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mercoledì 10 dicembre 2025

Si accendono le luci di Yule: le tradizioni pagane.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.

Le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Oggi parliamo della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate in favore della nuova stagione agricola.
Yule, il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. 
L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule come ogni festività vissuta con devozione è ricco di simboli e tradizioni.
Si accendevano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni, fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. 
Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo e il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifoglio, vischio.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
I rami venivano poi fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessero proprietà magiche e terapeutiche.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
Una figura che, scherzando, potremmo definire un pò San Nicola e un pò Krampus.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Pensiamo alla corona dell’Avvento, la corona di sempreverde, un simbolo pagano di prosperità che diventa distintivo di un tempo liturgico cristiano.
Col tempo il simbolismo di Yule è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
In questo tempo natalizio quindi celebriamo non solo la gioia cristiana della venuta di Cristo, ma tendiamo la mano a un tempo antico, e lo facciamo rivivere nelle nostre luci, nei rami di abete, nelle melodie che scandiscono questi giorni. 
Non solo Yule, proseguendo nel nostro cammino scopriremo che altre tradizioni hanno creato il Natale odierno, seguite le ombre per saperne di più, ma attenti a non perdervi...

domenica 30 novembre 2025

Si accendono le luci di Yule: l'Avvento.


Per me questo periodo dell'anno è luce.
Luci intermittenti sui balconi, festose sugli alberi, che riscaldano l'animo in un angolino della casa incantandoci con riflessi e ombre.
Samhain è alle nostre spalle, con dicembre iniziamo un percorso alla scoperta delle tradizioni di Yule, la festa pagana dell'inverno.
Iniziamo parlando dell'Avvento, il tempo liturgico che precede il Natale e ci prepara ad esso. 
Perché oggi accendiamo la prima candela della corona di questa tradizione.
Avvento deriva dal latino "adventus", "venuta".
Nella chiesa cattolica, luterana e anglicana l'avvento è attesa del Natale e quindi della nascita di Gesù Cristo (che in realtà non è nato in questo giorno ma ne parleremo più avanti), dura quattro settimane e segna l'inizio dell'anno liturgico.
Il tempo dell'Avvento inizia con il vespro della sera della prima domenica e finisce la era della Vigilia di Natale.
Nelle chiese orientali invece questo periodo è lungo 40 giorni, infatti viene chiamato anche quaresima natalizia.
Nei primi secoli del cristianesimo l’Avvento si celebrava partendo dal giorno di San Martino, l’11 novembre, e terminava il 6 gennaio.
In queste settimane si praticava il digiuno in alcuni giorno prestabiliti.
Papa Gregorio Magno fu il primo a modificare la celebrazione dell’Avvento, stabilendo che il tempo liturgico dovesse essere di quattro settimane, come già avveniva nella Francia di Carlo Magno.
Nonostante la decisione del Papa in molte nazioni la celebrazione dell’Avvento rimase di sei settimane.
Fu solo nel 1507 con Papa Pio V, spronato anche dalle decisioni prese anni prima dal Concilio di Trento, che venne stabilito come regola il tempo liturgico di quattro settimane.
La chiesa ortodossa invece ancora oggi celebra un Avvento di sei settimane.
L’Avvento è un periodo ricco di tradizioni antiche, come il pulire la casa in preparazione delle feste e iniziare ad addobbare gli ambienti, in particolare con lanterne, luci e rami di piante sempreverdi.
Gesti antichi che dicevamo hanno origine alla festa pagana di Yule, di cui parleremo più avanti. 
Una delle tradizioni più conosciute e celebrate di questi giorni è indubbiamente l'accensione delle candele della corona dell'Avvento.
Ornamento circolare originario delle regioni teutoniche fin dal 1600, diventerà di uso comune solo alcuni secoli più tardi.
La corona è composta da rami di sempreverde che racchiudono quattro candele, solitamente l'usanza ne vorrebbe tre viola e una rosa.come i colori dei paramenti dei sacerdoti durante l’Avvento.
Le vengono accese al ritmo di una ogni domenica per le quattro settimane precedenti al Natale.
L'accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre, nel cristianesimo è legata alla sempre più prossima venuta di Gesù Cristo.
C’è un preciso simbolismo anche nelle candele della corona dell’Avvento.
Esse hanno anche un nome, o meglio, ne hanno addirittura due, uno legato alla tradizione biblica e uno che potremmo definire laico.
È interessante questa scelta, che sembra voler lasciare integro quel filo che collega le celebrazioni pagane dell'inverno con il Natale.
Un legame indissolubile e che non va mai dimenticato.
La prima domenica si accende la candela del Profeta, è la candela della Speranza.
I profeti ci hanno annunciato l'arrivo di un uomo, un Messia, che cambierà il mondo, lo renderà migliore. Impossibile non riempire i cuori di speranza di fronte a tale rivelazione.
La seconda candela della corona dell’Avvento è detta "di Betlemme", è la candela della Pace.
Non a caso si accende dopo quella della Speranza, perché come si può portare la pace nel mondo se non iniziando a sperare che esso possa cambiare, che l'umanità possa cambiare? 
E il cambiamento deve iniziare prima di tutto da noi, dal nostro atteggiamento.
Terza domenica d’Avvento, la Speranza si trasforma in una nuova emozione calda e avvolgente, si accende la candela della Gioia.
È detta anche candela "dei Pastori", coloro che appunto con estrema letizia testimoniarono la venuta del Messia. È felicità nella sua forma più luminosa. 
La quarta e ultima domenica d’Avvento si conclude con la progressiva accensione di queste candele, immagine della battaglia del Sole contro le Tenebre, e con l’ultima candela, quella dell’Amore o "degli angeli", possiamo celebrare la vittoria della Luce in tutto il suo splendore. 
Perché in fondo Natale nella sua essenza più pura non è altro che luce che ci guida verso l'amore.

mercoledì 4 dicembre 2024

Se no tu sarâs bon, ti cjape il Krampus.

