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giovedì 22 luglio 2021

Il vero peccato di Sodoma.


Quando si parla di omosessualità nella Bibbia uno dei capitoli più citati è certamente quello che racconta della distruzione di Sodoma e Gomorra.
Troviamo questo episodio in Genesi nei capitoli 18 e 19.
La narrazione biblica racconta che Dio si manifestò presso le querce di Mamre ad Abramo
che sedeva all’ingresso della sua tenda in una calda giornata.
Dio apparve ad Abramo nelle vesti di tre uomini, e il patriarca li accolse dando loro riparo e cibo.
Durante la visita gli uomini non solo annunciarono a Sara, moglie di Abramo, che da lì a un anno avrebbe partorito un figlio, ma lo informarono che Dio aveva deciso di distruggere le città di Sodoma e Gomorra, perché "Il grido contro Sodoma e Gomorra é troppo grande e
il loro peccato é molto grave". ( Gn 18,20).
Abramo cercò di intercedere affinchè qualcuno venisse risparmiato, “ Davvero sterminerai il giusto con l’empio?” (Gn 18, 23)
Dopo una lunga contrattazione con Abramo Dio disse che se avesse trovato almeno 10 giusti avrebbe risparmiato la città dalla distruzione.
A questo punto i tre uomini lasciarono Abramo e si recarono a Sodoma.
Nel continuo della narrazione diventano due, e vengono chiamati esplicitamente angeli.
Essi incontrarono qui ad accoglierli Lot, un nipote di Abramo.
Egli li invitò nella sua casa e insistette affinché trascorressero la notte nella sua abitazione, preparò per loro un banchetto e dei letti dormire. Ma prima di sera gli abitanti di Sodoma raggiunsero la casa di Lot.
Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perchè possiamo abusarne!” (Gn 19,5) dissero gli abitanti di Sodoma.
Lot rifiutò addirittura offrendo al loro posto le sue due figlie vergini, “Ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo, lasciate che ve le porti fuori e fate a loro quel che vi piace.” (Gn 19,8), ma essi rifiutarono.
Gli abitanti di Sodoma provarono a entrare con la forza in casa di Lot ma i due angeli ili accecarono con una luce abbagliante.
Gli angeli allora dissero a Lot di prendere la sua famiglia e di lasciare la città.
Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. poiché noi stiamo per distruggere questo luogo, il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli.” (Gn 19, 12-13) e quando la famiglia varcò le mura della città uno dei due angeli aggiunse “Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti.” (Gn 19, 17).
Lot era quasi arrivato a Zoar, una città vicina,quando Dio inviò una pioggia di fuoco e zolfo che incenerì del tutto Sodoma con i suoi abitanti, assieme ad altre città limitrofe come Gomorra, Adma e Zeboim.
La moglie di Lot si voltò per il fragore delle esplosioni e per questo fu trasformata in una statua di sale. (Gn 19, 26).
Abramo di buon mattino si recò nel luogo ove aveva incontrato i tre uomini, e da lì vide ciò che restava delle città distrutte, “tutta la distesa della valle e vide un fumo che saliva dalla terra, come il fumo di una fornace”. (Gn 19, 27-28)
Sebbene si usi questo racconto per condannare l'omosessualità le sue origini sono ben lontane da questo scopo.
Il racconto è ricco di simbologia mitica e allegorica, e segue il filone della narrazione eziologica, ovvero cerca di dare una spiegazione al perché si sono verificati certi avvenimenti, in questo caso si vuole trovare la ragione per cui la terra dove sorgevano Sodoma e le altre città distrutte fosse diventata una zona desertica, inospitale e dimenticata dall'uomo.
Ma l'autore di questi capitoli non è mosso solo dalla necessità di spiegare perché quella terra fosse diventata arida e inabitabile.
Utilizza il racconto per altri scopi.
Il primo è di natura politica, il secondo riguarda invece la morale.
Iniziamo dalla critica al contesto politico e sociale.
Siamo agli albori della storia del popolo ebraico come viene narrata nella Bibbia.
Abramo, di ritorno dall’Egitto, si stabilisce nella zona del Negheb.
Con lui c’è il nipote Lot, entrambi portano con loro bene e armenti. Abramo comprende subito che il territorio non è abbastanza vasto per ospitare entrambi, e convince Lot a cercare un altro luogo in cui stabilirsi.
Lot sceglie la valle del Giordano, all’epoca fertile ed irrigata, e lì si trasferì.
Fin da subito nella Bibbia ci viene detto che gli abitanti di quella terra hanno una cattiva reputazione.
Lot sa che i popoli di questa regione erano malvagi.
Ora gli uomini di Sodoma erano perversi e peccavano molto contro il Signore.” (GN 13, 13)
L’intento dell’autore è quello di screditare la popolazione locale e i loro re.
Nel capitolo 14 di Genesi infatti viene raccontato un aneddoto nel quale i regnanti delle città scappano di fronte all’esercito del re di Elam abbandonando il loro popolo a un tragico destino di schiavitù, e durante la fuga essi cadono in pozzi di bitume.
Qui entra in gioco Abramo che riesce a recuperare il bottino trafugato dall’esercito e a liberare i prigionieri.
Piombò sopra di essi di notte, li sconfisse e proseguì. (...) Recuperò tutta la roba e anche Lot suo parente, i suoi beni, con le donne e il popolo.” (Gn 14, 15-16)
Questa valutazione negativa è una sorta di anticipazione sul destino delle due città,e sul destino di quei popoli e culture che le abitano.
