del comunismo ateo.
Della serie, il nemico del mio nemico è mio amico.
Tra i nomi dei prelati coinvolti in queste operazioni spiccano quelli di Giuseppe Siri, vescovo di Genova, e di monsignor Giovanni Montini, colui che diventerà papa Pio VI. 
Una seconda rotta, detta di San Girolamo, si occupava invece di far fuggire nel Nuovo Mondo gli ustascia croati coinvolti nei crimini nazisti nella ex Jugoslavia.
Il Vaticano dunque forniva dei documenti provvisori col timbro ufficiale della Pontificia commissione di assistenza, a cui seguivano passaporti e lasciapassare rilasciati dalla Croce Rossa Internazionale.
Proprio lo studio dei documenti rinvenuti negli archivi post bellico della Croce Rossa ha tolto ogni dubbio sul coinvolgimento della Chiesa nella Rattenlinien.
Dalla Germania i criminali nazisti giungevano a Genova passando attraverso Madrid o Salisburgo, e dal capoluogo ligure potevano imbarcarsi per il Sudamerica.
Un ruolo importante lo giocò anche la collaborazione del presidente argentino Juan Domingo Perón (985 – 1974), che incentivò i nazisti a trasferirsi nel suo paese, dove avrebbero trovato un nascondiglio sicuro. Ovviamente pagando profumatamente la permanenza, dettaglio che non fu un problema.
I già citati Eichmann e Priebke vennero infatti arrestati solo dopo molti anni di vita tranquilla nel paese sudamericano.
Il quadro che si palesa davanti a noi non è edificante, anzi, mostra un coinvolgimento della Chiesa cattolica che va ben oltre il semplice non intervenire di fronte a un'ingiustizia.
Ma se l'Istituzione è più volte scesa a compromessi nel suo rapporto con il Reich lo stesso non si può dire di donne e uomini di fede che hanno messo a repentaglio e spesso sacrificato la propria vita per salvare degli innocenti, in nome del vero credo cristiano.
Nei prossimi articoli vi racconterò le loro storie. 



(Nella foto, Mathieu Kassovitz in una scena del bellissimo film del 2002 "Amen", del regista Costa-Gavras, che racconta la storia del rapporto Gerstein)

domenica 24 gennaio 2021

L'importanza della memoria per costruire un'umanità migliore.


“Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”

È una citazione di Primo Levi che richiama un termine che avevo studiato all’università. 
Zikkaron.
È una parola ebraica e significa "memoria", più nello specifico significa "fare memoria".
Nella cultura ebraica il passato, sia esso gioioso o doloroso, va sempre ricordato.
Il bene va ricordato affinché venga replicato, il male va ricordato affinché non venga perpetuato mai più. 
Per questo per molti sopravvissuti all’Olocausto fu importante raccontare ciò che era successo nei campi di sterminio nazisti, non solo per far conoscere la verità, ma anche perché non venisse replicato in futuro.
E così come gli ebrei altri deportati tra cui zingari, testimoni di Geova, omosessuali, dissidenti politici, hanno voluto raccontare la loro tragica storia.
Quindi, a cosa serve la memoria?
La memoria dovrebbe permetterci di essere migliori, di diventare migliori. 
Un’umanità migliore, come auspicava Levi.
Questa settimana ricorre la Giornata della Memoria.
Di fronte al racconto di tanto orrore mettiamoci  rispettosamente in ascolto, e ricordiamo, oggi, domani, sempre.
Perché purtroppo certi venti di odio e crudeltà stanno ricominciando a soffiare, e non possiamo permettere che si trasformino nuovamente nell’orribile tempesta che fu quello sterminio. 
Noi possiamo essere quell’umanità che migliora, che smetterà di odiare.

domenica 17 gennaio 2021

Musica D(')annata: Il violino del diavolo.