Il titolo di questo post è un detto in lingua friulana.
Se non farai il bravo, il Krampus ti porterà via.
La notte tra il 5 e il 6 dicembre, nei paesi nordici, nelle terre germaniche e nelle regioni alpine italiane come il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia si festeggia l'arrivo di San Nicola.
Precursore del più noto Babbo Natale, Nicola porta doni ai bambini buoni.
E a quelli cattivi?
Carbone, e tanta paura. 
Sì perché insieme al santo giungono anche dei demoni spaventosi chiamati Krampus.
Il nome di queste creature deriva dal tedesco e significa "morto, in decomposizione" ma anche "artiglio".
I demoni, dal viso sporco e terrificante, vestiti di pellicce logore e armati di catene, girano per le strade alla ricerca di bambini cattivi da frustare e, a volte, da rapire. 
Il Krampus cerca in particolare quei bambini che durante l'anno sono stati monelli, e una volta catturati li getta nel kraxn, il grande cesto che porta sulle spalle. 
La loro leggenda narra che un diavolo, a dicembre, si fosse camuffato e intrufolato in una banda di giovani ladri per derubare le persone delle provviste dei poveri cristiani. I ragazzi lo riconobbero a causa dei suoi piedi caprini, così venne chiamato San Nicola affinché lo esorcizzasse. 
La presenza di San Nicola denota l'usuale intrecciarsi tra il paganesimo e le tradizioni cristiane successive. 
Il Santo è protagonista di diverse leggende in cui si trova a fronteggiare demoni e creature malvage, scontri da cui ne esce sempre vincitore, 
A seconda delle leggende nella sua battaglia viene affiancato da creature animalesche e paurose, tra cui i Krampus che quindi assumono questa doppia identità, da un lato diavoli che vengono resi mansueti dal santo e aiutanti di quest’ultimo.
A seconda delle zone geografiche il Krampus e i suoi affini assumono identità ed aspetti diversi.
In Svizzera possiamo vedere sfilare i Silversterklause.
Ci sono quelli belli, gli Schöne, che hanno occhi buoni e guance rosse, mentre quelli brutti, i Wueschti, sono vestiti con rami, cortecce, ossa e pelli di animali.
Tutti i Klause vanno di casa in casa a intonare dei canti. 
Figure germaniche simili ai Krampus sono i Buttnmandl, da buttn (tintinnio), uomini coperti di paglia trebbiata, che suonano pesanti campanacci che tengono legati intorno alla vita e indossano maschere di pelliccia o di legno con corna, zanne e lingue sporgenti. 
I Buttnmandl si muovono e saltano affinchè i campanacci non smettano mai di suonare e siano uditi da tutti.
Solo gli uomini celibi dai 16 anni in su possono partecipare a questa usanza, l’unica figura femminile, non sempre presente, è un angelo che li guida nelle spedizioni.
I Buttnmandl avevano il compito, con il loro scampanellare, di scacciare l'inverno durante le Rauhnächte, nelle notti del 24 e 31 dicembre e del 5 gennaio.
Il Raunächte è un’antica tradizione, quella conosciuta anche come le Dodici notti di Natale, che vanno dal Giorno di Natale (25 dicembre) fino alla Festa della Epifania del Signore (6 gennaio).
Sono le notti della famosa Caccia selvaggia, in cui secondo la credenza popolare le creature dell’inverno si radunano e uniscono.
Le quattro notti più importanti sono:
Il 20 dicembre, detta Thomasnachte, la notte di san Tommaso, il giorno più corto dell'anno
Il 24 dicembre, la Vigilia di Natale
Il 31 dicembre, San Silvestro
e il 5 gennaio, l’Epifania 
Vi parlerò più avanti in modo dettagliato delle notti della Caccia selvaggia, intanto torniamo ai nostri Buttnmadl. 
Il loro ruolo come dicevamo è di pattugliare le strade, i boschi, in modo da spaventare con i loro campanacci le forze tempestose, scacciare gli spiriti maligni e risvegliare quelli buoni,
Prima di incamminarsi visitano le case e lì si fermano per un pò, recitano un Padre Nostro, un'Ave Maria e un Angelo del Signore per i defunti, dopodiché vengono benedetti con l'acqua santa.
Anche i Buttnmandl sono legati alla figura di San Nicola, e spesso lo seguono nel cammino contro le creature notturne.
Un’altra figura simile al Krampus è il Gankerl, che però è di solito più smilzo e leggero e vestito con meno pelliccia.
Queste creature sono anche molto veloci nella corsa, e danno la caccia a chiunque li infastidisca.
Anche loro appartengono alla tradizione della Rauhnacht, anche se sono nati solo nel 1800, e nonostante il loro essere scontroso sono buoni, anche loro hanno il compito di scacciare Caccia Selvaggia.
I Gankerl non solo suonano campanacci ma bussano alle porte tutta la notte, per dissuadere gli spiriti malvagi ad entrare nelle case.
La mattina del 5 gennaio i Gankerl vanno di casa in casa dove vengono offerti loro cibi e bevande calde. 
La loro origine è appunto recente, sarebbero stati impersonati per la prima volta nel 1800, ad Ebensee, quando ci fu un incidente nella salina del luogo, dove morirono 900 persone.
Alle famiglie rimaste senza reddito non venne dato nessun sussidio, e così i giovani si inventarono questa figura animalesca che durante il Natale vagava per i paesi, chiedendo l’elemosina in cambio di canti e spettacoli.
L’origine di tutte queste creature è molto antica, ne scorgiamo tracce già in epoca precristiana, ispirate ai troll ladruncoli di Yule e la loro mamma Grýla, dalla tradizione islandese, una famiglia di orchi che rapiscono e mangiano i bambini che non si sono comportati bene durante l'anno.
Gryla è un'orchessa, viene rappresentata come spaventosa, si aggira per i paesi chiedendo la carità.
Al posto dei soldi però chiede quei bambini che si sono comportati male.
Grýla ha avuto tanti mariti, vive con l’ultimo di loro, Leppalúði, il suo gatto nero, Jólakötturinn o gatto di Yule, e i loro tredici figli, i famosi Yule Lads.
I tredici figli del Natale di Gryla sono un miscuglio tra folletti e orchi, e sono molto noti in Islanda e nel nord Europa a causa degli scherzi che fanno agli umani tra il 12 e il 24 dicembre.
Sono anche però generosi, perché lasciano dei dolcetti nelle scarpe dei bimbi buoni.
Gli Yule lads sono spessi paragonati ai Krampus, anche se in versione fanciullesca e meno spaventosa.
Ogni lad ha un nome e una peculiarità, di cui magari vi parlerò con più calma più avanti in un altro articolo, insieme al loro animale domestico, il famigerato gatto di Yule. 
Anche San Nicola, nella sua identità di benefattore che porta i regali ai bambini e scaccia i diavoli, ha radici molto antiche e perfino degli interessanti alter ego.
Una figura particolare è Pietro il nero, tipico dei Paesi bassi. Si tratta di un servo moresco, originario della Spagna, che regala dolcetti ai bambini, ma se questi non si comportano bene lui li rapisce e li porta in esilio nel suo Paese.
La sua figura è uno spauracchio dell'inquisizione spagnola che tanto aveva terrorizzato quei territori nei secoli passati.
Altre leggende dicono che Pietro il nero sarebbe in realtà uno spazzacamino italiano, nero per via della fuliggine
In Francia troviamo la figura del Frate Fustigatore, Pere Fouettard, fouet in francese significa appunto “frusta”, ridotto in schiavitù da San Nicola, reo di aver macellato dei ragazzini. 
Pere Fouettard è raffigurato come un uomo dalla barba scura e inspioda, vestito con un lungo mantello nero con cappuccio, che ha l’abitudine di girare con delle catene e un grosso sacco di iuta dove imprigiona i bimbi cattivi.
Non dimentichiamo Belsnickel, che troviamo nella tradizione olandese e anche in Brasile e Stati Uniti grazie agli immigrati europei.
Un uomo vestito di pelliccia, trasandato e spettinato. Porta sempre con sé una frusta con cui picchia i bambini cattivi, ma ha anche le tasche piene di dolci e noci per i bambini buoni.
Il Belsnickel è una rappresentazione più minacciosa di un’altra figura, il tedesco Knecht Ruprecht, il servo Ruprecht, un monaco dalla lunga barba e mantello, anche lui regala dolcetti ai bimbi buoni, e per quelli cattivi usa la frusta, ma solo come minaccia.
Entrambi sarebbero gli aiutanti scontrosi di San Nicola, anche se il Belsnickel è più solitario.
Riti pagani e preghiere cristiane, i krampus e San Nicola sono l’ennesimo esempio di cosa può nascere quando diverse culture si fondono e trovano un nuovo posto nella tradizione popolare.
Il folklore che nasce, cresce, si trasforma.
E arriva fino a noi, diventando un bellissimo ricordo.
Io vivo in Trentino e in queste terre come ho scritto all'inizio i Krampus sono molto conosciuti.
E temuti.
Tante generazioni di bambini, me compresa, hanno partecipato alla sfilata di San Nicola e tutti si sono nascosti dietro ai cappotti di mamma e papà per non farsi vedere dai terribili diavoli e per sfuggire alle loro catene. 
Ancora oggi si intima di non togliere la maschera ad un krampus, e non solo perchè questo gesto porta sfortuna.
In fondo non si può mai sapere chi si nasconda davvero dietro a quel volto spaventatoso…
un uomo travestito…
o forse il diavolo in persona? 