Inoltre pone l’attenzione sulla grandezza di Abramo, colui che sarà il patriarca del popolo ebraico.
Abramo a differenza dei re di Sodoma e Gomorra non abbandona uomini e donne, ma accorre il loro soccorso, come ogni leader degno di tale nome dovrebbe fare.
Si inizia quindi a porre una linea di demarcazione tra passato e presente, e soprattutto futuro, delle popolazioni guidate da Abramo, quelle che con lui sceglieranno di seguire l’unico vero Dio.
Il vecchio regime è codardo, egoista, non tutela il popolo, la nuova via e il nuovo credo proposti da Abramo invece danno all’uomo sicurezza, protezione, ricompensa.
Veniamo ora al nostro tema, la presunta condanna dell’omosessualità.
Le città vengono distrutte a causa della loro corruzione e delle loro trasgressioni, ma attenzione,
la vera infamia che viene punita non è l'omosessualità, bensì il non adempiere al dovere dell'ospitalità.
Lot accoglie subiti gli stranieri e offre loro riparo e cibo, gli abitanti di Sodoma invece sono pronti a fare loro del male.
Non importa da dove essi vengano, chi siano, li bramano per sé stessi e per soddisfare le loro voglie.
Yada' è il termine ebraico utilizzato, che significa appunto conoscere sessualmente una persona, ma attenzione, il senso di quel "volevano conoscerli" in questo caso è chiaramente riferito a un rapporto non consensuale.
Quindi il testo ci dice che tra gli abusi che vogliono perpetrare c'è anche lo stupro.
Violenza sessuale ai danni di uomini compiuta da uomini, che è una cosa totalmente diversa dal concetto di omosessualità o di rapporti sessuali omosessuali.
Gli abitanti di Sodoma peccano contro il Signore non tanto per le loro pratiche sessuali discutibili ma per il modo brutale in cui negano assistenza agli stranieri che cercano un rifugio e per il modo in cui li trattano.
Questa mancanza viene sottolineata, in maniera iperbolica, con la proposta di Lot di prendere le sue figlie al posto degli stranieri.
L'ospite e la sua cura, la sua salvezza sono un valore così importante da sacrificare anche la propria famiglia.
Anche il fatto che gli abitanti di Sodoma spingano via con violenza Lot mentre cerca di farli desistere dal loro intento è indicativo.
Avrebbero potuto sfogare la loro rabbia e lussuria su di lui, invece lo scansano in quanto il loro obiettivo sono gli ultimi arrivati.
Per i Sodomiti essi non sono esseri umani, non meritano alcun rispetto, sono paragonabili a bestie.
Perché questo accanimento?
Perché Sodoma rifiuta di accudire lo straniero, di farsi carico dei suoi bisogni nel momento in cui è più debole?
Sappiamo già che sono un popolo che ha spesso indispettito il Signore con la codardia dei suoi regnanti, con il non rispettare le Sue leggi.
Dal testo si evince che la motivazione risiede anche nella paura del diverso, nel timore che questo possa scardinare e mettere in discussione le usanze della città, portando una nuova cultura che sottererebbe la precedente.
I Sodomiti infatti si infuriano di fronte alle resistenze di Lot: "Tirati via! Quest'individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice!" (Gn 19, 9).
Come si permette questo straniero di contraddire gli abitanti legittimi di quella città? 
L'emigrato non sarà mai pari all'autoctono, non avrà mai gli stessi diritti, e dovrà adattarsi ad ogni usanza, e sopportare ogni sopruso giustificato come usanza, tradizione. 
C'è inoltre una buona dose di egoismo, di non voler dividere la propria fortuna con chi è bisognoso.
Un'ulteriore conferma di questa interpretazione la troviamo ad esempio in Ezechiele 16,49: "Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero".
Nel libro della Sapienza ci viene detto che i Sodomiti odiavano crudelmente lo straniero e non lo accoglievano: "Essi soffrirono giustamente per la loro malvagità, avendo nutrito un odio tanto profondo per lo straniero".(Sap 19, 13)
Nel suo libro Antichità Giudaiche Giuseppe Flavio ci dice che "I Sodomiti odiavano gli stranieri e deviavano dalle relazioni con loro".
Sovranismo biblico dunque, potremmo ironizzare dicendo che il motto politico dell'epoca sarebbe stato senza dubbio "Prima i Sodomiti!".
Dunque il peccato di Sodoma non è l'omosessualità, non è l'amore tra persone dello stesso sesso.
Siamo di fronte a un'incomprensione di termini e significati che per tanto tempo ha condizionato l'interpretazione di questo racconto e lo ha portato ad essere strumentalizzato contro l'omosessualità, che qui viene giusto accennata e solo nella connotazione di un rapporto sessuale tra uomini, oltretutto di tipo non consensuale. Si tratta quindi di stupro tramite sodomia, e viene citato nel racconto per descrivere i soprusi commessi dai Sodomiti contro lo straniero.
Un abuso violento, umiliante, per dimostrare il proprio potere su una vittima che non può difendersi né pretendere rispetto perchè secondo i suoi aguzzini non lo merita.
Il motivo principale per cui Sodoma e Gomorra vengono distrutte risiede proprio in questa totale indifferenza di fronte a un altro essere umano, alle necessità e dignità di un pellegrino, di un povero, di un emigrato.
Indifferenza che purtroppo anche noi tutt'oggi continuiamo a vedere in molti nostri concittadini, che quasi godono quando apprendono della morte in mare di qualche disgraziato.
Nel cuore di molti Sodoma e Gomorra non sono ancora state distrutte.


