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venerdì 15 luglio 2022

Musica D(')Annata: mister D e i Rolling Stones.


Musica rock e satanismo sono uno stereotipo che ancora oggi fa fatica ad essere sfatato.
Scrisse Il celebre esorcista Gabriele Amorth nel suo libro "Nuovo racconti di un esorcista": "...vi sarete accorti che i temi generali sono sempre gli stessi: ribellione contro i genitori, contro la società, contro tutto quello che esiste, la liberazione di tutti gli istinti sessuali, la possibilità di creare uno stato anarchico, per far trionfare il regno di Satana."
Amorth descrive addirittura quattro principi su cui si baserebbero i dischi consacrati a Satana.
Prima di tutto il ritmo, il beat, che richiama un rapporto sessuale frenetico; e poi l'intensità del suono, che raggiungendo i 7 decibels scatenarebbe sentimenti di depressione e ribellione; il terzo principio è la presenza di messaggi subliminali all'interno delle canzoni, versi occulti che istigherebbero i giovani ad avvicinarsi al satanismo; infine il quarto elemento risiede nella consacrazione vera e propria del disco durante una messa nera.
Un gruppo che spesso è stato tacciato di perorare segretamente la causa del satanismo sono i Rolling Stones.
In particolare la figura del loro frontman Mick Jagger subito scatena il panico tra i benpensanti.
Il cantante britannico è screanzato, provocante con quei capelli spettinati e le labbra carnose, e i pantaloni attillati con gambe da galletto.
Mick Jagger si muove in modo scatenato e sensuale, balla senza controllo e coinvolgente, non fa mistero di aver sedotto decine e decine di donne. Si vocifera anche uomini.
I Rolling Stones nascono in Inghilterra negli anni ‘60, fin da subito raccolgono consensi tra il pubblico grazie ai loro brani che sapientemente mescolano blues, rock a hard rock.
Ancora oggi le loro tournée sono sold out, e Il 12 Luglio 2022 hanno festeggiato i sessant’anni di attività.
I Rolling Stones però il nome del diavolo non si limitano a sussurrarlo, no, lo dicono tranquillamente parlando di lui in diverse canzoni. 
Il dito dei benpensanti viene puntato ad esempio sul brano Tops, in cui Jagger direbbe, molto velocemente a voce bassa, "Ti amo, disse il diavolo".
Nel 1969 esce un album dal titolo molto provocatorio, “Their satanic majestic request”. Il titolo vuole scimmiottare l’espressione inglese “Her Britannic Majesty requests”, ma l’immaginazione dei bigotti galoppa su terreni mefistofelici.
Nel 1973 esce l'album “Goat's head soup”, la zuppa di testa di caprone, già questo titolo in sé basterebbe a fare sussultare i benpensanti.
Nel disco è presente la traccia "Dancing with mister D", dove D sta per Devil, il diavolo.
Jagger balla insieme a mr D in un cimitero, una danza che ricorda un rito voodoo.
Il diavolo assume molte forme, una bella donna, uno stregone, la morte.
Mister D che ha la capacità di rendere libero ogni uomo. 
Ma anche di renderlo schiavo.
Il diavolo aveva già parlato attraverso le labbra sensuali di Mick Jagger in un precedente album del 1968 Beggar's banquet. 
In questo album gli Stones tornano sulle sonorità blues e folk, perchè come disse Keith Richards “Mi ero stancato di quella merda del Maharishi, delle perline e dei campanelli.” 
Un album registrato nel Sussex che è un ritorno alle origini della band, ma che si appresta anche ad essere uno spartiacque nella carriera degli Stones.
Lo stesso anno i Rolling Stones devono affrontare due fatti tragici.
Durante il festival rock ad Altamont, dove si esibirono, si verificano una serie di violenze sul pubblico e su alcuni artisti, ad esempio Jagger venne preso a pugni da un fan, e la kermesse si concluse addirittura con un omicidio. 
Il secondo avvenimento tocca la band sul piano più personale. 
Brian Jones, uno dei fondatori del gruppo, muore annegato sotto l'effetto di droga nella piscina della sua villa.
Già da tempo pare ci fosse molta acredine tra Jagger/Richards e Jones.
Gli eccessi di quest’ultimo erano diventati un problema. Troppa cocaina, LSD, alcol, troppi festini a base di droghe stavano minando la sua salute fisica e mentale. La sua asma peggiorò, così come le crisi e le paranoie.
Di solito socievole e gentile Jones poteva diventare insostenibile quando si drogava.
Necessitava di un costante bisogno di rassicurazioni, ma il suo comportamento altalenante non lo rendeva facile.
Jagger e Richards iniziarono a staccarsi da lui, pur coinvolgendolo ancora nel lavoro della band. Il suo contributo divenne sempre minore, la sua assenza spesso causata dall’abuso di droghe e alcol.
Aggiungiamo che mentre era ricoverato in ospedale la sua fidanzata, la modella italiana Anita Pallenberg, scappò con Keith Richards.
Nota di colore, Richards e la Pallenberg si disintossicarono insieme e rimasero insieme per anni ed ebbero tre figli insieme.
Il suo ultimo contributo alla band fu appunto suonare alcuni strumenti nella realizzazione di alcune tracce di “Beggar's Banquet”.
Quando si presentò in studio Jones chiese a Jagger: "Cosa posso suonare?", e Jagger gli chiese a sua volta "Non so Brian, cosa riesci a suonare?”
Spesso Jones si allontanava per piangere di nascosto, ormai disilluso e stanco.
La sua caduta umana e musicale è immortalata in One plus one, il film del regista francese Jean Luc Godard.
Il film è composto da cinque storie scollegate tra loro, tra queste c’è un episodio in cui si documenta la realizzazione di Sympathy for the devil.
Finito l’album Brian Jones lasciò i Rolling Stones e sprofondò in un nuovo abisso di depressione, alcol e droga.
A causare la morte un banale scherzo di un suo amico che gli aveva tenuto la testa sott'acqua, ma Jones, troppo intontito da Alcol e droghe, era svenuto a causa dell'apnea ed era scivolato sul fondo della piscina, morendo poco dopo.
Una morte assurda, tragica, e per molti sospetta.
Oltre all'ipotesi che tutto questo parlare del diavolo e della morte abbia scatenato un karma negativo, esiste anche la teoria chiamata Club 27.
Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, morti tutti all'età di 27 anni tra il 1969 e il 1971. 
E prima di tutti quel Robert Johnson, chitarrista blues di cui abbiamo parlato prima.
Artisti dall'incredibile talento, le cui vite sono state caratterizzate dalla dissolutezza, dall'abuso di alcol e droga. 
E chissà se non ci ha messo lo zampino qualche diavolo, nel portarli via così presto.
Dopotutto tutti suonavano la sua musica, con quel ritmo forsennato, senza controllo e senza pudore.
Negli anni '90 cominciò a circolare una leggenda metropolitana non più legata al mondo della magia nera che parlava di un ex militare dell'esercito americano che negli anni '70 avrebbe ucciso diversi cantanti rock il cui nome conteneva la lettera J, iniziale del nome della figlia.
Infatti a loro l'uomo attribuiva la colpa della morte per overdose della ragazza durante un concerto rock a 27 anni.
Ma questa è un'altra storia.
Una canzone in cui possiamo apprezzare il contributo di Brian Jones e della sua slide guitar è “Sympathy for the Devil”.
Gli Stones registrarono questo brano seduti per terra, in circolo, sul pavimento dello studio di registrazione.
In Sympathy for the devil troviamo il diavolo, esplicito e senza messaggi subliminali.
Il testo del brano viene cantato da Jagger in prima persona dal punto di vista di Lucifero.
Il diavolo parla, il racconto scandito da un ritmo samba semplice quanto incalzante, e da una melodia che proviene dal profondo Sud americano.
 "Prego lasciate che mi presenti, sono un uomo facoltoso e di buon gusto. È da tanti anni che sono in giro, rubai molte anime e sottrassi molta fede agli uomini.
Ed ero lì quando Gesù Cristo
ebbe il suo momento di dubbio e dolore.
Mi assicurai che Pilato se ne lavasse le mani
sigillando così il suo destino.
Piacere di conoscervi
Spero che indovinerete il mio nome
ma ciò che vi lascia perplessi
è la natura del mio gioco."
Questo l'incipit della canzone, e da qui il diavolo racconta di come fosse stato presente durante la rivoluzione russa, durante l'esecuzione dei Romanov, è presente quanto viene assassinato Kennedy.
E alla fine di questo autocelebrarsi rivela la sua identità, senza tanti giri di parole, e pronuncia un monito:
"Proprio come ogni poliziotto é un criminale
tutti i peccatori santi
e come le teste sono code
chiamatemi solo Lucifero
poiché ho bisogno di un po' di riservatezza
Così se mi incontrate
abbiate un po' di cortesia
abbiate un po' di solidarietà, e un po' di gusto,
usate tutta la vostra cortesia
oppure io trascinerò la vostra anima alla perdizione."
Mick Jagger si è ispirato a il maestro e Margherita, romanzo dello scrittore russo Bulgakov, uscito pochi anni prima.
Il libro racconta di come il diavolo faccia proseliti travestendosi da professore dell'alta società moscovita e impartendo lezioni sulla vita, sulla religione, sulla politica.
Il Lucifero di Jagger ha un atteggiamento molto simile, dispensa verità a chi lo ascolta e rendendosi estremamente pericoloso verso coloro che non gli mostrano rispetto.
Inutile dire che la canzone scatenò i gruppi fondamentalisti cristiani, che tacciarono subito il gruppo di essere adoratori del diavolo.
Il verso della canzone che recita "Guardavo con gioia mentre i vostri re e regine combattevano per dieci decenni per gli Dei che avevano creato", riferimento alla guerra dei cent'anni, venne inteso come un inno al satanismo e all'ateismo, a seconda di chi puntava il dito contro la band.
Come se già non si sprecassero le insinuazioni Mick Jagger nel 1969 scrisse la colonna sonora di un film, Invocation of my demon Brother, a cui parteciparono come attori Anton LaVey, il fondatore della chiesa di Satana, e Robert "Bobby" Beausoleil, colui che in futuro sarà ricordato come uno dei seguaci assassini di Charles Manson. 
Tornando al nostro tema, inevitabile che dopo questo eventi tragici i complottisti più agguerriti mettessero insieme i tasselli di un fantasioso puzzle e iniziassero a sostenere una connessione tra i Rolling Stones e il satanismo, e che il brano Sympathy for the Devil fosse una canzone maledetta destinata a causare solo morte e dolore.
La band per qualche tempo cavalcò l'onda di questa diceria, dato che era comunque un'ottima pubblicità.
Anni dopo lo stesso Jagger smentirà queste accuse, dicendo che in fondo Sympathy for the Devil è solo una canzone e che era ridicolo che qualcuno all'epoca si fosse impegnato a cercare dei significati nascosti o dei messaggi subliminali.
Ma Sympathy for the Devil, a mio modesto parere, non è solo una canzone.
Con buona pace degli autori il testo ci dice molto di più.
È innegabile che questo brano sia a tutti gli effetti un trattato di demonologia in musica. 
Lucifero si presenta seduttivo, gentile, un gentiluomo capace di confondersi tra gli uomini e camminare tra loro, in grado di assumere diverse forme per confondere e tentare.
È un ingannatore, che è uno dei significati della parola Satàn.
Non rivela subito il suo nome ma sciorina le sue credenziali.
Soprattutto nella canzone viene descritto il suo modus operandi, che trova riscontro nella caratterizzazione biblica del personaggio. 
Lucifero è sempre presente quando avvengono eventi drammatici, ma non è lui a compiere il male.
A farlo è l'uomo.
È Pilato a condannare Gesù, non il diavolo.
Sono stati dei rivoluzionari a uccidere i Romanov, lui è lì e sente Anastasia gridare, ma non preme il grilletto.
Si gode lo spettacolo delle guerre di religione senza prendervi parte.
Grida e chiede a gran voce "Chi ha ucciso i Kennedy?", ed ecco che qui l'intento del diavolo si rivela.
La strofa termina con un'affermazione chiara: "dopotutto siamo stati tu ed io".
Il diavolo dispone, tenta, propone, l'uomo dal canto suo si fa sedurre e agisce.
Il male seppur istigato da altri ricade su chi lo ha commesso.
Ed è dell'uomo la responsabilità finale, ciò che determinerà la sua salvezza o dannazione.
Per la fede cristiana la tentazione diabolica non è un'attenuante. E su questo gioca il diavolo.
Inganna, seduce, promette, fino a che l'uomo cede e compie il male, prendendosi inevitabilmente tutta la colpa.
E Lucifero non ne fa mistero, "è la natura del mio gioco", come dice la canzone.
Un gioco che sembra diabolico ma è estremamente umano.
I fatti descritti nella canzone sono l'evidente dimostrazione che l'uomo, libero di scegliere, spesso ha deciso di perseguire il proprio interesse e benessere anche a discapito di altre vite.
In questo senso il diavolo di Mick Jagger e quello di Anton LaVey si sovrappongono rivelando la realtà estremamente umana del male.
Perché umana è la libertà di scelta, quel tanto nominato libero arbitrio, che quando è guidato dall’egoismo e dall’indifferenza produce il male.
E come si può leggere nel testo della canzone degli Stones questo male è così seducente, perché è così facile da eseguire rispetto alla fatica della responsabilità del bene, ecco allora che lo si ripete, più e più volte, e si diffonde attraverso le epoche e i personaggi.
In Sympathy for the Devil possiamo leggere questo monito.
Era voluto che la canzone ci dicesse anche questo? 
Forse sì, come dicevamo Jagger si era ispirato all'opera di Bulgakov.
Molto probabilmente no.
Come abbiamo già detto, Mick Jagger stesso dirà che è semplicemente una bella canzone. 
Ad ogni modo, con buona pace dei Rolling Stones, il brano ci porta a riflettere su questa libertà così fragile e abusabile, che può essere pervertita dall'uomo stesso oppure, se si è persone di fede, dal diavolo.
E in questo contesto forse la teologia e suoi rappresentanti che tanto hanno bistrattato la musica rock potrebbero capovolgere la prospettiva da cui l'hanno sempre guardata.
Sarebbe bello se certe canzoni venissero usate per raccontare la demonologia, per spiegarla al pubblico.
In fondo non è una soluzione così bislacca, è storicamente già accaduto.
La teologia si accosta alla discussione di un tema con rispetto e per questo usa un linguaggio che rispecchia tale atteggiamento, è quello degli studiosi e degli accademici, di chi opera numerose ricerche e cerca di rimanere fedele a un certo stile divulgativo.
Il discorso trattato, le sue tematiche, però rischiano di non arrivare a un vasto pubblico di uditori.
L’arte invece può raggiungerlo: può permettersi di non essere rispettosa o diplomatica, può usare un linguaggio immediato e diretto, a volte forse volgare sia nel senso di scurrile che inteso come popolare.
L’arte ha sempre aiutato la teologia a raccontare ai fedeli le storie bibliche e a veicolare dei messaggi, gli affreschi nelle chiese e nelle cattedrali ne sono prova evidente.
Se pensiamo al nostro tema il pensiero va alle danze macabre, agli affreschi raffiguranti l’inferno, il più famoso indubbiamente si trova nella Cappella Sistina in Vaticano.
Pensiamo alla Divina commedia.
Col passare dei secoli questo ausilio è venuto meno, ma l’arte ha continuato a parlare di Dio, di Gesù, del diavolo e lo ha fatto in maniera sempre più laica, più libera, non sempre fedele alle interpretazioni classiche e Canoniche, ispirandosi magari ad altre posizioni sulla materia, incontrando spesso la disapprovazione delle autorità religiose che non apprezzavano tali iniziative.
Ma questo ostracismo è sbagliato dato che queste rappresentazioni laiche, soprattutto quelle cinematografiche e musicali, sono riuscite a descrivere il diavolo e la sua azione sul mondo in modo incredibilmente conforme alla teologia.
Sympathy for the Devil abbiamo visto ne è un esempio.
Non solo conformità alla teoria, ma anche una chiarezza che come dicevamo certi testi pomposi non hanno.
La musica, le arti figurative, il cinema, la letteratura sono di tutti e per tutti.
Credenti, agnostici, atei.
Perché anche quando tratta tematiche religiose l'arte non ha necessariamente l'intento di convertire, non vuole fare proseliti, ha solo l'intenzione di raccontare una storia per fare riflettere. 
Un ateo che guarda il Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina rimarrà ateo anche una volta uscito dai musei vaticani, ma quell'esperienza lo avrà reso più ricco. In cultura, certamente, ma non solo. 
E così chiunque ascoltando Sympathy for the Devil potrebbe forse porsi una domanda di fronte a quei versi.
Chiedersi da quale parte della storia si trovi.
Chiedersi come sta usando il suo libero arbitrio.
So che questa mia provocazione cadrà nel vuoto, però è bello fantasticare che un giorno, quando un teologo vorrà discorrere del diavolo, sentiremo risuonare la suadente voce di Mick Jagger che ci invita dicendo 
"Prego, lasciate che mi presenti…"