martedì 12 dicembre 2023

La luce che rischiara l'inverno.


Le donne legate alla tradizione religiosa sono spesso un tesoro nascosto di cui la teologia ufficiale parla raramente, o in modo superficiale, spesso in favore dei loro "colleghi" maschi, non evidenziando il vero ruolo che sono chiamate a ricoprire. 
Lo abbiamo visto con Maria di Nazareth nei miei precedenti articoli, e anche
Lucia da Siracusa ne è un fulgido esempio.
Il 13 dicembre le chiese cristiane ricordano questa santa, martirizzata durante il regno di Diocleziano.
La sua agiografia è nota: nata in una ricca famiglia siciliana scelse di consacrare la sua vita a Cristo, e di donare ogni suo avere ai più poveri. 
Pare che si recasse di nascosto nelle catacombe a portare viveri e aiuti ai cristiani lì nascosti, essendo una donna nobile sapeva di godere di certi privilegi, quali il non essere controllata e perquisita.
Questa sua generosità era malvista, soprattutto dai numerosi pretendenti di Lucia che bramavano sposarla e non approvavano che lei scialacquasse la sua dote.
Lucia venne denunciata proprio da uno di loro, rifiutato per l’ennesima volta, e condotta in tribunale, dove nonostante le minacce e le torture rifiutò di rinnegare la sua fede. 
La leggenda popolare tramanda che le furono strappati gli occhi, infatti l'iconografia spesso la ritrae con un piattino su cui poggiano i suoi bulbi oculari, ma è probabile che si tratti di un'interpretazione errata legata alla sua simbologia. 
Fu decapitata nel 304 dC.
Da allora i siracusani venerano la santa, e la celebrano con processioni e riti.
La storia di Lucia, complice anche la trafugazione del suo corpo che è tornato a Siracusa solo nel 2014, è arrivata a toccare tutta la penisola, e quindi la santa viene celebrata e amata in tutte le regioni d’Italia.
Il 13 dicembre (ma in alcune zone d’Italia arriva già il 12) Santa Lucia porta dolci e regali ai bambini.
È comune nelle case lasciare la sera un piattino con qualcosa da mangiare per la santa, qui a Trento ad esempio usa lasciare sale e farina per la polenta.
In altre regioni si lascia del caffè, del vino, dei biscotti, delle arance e anche del fieno per l’asinello.
In Trentino ancora oggi è molto viva una bellissima tradizione popolare, la Strozegada o Stròzzega.
I bambini costruiscono delle strozeghe, ovvero dei fili a cui vengono attaccati dei barattoli di metallo. 
Le strozeghe vengono trascinate dai bambini in giro per le strade, il loro rumore serve per aiutare Santa Lucia, che secondo la leggenda venne resa cieca dal martirio subíto dai Romani, a trovare i piccoli per poter regalare loro i consueti dolcetti.
Molti paesi del Trentino organizzano in questi giorni una vera e propria sfilata a cui possono partecipare grandi e piccini, che si conclude con la distribuzione di dolci e cioccolata calda all fine del percorso.
Lucia è molto amata anche in Svezia, dove viene celebrata con molta solennità.
Le bambine di ogni famiglia si vestono di bianco, la figlia maggiore indossa anche una corona di candele, i bambini portano sul capo cappelli di paglia e reggono bastoni ricoperti di stelline.
Dopo la processione ci si ferma a mangiare dolcetti in onore della santa.
Lucia, una donna amata e celebrata dal Grande Nord alla Sicilia. 
Ma il ruolo di Lucia non si può e non si deve ridurre a colei che porta dolcetti ai bimbi buoni.
Da adulta, quando la conoscenza si fa strada nello stupore infantile, ho pensato a lungo a lei, a questa santa che mi porta i dolcetti fin da quando ero bambina.
Questa figura femminile, che viene relegata in una nicchia del periodo natalizio, è in realtà molto più importante di quanto sembri.
Questo perché la sua figura, che ora ha connotati dettati dalla cristianità, trova le sue origini nelle tradizioni del solstizio invernale.
Lucia è Lussi, colei che nella tradizione nordica illumina le notti fredde e oscure di Yule, è madre e regina degli spiriti, che la seguono in processione.
In lei rivediamo, Diana, Freya, Cerere. Perché tutti è collegato, ogni figura nasce, muore e rivive nelle sue sorelle di altre tradizioni.
Lussi vigilava sui preparativi della celebrazione del solstizio, controllava che ogni famiglia potesse accendere i fuochi e che se ne ricordasse in tempo.
Lo faceva a volte anche combattendo gli spiriti malvagi, pronta a sacrificare se stessa per un bene più alto, la sicurezza di coloro che celebravano il Grande Inverno.
Una vera portatrice di luce.
Anche Lucia nella tradizione cristiana riceve questo epiteto in quanto guida delle anime nei periodi più oscuri.
Quando i missionari arrivarono in Scandinavia, intorno all'anno 1000, notarono subito l'affetto e il rispetto per questa figura, che operava proprio nei giorni in cui il calendario cristiano ricordava santa Lucia, e aveva con lei una simbologia comune.
Come era accaduto per altre celebrazioni i cristiani integrarono l'agiografia della santa, ancora molto abbozzata, con le peculiarità della signora dell'Inverno scandinava.
Per questo tutt'oggi la celebrazione del 13 dicembre nel Grande Nord vede queste due figure accostate, quasi sovrapposte.
Prima della Santa c’è la Signora del solstizio, prima della dea c'è sempre una donna. Una donna che è soggetto della sua storia.
Ci porta in dono la luce, la conoscenza, il coraggio.
Lucia, Lussi, vestita di bianco, con la sua corona di candele è la luce della vita contro l’oscurità più buia, è il coraggio di sacrificare ogni cosa per ciò in cui crediamo, in nome di qualcosa più grande di noi.
Anche la tradizione della Stròzzega di cui parlavo prima affonda le sue radici nel paganesimo e nelle celebrazioni di Yule: parlavamo di Lussi, la Signora dell'inverno, che veglia sui popoli nordici durante il Soltizio. Le creature fatate a lei devote spaventavano gli spiriti maligni usando delle catene a cui erano agganciati dei campanacci e padelle di ferro e rame. 
Col tempo il cristianesimo ha ripreso questa celebrazione modificando il suo essere, non si usano più le strozeghe per spaventare, ma per accogliere chi si è perduto nel buio della notte invernale.
Lucia, con gli occhi chiusi ma le braccia aperte verso chi ha davvero bisogno della sua luce.