(L'immagine di copertina è un fotogramma tratta dall'episodio dedicato a Sodoma e Gomorra nel film di John Houston del 1966 "La Bibbia") 


martedì 22 giugno 2021

Il Levitico e l'amore omosessuale, è tempo di fare chiarezza.


Con un uomo non giacerai come si giace con una donna: è un abominio”. (Lv 18, 22) Chiunque abbia giaciuto con un uomo come si giace con una donna, hanno compiuto tutti e due un abominio; siano messi a morte. Il loro sangue ricada su di loro”. (Lv 20, 13)

Così tuonano due versetti che troviamo nel libro del Levitico.
Sono certamente tra i più noti, i più usati per condannare l’omossesualità.
In questo libro, il terzo della Torah, troviamo una raccolta di prescrizioni e leggi che scandiscono la vita della comunità ebraica dopo la liberazione dall’Egitto.
Il Levitico ovvero libro dei leviti, i sacerdoti discendenti della tribù di Levi, trova la sua collocazione temporale in due momenti: la trasmissione orale nata tra l’8 e il 5 secolo aC, a cavallo tra il periodo preesilico e la deportazione in Babilonia, e la redazione scritta, conclusasi del 3 secolo aC, nel periodo postesilico.
Parlando del libro di Genesi e dei capitolo dedicati ad Adamo ed Eva se ricordate abbiamo detto che il periodo successivo alla deportazione in Babilonia è molto importante per il popolo ebraico, è un passaggio fondamentale nella ricostruzione della propria identità culturale, sociale e religiosa.
Da questa riscoperta nasce la necessità di mettere per iscritto le prescrizioni che regolamentano la vita quotidiana, civile e religiosa di ogni ebreo, affinché non vengano mai dimenticate anche e soprattutto nei momenti di maggiore sconforto.
E la vita civile riguarda anche le relazioni di coppia, che vengono anch’esse regolamentate.
Matrimoni, rapporti sessuali, procreazione.
Tutto ha una legge che lo riguarda.
E qui arriviamo al nostro tema, ai versetti del Levitico che abbiamo citato all’inizio.
A una prima lettura essi sembrano condannare in toto l’omosessualità.
Ma è questa l’intenzione degli autori leviti? 
Procediamo con ordine.
La Torah considera l’omosessualità in modo diverso rispetto ai tempi odierni, non prende in considerazione l’inclinazione sessuale tantomeno quella sentimentale. Essa conosce gli atti di tipo omosessuale, nello specifico la sodomia.
Alla luce di ciò, visto che non si parla di amore ma di atti sessuali, possiamo già dire che l’intenzione degli autori del Levitico non è condannare le persone omosessuali, semmai scoraggiare i rapporti sessuali anali tra due uomini.
Perchè?
Ripercorrendo la storia del popolo ebraico scopriamo che esistono una serie di fattori che hanno portato i leviti a dichiarare l’atto sessuale omosessuale come un “abominio”.
Sempre in Levitico si dice: “Non agite secondo il costume del paese d’Egitto (...) non comportatevi secondo le loro leggi.
(Lv 18, 3-4)
Le culture con cui il popolo ebraico è entrato in contatto nei secoli precedenti conoscevano l’omosessualità e non vi era divieto di congiungersi tra persone dello stesso sesso.
Israele che riscopre se stesso e la sua identità deve stabilire una netta separazione tra sè e gli altri popoli, in particolare da coloro che lo hanno soggiogato e imprigionato, ridotto in schiavitù, deve dunque prendere le distanze anche dalle loro pratiche sessuali.
Solo in questo modo Israele potrà trovare la propria unicità.
Per la stessa motivazione, il voler dare un taglio netto con gli oppressori, Levitico vieta i rapporti incestuosi, accettati ad esempio dalle famiglie nobili egiziane per preservare la purezza della loro linea di sangue.
Una seconda motivazione la troviamo nel valore che viene dato alla fecondità, tematica che abbiamo già affrontato parlando dei capitoli di Genesi su Adamo ed Eva.
Siamo in un periodo storico in cui uno dei propositi maggiori della comunità ebraica postesilica è quella di dare vita a nuove generazioni che tramanderanno la conoscenza e la fede dei loro padri.
Il rapporto sessuale deve dunque essere finalizzato alla procreazione, quindi può svolgersi solo tra uomo e donna all’interno di una relazione coniugale benedetta dai sacerdoti del Tempio.
Un uomo giacerà solo con la sua sposa con l’intento di generare dei figli.
Il sesso omosessuale, e non l’omosessualità attenzione, è una distrazione da tale intento, pertanto viene scoraggiata.
Per lo stesso motivo, ovvero evitare di disperdere il seme inutilmente, il Levitico vieta ad esempio i rapporti sessuali quando la donna ha il ciclo mestruale.
Da ciò si evince che l’intento degli autori del libro del Levitico è più legato alla paura di un calo delle nascite che alla condanna della comunità omosessuale.
Tutto è finalizzato alla sicurezza del legame familiare, che è la base della comunità ebraica.
Se nella famiglia vi è discordia essa non sarà un terreno fecondo per le nuove generazioni.
Per questo motivo vicino al divieto di congiungersi sessualmente tra due uomini troviamo altre proibizioni.
Viene bandito l'adulterio (Lv 18,20), vengono proibiti i sacrifici di infanti in favore del dio Moloch (divinità antica del fuoco che richiedeva che i neonati venissero bruciati in suo onore) (v.21), e infine vengono proscritti gli atti sessuali con gli animali (v. 23).
Non si giace con persone dello stesso sesso o con animali perché il proprio desiderio sessuale va contenuto e risparmiato per la propria sposa, per procreare. 
Per lo stesso motivo l'uomo non disperderà il seme con altre donne, la cui gravidanza può minare la solidità della famiglia.
Un bambino non può essere sacrificato e bruciato per Moloch, perché i sacrifici umani erano prerogativa di culture nemiche del popolo ebraico e inoltre sarebbe blasfemo uccidere un bambino, un dono di Dio, una creatura che può tramandare la linea di sangue della famiglia.
Se la famiglia non è serena e compatta al suo interno allora non lo sarà nemmeno verso l'esterno, e a rimetterci sarà l'intera comunità.
La società ebraica di quegli anni è consapevole che il popolo non può disperdersi e disgregarsi ulteriormente, non sopravviverebbe.
Per questo le regole sono scritte in modo così ferreo e incontestabile all'interno del libro del Levitico, per questo le punizioni a riguardo sono drastiche.
Queste prescrizioni però riguardavano una comunità ebraica appena rientrata in patria, che viveva un senso di precarietà ed era in cerca di una nuova stabilità.
Questa situazione particolare ora non esiste più, la società ebraica si è evoluta e trasformata nel corso dei secoli, nonostante tante difficoltà.
Ed è qui che crollano i versetti sopra citati.
Quando scompaiono le condizioni storiche che hanno reso necessarie certe leggi esse perdono la loro ragion d'essere e possono essere messe in discussione in favore di un miglioramento culturale e umano della società.
Alla luce di ciò se guardiamo ai versetti che parlano di proibire i rapporti sessuali omosessuali possiamo dire che essi hanno ormai perso ogni significato.
Lo hanno perso in seno alla comunità ebraica, dato che ai giorni nostri non si parla più di un popolo di ritorno dall'esilio che necessita di una discendenza e di sicurezza religiosa e sociale, e non trovano più nessun appiglio neanche all'interno di quelle società che hanno ereditato parte del patrimonio religioso ebraico attraverso il cristianesimo.
Dunque chi si ostina a discriminare le persone omosessuali brandendo la Bibbia come un'arma nuovamente inciampa nella sua ignoranza, dato che questo odio non trova una base solida nemmeno nelle parole del Levitico.
Utilizzare questi versetti per condannare l'omosessualità non solo è anacronistico, dato che la nostra situazione storica in questi anni 2000 è totalmente rovesciata rispetto a quella degli ebrei del 3 secolo aC, ma soprattutto perché come abbiamo visto quelle proibizioni nulla avevano e hanno a che fare con l'amore tra persone dello stesso sesso.
Amore che nemmeno qui viene messo in alcun modo in discussione.


mercoledì 16 giugno 2021

Adamo ed Eva, le origini dell'amore universale.