venerdì 1 luglio 2022

E il settimo giorno l'uomo creò il diavolo.


Lo scrittore francese Charles Baudelaire ha scritto: 

Il più grande inganno che il diavolo ha fatto all'umanità  è stato fargli credere di non esistere.

Ma chi è il diavolo di cui Baudelaire parla?È

È un'entità soprannaturale o è invece l'uomo stesso?

All’interno della teologia cristiana è aperto da sempre un dibattito simile : il diavolo esiste è solo una rappresentazione allegorica delle nostre colpe? Esiste Satana o esiste solo la necessità di incolpare qualcun altro per le nostre colpe e tentazioni?

Il diavolo è da sempre stato un argomento affascinante per artisti e studiosi.

La sua figura è motivo di interesse tra gli esponenti della teologia, e nonostante i numerosi dibattiti ancora non si è giunti ad un’opinione condivisa all’unanimità su tale argomento.

La Chiesa stessa non si esprime e lascia libertà di pensiero sulla sua esistenza effettiva.

I teologi a tutt’oggi si dividono tra coloro che ritengono il diavolo una realtà, un essere esistente capace di esercitare la propria azione sul mondo, e coloro che invece lo considerano una figura mitologica e letteraria, creata per simboleggiare tutto ciò che esiste di maligno e negativo.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 su questo tema si sono confrontate alcune personalità di spicco del panorama teologico approdando a conclusioni diverse.

Oggi parleremo di due teologi secondo i quali il diavolo sarebbe solo una creazione dell’uomo.

Rudolf Bultmann e la demitizzazione del diavolo.

Rudolf Bultmann ( 1884-1976)  fu un teologo luterano tedesco.

Nato a Wiefelstede in Bassa Sassonia fu professore di Nuovo Testamento a Marburg.

Il suo nome divenne famoso quando espose una sua relazione a Alpirisach a una riunione della Comunità per la teologia evangelica dal titolo Nuovo Testamento e Mitologia ( Neues Testament und Mythologie) che verrà considerata il manifesto della demitizzazione del Nuovo Testamento.