martedì 5 dicembre 2023

Se no tu sarâs bon, ti cjape il Krampus.

Il titolo di questo post è un detto in lingua friulana.
Se non farai il bravo, il Krampus ti porterà via.
La notte tra il 5 e il 6 dicembre, nei paesi nordici, nelle terre germaniche e nelle regioni alpine italiane come il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia si festeggia l'arrivo di San Nicola.
Precursore del più noto Babbo Natale, Nicola porta doni ai bambini buoni.
E a quelli cattivi?
Carbone, e tanta paura. 
Sì perché insieme al santo giungono anche dei demoni spaventosi chiamati Krampus.
Il nome di queste creature deriva dal tedesco e significa "morto, in decomposizione" ma anche "artiglio".
I demoni, dal viso sporco e terrificante, vestiti di pellicce logore e armati di catene, girano per le strade alla ricerca di bambini cattivi da frustare e, a volte, da rapire. 
Il Krampus cerca in particolare quei bambini che durante l'anno sono stati monelli, e una volta catturati li getta nel kraxn, il grande cesto che porta sulle spalle. 
La loro leggenda narra che un diavolo, a dicembre, si fosse camuffato e intrufolato in una banda di giovani ladri per derubare le persone delle provviste dei poveri cristiani. I ragazzi lo riconobbero a causa dei suoi piedi caprini, così venne chiamato San Nicola affinché lo esorcizzasse. 
In realtà l'origine di queste creature è ben più antica, si parla di questi demoni già in epoca precristiana, come i troll ladruncoli di Yule e la loro mamma Grýla, dalla tradizione islandese, una famiglia di orchi che rapiscono e mangiano i bambini che non si sono comportati bene durante l'anno.
La presenza di San Nicola denota l'usuale contaminazione tra il paganesimo e le tradizioni cristiane successive. 
Il Santo è protagonista di diverse leggende in cui si trova a fronteggiare demoni e creature malvage, scontri da cui ne esce sempre vincitore. 
A seconda delle zone geografiche il Krampus assume identità ed aspetti diversi.
In Francia troviamo la figura del Frate Fustigatore, Pere Fouettard, fouet in francese significa appunto “frusta”, ridotto in schiavitù da San Nicola per reo di aver macellato dei ragazzini. 
Pere Fouettard è raffigurato come un uomo dalla barba scura e inspioda, vestito con un lungo mantello nero con cappuccio, che ha l’abitudine di girare con delle catene e un grosso sacco di iuta dove imprigiona i bimbi cattivi.
In Svizzera possiamo vedere sfilare i Silversterklause.
Ci sono quelli belli, gli Schone, che hanno occhi buoni e guance rosse, mentre quelli brutti, i Wueschti, sono vestiti con rami, cortecce, ossa e pelli di animali.
Tutti i Klause vanno di casa in casa a intonare dei canti. 
In Germania invece si aggira un monaco, Ruprecht il servo, vestito con una tunica sporca e dalla lunga barba incolta, che frusta i bambini disobbedienti.
Una figura particolare è Pietro il nero, tipico dei Paesi bassi. Si tratta di un servo moresco, originario della Spagna, che regala dolcetti ai bambini, ma se questi non si comportano bene lui li rapisce e li porta in esilio nel suo Paese.
La sua figura è uno spauracchio dell'inquisizione spagnola che tanto aveva terrorizzato quei territori nei secoli passati.
Altre leggende dicono che Pietro il nero sarebbe in realtà uno spazzacamino italiano, nero per via della fuliggine.
Io vivo in Trentino, e in queste terre come ho scritto all'inizio i Krampus sono molto conosciuti.
E temuti.
Tante generazioni di bambini, me compresa, hanno partecipato alla sfilata di San Nicola, e tutti si sono nascosti dietro ai cappotti di mamma e papà per non farsi vedere dai terribili diavoli e per sfuggire alle loro catene. 
Ancora oggi si sconsiglia di togliere la maschera ad un krampus, non solo questo gesto porta sfortuna, ma in fondo non si può mai sapere chi si nasconda davvero dietro a quel volto spaventatoso...un uomo travestito...o forse il diavolo in persona? 


giovedì 15 dicembre 2022

Yule e Natale, un intreccio di inverno.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.
Come abbiamo detto più volte le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Oggi parliamo della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate, in favore della nuova stagione agricola.
Yule, il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Si creavano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni.
In questi giorni era usanza accendere fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo.
Il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano, a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifoglio, vischio.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
I rami venivano poi fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessero proprietà magiche e terapeutiche.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
Una figura che, scherzando, potremmo definire un pò San Nicola e un pò Krampus.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Pensiamo alla corona dell’Avvento, la corona di sempreverde, un simbolo pagano di prosperità che diventa distintivo di un tempo liturgico cristiano.
Col tempo il simbolismo di Yule è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
In questo tempo natalizio quindi celebriamo non solo la gioia cristiana della venuta di Cristo, ma tendiamo la mano a un tempo antico, e lo facciamo rivivere nelle nostre luci, nei rami di abete, nelle melodie che scandiscono questi giorni. 



domenica 27 novembre 2022

La luce dell'Avvento, una strada verso il Natale.