C'è una scena nel film Philadelphia che mi è sempre rimasta impressa.
La pellicola di Jonathan Demme del 1993, con protagonisti Tom Hanks e Denzel Washington, è molto nota, così come la sua trama.
Tom Hanks interpreta Andrew Beckett, un avvocato che viene licenziato dal suo studio legale con la scusa di incompetenza quando in realtà la vera motivazione risiede nel fatto che è omosessuale, un dettaglio che non ha mai rivelato ai suoi capi proprio per paura di ritorsioni. Inoltre Andrew è malato di Aids, e scoperta la verità i suoi superiori organizzano una trappola per poterlo licenziare. Beckett assumerà l'avvocato Joe Miller, interpretato da Denzel Washington, affinché lo rappresenti in una causa legale contro il suo studio, nonostante sappia che la malattia lo sta velocemente consumando.
A un certo punto del film vediamo Andrew che si sta recando in tribunale, e un uomo lo aggredisce verbalmente gridandogli «Erano Adamo ed Eva, non Adamo ed Andrea
Ecco, una delle motivazioni utilizzate da molte persone per giustificare la discriminazione verso le coppie omosessuali risiede in quel versetto della Bibbia che recita: "Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina." (Gn 16,27)
Maschio e femmina, uomo e donna, l'immagine di Dio, a loro viene affidato il Regno di Dio, il Creato.
Può questa semplice affermazione, il riconoscere l'esistenza di due generi, maschile e femminile, essere la base per deligittimare l'omosessualità?
Proviamo a capire cosa ci dice veramente la frase che troviamo in Genesi.
Intanto bisogna contestualizzare il testo a cui ci riferiamo.
Il brano si rifà, nelle intenzioni del suo autore, alle conoscenze e alle consuetudini sociali dell'epoca in cui è stato tramandato e scritto.
Dobbiamo tenere presente che parliamo di un libro nato all’interno della comunità ebraica, la quale per secoli ha trasmesso oralmente le storie in esso raccontate. 
A un certo si inizia a trascrivere su pergamena queste storie fino a formare la Torah, i primi cinque libri della Tanak, la Bibbia ebraica.
La loro redazione finale viene collocata tra il 400 e il 350 aC.
La comunità ha bisogno di certezze.
Siamo negli anni successivi all’esilio in Babilonia, un periodo in cui il popolo di Israele tornato in Palestina ha bisogno di recuperare la propria identità fiaccata da anni di prigionia. La creazione di un testo sacro di riferimento ha anche questo scopo, unire la conoscenza e la fede del popolo ebraico affinché esso riscopra la sua storia umana e il suo rapporto con Dio.
Chi siamo, da dove proviene la nostra fede, la nostra identità? 
Non è un testo unitario, la sua redazione scritta ha richiesto molti anni, e ha visto la partecipazione di numerosi autori che si rifanno a diverse correnti e a differenti stili e generi letterari.
Inoltre i miti babilonesi hanno certamente influito sulla formazione di Genesi, in particolare l'epopea di Gilgamesh.
Gli autori partono dal loro presente e riflettendo sull'esperienza dell'esilio e della liberazione arrivano a rispondere alle domande esistenziali del popolo ebraico, proiettando il tutto nel passato, nelle origini. 
Perché ogni storia ha un inizio.
E Genesi in ebraico infatti è “Berescit”, “In principio”.
Questo inizio ci parla della creazione del mondo e dell’umanità per poi arrivare a raccontare la storia del popolo ebraico.
Su questo concetto possiamo dividere il libro di Genesi in due parti.
I capitoli dal primo all’undicesimo di Genesi sono detti strada della vita, in quanto affrontano gli interrogativi fondamentali dell’esistenza umana. 
Nel dodicesimo incontreremo Abramo, il primo dei Patriarchi, e con lui la storia dell’umanità verrà ristretta e concentrata su quella del popolo ebraico.
Una storia che tuttavia riguarda comunque l'umanità intera.
L'intento dei primi 11 capitoli di Genesi è quello di raccontare agli uomini il loro rapporto con Dio, il Creato, gli altri uomini e con se stesso, e di spiegare il senso di smarrimento che può verificarsi quando questi rapporti si incrinano, specificando però che da un'iniziale disperazione per la perdita subìta nasce una nuova consapevolezza.
In questi capitoli leggiamo della creazione del mondo e delle creature viventi, l’allontanamento di Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè e il diluvio universale, la torre di Babele e delle diverse genealogie che porteranno fino ad Abramo.
Occorre fare una precisazione non scontata su questi 11 capitoli.
La natura del testo non è storico scientifica, è religiosa, non c’è l’intenzione di spiegare come sia stato creato il mondo, ma si vuole far riflettere sull’esistenza umana e sui rapporti che essa intreccia con altri soggetti.
Elleth toledot”, "queste sono le origini", è il concetto che scandisce il libro di Genesi.
Origini che hanno la loro natura nel rapporto con Dio.
E infatti l’elleh toledot è un concetto dualistico che racconta il bene e il male presenti nella storia dell’uomo.
La bontà e bellezza della Creazione si avvicendano con il peccato originale e con il fratricidio di Caino e Abele; l’umanità corrotta trova una nuova vita nell’alleanza di Dio con Noè, l’arroganza dell’uomo che costruisce la torre di Babele dà vita ai popoli della Terra.
Genesi ci mostra un’umanità imperfetta che però non perde mai l’amore di Dio e lo riscopre di volta in volta.
Fatta questa doverosa premessa torniamo al primo capitolo di Genesi, in cui viene descritta la Creazione del giardino dell’Eden e di tutte le creature, incluso l’essere umano.
Agli uomini Dio affiderà il Creato, affinché lo custodiscano e lo facciano prosperare.
Dio crea l’uomo, e dato che “non è bene che sia solo”, (Gn 18,25) crea anche Eva, una creatura che sia simile a lui.
La parola ebraica usata è “ezer”, aiuto. 
Non è inteso come sottomissione, anzi.
Entrambi, uomo e donna, hanno pari diritti e responsabilità verso il Creato, e devono collaborare in ogni faccenda che lo riguarda.
Dio plasma Eva con la stessa dignità e con le stesse parole che ha usato per Adamo.
Non c’è disuguaglianza tra loro, c’è parità.
Il fatto che Eva sia stata generata da una costola di Adamo ci dice proprio questo: sono fatti della stessa carne, allo stesso modo, per questo sono uguali davanti a Dio.
Come abbiamo detto la natura di Genesi non è scientifica, tantomeno storica. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, eppure l’autore ha scelto di parlare di un uomo e di una donna. 
Adamo ed Eva sono una coppia, unita dal loro amore e dall’amore di Dio.
Ma è sbagliato pensare che questa rappresentazione legittimi unicamente le coppie eterosessuali a discapito di quelle omosessuali.
Dicevamo che il contesto sociale e culturale in cui l’autore scrive è quello dell’ebraismo in un'epoca in cui l’unica relazione coniugale accettata era quella monogama ed eterosessuale.
Il motivo è semplice: uno dei capisaldi della comunità ebraica di quel periodo storico è la necessità di una discendenza.
Quell'elleh toledot di cui parlavamo prima significa anche "questa è la discendenza", una frase che troviamo spesso in Genesi.
Parlavamo di un popolo in diaspora, decimato da anni di esilio e prigionia. 
C’è bisogno di nuove generazioni che tramandino le tradizioni, la fede, la vita.
E solo un uomo e una donna possono concepirle, insieme.
Nella Bibbia infatti Dio ad Abramo promette una terra e una discendenza, queste le ricompense per la sua fede nel Dio unico.
Quindi, per citare il papa emerito Joseph Ratzinger, “Il monogamismo biblico è vicino al monoteismo ebraico”.
Un unico Dio, un unico sposo o sposa.
Ma la necessità di un popolo di tramandare se stesso esclude categoricamente la possobilità che esista l'amore tra persone dello stesso sesso? 
Assolutamente no.
In Genesi non viene detto nulla di tutto ciò, non viene data indicazione specifica sulla sessualità dei personaggi.
Intuiamo che si tratti di una relazione eterosessuale solo in virtù del famoso "andate e moltiplicatevi", che comunque riguarda unicamente la sfera biologica riproduttiva, non quella affettiva.
Ma non si parla chiaramente di relazioni etero o gay.
Non se ne parla perché non è una nozione necessaria per lo scopo affidato al libro.
L'autore di Genesi 16 nel suo testo descrivendo Adamo ed Eva altro non fa che rappresentare l'umanità intera e le sue caratteristiche, qualità e mancanze.
Esse riguardano ogni essere umano, sono gli uomini e le donne di ogni epoca storica, che amano, che tentano e falliscono, non si prendono le responsabilità delle proprie azioni, che trovano una nuova consapevolezza e riscoprono un nuovo modo di vivere, creano una comunità. 
Questa storia è destinata a ripetersi nei secoli, perché essa è insita la natura umana.
L'intento di questi capitoli è raccontare l'essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti, a prescindere dal suo genere e dalla sua sessualità. 
Non si può quindi pensare di appellarsi alla storia di Adamo ed Eva per giustificare la condanna verso l'omosessualità, perché da nessuna parte nel testo troviamo l'esaltazione della coppia eterosessuale così come non c'è un esplicito giudizio negativo nei confronti delle relazioni omosessuali.
Si parla di amore, e non si dice che esso può esistere solo tra uomo e donna.
E soprattutto si dice che l'amore di Dio, sentimento divino che è davvero protagonista della storia più di quello umano, riguarda tutta l'umanità.
E se Genesi non fa distinzioni tra generi e le sessualità allora non lo fa nemmeno Dio, il cui amore abbraccia tutti.
Con buona pace di chi pecca di omofobia. 