Rudolf Bultmann nella sua opera di studioso affronta una tematica importante, ovvero la possibilità di credere e comprendere il messaggio cristiano neotestamentario nel mondo moderno.

Nel suo libro Nuovo Testamento e mitologia (1967) inizia la sua riflessione parlando dell’annuncio cristiano, in cui troviamo una visione mitica del mondo articolato in tre piani: al vertice c’è il Cielo abitato da Dio e dalle figure celesti, alla base ci sono gli Inferi come luogo dei tormenti eterni e al centro vi è la Terra dove le forze soprannaturali di Cielo e Inferi agiscono sugli avvenimenti naturali e sull’uomo, sulla sua volontà e sul suo operare.

L’uomo in questa visione non è padrone di se stesso perché sia Dio che Satana possono guidare il suo pensiero e le sue azioni. Anche la storia stessa riceve impulsi e sarebbe pilotata da poteri soprannaturali. 

Per Bultmann è una pretesa assurda e impossibile che l’uomo moderno accetti ancora tale visione: assurda perché questa posizione non è tipicamente cristiana, è una visione del mondo tramandata da epoche più antiche, impossibile perché ogni epoca storica prevede mutamenti nella cultura religiosa e perciò questo modo di concepire il mondo non è così immutabile come si pensi, anzi è proprio l’uomo stesso a mutarla nel tempo. Ma per cambiarla deve riconoscere che questa visione tradizionale del mondo non è più sostenibile, solo così può progettarne una nuova. Scrive Bultmann in Nuovo testamento e mitologia:

«Così la visione del mondo può mutare in seguito alla scoperta copernicana o per effetto della teoria atomica; oppure quando il romanticismo scopre che il soggetto umano è ben più complesso e ricco di quanto potevano far ritenere l’illuminismo e l’idealismo; o per il fatto che si prenda nuova coscienza del posto che spetta alla storia e alla tradizione nazionale». 

Con questi esempi Bultmann ci mostra come nel corso della storia  il pensiero umano sia cambiato e abbia scoperto cose grandiose, grazie a menti che hanno voluto e saputo ampliare la visione sul mondo e sull’umanità.

Anche la teologia deve affrontare questa questione ma non può certo pensare di risolvere il problema ripristinando la vecchia visione del mondo, sarebbe sacrificare ulteriormente la fede dei cristiani senza risolvere i loro dubbi.

Il  problema per l’annuncio cristiano nasce proprio quando l’uomo, non condividendo più questa visione mitica del mondo, non ne condivide più nemmeno la professione di fede perché sente di non poterla vivere con onestà. Gli uomini sono creature che tendono ad abbandonare ciò che non riescono a capire fino in fondo e questo mito li porterebbe proprio alla rinuncia.

Come si può seguire con coerenza una religione se non se ne condividono gli aspetti più basilari? Bultmann si interroga: 

«Che senso possono avere oggi professioni di fede come queste : ‘disceso agli inferi’ o ‘asceso al cielo’ se chi le emette non condivide la mitica visione di un mondo articolato in tre piani, visione che sta alla base di queste formulazioni?». 

E subito dopo ci dà la risposta : 

«Tali articoli di fede, li si può professare onestamente solo qualora sia possibile spogliarne la verità dalla rappresentazione mitica in cui è avviluppata, nel caso che tale verità vi sia».

Il nostro autore sostiene che sia necessario in sede teologica demitizzare il Nuovo Testamento per non creare confusione nell’animo del credente e mantenere viva in lui la fede nell’Annuncio. 

E’ il mito stesso a esigere la demitizzazione, perché esso non ha intenzione di dare una visione obiettiva del mondo ma esprime come l’uomo intenda se stesso nel mondo, essendone egli l’autore.

L’uomo nello scrivere racconta e personifica le sue speranze e le sue paure, le sue ambizioni e i suoi fallimenti, da questo nascono i miti nelle diverse culture. 

Lo stesso Nuovo Testamento invita alla critica perché al suo interno ci sono numerose contraddizioni e discrepanze. Scrive Bultmann :

 «Così, per esempio, si trovano giustapposte la morte di Cristo concepita come sacrificio e la morte di Cristo concepita come un evento di portata cosmica, la sua persona riconosciuta come quella del Messia, e la sua persona riconosciuta come quella del secondo Adamo. Tra di loro contradditori sono la presentazione della chenosi del preesistente (Fil. 2, 6 ss ) e il resoconto dei suoi miracoli, coi quali egli dimostra di essere il Messia ; non meno contraddittorio dell’idea delle preesistenza è il parto verginale di Maria.(…)Ma l’esigenza critica viene acuita soprattutto da una particolare contraddizione che percorre il Nuovo Testamento nel suo insieme: da un lato abbiamo la determinatezza cosmica dell’uomo, dall’altro l’appello alla decisione; da un lato il peccato che ha il peso di una fatalità, dall’altra è colpa». 

Quindi oltre alle differenze sulla vita di Cristo e sulle sue opere ciò che crea più confusione nel cristiano è che da un lato c’è la determinazione dell’uomo, una vita già stabilita , possiamo chiamarla destino, e dall’altra il libero arbitrio, la possibilità di scegliere.

Bultmann non suggerisce di operare dei tagli sul canone biblico ma afferma che sia necessaria ora più che mai una diversa interpretazione più critica della mitologia neotestamentaria. 

Parlando del diavolo, vediamo che per Bultmann anche la credenza in lui e negli spiriti maligni deve essere analizzata criticamente.

Il concetto di peccato deve essere demitizzato poiché non nasce dalla schiavitù a un demonio ma dalla libera scelta e non è opera di entità malefiche.

La responsabilità del peccato deve tornare a ricadere sull’uomo e non su creature tentatrici. 

La demitizzazione delle Sacre Scritture valorizzerebbe queste ultime perché eliminerebbe ciò che confonde l’uomo e lo disturba nel suo vivere la fede con onestà.

Herbert Haag e la riduzione linguistica.

Sulla stessa linea di pensiero di Bultmann si colloca anche Herbert Haag.

Classe 1915 (è venuto a mancare nel 2001), è stato un teologo e presbitero svizzero, curatore del dizionario biblico Bibel-Lexikon. Con i suoi scritti si è spesso inimicato la Congregazione per la dottrina della fede le sue posizioni critiche sul peccato originale, sulla successione pontificia e sul celibato ecclesiastico. 

Inoltre Haag è un sostenitore della corrente ecclesiastica che sostiene che il diavolo in realtà non esiste.

Nel 1969 ha scritto un'opera dal titolo inequivocabile, La liquidazione del diavolo, in cui sostiene che quella di Satana non sia un’esistenza fisica ma linguistica. 

Di fronte all’angoscia e al dolore nel mondo l’uomo cerca una spiegazione. Haag fonda questa risposta sulla Bibbia: già nella Genesi si racconta del diavolo che tenta Adamo ed Eva sotto forma di serpente ( Gen 3); nel Nuovo Testamento gli evangelisti lo considerano un nemico “che semina zizzania tra il buon seme seminato da Dio”(Mt 13,39) ed è “colui che ruba dal cuore dell’uomo i chicchi di frumento della parola di Dio.”(Lc 8,12).

Nella Bibbia ci viene detto che nonostante Gesù sulla croce abbia vinto il diavolo ogni uomo nella sua vita deve affrontare una lotta continua con lui.

Siamo stati educati a pregare per essere protetti da Satana e con il battesimo, il primo sacramento della vita del cristiano, il diavolo viene esorcizzato. 

Sembra quindi che la predicazione della Chiesa e le Sacre Scritture suggeriscano che il male derivi da un’ entità malvagia, il diavolo. 

Qui si pone però un problema secondo Haag: ci viene appunto raccontato di un’entità che può condizionare la vita umana, ma la decisione di fare il bene o il male rimane nelle mani dell’uomo perché Dio lo ha creato libero. 

La questione del libero arbitrio criticata anche da Bultmann.

L’uomo può scegliere tra bene e male e vive il conflitto con la seduzione di quest’ultimo, con la tentazione che paradossalmente è parte della libertà umana e la chiama in causa. 

Nel Nuovo Testamento ci viene detto che anche Gesù venne più volte tentato, in particolare all’inizio della sua attività pubblica e prima della Passione. Ma Gesù è diverso rispetto al resto dell’umanità, la sua natura divina certamente ha contribuito al fatto che  fu sottoposto alla tentazione ma non vi cedette mai. E qui ritorna l’angoscia dell’uomo che sa che se viene tentato rischia sempre di cedere e peccare. 

Il peccato appartiene alla nostra umanità, è un’azione raccontata anche nella Bibbia e questo confonde ancora di più il credente : Adamo, il primo uomo, nell’Eden aveva tutto ciò che si poteva desiderare eppure viene calamitato verso l’unica cosa che gli era stata proibita, un frutto. Situazione analoga la troviamo nel Nuovo Testamento con la parabola del figliol prodigo: un ragazzo che ha tutto, suo padre gli può regalare qualsiasi cosa e lui invece con arroganza pretende la sua eredità per andarsene per il mondo a divertirsi.