Oggi accendiamo la prima candela della corona dell'Avvento, e ne approfitto per parlarvi di 
questo tempo liturgico che precede il Natale e ci prepara ad esso. 
Avvento deriva dal latino "adventus", "venuta".
Nella chiesa cattolica, luterana e anglicana l'avvento è attesa del Natale e quindi della nascita di Gesù Cristo (che in realtà non è nato in questo giorno ma ne parleremo più avanti), dura quattro settimane e segna l'inizio dell'anno liturgico.
Il tempo dell'Avvento inizia con il vespro della sera della prima domenica e finisce la era della Vigilia di Natale.
Nelle chiese orientali invece questo periodo è lungo 40 giorni, infatti viene chiamato anche quaresima natalizia.
Nei primi secoli del cristianesimo l’Avvento si celebrava partendo dal giorno di San Martino, l’11 novembre, e terminava il 6 gennaio.
In queste settimane si praticava il digiuno in alcuni giorno prestabiliti.
Papa Gregorio Magno fu il primo a modificare la celebrazione dell’Avvento, stabilendo che il tempo liturgico dovesse essere di quattro settimane, come già avveniva nella Francia di Carlo Magno.
Nonostante la decisione del Papa in molte nazioni la celebrazione dell’Avvento rimase di sei settimane.
Fu solo nel 1507 con Papa Pio V, spronato anche dalle decisioni prese anni prima dal Concilio di Trento, che venne stabilito come regola il tempo liturgico di quattro settimane.
La chiesa ortodossa invece ancora oggi celebra un Avvento di sei settimane.
L’Avvento è un periodo ricco di tradizioni antiche, come il pulire la casa in preparazione delle feste e iniziare ad addobbare gli ambienti, in particolare con lanterne, luci e rami di piante sempreverdi.
Gesti antichi che hanno origine alla festa pagana di Yule, di cui parleremo più avanti. 
A riguardo, una delle tradizioni più conosciute e celebrate di questi giorni è indubbiamente l'accensione delle candele della corona dell'Avvento.
Ornamento circolare originario delle regioni teutoniche fin dal 1600, diventerà di uso comune solo alcuni secoli più tardi.
La corona è composta da rami di sempreverde che racchiudono quattro candele, solitamente l'usanza ne vorrebbe tre viola e una rosa, i colori dei paramenti dei sacerdoti durante l’Avvento, le quali vengono accese al ritmo di una ogni domenica per le quattro settimane precedenti al Natale.
L'accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre, nel cristianesimo è legata alla sempre più prossima venuta di Gesù Cristo.
C’è un preciso simbolismo anche nelle candele della corona dell’Avvento.
Esse hanno anche un nome, o meglio, ne hanno addirittura due, uno legato alla tradizione biblica e uno che potremmo definire laico.
È interessante questa scelta, che sembra voler lasciare integro quel filo che collega le celebrazioni pagane dell'inverno con il Natale.
Un legame indissolubile e che non va mai dimenticato.
La prima domenica si accende la candela del Profeta, è la candela della Speranza.
I profeti ci hanno annunciato l'arrivo di un uomo, un Messia, che cambierà il mondo, lo renderà migliore. Impossibile non riempire i cuori di speranza di fronte a tale rivelazione.
La seconda candela della corona dell’Avvento è detta "di Betlemme", è la candela della Pace.
Non a caso si accende dopo quella della Speranza, perché come si può portare la pace nel mondo se non iniziando a sperare che esso possa cambiare, che l'umanità possa cambiare? 
E il cambiamento deve iniziare prima di tutto da noi, dal nostro atteggiamento.
Terza domenica d’Avvento, la Speranza si trasforma in una nuova emozione calda e avvolgente, si accende la candela della Gioia.
È detta anche candela "dei Pastori", coloro che appunto con estrema letizia testimoniarono la venuta del Messia. È felicità nella sua forma più luminosa. 
La quarta e ultima domenica d’Avvento si conclude con la progressiva accensione di queste candele, immagine della battaglia del Sole contro le Tenebre, e con l’ultima candela, quella dell’Amore o "degli angeli", possiamo celebrare la vittoria della Luce in tutto il suo splendore. 
Perché in fondo Natale nella sua essenza più pura non è altro che amore.



venerdì 31 dicembre 2021

Gli spiriti di un gelido inverno.