C'è una casa a Nizza, una villa bellissima appartenuta al conte di Cessole, su cui girano strane voci.
Anche se non ci abita più nessuno gli abitanti del paese lì vicino raccontano che in quella magione succedono cose bizzarre.
Al calare delle tenebre luci misteriose si accendono, sfavillano alle finestre, si odono voci indistinte, e c'è una musica, una sonata per violino che si diffonde tra gli alberi del giardino, accarezza i sentieri, giunge fino alle case del paese.
Il trillo del diavolo, qualcuno azzarda.
Non ne è solo un epiteto, è proprio il titolo di questa melodia.
Il trillo del diavolo è un'opera per violino scritta da Giuseppe Tartini, compositore del 1700, il quale racconta di aver trovato l'ispirazione per quel brano in un sogno in cui il Diavolo si presentava al suo cospetto per comprare la sua anima.
Tartini aveva chiesto a Messere Satana se sapesse suonare il violino, ed egli aveva afferrato lo strumento e aveva eseguito con maestria una sonata bellissima quanto inquietante, la più bella che il Tartini avesse mai udito.

(Il sogno di Tartini, disegno di Louis-Léopold Boilly (1761-1845))

"Una notte del 1713 sognai di aver fatto un patto col diavolo. In cambio della mia anima, tutto sarebbe andato secondo i miei ordini. Il mio nuovo servitore anticipava tutti i miei desideri. Pensai di passargli il mio violino per vedere come se la cavava, e grande fu il mio stupore quando sentii una sonata così unica e bella, eseguita con una tale superiorità e intelligenza che non avevo mai udito nulla di simile. Non avevo mai neppure immaginato che potesse esistere una musica così incantevole. Provai un senso di piacere – di rapimento, di sorpresa – talmente intenso che mi sentii mancare il respiro: la forza di questa sensazione fece sì che mi risvegliassi all’improvviso.", scrisse Tartini in una lettera molti anni dopo.
Una volta sveglio il compositore aveva immediatamente trascritto la melodia sullo spartito.
In realtà il Diavolo altro non è che una metafora, rappresenta il violino, strumento tanto amato dal Tartini da fargli abbandonare la famiglia per poterlo suonare da professionista.
Il violino è il vero solo e unico tentatore per l'anima del Tartini.
Violino, strumento che la Chiesa stessa ha guardato con sospetto per secoli, uno strumento in odore di zolfo per il suo suono seducente.
La leggenda su quella casa a Nizza non smise mai di circolare tra gli abitanti della zona, anzi, venne rinvigorita dalla presenza negli anni successivi di un altro compositore e violinista in odore di dannazione.
Sto parlando di Niccolò Paganini.
In quella casa il genio genovese passò gli ultimi anni della sua vita e vi morì il 27 maggio 1840 a soli 58 anni.
Quel Paganini che in vita fu misterioso, magrissimo, pallido, gli occhi neri e il naso infossati in un viso ossuto, la bocca sottile, le occhiaie, i capelli, neri anch'essi, sempre scarmigliati e lunghi.
Un uomo dall'aspetto macabro ma affascinante a cui le donne infatti non sapevano resistere.
E nemmeno gli uomini, intesi come ammiratori della sua musica, dei suoi virtuosismi, e invidiosi del suo successo col pubblico femminile.
Tante amanti, si vocifera avesse sedotto addirittura alcune sorelle Bonaparte.
Il nero era il suo colore, neri i vestiti, gli occhiali dietro cui nascondeva lo sguardo, neri i cavalli che trainavano la sua carrozza, nera anchessa.
Suonava un prezioso Stradivari le cui corde, così raccontano alcune dicerie, erano state fabbricate con le viscere di un'amante di Paganini suicidatasi perché voleva che l'artista portasse sempre con sé qualcosa di lei.
O forse era stato proprio Paganini ad ucciderla, in molti avevano udito negli anni strazianti urla di donna provenire dalla camera da letto del musicista.
Più probabilmente erano grida d'estasi, data la fama di donnaiolo delluomo.
O forse le melodie stridenti prodotte dal suo suonare.
Ad ogni modo Paganini finì in carcere, ma non per questo orrendo delitto.
Il motivo della sua carcerazione non fu l'omicidio ma la sua condotta non proprio onorevole.
Nel 1815 la famiglia di una sua giovane allieva accusò Paganini di averla messa incinta, pertanto il nostro dovette passare una settimana in prigione.
E in quella angusta cella il Diavolo in persona si sarebbe palesato davanti a Paganini offrendogli un accordo: gli avrebbe donato un talento fuori dal comune, una maestria incomparabile nel suonare il violino in cambio della sua anima, peraltro già molto tormentata.