Si deve precisare che questa storia «non si è mai svolta così, non è affatto una storia vera»: Adamo non è un personaggio storico, è la rappresentazione dell’uomo tipico, come era nella storia passata e come sarà nella storia futura; ciò che accade nell’Eden non è un avvenimento storico ma mostra come l’uomo ceda con facilità alla tentazione se si sanno toccare gli argomenti giusti. Stesso discorso vale per la parabola del figliol prodigo, si tratta di un racconto immaginario che prende spunto da una situazione comune, un figlio che decide di lasciare la casa paterna credendo di potersi realizzare da solo abbandonando le sue tradizioni e i suoi affetti. Difatti Haag precisa che il peccato di Adamo ed Eva è detto originale e non storico, «ciò che il racconto del paradiso terrestre intende presentarci non è il primo peccato, bensì semplicemente il peccato dell’uomo, qual è sempre stato e oggi continua ad essere e sempre sarà».  

Di conseguenza la fatica, il dolore e la morte, le pene inflitte all’uomo per la sua disubbidienza non hanno origine con il peccato di Adamo ed Eva, sono dettagli letterari che abbelliscono un racconto.

 Per il teologo è una contraddizione.

Come si può immaginare un Dio feroce e crudele che prima punisce così severamente le sue creature e che poi cambia indole ed idea e manda addirittura suo Figlio a morire per la loro redenzione?

Sarebbe altrettanto strano immaginare un Dio che non riesce a far rispettare al suo Creato il destino che aveva progettato per esso per colpa di due persone. Questo dimostra ulteriormente che il racconto di Genesi è assolutamente una metafora della realtà umana e non un saggio storico. 

Detto questo però non si può negare che l’uomo sia portato naturalmente alla tentazione e al peccato. 

Adamo è la rappresentazione dell’uomo e il male non è altro che un istinto innato nel cuore dell'umanità che vive accanto al suo opposto, il bene.

E’ proprio Dio stesso che ha creato l’uomo non immune dal peccato, anzi egli vi è portato naturalmente e ha molte probabilità di cedervi.  

Non si deve dimenticare che la Bibbia stessa non attribuisca la responsabilità del peccato a una personificazione del male, al diavolo, questa è un’interpretazione ecclesiastica realizzata in epoche successive.

È dunque sbagliato scaricare la colpa del male nel diavolo perché Dio considera l’uomo stesso responsabile del suo peccato.

Anche nella Genesi non gli si attribuisce tale responsabilità , nel testo biblico non si parla di diavolo ma di serpente, “il più astuto fra tutte le bestie selvatiche.” 

 L’uomo si è sempre chiesto come il male penetrasse in lui e si è convinto che entrasse in lui dall’esterno, scansandone così la responsabilità.

Del resto lo ha fatto lo stesso Adamo in Gen 3,12, quando messo alle strette da Dio, afferma: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ho mangiato».  Ed Eva, di rimando, si difende nel versetto successivo dicendo : «Il serpente mi ha ingannata  e io ho mangiato».

Questo passo biblico mostra semplicemente un atteggiamento tipico dell’uomo in ogni epoca storica: scaricare la responsabilità del male fatto su qualcuno o qualcosa di estraneo a se stesso. 

La figura di Satana nell’Antico Testamento sembrerebbe rappresentare proprio una risposta dell’ uomo al problema del male: è Satana a istigare a compiere azioni malvagie solo per invidia dell’amore e della pace che l’uomo condivide con Dio. 

Con il libro di Enoch, un testo ebraico del 200 a.C. , si descrive l’origine di tali entità malvagie le quali in origine erano angeli di Dio che hanno scelto di ribellarsi contro di Lui guidati da Lucifero, e così nelle diverse interpretazioni dell’Antico Testamento il serpente di Genesi 3 viene identificato con Satana che ha mutato forma fisica per tentare Adamo ed Eva nel paradiso terrestre; e di conseguenza il peccato dell’uomo è attribuito alla tentazione del demonio invidioso. 

Questa visione è stata tramandata ovviamente nel Nuovo Testamento, che riprende riferimenti su un mondo di spiriti malvagi che ha carattere monarchico di cui Satana è il re indiscusso ed è l’avversario di Dio e del Suo ordine del mondo, per questo l’evangelista Giovanni lo chiama più volte “principe di questo mondo”. ( Gv 12,31;14,30;16,11).

Ma in realtà, dice Haag, l’esistenza del diavolo è puramente linguistica, nasce infatti da un’errata interpretazione, da una personificazione di concetti astratti quali il male, la tentazione, il peccato e infine la morte, dalla necessità di dare una risposta agli uomini impauriti dall'esperienza del peccato. 

Il fatto che si sia usata la parola diavolo o Satana nella Scrittura dipende dal contesto giudaico degli autori biblici, di cui  anche gli Evangelisti portano un forte retaggio. Nella cultura ebraica infatti, soprattutto nei midrashim e nel Talmud, si fa riferimento ai demoni che conducevano al peccato l’uomo solo per opporsi a Dio, insidiando l’uomo con calunnie, e queste immagini vengono riportate anche nell’Antico Testamento. 

Satana, l'oppositore, il bugiardo.

Nel corso della storia di Israele fino al tempo di Gesù si credeva all’esistenza di spiriti sia buoni che cattivi che cercano di guidare l’uomo verso la salvezza o verso la dannazione.

Nel Nuovo Testamento però, ci dice Haag, con “diavolo”, “Satana” non si intende un personaggio fisico o una creatura maligna con poteri occulti ma si intende il peccato stesso: non è Satana a impedire il bene, alla parola di Dio di crescere nell’uomo, è il peccato a farlo; Gesù non ci mette in guardia dal diavolo ma dal peccato, che come abbiamo visto è insito nella natura umana. 

Un esempio di questa interpretazione errata Haag lo colloca nel vangelo di Giovanni : Gesù durante l’ultima cena dice  ai suoi discepoli:  «Eppure uno di voi è il diavolo!»  riferendosi a Giuda che ha fatto posto nel suo cuore al peccato, al tradimento, che è l’opposto dell’amore: Giuda qui è chiamato diavolo solo perché avversario (satàn) dell’amore di Dio. 

Già nella cultura di Israele troviamo che il peccato è l’opposto dell’amore di Dio perché esso porta a chiudersi in se stessi, a isolarsi evitando di abbracciare la comunità, evitando l’unione con i propri fratelli.

 Il peccato separa dagli altri ma anche da se stessi e porta inevitabilmente alla morte, perché distrugge la vita. E l’uomo, non il diavolo, crea questa condizione dettata dall’egoismo.  

Sempre l’evangelista Giovanni ,parlando di Giuda Iscariota (Gv 12,4-6), ci racconta proprio questo suo carattere egoista e opportunista: 

«Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse : ‘Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?’ Questo egli disse non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro».

E’ chiaro quindi che si usa il termine diavolo per indicare l’egoismo di una persona, egoismo che è un peccato nella nostra ottica.

E Giuda durante l’ultima cena se ne va, esce, e questo uscire nella notte indica la sua uscita dalla grazia nel peccato. 

La personificazione del male in Satana serve a rendere il messaggio più incisivo, Gesù. A differenza di Adamo Cristo riconosce il peccato come propria responsabilità, lo accoglie e se ne libera, e così facendo supera le prove che Dio mette sul suo cammino, e riesce a superarle perché è un uomo diverso, nuovo, che sa operare le scelte giuste. 

Per Haag l’uso di questa terminologia mitica ha indotto in errore i fedeli portandoli a credere che le loro preghiere i loro rituali siano indirizzati contro una figura reale da combattere, quando invece queste si riferiscono a mitigare un istinto umano. L’uomo non deve temere entità malefiche ma deve combattere la sua debolezza nel cedere al male.

Ma finché la Chiesa non opererà una nuova demitizzazione delle Scritture il cristiano non potrà mai comprendere veramente come agire in se stesso.

Per Haag la Sacra Scrittura non contiene dichiarazioni specifiche sull’esistenza del diavolo, né impone al cristiano di crederci o di considerarlo un’entità reale, pertanto la Chiesa non può utilizzare la Bibbia per giustificare la sua dottrina sul diavolo.


giovedì 31 marzo 2022

Buio in sala: L'esorcista, un set maledetto.