Charles Dickens ne il suo "Canto di Natale" racconta di un uomo, Ebenezer Scrooge, che la vigilia di Natale riceve la visita di tre spiriti.
I fantasmi del tempo, del Natale passato, presente e futuro.
L'intento di queste visite e di fare redimere Scroodge dalla sua avidità, mostrandogli le sue colpe e mancanze sperando che comprenda di dover cambiare.
La trama è nota ed è stata trasposta in numerosi film e cartoni.
Ciò che racconta Dickens si basa su antiche tradizioni del periodo invernale, ad antiche credenze di Yule, diffuse in tutta Europa.
Gli spiriti tornano tra noi anche durante i freddi giorni di inverno.
I riti di accoglienza degli spiriti e le questue in suffragio delle anime dunque non sono una caratteristica solo dei giorni di Samhain.
Anche durante il periodo di Yule fino all'Epifania il velo che separa il mondo dei vivi da quello dei morti si apre, permettendo agli spiriti di tornare tra noi.
E i vivi si preparano ad accoglierli.
Come a Samhain non tornano solo i fantasmi degli antenati, ma anche le anime adirate di chi è morto prima del tempo, e inquietanti creature infernali.
Pertanto i rituali di Yule non sono solo di accoglienza ma anche di protezione.
Anche l'Italia ha una tradizione a riguardo, e con gli anni questi usi si sono mescolati con la nuova fede cristiana, assumendo una nuova forma.
Riti pagani e preghere cristiane si avvicendano in queste notti di inverno, entrambi importanti e celebrati.
Come a Samhain si preparano cibo e acqua per gli spiriti, si lascia un uscio o una finestra accostate così che le anime capiscano che in quella casa sono le benvenute.
Il fuoco dei camini e delle stufe viene lasciato acceso in modo che la sua luce sia evidente da chi giunge da fuori e riconosca la casa come un ambiente sicuro e accogliente.
In Trentino si lascia un lume acceso accanto alla culla dei neonati, cosicché gli spiriti o Gesù bambino benedicano il pargoletto.
In Friuli si brucia del cibo sul ceppo del camino, un'offerta per i defunti che tornano a casa.
Come a Samhain in Emilia non si sparecchia la tavola, la si lascia imbandita per gli spiriti degli antenati che cercheranno ristoro.
In Toscana era d'uso invitare a casa i viandanti incontrati per caso, essi infatti potevano essere degli spiriti di parenti defunti, ormai irriconoscibili, affinché si rifocillassero e potessero dormire in un letto caldo.
In altre regioni come le Marche e l'Abruzzo si lasciavano delle zuppe di legumi alla finestra.
In Campania era d'uso rimuovere gli oggetti pericolosi e acuminati dalle dimore, potevano infatti spaventare gli spiriti degli antenati.
Anche al sud, in Puglia, Sicilia, Basilicata, si prepara la cena per i morti e si riscaldano le stanze per ospitarli.
Rituali e accortezze per accogliere, ma anche tradizioni e riti per proteggersi.
I morti che tornano sulla terra non sono tutti benevoli, ed è possibile incontrare creature malvagie in queste notti.
I vivi dunque si organizzano, e proteggono le case e le famiglie. 
In tutta la penisola si usa fare rumore, si battono le pentole, si urla, risuonano le campane delle chiese, si creano sonagli da appendere alle porte, si spara con i fucili e le pistole.
Spari che uccidono l'anno vecchio permettendo al nuovo di nascere. 
Questa usanza che poi si è trasformato nella tradizione dei botti di mezzanotte a Capodanno.
Nelle notti di inverno si purifica la casa con fumenti e fumigazioni, si bruciano i rami dei sempreverde, le bacche di ginepro.
Il ginepro è una pianta sempreverde che da secoli viene identificata come ricca di proprietà magiche in grado di allontanare le entità maligne.
Già nell'antica Grecia si credeva che il ginepro tenesse lontani i serpenti velenosi, inoltre con le due bacche di creavano antidoti contro il veleno di questi rettili.
È evidente l'associazione che venne fatta secoli più tardi con l'avvento della cultura cristiana.
Il serpente era divenuto rappresentazione del male e veniva associato alla figura del diavolo, pertanto al ginepro vennero attribuite nuove proprietà.
Le sue fumigazioni potevano tenere lontano i demoni, e addirittura potevano curare malattie quali la lebbra e la rogna.
Questa credenza medica perdurò quasi fino al 1900.
A Parigi nel 1870 si usarono suffumigi di ginepro negli ospedali e nelle case come protezione contro un'epidemia di vaiolo.
In Italia il ginepro viene usato in molteplici modi, si affumica e brucia, si usa come ornamento, le sue bacche sono l'ingrediente di molti liquori e grappe.
Secondo alcune tradizioni mettere dei rami di ginepro sulle porte terrebbe lontane le streghe, i fantasmi e i diavoli. 
In Trentino si fa un uso simile dell'agrifoglio.
Tornando ai bracieri, in Lombardia si brucia anche la bava dei bachi da seta.
Sempre in Trentino venivano gettati nel braciere i rami dell'ulivo pasquale benedetto, palline di resina di pino.
Il capofamiglia benediva la casa e la stalla con acqua benedetta recitando il Padre nostro.
In Friuli questa benedizione viene celebrata dal sacerdote che va di casa in casa.
La cenere dei roghi viene sparsa sulle soglie o la si usa per tracciare delle croci sulle porte, essa impedirà agli spiriti di entrare.
Anche gli animali delle fattorie e degli allevamenti vengono segnati con la cenere, nel timore che gli spiriti possano fare loro del male.
In Piemonte per la messa di mezzanotte le ragazze si travestono da vecchiette con tanto di parrucche, per non essere riconosciute e tormentate dai fantasmi.
Anche in Friuli ci si traveste, si indossano tuniche bianche e si battono i portoni, si suonano campanacci, tutto per spaventare gli spiriti maligni.
In Toscana usava portare con sé i forconi durante la messa di mezzanotte, un'arma contro eventuali attacchi degli spiriti.
A Firenze esisteva un'usanza piuttosto macabra, ovvero quella di rilasciare all'interno delle chiese degli animali che venivano massacrati dalla folla di fedeli.
Per volere di Savonarola questa terribile tradizione venne sospesa nel 1494, ma alla sua morte avvenuta nel 1498 l'usanza riprese a essere celebrata.
Quell'anno nella chiesa di Santa Maria del Fiore si procedette al martirio di un cavallo.
Ci volle un bando cittadino del 1533 per fermare definitivamente questa barbarie.
L'usanza di introdurre animali sacrificali nelle chiese era presente anche nel napoletano.
Il colore rosso come sappiamo è molto usato a Capodanno, tradizione vuole che porti fortuna per il nuovo anno.
Ciò deriva dai rituali difensivi di questo periodo.
Drappi di colore rosso venivano appesi alle finestre, probabilmente un retaggio biblico di quel sangue di capretto che gli ebrei, schiavi in Egitto, usarono per segnare le loro porte e salvarsi dall'angelo della morte.
In Sardegna le chiese diventavano luoghi di divertimento, con tanto di musica e spettacoli di burattini, il fragore delle risate e gli strumenti musicali erano uno spauracchio per gli spiriti malvagi.
In questi giorni tra Natale ed epifania in molte regioni vigeva il divieto di filare.
Addirittura i filati andavano nascosti.
Gli spiriti ne erano attratti e vi rimanevo impigliati.
Infatti la filatura era legata alla figura delle Parche, le divinità greche che tessevano il destino degli esseri umani. 
Il filo rappresenta la vita umana nel suo dipanarsi, prendere forma ed essere reciso.
I morti si accostano a chi ricama, a chi tesse e usa gli arcolai, nella speranza di potersi allacciare a quel filo che potrebbe essere un nuovo inizio.
Non solo le Parche ma anche come Frau Bertcha e Frau Holda, figure femminili del folklore teutonico che ritroviamo nel personaggio della Befana, ma di lei parleremo in un altro momento.

domenica 19 dicembre 2021

La luce di Yule, una strada antiche che ci guida verso il Natale.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.
Come abbiamo detto più volte le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Abbiamo già approfondito il contributo delle feste dei Saturnali e delle celebrazioni di Hanukkah, oggi scopriamo che l'origine va ricercata anche nei rituali della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate, in favore della nuova stagione agricola.
Si creavano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni.
In questi giorni era usanza accendere fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo.
Il confine tra io mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano, a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I rituali pagani di Yule e quelli cristiani si sono intrecciati nel corso dei secoli proprio nella bellezza delle loro luci, dando vita a quello che ora noi chiamiamo Natale, tema questo che approfondiremo più avanti.
D'altronde la stessa corona di cui parlavo nell’articolo sull’Avvento prima richiama il simbolismo di Yule.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
Col tempo questo simbolismo è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Yule è il sabba del solstizio d'inverno, che cade tra il 21 e il 22 dicembre. 
Il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Simbolo indiscusso di Yule è la vegetazione sempreverde, i pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifogli, vischio, piante che anche in inverno sopravvivono, nonostante la natura attorno a loro si addormenti. 
Gli abeti e i pini erano gli alberi benedetti di questo solstizio, i loro rami venivano portati nelle case e addobbati, usati sugli altari, a simboleggiare la vita che resiste al freddo e all’oscurità dell’inverno.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Durante il solstizio si tagliavano dei ceppi di sempreverde, che venivano fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessi proprietà magiche e terapeutiche.
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
Ma questa mescolanza non fu a senso unico.
Yule, così come i Saturnali, hanno influenzato di rimando le celebrazioni cristiane, tanto da fare spostare la data della nascita di Gesù al 25 dicembre.

mercoledì 1 dicembre 2021

Il 25 dicembre, dai Saturnali al Natale cristiano.