E ovviamente, vuole la leggenda, Paganini aveva accettato.
D'altronde l'artista non aveva poi ripreso e eseguito in diversi concerti una celebre sonata di quel violinista altrettanto diabolico, tale Giuseppe Tartini, Il trillo del diavolo, per celebrare questo patto infernale?
Le voci a riguardo si sprecavano, come si può intuire.
Paganini non le smentì mai, anzi, le alimentava con frasi e commenti accennati, si dice che pagasse alcune persone per diffondere notizie contraddittorie sul suo conto.
Un divo prima dell'invenzione del divismo, un esperto di marketing si direbbe oggi, consapevole che qualunque pubblicità, buona o cattiva, aiutava a vendere i biglietti dei suoi concerti, ovviamente sempre, come diremmo adesso, sold out.
Le voci sulla natura diabolica del talento di Paganini crearono anche ostilità nei suoi confronti, drappelli di gruppi cristiani cercarono di impedire i suoi concerti, ma il pubblico che lo adorava era più numeroso, e molto suggestionabile.
Più di uno spettatore giurò di aver visto una oscura figura accanto al violinista italiano, come se qualcuno muovesse le corde al posto suo.
Il noto poeta Heinrich Heine presenziò a un concerto di Paganini e scrisse successivamente nella sua opera Florentinische Nàchte: 
"Dietro a lui sagitava uno spettro, una beffarda natura di caprone e talvolta vedevo due lunghe mani pelose toccare le corde dello strumento suonato da Paganini."