venerdì 11 giugno 2021

Liebe gewinnt, la disobbedienza in nome dell'amore universale.

A maggio 2021 in Germania un gruppo di sacerdoti cattolici ha compiuto un gesto di ribellione che potremmo definire epocale.
Hanno dato vita al movimento "Liebe gewinnt" e hanno iniziato a offrire benedizioni alle coppie omosessuali. 
A Berlino, Monaco,Colonia e in tanti altre città tedesche centinaia di coppie dello stesso sesso sono state benedette in funzioni religiose.
Liebe gewinnt, l'amore vince, è la risposta disobbediente a una dichiarazione del Vaticano.
A marzo 2021 infatti la Santa Sede si è così espressa: «Non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio su matrimonio e famiglia».
E aggiunge che «la Chiesa cattolica non può benedire il peccato».
Ma numerosi sacerdoti cattolici tedeschi non erano dello stesso avviso.
I promotori di Liebe gewinnt, don Bernd Mönkebüscher, don Burkhard Hose e don Carsten Leinhäuser hanno così ribattuto:
«L'amore vince. L'amore è una benedizione. Le persone che si amano sono benedette. Il 10 maggio 2021 ti invitiamo in vari luoghi della Germania per le benedizioni. Non vogliamo escludere nessuno. Celebriamo la diversità dei diversi piani di vita e delle storie d'amore delle persone».
Da subito l’iniziativa è stata accolta da numerose parrocchie.
Uno dei benedicenti, don Christian Olding, ha affermato: «Se sosteniamo che Dio è amore non posso dire alle persone che perseguono lealtà, unità e responsabilità reciproche che il loro non è amore».
Rappresentanti della chiesa cattolica tedesca hanno dato vita a una petizione per chiedere alla Santa Sede di estendere le benedizioni alle coppie omosessuali, molte parrocchie hanno esposto le bandiere arcobaleno.
Le benedizioni sono proseguite per giorni, nonostante i rimproveri dei vescovi tedeschi.
Su molti giornali cattolici si è addirittura parlato del rischio di uno scisma tedesco, di una nuova Controriforma.
In realtà questo pericolo non esiste, dato che i sacerdoti che hanno aderito al LIebe gewinnt hanno celebrato le benedizioni sulle coppie omosessuali durante il loro tempo libero e non mentre erano in servizio.
Per questo stesso motivo la Conferenza episcopale tedesca non ha potuto sanzionarli.
Il presidente dei vescovi tedeschi, monsignor Georg Bätzing, si è limitato ad affermare che «noi non consideriami le azioni pubbliche, come quelle previste per il 10 maggio, un segno utile o una via da seguire. Le messe di benedizione hanno la loro dignità teologica e il loro significato pastorale. Non sono adatte come strumenti per manifestazioni politico-ecclesiastiche o azioni di protesta».
Ma di fronte a questa disobbedienza ben organizzata e risoluta il Vaticano ha tremato.
Perchè la benedizione, nonostante non abbia lo stesso valore di un sacramento quale il matrimonio, è di fatto una legittimazione di un rapporto tra due persone.
La benedizione ci dice che ciò che viene consacrato è buono e giusto, 
è protetto dall’amore e dalla benevolenza di Dio.
E’ un precedente consistente, e come tale trova spazio e rafforza una diversa prospettiva nel dibattito che da anni infiamma la teologia cristiana sulla questione omosessualità.
Può la cristianità cambiare opinione sul suo modo di rapportarsi all'omosessualità?
È possibile un'apertura verso le relazioni ebi matrimoni gay?
Finora la risposta, come sappiamo, è sempre stata negativa, nonostante qualche spiraglio di umanità aperto da alcuni sacerdoti.
Tra questi c'è anche papa Francesco. Quando ancora non era pontefice Bergoglio si sarebbe espresso a favore dei cattolici omosessuali affinché non venisse negato loro il diritto alla famiglia.
Ma queste parole, limitate al rispetto verso le persone omosessuali di fede cattolica e di condanna verso atti di violenza omofoba, non hanno portato a nessun cambiamento nella dottrina.
L'omosessualità rimane un peccato, è una tendenza da condannare.
Ma la disobbedienza dei sacerdoti tedeschi del movimento Liebe gewinnt ci dimostra che un'altra strada è percorribile.
Ci mostra che è possibile equiparare le coppie omosessuali a quelle eterosessuali in termini di validità del loro sentimento, delle responsabilità, di diritti e doveri, e dei progetti comuni.
Ma i più agguerriti tuonano che la Bibbia stessa condanna l'omosessualità, e che pertanto se lo stesso testo sacro della cristianità si esprime contro le coppie gay non c'è margine per legittimarle.
Ma è davvero così?
Cosa dice realmente la Bibbia sull'omosessualità?
Quando si parla del tema in oggetto spesso si sentono citare i soliti versetti tratti dal Levitico, oppure le vicende di Sodoma e Gomorra, le parole di San Paolo.
E chi li utilizza di solito non ha idea di cosa va citando, ripete a pappagallo una frase senza conoscerne l'origine e il contesto.
Molti teologi, studiosi di esegesi e di ermeneutica biblica, sostengono da tempo che la Bibbia venga utilizzata in modo improprio per giustificare la condanna all'omosessualità.
Il Pride Month diventa l'occasione per scoprire che esiste una diversa prospettiva, un modo diverso di leggere e interpretare quelle pagine così abusate, e che la Bibbia stessa ci parla in modo naturale e positivo dell'amore omosessuale.
Ne parleremo in questi giorni.
Se vi chiedete il perché di questi post, domanda legittima, la risposta è semplice.
È impellente la necessità di fare chiarezza sulle tematiche e sulle parole contenute in uno dei testi più discussi e utilizzati della storia, in modo che non venga più brandito come un'arma dai soliti noti.
Smascherare le storture permette di ribattere alle tesi di chi cerca di limitare i diritti delle persone LGBT+ adducendo come scusa la sua fede religiosa.
C'è anche un dato più umano, da non sottovalutare.
Quante ragazze e quanti ragazzi omosessuali vorrebbero vivere con serenità la propria fede cristiana senza sentirsi illegittimi, ipocriti, sempre tra due fuochi, giudicati, col dubbio di non poter appartenere a una comunità di fede.
In tanti vorrebbero vivere pienamente la loro spiritualità senza giudizi.
Credo sia giusto rassicurarle che nella loro scelta di fede non c'è ipocrisia, come molti affermano.
La loro fede non trova ostacoli nella Scrittura, anzi, ci sono tanti spunti per arrivare ad eliminarli.
Con la speranza che presto la Chiesa stessa, e di conseguenza le comunità di fede, facciano quel passo per poterle accogliere in modo ufficiale.