Il Natale è una festa universale che racchiude in sé l'eco tangibile di tradizioni antiche.
Spesso questo dettaglio viene accantonato, volutamente o meno, in nome dell'integralismo culturale e religioso.
Ma è sbagliato delimitare l'essenza del Natale unicamente al cristianesimo, infatti l'appartenenza alla fede cristiana è solo l'ultimo atto della creazione di questa festività, il contributo finale, la sua denominazione.
Il Natale come lo conosciamo oggi è frutto di una bellissima integrazione tra culture e fedi diverse.
La religione romana, i rituali pagani di Yule, le tradizioni ebraiche di Hanukkah.
Di quest'ultima ad esempio abbiamo parlato in precedenza: Gesù e soprattutto i suoi discepoli, nati nella fede giudaica, hanno attinto alle usanze del loro popolo di origine per celebrare le nuove festività dei primi cristiani.
Oggi parliamo di una celebrazione antica che in particolare ha influenzato gli usi e le tradizioni del Natale cristiano, i Saturnali.
In quello che si tempi era il decimo mese del calendario romano, December, nell'impero Romano si avvicendavano diverse celebrazioni.
Il 13 dicembre avevano luogo i Telluri, feste dedicate a Cerere, dea della terra; il 15 si festeggiavano i Consualia, in onore del Dio del grano, Conso. 
I Saturnali o Saturnalia erano una delle maggiori e popolari feste religiose di Roma, si celebravano ogni anno dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno.
In origine erano una festa agricola dedicata solamente alla dea Opa, compagna di Saturno, che vegliava sull'abbondanza dei raccolti.
I Saturnali erano molto amati in quanto erano considerati un periodo di trasgressione, in questi giorni al popolo romano venivano offerti banchetti e giochi circensi, veniva permesso il gioco d'azzardo, inoltre per un giorno gli schiavi potevano vivere da uomini liberi.
Ci si mascherava, anche facendosi beffe degli uomini politici più importanti, senza paura di ritorsioni.
Le scuole chiudevano, era proibito dedicarsi al lavoro agricolo, alla politica e alla guerra. 
Le città venivano addobbate con ghirlande di fiori invernali e fiaccole.
I Saturnali prevedevano sacrifici di animali nei templi dedicato a Saturno, per accattivarsi la sua benevolenza e ottenere prosperità e abbondanza nell'anno a venire.
In questi giorni ci si scambiava piccoli doni, anche tra padrone e servitù, in nome della fraternità e dell'uguaglianza.
Tra i doni più diffusi c'erano dolci di noci, datteri e miele, e delle statuette d’argilla rossa, le strenne, in onore della déa del solstizio d'inverno, Strenua.
Terminati i Saturnali, il 25 dicembre si festeggiava un’altra ricorrenza importante per i Romani, quella del Dies Solis Invicti, cioè la Natività del Sole Invincibile, che secondo il mito sconfiggeva le tenebre portando nuova luce nel mondo.
Fu l'imperatore Aureliano, nel 274 dC, a introdurre a Roma per primo l'immagine del Sole invitto all'interno delle celebrazioni dei Saturnali, ispirandosi alla divinità siriaca a cui dedicò il tempio di Campo Marzio. In questo modo l'imperatore pensò di poter unire le diverse forme religiose presenti nell'impero sotto il culto del Sole.
Le radici del Natale sono particolarmente evidenti in questa festività romana.
Abbiamo già precisato che il Natale è nato dalla commistione di diverse tradizioni, e si può affermare che il contributo maggiore arriva proprio dai Saturnali romani, soprattutto se ci soffermiamo a riflettere sulle similitudini con le usanze natalizie dei giorni nostri.
A Natale la società si ferma (certo, un discorso a parte lo meriterebbe il tema del consumismo...) ci si riunisce per festeggiare in famiglia e scambiarsi i doni, riscoprendo una nuova generosità.
Il Natale cristiano in particolare onora un evento speciale, la nascita di Gesù Cristo, colui che porterà la luce in un mondo oscuro, colui che dovrebbe segnare una nuova era di pace e fratellanza.
Ho spesso ricordato nei miei articoli che le usanze religiose pagane hanno avuto notevole influenza sulle celebrazioni cristiane.
Il caso dei Saturnali è emblematico, perché ha condizionato in modo sostanziale le norme cristiane. 
La necessaria convivenza armonica tra la cultura pagana e il cristianesimo portò alla decisione di spostare la data della nascita di Cristo dai primi di gennaio al 25 dicembre, per farlo combaciare con la celebrazione romana del Sol Invictus. 
Le due celebrazioni vivranno una a fianco all'altra per molti secoli, la loro sovrapposizione non fu immediata come si può erroneamente pensare.
La prima testimonianza della celebrazione del Natale il 25 dicembre come Dies Natalis Christi risalirebbe infatti solo alcuni secoli dopo la morte di Gesù.
Infatti è solo con il IV secolo dC che il calendario cristiano inizia a prendere forma, ciò avviene grazie all'influenza di due calendari: quello romano e quello ebraico.
L’influenza giudaica si percepisce soprattutto nella divisione della settimana in 7 giorni anziché i 10 del calendario greco, e nella ripresa del concetto di giorno in cui riposarsi. Il calendario cristiano porterà questo giorno dal sabato alla domenica, il giorno dedicato al Signore, in cui vige l’interdizione dal lavorare.
Dal calendario ebraico si riprende l’uso di una festa mobile, la Pasqua, con una data che varia a seconda dei cicli lunari, e la si affianca con le festività fisse già presenti nel calendario romano.
C’è quindi un’unione tra il calendario solare e quello lunare.
Il riposo domenicale e i criteri per fissare le date della Pasqua (la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera) furono decretati dal concilio di Nicea del 325 dC.
Dalla Pasqua dipenderà poi l’Ascensione, 40 giorni dopo, e la Pentecoste, 50 giorni dopo.
La Chiesa a questo punto decise che le date dedicate alla nascita di Gesù e ai principali santi e apostoli dovessero essere poste in giorni già dedicati ad altre feste e celebrazioni del calendario precristiano, conservando alcuni contenuti e significati.
Per questo come dicevamo venne scelto il 25 dicembre, giorno in cui si celebravano la nascita del dio Mitra e culmine delle feste per il Sole Invitto, come data della venuta di Gesù Bambino.
La nascita di Gesù viene associata a quella del Sole invincibile, questo accostamento fu possibile anche grazie ad alcuni richiami evangelici, ad esempio Giovanni 8, che recita: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre
Inoltre molte rappresentazioni di Gesù lo raffiguravano come un nuovo Apollo circondato da aureole di luce dorata, ne abbiamo alcuni esempi nelle catacombe cristiane di Roma.
Dunque le basi per il successo di questo accostamento erano già di per sé favorevoli.
Inoltrerò diversi teologi già affermavano che Gesù fosse nato il 25 dicembre.
Per avere una datazione ufficiale e comunemente accettata dalla società dell'epoca si dovrà attendere il 336 dC, informazione che troviamo nel Calendario Romano Filocaliano del 354. La presenza di questa data nel calendario fa presupporre che questa essa venisse festeggiata anche negli anni precedenti.
Un ruolo importante in questa sovrapposizione lo giocò senza dubbio la politica dell'imperatore Costantino, basta pensare all'editto di Milano (313 dC) firmato da lui e Licinio, chiamato anche editto di tolleranza, che permise la libertà della confessione cristiana e non solo, accostò volutamente la figura del Dio cristiano a quella del Dio sole, quasi senza fare particolari distinzioni tra le due.
Successivamente a questo accordo Costantino promosse con insistenza il culto del Dio dei cristiani ed emanò leggi chiaramente ispirate e a favore del al culto cattolico, influenzando inevitabilmente gli usi del popolo romano.
Da lì in poi, generazione dopo generazione, la celebrazione del Natale cristiano inizierà a sostituire nella cultura e nella religiosità popolare quella del Sol Invictus, in particolare con la'editto di Teodosio del 392 dC, con il quale saranno proibiti i culti pagani pubblici e privati sul territorio dell'impero.
Le tradizioni romane dei Saturnali furono comunque conservate ancora per tanti secoli nei territori più rurali e l'aristocrazia più fedele, l'evangelizzazione non toccò certi ambienti fino al V secolo, VIII secolo addirittura nei territori germanici.
Nonostante la cristianizzazione, spesso violenta, dell'Europa l'anima e le usanze dei Saturnali sono ancora visibili e celebrate ai giorni nostri, anche se con nomi e aspetti diversi.
Una radice che non è stata e non sarà mai estirpata del tutto.