Satana in persona dunque, sul palco a prendersi gli applausi assieme a Paganini.
Non dubito che al Diavolo sarebbe piaciuto molto avere questo onore.
Nella realtà Niccolò Paganini fu tutt'altro che diabolico: lo dimostra la scarsa destrezza col gioco d'azzardo, perdeva irrimediabilmente ingenti somme di denaro, lì a quanto pare il Diavolo non lo aiutava come nella musica.
Si diceva fosse avaro, in verità era un generoso filantropo che sovvenzionava artisti indigenti e si prodigava a favore dei malati, e soprattutto provava un affetto smisurato per il suo unico figlio, Achille (1825-1895), avuto da una relazione con la cantante Antonia Bianchi, che si era dileguata pochi anni dopo la nascita del bambino per contrarre un matrimonio più vantaggioso. Paganini le offrì 2000 scudi affinché lei rinunciasse ad ogni pretesa sul bambino, e lei accettò di buon grado.
Achille e il violino, i grandi vero amori della sua esistenza.
Paganini amava a tal punto quel piccino da arrabbiarsi ferocemente e cacciare una delle governanti che accudivano suo figlio quando scoprì che lo aveva picchiato per punirlo. 
Paganini aveva avuto un padre violento, tiranno, che lo picchiava quando non eccelleva nelle arti musicali, che lo costringeva ad estenuanti lezioni di violino per ottenere la perfezione. Paganini infatti già a 7 anni, secondo i racconti, era in grado di replicare una melodia appena ascoltata.
Il padre lo costrinse a suonare per un pubblico fin da piccolo pur di ottenere cospicui guadagni, e se il piccolo Niccolò non eccelleva veniva picchiato ed affamato.
Quindi Paganini aveva davvero incontrato un diavolo, dopotutto.
E nonostante ciò aveva trasformato quel violino da tormento a poesia.
Niccolò non sarebbe mai stato un padre così orribile per Achille, si era ripromesso, lo avrebbe vezzeggiato e amato, rinunciando a importanti concerti per stare con lui.
Il figlio indubbiamente ricambiava tale affetto e dedizione, e gli fu accanto negli ultimi istanti della vita vissuti in semi indigenza e piena agonia. 
Paganini infatti era malato, lo era sempre stato, sin da piccolo.
La salute cagionevole di natura congenita, lo stress e la stanchezza causate dalle estenuanti prove a cui lo sottoponeva il padre facevano di Niccolò un bambino sempre ammalato di febbre, malattie polmonari, fino a un virulento attacco di morbillo, che lo portò al coma.
Aveva 6, forse 8 anni, le fonti non sono certe, quando accadde. 
Ciò che è sicuro è che lo credettero morto.
E gli organizzarono il funerale, lo avvolsero nel sudario, pronti a seppellirlo. 
Vivo.
Per fortuna un inconscio movimento della mano venne notato dai presenti, e Niccolò evitò una terribile fine.
Una malattia in particolare fu determinante per Paganini, la sindrome di Marfan.
Questa patologia colpisce i tessuti, ne altera la composizione e la presenza di collagene, e porta spesso con sé, come in questo caso, un difetto fisico detto aracnodattilia, che aveva regalato a Paganini dita lunghe e mobili, capaci di contorcersi sulle corde del violino, e quindi la capacità di eseguire melodie complicate e veloci. 
Difetto che Paganini trasformò in arte, nonostante i forti dolori articolari che curava con l'oppio.
La tosse lo tormentò per tutta la vita, a volte questi eccessi duravano per ore, lo spossavano a tal punto che non riusciva a esibirsi o a mangiare.
Contrasse la sifilide che lo indebolì tanto quanto la cura usata a quei tempi per combatterla, il mercurio.
Fu quest'ultimo a dare il colpo di grazia al suo aspetto fisico, a trasformare il suo volto in una maschera pallida e smunta che però rimaneva affascinante e seducente, come abbiamo già constatato.
Infine contrasse la laringite tubercolare che gli causò una necrosi dell'osso della mascella e dovettero estrargli tutti denti inferiori, a quel punto gli divenne impossibile parlare.
Fu forse per questo che gli venne negata l'estrema unzione sul letto di morte.
Spesso si legge che egli stesso la rifiutò, in realtà Paganini scrisse un biglietto che consegnò al figlio Achille:
"Scriverò i miei peccati su una lavagna, così il prete potrà cancellarli direttamente."
Achille portò questa missiva al parroco della chiesa lì vicino, Don Cafferelli, ma questi rifiutò di assistere il violinista nei suoi ultimi istanti.
Che parli, che racconti i suoi peccati, se vuole l'assoluzione.
Un gesto impietoso e orgoglioso.
Paganini avrebbe voluto parlare ma non poteva a causa della sua malattia, e a nulla valsero i tentativi di spiegazione da parte del figlio Achille, l'estrema unzione gli venne di nuovo rifiutata.
Questo rende ancora più vergognoso e perfido il comportamento del sacerdote.
E senza ricevere l'ultimo sacramento Niccolò Paganini si spense in quella villa a Nizza di proprietà del conte di Cessole, suo caro amico e tutore del figlio.
Anche dopo la morte la leggenda di Paganini continuò a vivere a causa della mancata sepoltura in terra consacrata.
Il corpo di Paganini venne imbalsamato e conservato prima nella cantina della villa e poi in un lazzaretto.
La notte i curiosi vi si recavano per cercare di vedere la salma, molti raccontavano di figure mostruose che ballavano mentre risuonavano le note spettrali di un violino.
A questo punto la bara venne sepolta sotto a un oleificio per sottrarla a queste morbose attenzioni.
Le spoglie saranno sepolte a Parma solo nel 1876, dopo anni di richieste e suppliche da parte del figlio Achille.
Ma c'è chi sostiene che l'anima del violinista sia rimasta lì in quella villa di Nizza, dove ancora oggi pare che il diavolo si diletti a suonare un invisibile violino nelle notti senza luna.
Forse è così.
Io preferisco pensare che Paganini e Tartini in quei saloni affrescati si divertano a duettare in un celestiale trillo del diavolo. 


Per chi volesse godersi una biografia romanzata di Niccolò Paganini consiglio il film del 2013 da cui ho tratto le foto che hanno colorato questo articolo, Il Violinista del diavolo, di Bernard Rose, magistralmente interpretato da David Garrett, violinista di fama internazionale che presta il volto e le mani a Paganini, e Jared Harris nel ruolo ambiguo e luciferino di Urbani, l'impresario dell'artista.