Al cinema tutto può essere reale.
Anche la storia più incredibile prende forma davanti ai nostri occhi.
Ma a volta la storia più incredibile non è sullo schermo, ma dietro le quinte.
Nel 1973 esce nelle sale cinematografiche “L’esorcista”, film del regista statunitense William Friedkin, tratto dal bestseller di William Peter Blatty.
La trama è nota.
Un’attrice di successo (Ellen Burstyn) nota dei preoccupanti cambiamenti nel comportamento della figlia dodicenne Regan (Linda Blair).
Se all’inizio dà la colpa al suo burrascoso divorzio e agli sbalzi ormonali tipici dell’età la donna comincia piano piano a capire che in realtà la figlia è afflitta da un male più oscuro.
Dopo una serie di esami medici inconcludenti la situazione degenera e la donna decide di rivolgersi a padre Karras (Jason Miller), sacerdote laureato in psichiatria molto scettico sull’argomento e in crisi mistica che alla fine si convince della necessità di praticare un esorcismo sulla ragazzina.
Karras chiede aiuto a un esorcista più esperto, padre Merrin (Max von Sydow), il quale mesi prima aveva incontrato un demone antico, Pazuzu, durante uno scavo archeologico in Iraq. I due si rendono conto che è proprio questo demone a possedere Regan, e ingaggiano un duello all’ultimo sangue con Pazuzu.
La pellicola ebbe un successo mondiale, venne anche candidata agli Oscar vincendone due.
Ecco alcune curiosità, Friedkin considerò Audrey Hepburn per il ruolo di Chris mcNeil, ma l'attrice avrebbe accettato solo se il film fosse stato girato a Roma, dato che lei viveva nella nostra capitale da anni e non voleva spostarsi. Jane Fonda rifiutò il ruolo perché riteneva il film "capitalist shit". 
Vennero contattate anche Debbie Reynolds e la figlia, all'epoca adolescente, Carrie Fisher.
Paul Newman era interessato a interpretare padre Karras, ma Friedkin per il ruolo non voleva una star del cinema, aveva però considerato Roy Schneider.
La scelta cadde su Miller anche perché aveva studiato dai gesuiti, e per prepararsi al ruolo si traferì per tre mesi in un istituto gesuita.
Ne valse la pena visto che venne nominato agli Oscar.
Gli studios volevano Marlon Brando per interpretare padre Merrin, ma Friedkin disse che non voleva che il film diventasse il Classic film Brando centrico, e spinse per avere Max von Sydow.
Jamie Lee Curtis disse di essere stata considerata per il ruolo di Regan e che sua madre rifiutò l'offerta, aneddoto sempre negato da Friedkin.
Tra tutte le giovani attrici accorse per interpretare Regan mcNeil la spuntò Linda Blair, durante il provino Friedkin le fece recitare un testo pieno di oscenità, e la ragazzilo fece senza scomporsi.
La scena in cui Regan si pugnala all'inguine col crocifisso non è stata girata da Linda Blair ma dalla sua controfigura maggiorenne, quest'ultima era anche colei che, posizionata dietro Linda, vomita verde addosso agli esorcisti.
La voce di Regan posseduta da Pazuzu è, nella versione originale, di Mercedes McCambridge, in quella italiana dell'attrice Laura Betti.
La madre di padre Karras fu interpretata da Vasiliki Maliaros, che non era un'attrice professionista, recitava nei teatri in lingua greca e faceva la cameriera, fu scelta perché a Friedkin ricordava sua madre.
Il regista portava con sé sul set una pistola e sparava senza preavviso per spaventare gli attori e filmarne le reazioni.
Miller si lamentò più volte: "Gli dissi di non farlo mai più. Sono un attore, se vuoi che mi spaventi dimmelo, te lo recito!" 
L'unica attrice che Friedkin avvisava in anticipo degli spari era Linda Blair.
Il film sbanca al botteghino nonostante e anche grazie alle numerose segnalazioni di spettatori colti da svenimento, conati di vomito, crisi epilettiche.
In molti cinema durante le proiezioni venne garantita la presenza di un medico in sala.
Nonostante la censura e le critiche ne furono girati due sequel: L'esorcista II - L'eretico del 1977 e L'esorcista III del 1990.
Nel 2000 Friedkin portò nuovamente il film nelle sale con una versione integrale non tagliata della pellicola con circa undici minuti di scene inedite.
Nel 2016 la Fox ha prodotto una bellissima serie tv sequel ispirata al film.
L’impatto del film è innegabile, non solo in ambito cinematografico ma anche culturale.
L’esorcista è uno dei film horror più conosciuti e citati in altre pellicole di qualsiasi genere, basta pensare alla sua parodia più celebre, Riposseduta (Repossessed) del 1990, che vede proprio Linda Blair riprendere il ruolo di Regan McNeill accanto a un esilarante Leslie Nielsen nei panni di un esorcista sui generis che deve nuovamente esorcizzare la protagonista del film, ormai adulta.
Se si parla di esorcismi inevitabilmente si pensa a questo film.
Levitazione, vomito verde, teste che ruotano di 360°.
Elementi che fanno sorridere ma che allo stesso tempo incutono una sorta di timore inconscio e sono ormai parte dell’immaginario collettivo sull’esorcismo.
Nel 2016 Friedkin tornerà a parlare di esorcisti questa volta girando per Netflix un documentario intitolato “Il diavolo e padre Amorth” (The evil and father Amorth)in cui il regista intervista il famoso esorcista italiano e lo filma mentre celebra un vero esorcismo, che si rivela essere molto diverso da quello da lui rappresentato nel film cult.
In questa pellicola inoltre vengono intervistati anche alcuni medici, neurologi e psichiatri, nel tentativo di aprire un dibattito sulla possibilità di dare una spiegazione scientifica e neurologica alla possessione diabolica. Il regista non ci fa mancare un colpo di scena finale, in pieno stile cinema horror.
L’esorcista diventa col tempo famoso non solo per la peculiarità della pellicola, ma anche per gli eventi tragici ad essa collegati.
Già il romanzo di Blatty da cui è tratto il film ha un’origine particolare, è ispirato infatti a una storia vera.
Blatty venne a conoscenza di un caso reale di possessione diabolica avvenuto nel 1949 nel Maryland. 
Roland Doe (nome fittizio utilizzato dalla stampa per tutelare il protagonista della vicenda) è un ragazzo di 14 anni.
Nato in una famiglia tedesca di fede luterana Roland è solito giocare insieme a una zia con una tavola ouija. Alla morte della zia il ragazzo continua da solo le sedute spiritiche, ed è a quel punto che in casa iniziano a verificarsi strani fenomeni paranormali: il letto del giovane trema, i mobili della sua stanza si spostano da soli, dalle pareti si sentono provenire rumori di unghie che graffiano i muri.
Il comportamento di Ronald cambia, il ragazzo diventa improvvisamente violento e volgare.
I genitori si rivolgono al loro pastore Luther Miles Schulze che sosterrà di aver assistito personalmente alla levitazione di alcuni oggetti in presenza di Roland.
Schulze si convince che Roland sia posseduto e invita la famiglia a contattare un prete cattolico affinché celebri un esorcismo.
I genitori del ragazzo si rivolgono a padre Edward Albert Hughes che dopo aver visitato Roland dichiara che è posseduto da un’entità.
Ottenuto il via libera dall'arcidiocesi nelle settimane successive nove sacerdoti gesuiti si alternarono nel celebrare un esorcismo sul ragazzo, si parla di addirittura 30 esorcismi necessari per scacciare il demone dal corpo di Roland.
Questa vicenda è stata ovviamente molto dibattuta, in quanto pare che sul ragazzo non fossero stati effettuati esami medici, necessari prima di poter procedere con un esorcismo per escludere eventuali patologie. Inoltre molti giornalisti anni dopo si misero in contatto con familiari e amici di Roland, i quali dissero che il ragazzo era solito organizzare scherzi ai danni dei genitori e compagni di scuola.
Nacque quindi la teoria che probabilmente Roland aveva voluto solo prendersi gioco dei genitori e ottenere da loro attenzioni fingendo una possessione.
Vera o no, la storia di Roland divenne quella di Regan McNeil, e fu improvvisamente reale grazie alla magia del cinema.
Magia nera, forse, qualcuno sussurra.
Attorno alla pellicola aleggia infatti un’aura scura di cattiva sorte.
Si parla addirittura di pellicola maledetta.
Numerosi furono gli incidenti capitati alle persone coinvolte nelle riprese.
Un corto circuito provocò un incendio che distrusse gli interni della casa dei protagonisti, incredibilmente si salvò dalle fiamme solo la camera da letto di Regan dove sarà girata la celebre scena dell’esorcismo.
Durante le riprese morirono nove persone legate al cast e alla produzione: il fratello di Max von Sydow, la nonna di Linda Blair, il figlio neonato di un tecnico.
Mosì anche un addetto alla refrigerazione del set.
L’attore Jack MacGowran morì a causa delle conseguenze di una brutta infezione poco prima che L'esorcista uscisse nelle sale. Nel film il suo personaggio viene ucciso brutalmente da Regan.
Jordan Miller, figlio dell’attore che interpreta padre Karras, ebbe un incidente di moto mentre si recava a trovare il padre sul set.
Ellen Burstyn ebbe un incidente sul set e riportò danni permanenti alla colonna vertebrale.
Anche Linda Blair ebbe problemi alla schiena dopo aver girato la scena dell’esorcismo.
A un certo punto fu chiesto a un prete gesuita, Thomas King, di benedire il set.
L’Italia è protagonista di una strana leggenda secondo cui a Roma una croce alta due metri cadde dal tetto di una chiesa dopo essere stata colpita da un fulmine. La chiesa in questione si trova vicino al cinema Metropolitan che quella sera stava proiettando il film.