lunedì 8 marzo 2021

Sifra e Pua, quando la disobbedienza di fronte al sopruso viene coniugata al femminile.


In alcuni articoli del mio blog ho affrontato la tematica delle figure femminili in ambito religioso e biblico, mostrando come spesso queste siano state penalizzate da una superficiale conoscenza dell'argomento e da una trasmissione filtrata e banalizzata da parte degli organi di competenza prima, e dal classico "sentito dire" poi.
Nella Bibbia vengono narrate molte storie di donne, ma spesso questi racconti rimangono marginali, poco conosciuti nonostante abbiano tanto da dire e da insegnare.
Le donne dell'Antico Testamento si contraddistinguono per il loro coraggio di fronte alle ingiustizie e la fedeltà ai propri valori. Insieme ai personaggi maschili, i cui nomi e le storie sono più noti, hanno contribuito a costruire la storia del loro popolo, e non solo, dell'umanità.
Non sono comprimarie, sono anch'esse protagoniste.
Un esempio di questo è la storia di Sifra e Pua.
Bellezza e splendore i significati dei loro nomi.
Le troviamo nel primo capitolo di Esodo, il secondo libro della Bibbia.
La vicenda si svolge in Egitto.
Da anni il popolo ebraico convive con gli egiziani in una prospera vicinanza.
Gli israeliti erano giunti in Egitto ai tempi di Giuseppe, il figlio di Giacobbe la cui storia, raccontata nella Bibbia, è molto nota.
Giuseppe, figlio prediletto del patriarca, viene venduto come schiavo dai fratelli e successivamente divenne gran consigliere del faraone, dopo un lungo periodo come servitore del gran visir Potifar.
Riconciliatosi dopo anni con la famiglia Giuseppe fece in modo di trasferire il popolo ebraico in Egitto, con il benestare del faraone.
Ovviamente questo è il racconto biblico, storicamente non è certo di come gli israeliti siano giunti in Egitto.
Siamo certi della loro presenza, le ipotesi più probabili parlano di migrazioni o di riduzione in schiavitù in seguito alle guerre egiziane contro i cananei.
La seconda ipotesi storica si intreccia in modo calzante con la narrazione del libro di Esodo.
L'esperienza di libertà e convivenza si trasforma progressivamente in oppressione.
Gli ebrei iniziano a diventare più numerosi degli egiziani e questo fatto crea preoccupazione sia tra il popolo che tra i nobili.
È il cambio della dinastia reale a rovesciare definitivamente l'atteggiamento nei confronti degli israeliti.
"Allora sorse sull'Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe, e disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli di Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti in caso di guerra si unirà ai nostri avversari.»" si dice in Esodo (1, 8-10)
Storicamente siamo intorno al 1300 aC, al potere c'è Seti I della XIX dinastia, una casata che conosce l'importanza del consenso popolare per un regnante, e che quindi accoglie le richieste dei suoi sudditi. Essi temono il diverso, l'israelita, e vogliono che si ingrandiscano le città.
Detto fatto.
Il faraone dunque inizia a togliere progressivamente diritti e libertà agli ebrei, fino a ridurli in schiavitù, costringendoli a costruire nuovi edifici.
Sono state rinvenute opere pittoriche dell'epoca in cui sono rappresentate le popolazioni semite dedite ai lavori forzati al servizio degli egiziani.
Ciò viene descritto anche nel testo biblico: "Gli Egiziani fecero lavorare i figli di Israele trattandoli duramente. Resero la loro vita amara costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi." (Es 1, 13-14)
Gli ebrei sono identificati come Hapiru, persone che non hanno i diritti degli uomini liberi, esseri inferiori.
Ma tutto questo non basta, passano gli anni e gli ebrei sono ancora troppo numerosi e gli egiziani vivono con la paura che possano ribellarsi e sopraffarli.
Sale al potere un nuovo faraone, gli studiosi sono concordi nel ritenere che il testo biblico faccia riferimento al regno di Ramsete II (1290-1224 aC).
Gli israeliti sotto il suo potere continuano ad essere schiavi e vengono di nuovo colpiti duramente, questa volta nella loro dignità e nella fede nel loro Dio.
È qui che entrano in gioco Sifra e Pua.
Le due donne sono levatrici, a loro il faraone affida un terribile incarico:

Il re d’Egitto parlò anche alle levatrici ebree, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua, e disse: «Quando assisterete le donne ebree al tempo del parto, osservate quando il neonato è ancora tra due sponde del sedile del parto¹: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, lasciatela vivere»." (Es 1, 15-16)

Ramsete II ordina dunque la soppressione di ogni figlio maschio nato in una famiglia ebraica.
Bisogna precisare che questa imposizione del faraone non è supportata da prove storiche, non c'è documentazione a riguardo, inoltre gli storici fanno presente il fatto che limitare la crescita della popolazione israelita non avrebbe avuto senso da un punto di vista sociale e per i bisogni del lavoro forzato.
La vicenda è infatti un espediente narrativo per enfatizzare la situazione di paura e oppressione in cui viveva il popolo ebraico. Erano esseri inferiori, ricordiamo, considerati nemmeno esseri umani.
L'autore di Esodo vuole focalizzare l'attenzione su due dettagli: l'uccisione dei figli maschi è un atto simbolico, di scherno verso la tradizione ebraica che indicava il figlio maschio come prosecutore della dinastia familiare; qui il faraone facendo uccidere i bambini ancora prima che possano prendere il primo respiro
si sostituisce al Dio degli israeliti, che aveva promesso loro fin dai tempi di Abramo una prospera discendenza. Il dio faraone è più imponente del vostro unico Dio, Egli non ha potere in Egitto.
Secondariamente, serve a introdurre la storia di Mosè, colui che molti anni più tardi libererà gli ebrei dalla schiavitù guidandoli fuori dall'Egitto.
Torniamo al racconto biblico.
Sifra e Pua, ricevuto l'ordine, decidono di rifiutarlo.
La loro disobbedienza però non è esternata in modo diretto, cosa che causerebbe loro lo morte e condannarebbe i neonati al loro destino.
Le due levatrici usano un sottile stratagemma:

"Ma le levatrici temettero Dio, non fecero quello che il re d’Egitto aveva ordinato loro e lasciarono vivere anche i maschi. Allora il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i maschi?» Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane; esse sono vigorose e, prima che la levatrice arrivi da loro, hanno partorito»." (Es 1, 17-19)

La storia di Sifra e Pua è straordinaria, eppure nella Bibbia le si dedicano poche righe.
Quel "temettero Dio" non va inteso come paura.
È rispetto per quei valori che il loro Dio aveva insegnato agli uomini.
Ed esso ha più rilevanza dell'ordine di un tiranno.
È un messaggio di solidarietà femminile, Sifra e Pua rifiutano un ordine che le porrebbe in conflitto con altre donne, oltretutto in una situazione così delicata come quella di un parto, che le porterebbe a prendere una decisione sui  corpi e sulle vite di altre persone.
Inoltre queste due donne, semplici ostetriche, si schierano contro il potere costituito.
Nella Bibbia spesso troviamo esempi di come Dio scelga persone umili per contrastare i potenti e gli oppressori.
Il faraone era considerato una divinità in terra, disobbedirgli non era solo inconcepibile da un punto di vista sociale e legale ma anche religioso, era pura blasfemia.
Eppure Sifra e Pua non hanno paura di ingannarlo in nome di un ideale più grande.
Queste ostetriche riescono perfino a ridicolizzare, agli occhi del lettore, l'uomo più potente d'Egitto: questo Dio degli Egizi che cammina sulla Terra a quanto pare non ha la minima idea di come funzioni un parto e crede alle bugie delle due levatrici. 
Sifra e Pua che non si lasciano usare, ma anzi esercitano il loro potere espresso non nella violenza ma con l'intelligenza e l'astuzia.
Sifra e Pua che sono un archetipo femminile di coraggio e compassione valido non solo per il popolo d'Israele ma per ognuno di noi.
Perché se da una parte l'Antico Testamento ci racconta la storia del popolo ebraico dall'altra vuole narrare il percorso di vita dell'umanità intera.
Gli ebrei in Egitto sono ogni popolo oppresso, Sifra e Pua sono tutti coloro che hanno scelto di contrastare il male, quelli che in termini moderni sono stati chiamati, ad esempio, Giusti tra le nazioni.
Infatti in Esodo la vicenda si conclude con "Dio diede loro una numerosa famiglia."
Questo percorso di vita continua dunque con una discendenza simbolica, che negli anni a venire continuerà ad opporsi coraggiosamente ai tiranni, anche a rischio della vita, in nome di quei valori di umanità e compassione di cui Sifra e Pua sono state portavoce e ispirazione.
Non male per due piccole levatrici relegate in una manciata di righe, non trovate?



Note dell'autrice:
¹ le due sponde potrebbero intendere il sedile di pietra sul quale si trovava la donna durante il parto ma anche "tra le ginocchia", quindi nel momento subito precedente al parto.  



venerdì 25 dicembre 2020

Una nuova prospettiva al femminile.

Maria studia la Torah mentre Giuseppe tiene tra le braccia il bambino.
L’immagine è una miniatura a tempera e oro, "La Natività", tratta da un Libro d’Ore composto a Besançon, attorno al 1450. 
Non è l'unico esempio, una scena simile la troviamo anche in una miniatura di 
Guiart des Moulins, all'interno del primo volume della Bible 
historiale, databile tra 1403 e il 
1404.
Tempo fa è stato presentato al pontefice un presepe che raffigura una situazione simile, Giuseppe che culla Gesù mentre Maria riposa, e papa Francesco lo ha molto apprezzato.
È un'immagine importante. 
Spesso si pensa che la Bibbia e la teologia cristiana vedano a prescindere le donne come inferiori agli uomini, relegate a ruoli stereotipati.
Non è così.
È, come spesso accade, una distorsione. 
Guarda caso compiuta dagli uomini al potere, religioso in questo caso.
Studiando teologia ho spesso riscontrato queste storture, che per fortuna si sta cercando, forse con eccessiva lentezza, di correggere.
Io stessa vi proporrò degli approfondimenti a riguardo.
Non tutti conoscono la reale importanza delle figure femminili raccontate nella Bibbia, non tutti sanno grattare la superficie oscurantista che per secoli le ha incasellate per scoprire in profondità la loro vera natura. 
Le donne non sono comprimari degli uomini, sono soggetti attivi delle loro storie.
Essere donne, essere madri (per chi lo vuole diventare) non ci impedisce di essere anche altro.
Di dedicarci a ciò che amiamo, come la cultura, in questa icona ad esempio Maria studia la Torah come farebbe un uomo, un rabbino.
Arricchire lo spirito con la conoscenza non è prerogativa maschile, è universale, trascende il sesso e l'età.
Possiamo essere chi vogliamo, alla faccia di chi ancora oggi vorrebbe limitare il nostro potenziale dirci cosa fare della nostra vita e del nostro corpo.
Qui vediamo Maria, che è uno dei personaggi femminili più belli ma spesso sottovalutati della Bibbia, ne ho già parlato in un precedente articolo.
Maria non è solo madre in senso biologico, è madre spirituale di una rivoluzione culturale. 
Le donne del suo tempo difficilmente potevano decidere per se stesse, lei ad esempio dovette sposare Giuseppe, non aveva altre opzioni. Così era deciso dalla legge degli uomini.
Ma per la legge di Dio invece era libera, libera di scegliere.
Maria è luce, è libertà, perché libera fu la sua scelta di portare in grembo il figlio di Dio. 
Accettò quell'incarico che avrebbe potuto rifiutare.
E se ne assunse, giovanissima, la responsabilità.
E questa libertà da cosa poteva derivare se non dalla conoscenza, dalla consapevolezza che deriva dalla cultura?  
Maria è curiosa, intelligente, e la maternità non le impedisce di dedicarsi a ciò che ama, alla conoscenza.
La presenza di Giuseppe in questa icona è significativa. 
È un uomo che non mette in secondo piano la sua compagna, non si fa intimidire dalle capacità intellettive della donna che ha al suo fianco.
Fa un passo indietro, perché è la protagonista di questa storia. 
E dunque, chi festeggia il Natale come festa cristiana tenga presente anche questa prospettiva, che ci mostra come il nuovo, l'eccezionale, la luce siano di tutti e per tutti, e non solo ad appannaggio di pochi eletti.