Leggende metropolitane, superstizioni, intenzione di farsi pubblicità.
Forse la maledizione de L’esorcista è solo questo.
Oppure c’era davvero un’entità oscura ad aggirarsi sul set.
Più umana di quanto possiamo immaginare.
Nel cast de L'esorcista c’è un giovane attore, Paul Bateson, interpreta il radiologo che visita Regan in ospedale.
Un ruolo marginale, una comparsata.
Il suo nome diventerà famoso quando verrà arrestato nel 1979 con l'accusa di aver ucciso un giornalista, Addison Verrill, e sospettato per la morte di diversi uomini omosessuali.
Paul Bateson, classe 1940, nacque e crebbe in Pennsylvania. Dopo anni di servizio militare in Germania si trasferì a New York.
Qui si fidanza con un musicista gay, la relazione burrascosa lo trascina nell’alcolismo, alla vita sregolata si aggiunge anche il dolore per la morte della mamma e del fratello per suicidio.
Bateson si iscrive all’università per diventare tecnico di laboratorio di radiologia neurologica e cominciò a lavorare in ospedale, al NYUMC, il New York University Medical Center.
Qui Bateson incontra William Friedkin, che sta facendo ricerche per la sceneggiatura de L’esorcista.
Il dott. Barton Lane, primario del reparto, invitò il regista ad assistere a una angiografia cerebrale.
Questo esame prevede che venga inserita una canula nel collo del paziente, e Friedkin rimase così impressionato da volerlo inserire nel film e chiese che fossero dei veri professionisti del settore a ripetere quell’esame sul set, così Bateson, che era stato presente alla dimostrazione, venne assunto come comparsa.
In una scena del film vediamo Bateson nel ruolo del radiologo che rassicura mentre Regan viene portata nella stanza, la aiuta a distendersi, la attacca al macchinario.
Questa scena è considerata tra le più disturbanti per il pubblico per il tipo di intervento, la cospicua presenza di sangue e per il suo incredibile realismo.
Quando uscì il film l'alcolismo di Bateson peggiorò, tanto che nel 1975 viene licenziato dal NYUMC.
Bateson si arrabatta tra mille lavori, tra cui quello di venditore di biglietti di cinema a luci rosse.
Qui comincia a socializzare con altri omosessuali con il suo stesso problema di alcolismo, cerca aiuto in loro, ha bisogno di un fidanzato che si prenda cura di lui e lo aiuti a disintossicarsi, magari un percorso da fare insieme. Inizia ad andare gli incontri degli Alcolisti anonimi, ma senza successo.
Inzia a frequentare locali gay appartenenti alla leather subculture, ovvero una nicchia della comunità gay dedita alle pratiche sadomaso e feticiste. Bateson inizia a identificarsi con questa cultura suburbana, e il suo alcolismo peggiora notevolmente.
In questo contesto Bateson conosce il giornalista Addison Verrill, che scrive di cinema e spettacolo per Variety.
Il reporter venne trovato morto nel suo appartamento nel 1977, picchiato e accoltellato.
L’assassino aveva anche cercato di strangolare la sua vittima.
Sul caso interviene un amico giornalista di Verrill, l’attivista per i diritti dei gay Arthur Bell.
In una serie di articoli Bell mette in luce un problema che sta dilaniando la comunità gay di New York, ovvero i crimini contro gli omosessuali che avvenivano ogni anno nel Village, e di come questi non fossero seguiti adeguatamente dalla polizia o riportati dai media.
Bell incitò i possibili testimoni del delitto a farsi avanti.
E Bateson decise di rispondergli.
Chiamò Bell affermando di essere l'assassino, ma lo fece unicamente per correggere Bell che aveva definito il killer come uno psicopatico.
"Mi piace come scrivi, ma non sono uno psicopatico", disse Bateson.
Si definì semplicemente un uomo gay con problemi di alcolismo e un gran bisogno di soldi.
Raccontò di essere andato in un bar una mattina presto e lì aveva incontrato Verrill con cui aveva bevuto birra e sniffato cocaina. 
Scoperto che il suo accompagnatore era un giornalista famoso aveva deciso di seguirlo a casa sua.
Qui i due avevano consumato un rapporto sessuale dopo il quale Bateson aveva ucciso Verrill perchè si era reso conto che per il giornalista si trattava solo di una storia di una notte.
Prima di andarsene aveva derubato la sua vittima e poi si era recato nel bar più vicino per ubriacarsi di nuovo.
Bateson rivelò dei dettagli sulla sua persona come il lavoro del padre e la sua permanenza in Germania.
Inoltre disse di aver usato il grasso alimentare Crisco come lubrificante durante il rapporto, dettaglio che la polizia non aveva rivelato ai media, e che quindi solo l’assassino poteva conoscere.
La polizia mise sotto controllo il telefono di Bell.
Ma a chiamare questa volta fu un certo Mitch, che indicò Bateson come il killer.
Lo aveva conosciuto all’ospedale, disse che Bateson era un tecnico radiologico che era stato licenziato e che gli aveva confessato il delitto.
Bateson venne arrestato, quando gli agenti gli chiesero se sapesse perchè lo stavano portando in centrale egli gli mostrò una copia del Village Voice con l’articolo di Bell sull’omicidio Verrill. 
Bateson confessò l’omicidio e venne condannato a vent’anni di prigione per omicidio di secondo grado. 
Almeno in carcere riuscì a rimanere sobrio, cosa di cui fu molto felice.
Venne rilasciato nel 2008, e da allora si sono perse le sue tracce. Si suppone sia morto in quanto in Pennsylvania un suo omonimo, nato il suo stesso giorno e con il suo numero di previdenza sociale, risulta deceduto nel 2012.
L’aura oscura di Bateson però è ancora legata a una serie di omicidi irrisolti che colpirono la comunità omosessuale di New York, i cosiddetti “bag murders”.
Tra il 1975 e il 1977 nel fiume Hudson sono stati trovati i cadaveri di sei uomini, mai identificati, smembrati e buttati dentro dei sacchi della spazzatura. 
La polizia sostenne che le vittime fossero membri della comunità LGTB che frequentavano i locali per omosessuali del Village.
Analizzando gli indumenti delle vittime la polizia giunse alla conclusione cne che queste fossero assidui ospiti dei locali della leather subculture.
I sacchi che contenevano i corpi avevano una codice, erano quelli usati dal dipartimento neuropsichiatria del New York University Medical Center.
Era inoltre evidente che chi aveva smembrato i corpi avesse conoscenze chirurgiche.
Data la natura del crimine che aveva commesso, i contatti con la cultura suburbana e le capacità mediche sviluppate proprio alla NYUMC Bateson divenne un sospettato per i bag murders.
Ci fu addirittura un testimone, Richard Ryan, che durante il processo dichiarò che Bateson gli aveva confessato non solo gli omicidi di altri tre uomini gay, accoltellati dopo un incontro sessuale nei loro appartamenti, ma anche gli omicidi dei sei uomini trovati nel fiume Hudson.
Qui entra in gioco nuovamente William Friedkin che leggendo i giornali riconosce Bateson come comparsa nel suo film e soprattutto per la sua visita al NYUMC per le riprese de L'esorcista.
Friedkin ottenne il permesso di visitare e intervistare Bateson a Rikers prima della fine del processo.
Il regista descrive Bateson come un bel ragazzo che amava indossare l’orecchino e bracciali borchiati.
Friedkin dirà che Bateson aveva tranquillamente ammesso di avere ucciso Verrill.
Bateson rivelò al regista che il pubblico ministero gli aveva promesso delle attenuanti se avesse confessato di essere il serial killer dei bag murders, ma che non sapeva se accettare l’offerta in quanto si dichiarava innocente rispetto a queste ulteriori accuse.
Per esse, successivamente, Bateson non sarà condannato in quanto non c’erano evidenti prove a suo carico.
L’aura oscura di Bateson non trova pace neanche a processo terminato, in quanto Friedkin rivelerà nel 2012, durante uno dei podcast del programma "It Happened in Hollywood", che Bateson gli aveva confidato di aver smembrato il corpo di Verrill e gettato i pezzi del cadavere in dei sacchi nel fiume, e che questo era l'unico omicidio che si ricordava.
Ma Verrill non era stato smembrato, era stato pugnalato nel suo appartamento. 
Questo errore sul modus operandi di Bateson è stato un momento di confusione del killer, oppure potrebbe essere stato intenzionale da parte del regista? 
C’è chi pensa di sì, perchè anni dopo, nel 1980, Friedkin si ispirò a Bateman quando diresse il film Cruising, con Al Pacino, la storia di un agente di polizia che si infiltra nella comunità gay di New York per catturare un serial killer i cui crimini ricordano molto i bag murders.
Il film fu aspramente criticato dalla comunità LGTB e in particolare dall'attivista Arthur Bell, di cui abbiamo parlato prima, in quanto il film mostra un’immagine stereotipata e negativa delle persone omosessuali.
La maledizione de L'Esorcista sembra aver intaccato anche questa pellicola.
Infatti poco dopo l’uscita del film Ronald K. Crumpley, un ex ufficiale di polizia di New York, entrò in uno dei bar in cui erano state girate delle scene del film armato di mitraglietta e sparò sulla folla uccidendo due uomini, al grido di “Maledetti froci, rovinano sempre tutto!”.
Come dicevo all'inizio le storie più incredibili non si consumano al cinema.
La realtà supera qualunque sceneggiatura.
Anche quando è quella di un film dell'orrore.
In questo caso l'uomo riesce a fare molto più scalpore del diavolo.