Ne approfitto per augurarvi buon Natale, buone feste, vi auguro ogni felicità in questi tempi complicati.
Un abbraccio! 


martedì 8 dicembre 2020

Maria, quando la purezza si fece donna.

Oggi 8 dicembre la chiesa cattolica celebra 
l'Immacolata Concezione di Maria.

L'Immacolata concezione è il  dogma cattolico che dichiara che la Vergine Maria sia stata concepita senza peccato originale.
Ogni uomo e ogni donna nasce con il peccato originale, solo Maria, colei che sarà madre di Gesù Cristo ne è esente, il suo grembo infatti non può che essere una dimora senza peccato per il figlio di Dio.
Questo dogma è riconosciuto solo dalla chiesa cattolica, ortodossi e protestanti infatti non condividono tale posizione.
Tra i primi teologi a teorizzare che Maria fosse nata priva del peccato originale fu Sant'Agostino (350-430) che nel suo De natura et gratia contra Pelagium afferma che Maria, a differenza della massa dannata che è l'umanità, si eleva grazie alla pietà, e risulta immune da ogni peccato.
Successivamente però si iniziò a ritenere che Maria non fosse nata senza peccato, anzi, ne era portatrice come essere umano ma la nascita di Gesù l'aveva redenta e purificata. 
Questa convinzione perdurò per secoli, fino a che in epoca medievale, nel 1300, Duns Scoto affermò che non fu Gesù a redimere sua madre, ella infatti fu concepita da Sant'Anna senza peccato originale.
Per questa posizione Scoto si guadagnò il soprannome di "Dottore dell'Immacolata".
La disputa sul peccato originale di Maria continuò nei secoli successivi, dove teologi di diverse posizioni si diedero battaglia, anche a colpi di scomuniche e minacce di eresia, sull'argomento.
La dichiarazione ufficiale di questo dogma si avrà soltanto l'8 dicembre 1854, fu papa Pio IX a sancirlo nella bolla Ineffabilis Deus.
La bolla afferma inoltre che Maria non ha mai commesso in vita nessun peccato.
L'origine di questa peculiare purezza va ricercata nella Bibbia stessa.
Molti riferimenti vetero testamentari parlano della santità della stirpe di Eva, dunque delle donne.
Nel terzo capitolo di Genesi infatti leggiamo di Dio che parla al serpente nell'Eden, e gli dice:
"Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno."
(Gn 3,15)
Maria verrà spesso raffigurata nell'arte mentre schiaccia la testa del serpente, simbolo del Male e rappresentazione del diavolo, col suo calcagno.
Questo avviene perché la teologia cristiana ha per secoli tracciato un parallelismo tra Eva e Maria.
Eva è l'archetipo femminile dell'umanità, colei che è destinata a perpetuare la stirpe dell'uomo, da lei, donna, nascerà la nuova chiesa di Dio.
Eva è la madre di tutti gli uomini, Maria la madre di tutti i redenti, per usare le parole di padre Gabriele Amorth.
In altri testi dell' Antico Testamento si parla della purezza della donna, in Proverbi 8 si dice che ella venne creata prima degli abissi, quindi dell'Inferno, e nel Cantico dei Cantici l'uomo si rivolge alla sua amata definendola senza macchia.
Nel Nuovo Testamento Maria è definita da Luca "piena di grazia" (LC 1,28), dove questa espressione in particolare indica che Maria ha tutto il favore di Dio, e viene scelta tra tutte le donne perché solo lei può concepire e partorire quel disegno benevolo che Dio ha in serbo per l'umanità.
Nella lettera agli Efesini si dice che ella "è senza macchia né ruga,...santa e irreprensibile." (Ef 5,27)
Maria non è relegata al ruolo di genitrice, non esaurisce il suo ruolo nel parto, ella è figura di spicco nell'agonia di Gesù sulla croce.
"Donna, ecco tuo figlio!...Ecco tua madre!" scrive Giovanni nel suo vangelo (Gv 19, 25-27).
Quel "Ecco" di Giovanni è usato per indicare l'annuncio di una nuova rivelazione.
Gesù muore, ma Maria rimane la madre di tutti i suoi discepoli, di quei nuovi redenti.
Maria accetta questo ruolo, come aveva accettato di portare in grembo il figlio di Dio.
L'umanità, i credenti, potranno contare sul Maria anche nei tempi più bui, si legge infatti nell'Apocalisse di Giovanni della lotta tra la donna e il serpente, battaglia in cui ella difende il figlio appena nato. (Ap 12)
Inizia così la costruzione della nuova chiesa, con Maria che diventa reredentrice, madre e guida.
Il Magistero nel 1964, con Paolo VI, le assegnerà il titolo di "Madre della Chiesa, quindi di tutto il popolo di Dio", come viene dichiarato durante il concilio ecumenico di quell'anno.
Maria, la donna, la madre, la guida.
Una figura femminile che spesso viene sottovalutata ma che è a ragion veduta uno dei pilastri e fondamento della cristianità.
Maria, che in quel versetto evangelico "Non conosco uomo" (Lc 1,34) ci dice sono libera nelle mie scelte, sono libera da padrone.  
Da Lei, da questa figura così bella e forte, e alla luce di ciò che affermano in merito molti brani delle Scritture, dovrebbe ripartire per finalmente ridare nuova luce e parità al ruolo delle donne nella Chiesa e nella teologia. 


(Nella foto, dettaglio della Pietà di Michelangelo, 1497-1499, Basilica di San Pietro in Vaticano)