 
 

mercoledì 2 marzo 2022

Musica d(')annata: i diavoli alla corte dello zar.


Tempo fa vi ho parlato di Niccolò Paganini e del suo violino.
Di quella sonata creata in origine da Giuseppe Tartini, Il trillo del diavolo.
Essi sono solo un esempio di come nel corso della storia il diavolo si sia intrufolato e abbia danzato sul pentagramma, a volte per volere degli stessi autori.
Il Satana musicale in quel tempo diventa la ripetizione ossessiva di un tema nelle melodie suonate da più strumenti.
È una difficoltà, una tentazione per il musicista. 
E insieme al diavolo ci sono le streghe e i loro sabba, che troveranno spazio nel panorama musicale ottocentesco. 
Il panorama musicale russo ci regala delle composizioni di rara bellezza.
Un esempio di questo tipo di narrazione musicale è a Modest Petrovich Mussorgsky.
Nel 1866 il musicista russo ispirandosi alle fiabe cupe del suo paese iniziò a scrivere un poema sinfonico dal soggetto demoniaco.
Il brano doveva raccontare di un raduno di streghe che ballano in attesa dell'arrivo del loro Signore Satana.
Pare che l'autore russo si sia ispirato anche alle leggende sulle streghe di Benevento, ascoltate durante un viaggio in Campania.
Nascerà così Una notte sul monte Calvo. 
Chi come me è nato negli anni '80 ricorda questo titolo per uno specifico motivo.
Nel 1940 il brano venne riorchestrato dal direttore anglo-polacco Leopold Stokowski per il film Fantasia della Disney, film che sarà ridistribuito nel 1990 in occasione del suo cinquantesimo anniversario. 
Molti di voi come me hanno sicuramente ancora a casa la VHS originale di questa riedizione.
Nel mio caso è particolarmente consumata proprio sull'episodio del Monte Calvo, il mio preferito.
La rivisitazione disneyana è particolare, rappresenta la lotta tra il bene e il male che da sempre contraddistingue la vita dell'uomo.
Proviamo a ricordare insieme questo capolavoro dell'animazione.
A mezzanotte un demone nero con grandi ali da pipistrello e occhi gialli fiammeggianti si desta. Si tratta di Chernabog, personaggio disneyano ispirato al demone russo dell'oscurità e al classico diavolo cristiano. Egli richiama gli spiriti maligni dalle loro tombe, invita le streghe a ballare al suo cospetto. 
Gli spiriti danzano e volano finché si ode il suono di una campana.
A questo punto si interrompe il brano di Mussorgsky e inizia la delicata Ave Maria di Schubert.
Chernabog infastidito richiama i suoi spiriti, si addormenta nuovamente mentre lentamente albeggia. Si ode in lontananza un coro cantare l'Ave Maria mentre si intravede una processione di fedeli che si incammina attraverso la foresta verso una cattedrale.
La notte lascia spazio al giorno, la tenebra lascia spazio alla luce, il male è di nuovo sconfitto.
Se nel cartone non si sa se e quando Chernabog tornerà a fare danzare le sue streghe certamente sappiamo che nella musica il diavolo può sempre ritornare, ed è incalzante, ossessivo e ripetitivo. 
D'altronde, si dice che perseverare sia diabolico.
Il diavolo in musica è anche un tentatore subdolo. 
Ispirazione, ripetizione di un tema. 
Il diavolo non smette di riscrivere se stesso in più forme, letteratura e musica. 
Lucifero si reinventa e oltre a essere un tentatore diventa un giullare che gli uomini prendono in giro.
Così viene descritto da autori e compositori.
Anche Pëtr Il'ič Čajkovskij si cimenta con un'operetta dal sapore comico in cui troviamo un diavolo tentatore.
Čajkovskij che come Mussorgsky aveva trovato spazio nel film Disney Fantasia, dove viene utilizzata la sua opera celeberrima Lo schiaccianoci.
Nell 1887 viene rappresentata per la prima volta l'opera Gli stivaletti, ispirata da un'altra opera dello stesso Čajkovskij Il fabbro Vakula.
L'opera è ambientata in Ucraina, nel XVIII secolo.
La storia narra di un uomo, Vakula il fabbro, innamorato della bellissima Oksana.
Purtroppo questo amore è osteggiato in primis da Solocha, madre di Vakula, che è anche una strega. La donna in più riprese evoca un diavolo e amoreggia con lui chiedendogli di impedire al figlio di coronare il suo sogno d'amore con Oksana.
La ragazza, molto capricciosa, gli ha promesso di sposarlo solo se lui le porterà in dono degli stivaletti nuovi, e Vakula purtroppo fallisce nell'intento, e finge di uccidersi. 
Sulle rive del fiume il diavolo propone a Vakula di cedere la sua anima per quegli stivaletti, ma con uno stratagemma Vakula salta in groppa al diavolo, e si fa portare a San Pietroburgo dove chiederà le scarpe addirittura alla zarina, vedendosele però negare.
Tornato a casa Oksana, felice che Vakula sia vivo, accetta di sposarlo anche senza il dono degli stivaletti.
Čajkovskij ci mostra un diavolo che fa il gradasso ma che è facile da imbrogliare, tanto da diventare un misero destriero.
Succede nelle fiabe e nelle leggende europee, succede nella musica.
Un altro autore russo ne è un ottimo esempio.
Igor' Fëdorovič Stravinskij nel 1918 scrive Histoire du soldat, storia da leggere, recitare e danzare in 2 parti, un'opera da camera in cui unisce il diavolo tentatore faustiano con il diavolo gabbato, tragicomico.
Anche Stravinskij si ispira alle fiabe russe 
in particolare le fiabe popolari russe raccontate da Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev, pubblicate fra il 1855 e il 1864.
Stravinskij riprese due racconti, Il soldato disertore e il diavolo e Un soldato libera la principessa, per scrivere questa sua versione del Faust, il noto dramma in versi di Johann Wolfgang von Goethe scritto nel 1808. 
Anche le musiche napoletane del 1800 trovano spazio, riadattate, in questa opera. Stravinskij infatti amava moltissimo l'Italia, tanto da viverci saltuariamente.
Nell'opera del compositore russo vediamo
Il diavolo tentare Joseph, un povero soldato che suona il violino. 
Il violino, ricordate, quello strumento così maledetto e che Lucifero sa suonare divinamente secondo il Tartini.
Il diavolo chiede a Joseph di vendergli il violino in cambio di un libro magico in grado di garantire numerose ricchezze, dato che racconta di fatti non ancora avvenuti, cosa che chi lo possiede può usare a suo vantaggio.
Se Joseph rimarrà tre giorni con lui per insegnargli a suonare, cedendogli lo strumento, il diavolo gli darà il libro.
Il soldato accetta il patto, ma scoprirà di essere stato raggirato.
Sono infatti passati tre anni e Joseph, seppur ricco, scopre di aver perduto ogni amore della sua vita.
Il diavolo comparirà da allora molte volte nella vita di Joseph per tentarlo e truffarlo, fino alla sfida finale dove il soldato esorcizza il diavolo che si era rifugiato nel corpo di una principessa.
Suonando il violino Joseph scaccia il diavolo che lo maledice. Se Joseph lascerà il regno della principessa lui lo porterà all'inferno.
Dopo anni il soldato, credendosi al sicuro, decide di tornare a casa, ma ecco che appena varca il confine del regno il diavolo lo cattura e lo porta via per sempre, suonando il suo violino.
Stravinskij ci mostra un diavolo molto vicino al Satana biblico.
È un diavolo che viene ingannato ma è egli stesso ingannatore, che sa attendere con pazienza l'uomo al varco della sua arroganza.
Il monito finale dell'opera ci porta a comprendere che la felicità non si può accumulare con ingordigia, ma va vissuta. 
È interessante notare che l'anno in cui Stravinskij porta in scena L'Histoire du soldat è il 1918, anno in cui l'Europa era ancora dilaniata non solo dagli strascichi di conflitto mondiale, ma anche dalle morti causate dall'epidemia di spagnola.
Poi ci dicono che la storia è ciclica, e non ci si crede. 


domenica 17 gennaio 2021

Musica D(')annata: Il violino del diavolo.


C'è una casa a Nizza, una villa bellissima appartenuta al conte di Cessole, su cui girano strane voci.
Anche se non ci abita più nessuno gli abitanti del paese lì vicino raccontano che in quella magione succedono cose bizzarre.
Al calare delle tenebre luci misteriose si accendono, sfavillano alle finestre, si odono voci indistinte, e c'è una musica, una sonata per violino che si diffonde tra gli alberi del giardino, accarezza i sentieri, giunge fino alle case del paese.
Il trillo del diavolo, qualcuno azzarda.
Non ne è solo un epiteto, è proprio il titolo di questa melodia.
Il trillo del diavolo è un'opera per violino scritta da Giuseppe Tartini, compositore del 1700, il quale racconta di aver trovato l'ispirazione per quel brano in un sogno in cui il Diavolo si presentava al suo cospetto per comprare la sua anima.
Tartini aveva chiesto a Messere Satana se sapesse suonare il violino, ed egli aveva afferrato lo strumento e aveva eseguito con maestria una sonata bellissima quanto inquietante, la più bella che il Tartini avesse mai udito.

(Il sogno di Tartini, disegno di Louis-Léopold Boilly (1761-1845))

"Una notte del 1713 sognai di aver fatto un patto col diavolo. In cambio della mia anima, tutto sarebbe andato secondo i miei ordini. Il mio nuovo servitore anticipava tutti i miei desideri. Pensai di passargli il mio violino per vedere come se la cavava, e grande fu il mio stupore quando sentii una sonata così unica e bella, eseguita con una tale superiorità e intelligenza che non avevo mai udito nulla di simile. Non avevo mai neppure immaginato che potesse esistere una musica così incantevole. Provai un senso di piacere – di rapimento, di sorpresa – talmente intenso che mi sentii mancare il respiro: la forza di questa sensazione fece sì che mi risvegliassi all’improvviso.", scrisse Tartini in una lettera molti anni dopo.
Una volta sveglio il compositore aveva immediatamente trascritto la melodia sullo spartito.
In realtà il Diavolo altro non è che una metafora, rappresenta il violino, strumento tanto amato dal Tartini da fargli abbandonare la famiglia per poterlo suonare da professionista.
Il violino è il vero solo e unico tentatore per l'anima del Tartini.
Violino, strumento che la Chiesa stessa ha guardato con sospetto per secoli, uno strumento in odore di zolfo per il suo suono seducente.
La leggenda su quella casa a Nizza non smise mai di circolare tra gli abitanti della zona, anzi, venne rinvigorita dalla presenza negli anni successivi di un altro compositore e violinista in odore di dannazione.
Sto parlando di Niccolò Paganini.
In quella casa il genio genovese passò gli ultimi anni della sua vita e vi morì il 27 maggio 1840 a soli 58 anni.
Quel Paganini che in vita fu misterioso, magrissimo, pallido, gli occhi neri e il naso infossati in un viso ossuto, la bocca sottile, le occhiaie, i capelli, neri anch'essi, sempre scarmigliati e lunghi.
Un uomo dall'aspetto macabro ma affascinante a cui le donne infatti non sapevano resistere.
E nemmeno gli uomini, intesi come ammiratori della sua musica, dei suoi virtuosismi, e invidiosi del suo successo col pubblico femminile.
Tante amanti, si vocifera avesse sedotto addirittura alcune sorelle Bonaparte.
Il nero era il suo colore, neri i vestiti, gli occhiali dietro cui nascondeva lo sguardo, neri i cavalli che trainavano la sua carrozza, nera anchessa.
Suonava un prezioso Stradivari le cui corde, così raccontano alcune dicerie, erano state fabbricate con le viscere di un'amante di Paganini suicidatasi perché voleva che l'artista portasse sempre con sé qualcosa di lei.
O forse era stato proprio Paganini ad ucciderla, in molti avevano udito negli anni strazianti urla di donna provenire dalla camera da letto del musicista.
Più probabilmente erano grida d'estasi, data la fama di donnaiolo delluomo.
O forse le melodie stridenti prodotte dal suo suonare.
Ad ogni modo Paganini finì in carcere, ma non per questo orrendo delitto.
Il motivo della sua carcerazione non fu l'omicidio ma la sua condotta non proprio onorevole.
Nel 1815 la famiglia di una sua giovane allieva accusò Paganini di averla messa incinta, pertanto il nostro dovette passare una settimana in prigione.
E in quella angusta cella il Diavolo in persona si sarebbe palesato davanti a Paganini offrendogli un accordo: gli avrebbe donato un talento fuori dal comune, una maestria incomparabile nel suonare il violino in cambio della sua anima, peraltro già molto tormentata.

E ovviamente, vuole la leggenda, Paganini aveva accettato.
D'altronde l'artista non aveva poi ripreso e eseguito in diversi concerti una celebre sonata di quel violinista altrettanto diabolico, tale Giuseppe Tartini, Il trillo del diavolo, per celebrare questo patto infernale?
Le voci a riguardo si sprecavano, come si può intuire.
Paganini non le smentì mai, anzi, le alimentava con frasi e commenti accennati, si dice che pagasse alcune persone per diffondere notizie contraddittorie sul suo conto.
Un divo prima dell'invenzione del divismo, un esperto di marketing si direbbe oggi, consapevole che qualunque pubblicità, buona o cattiva, aiutava a vendere i biglietti dei suoi concerti, ovviamente sempre, come diremmo adesso, sold out.
Le voci sulla natura diabolica del talento di Paganini crearono anche ostilità nei suoi confronti, drappelli di gruppi cristiani cercarono di impedire i suoi concerti, ma il pubblico che lo adorava era più numeroso, e molto suggestionabile.
Più di uno spettatore giurò di aver visto una oscura figura accanto al violinista italiano, come se qualcuno muovesse le corde al posto suo.
Il noto poeta Heinrich Heine presenziò a un concerto di Paganini e scrisse successivamente nella sua opera Florentinische Nàchte: 
"Dietro a lui sagitava uno spettro, una beffarda natura di caprone e talvolta vedevo due lunghe mani pelose toccare le corde dello strumento suonato da Paganini."


Satana in persona dunque, sul palco a prendersi gli applausi assieme a Paganini.
Non dubito che al Diavolo sarebbe piaciuto molto avere questo onore.
Nella realtà Niccolò Paganini fu tutt'altro che diabolico: lo dimostra la scarsa destrezza col gioco d'azzardo, perdeva irrimediabilmente ingenti somme di denaro, lì a quanto pare il Diavolo non lo aiutava come nella musica.
Si diceva fosse avaro, in verità era un generoso filantropo che sovvenzionava artisti indigenti e si prodigava a favore dei malati, e soprattutto provava un affetto smisurato per il suo unico figlio, Achille (1825-1895), avuto da una relazione con la cantante Antonia Bianchi, che si era dileguata pochi anni dopo la nascita del bambino per contrarre un matrimonio più vantaggioso. Paganini le offrì 2000 scudi affinché lei rinunciasse ad ogni pretesa sul bambino, e lei accettò di buon grado.
Achille e il violino, i grandi vero amori della sua esistenza.
Paganini amava a tal punto quel piccino da arrabbiarsi ferocemente e cacciare una delle governanti che accudivano suo figlio quando scoprì che lo aveva picchiato per punirlo. 
Paganini aveva avuto un padre violento, tiranno, che lo picchiava quando non eccelleva nelle arti musicali, che lo costringeva ad estenuanti lezioni di violino per ottenere la perfezione. Paganini infatti già a 7 anni, secondo i racconti, era in grado di replicare una melodia appena ascoltata.
Il padre lo costrinse a suonare per un pubblico fin da piccolo pur di ottenere cospicui guadagni, e se il piccolo Niccolò non eccelleva veniva picchiato ed affamato.
Quindi Paganini aveva davvero incontrato un diavolo, dopotutto.
E nonostante ciò aveva trasformato quel violino da tormento a poesia.
Niccolò non sarebbe mai stato un padre così orribile per Achille, si era ripromesso, lo avrebbe vezzeggiato e amato, rinunciando a importanti concerti per stare con lui.
Il figlio indubbiamente ricambiava tale affetto e dedizione, e gli fu accanto negli ultimi istanti della vita vissuti in semi indigenza e piena agonia. 
Paganini infatti era malato, lo era sempre stato, sin da piccolo.
La salute cagionevole di natura congenita, lo stress e la stanchezza causate dalle estenuanti prove a cui lo sottoponeva il padre facevano di Niccolò un bambino sempre ammalato di febbre, malattie polmonari, fino a un virulento attacco di morbillo, che lo portò al coma.
Aveva 6, forse 8 anni, le fonti non sono certe, quando accadde. 
Ciò che è sicuro è che lo credettero morto.
E gli organizzarono il funerale, lo avvolsero nel sudario, pronti a seppellirlo. 
Vivo.
Per fortuna un inconscio movimento della mano venne notato dai presenti, e Niccolò evitò una terribile fine.
Una malattia in particolare fu determinante per Paganini, la sindrome di Marfan.
Questa patologia colpisce i tessuti, ne altera la composizione e la presenza di collagene, e porta spesso con sé, come in questo caso, un difetto fisico detto aracnodattilia, che aveva regalato a Paganini dita lunghe e mobili, capaci di contorcersi sulle corde del violino, e quindi la capacità di eseguire melodie complicate e veloci. 
Difetto che Paganini trasformò in arte, nonostante i forti dolori articolari che curava con l'oppio.
La tosse lo tormentò per tutta la vita, a volte questi eccessi duravano per ore, lo spossavano a tal punto che non riusciva a esibirsi o a mangiare.
Contrasse la sifilide che lo indebolì tanto quanto la cura usata a quei tempi per combatterla, il mercurio.
Fu quest'ultimo a dare il colpo di grazia al suo aspetto fisico, a trasformare il suo volto in una maschera pallida e smunta che però rimaneva affascinante e seducente, come abbiamo già constatato.
Infine contrasse la laringite tubercolare che gli causò una necrosi dell'osso della mascella e dovettero estrargli tutti denti inferiori, a quel punto gli divenne impossibile parlare.
Fu forse per questo che gli venne negata l'estrema unzione sul letto di morte.
Spesso si legge che egli stesso la rifiutò, in realtà Paganini scrisse un biglietto che consegnò al figlio Achille:
"Scriverò i miei peccati su una lavagna, così il prete potrà cancellarli direttamente."
Achille portò questa missiva al parroco della chiesa lì vicino, Don Cafferelli, ma questi rifiutò di assistere il violinista nei suoi ultimi istanti.
Che parli, che racconti i suoi peccati, se vuole l'assoluzione.
Un gesto impietoso e orgoglioso.
Paganini avrebbe voluto parlare ma non poteva a causa della sua malattia, e a nulla valsero i tentativi di spiegazione da parte del figlio Achille, l'estrema unzione gli venne di nuovo rifiutata.
Questo rende ancora più vergognoso e perfido il comportamento del sacerdote.
E senza ricevere l'ultimo sacramento Niccolò Paganini si spense in quella villa a Nizza di proprietà del conte di Cessole, suo caro amico e tutore del figlio.
Anche dopo la morte la leggenda di Paganini continuò a vivere a causa della mancata sepoltura in terra consacrata.
Il corpo di Paganini venne imbalsamato e conservato prima nella cantina della villa e poi in un lazzaretto.
La notte i curiosi vi si recavano per cercare di vedere la salma, molti raccontavano di figure mostruose che ballavano mentre risuonavano le note spettrali di un violino.
A questo punto la bara venne sepolta sotto a un oleificio per sottrarla a queste morbose attenzioni.
Le spoglie saranno sepolte a Parma solo nel 1876, dopo anni di richieste e suppliche da parte del figlio Achille.
Ma c'è chi sostiene che l'anima del violinista sia rimasta lì in quella villa di Nizza, dove ancora oggi pare che il diavolo si diletti a suonare un invisibile violino nelle notti senza luna.
Forse è così.
Io preferisco pensare che Paganini e Tartini in quei saloni affrescati si divertano a duettare in un celestiale trillo del diavolo. 


Per chi volesse godersi una biografia romanzata di Niccolò Paganini consiglio il film del 2013 da cui ho tratto le foto che hanno colorato questo articolo, Il Violinista del diavolo, di Bernard Rose, magistralmente interpretato da David Garrett, violinista di fama internazionale che presta il volto e le mani a Paganini, e Jared Harris nel ruolo ambiguo e luciferino di Urbani, l'impresario dell'artista.