martedì 23 novembre 2021

L'Avvento, un percorso nella luce.

L' Avvento è quel tempo liturgico che precede il Natale e ci prepara ad esso. 
Avvento deriva dal latino "adventus", "venuta".
Nella chiesa cattolica, luterana e anglicana l'avvento è attesa del Natale e quindi della nascita di Gesù Cristo (che in realtà non è nato in questo giorno ma ne parleremo più avanti), dura quattro settimane e segna l'inizio dell'anno liturgico.
Il tempo dell'Avvento inizia con il vespro della sera della prima domenica e finisce la era della Vigilia di Natale.
Nelle chiese orientali invece questo periodo è lungo 40 giorni, infatti viene chiamato anche quaresima natalizia.
Nei primi secoli del cristianesimo l’Avvento si celebrava partendo dal giorno di San Martino, l’11 novembre, e terminava il 6 gennaio.
In queste settimane si praticava il digiuno in alcuni giorno prestabiliti.
Papa Gregorio Magno fu il primo a modificare la celebrazione dell’Avvento, stabilendo che il tempo liturgico dovesse essere di quattro settimane, come già avveniva nella Francia di Carlo Magno.
Nonostante la decisione del Papa in molte nazioni la celebrazione dell’Avvento rimase di sei settimane.
Fu solo nel 1507 con Papa Pio V, spronato anche dalle decisioni prese anni prima dal Concilio di Trento, che venne stabilito come regola il tempo liturgico di quattro settimane.
La chiesa ortodossa invece ancora oggi celebra un Avvento di sei settimane.
L’Avvento è un periodo ricco di tradizioni antiche, come il pulire la casa in preparazione delle feste e iniziare ad addobbare gli ambienti, in particolare con lanterne e luci.
A riguardo, una delle tradizioni più conosciute e celebrate di questi giorni è indubbiamente l'accensione delle candele della corona dell'Avvento.
Ornamento circolare originario delle regioni teutoniche fin dal 1600, diventerà di uso comune solo alcuni secoli più tardi.
La corona è composta da rami di sempreverde che racchiudono quattro candele, solitamente l'usanza ne vorrebbe tre viola e una rosa, i colori dei paramenti dei sacerdoti durante l’Avvento, le quali vengono accese al ritmo di una ogni domenica per le quattro settimane precedenti al Natale.
L'accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre, nel cristianesimo è legata alla sempre più prossima venuta di Gesù Cristo.
C’è un preciso simbolismo anche nelle candele della corona dell’Avvento.
Esse hanno anche un nome, o meglio, ne hanno addirittura due, uno legato alla tradizione biblica e uno che potremmo definire laico.
È interessante questa scelta, che sembra voler lasciare integro quel filo che collega le celebrazioni pagane dell'inverno con il Natale.
Un legame indissolubile e che non va mai dimenticato.
La prima domenica si accende la candela del Profeta, è la candela della Speranza.
I profeti ci hanno annunciato l'arrivo di un uomo, un Messia, che cambierà il mondo, lo renderà migliore. Impossibile non riempire i cuori di speranza di fronte a tale rivelazione.
La seconda candela della corona dell’Avvento è detta "di Betlemme", è la candela della Pace.
Non a caso si accende dopo quella della Speranza, perché come si può portare la pace nel mondo se non iniziando a sperare che esso possa cambiare, che l'umanità possa cambiare? 
E il cambiamento deve iniziare prima di tutto da noi, dal nostro atteggiamento.
Terza domenica d’Avvento, la Speranza si trasforma in una nuova emozione calda e avvolgente, si accende la candela della Gioia.
È detta anche candela "dei Pastori", coloro che appunto con estrema letizia testimoniarono la venuta del Messia. È felicità nella sua forma più luminosa. 
La quarta e ultima domenica d’Avvento si conclude con la progressiva accensione di queste candele, immagine della battaglia del Sole contro le Tenebre, e con l’ultima candela, quella dell’Amore o "degli angeli", possiamo celebrare la vittoria della Luce in tutto il suo splendore. 
Perché in fondo Natale nella sua essenza più pura non è altro che amore.

lunedì 21 dicembre 2020

Yule, luce dell'inverno.


Yule è il sabba del solstizio d'inverno, che cade tra il 21 e il 22 dicembre. 
Il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifiglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Simbolo indiscusso di Yule è la vegetazione sempreverde, i pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifogli, vischio, piante che anche in inverno sopravvivono, nonostante la natura attorno a loro si addormenti. 
Gli abeti e i pini erano gli alberi benedetti di questo solstizio, i loro rami venivano portati nelle case e addobbati, usati sugli altari, a simboleggiare la vita che resiste al freddo e all’oscurità dell’inverno.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Durante il solstizio si tagliavano dei ceppi di sempreverde, che venivano fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessi proprietà magiche e terapeutiche.
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
Ma questa mescolanza non fu a senso unico.
Yule, così come i Saturnali, hanno influenzato di rimando le celebrazioni cristiane, tanto da fare spostare la data della nascita di Gesù al 25 dicembre.
Ma di questo parleremo più avanti.



















domenica 13 dicembre 2020

La Strozegada di Santa Lucia


Ieri abbiamo parlato di Santa Lucia e delle sue origini, oggi parliamo di una bellissima tradizione popolare del mio Trentino, la Strozegada.
I bambini costruiscono delle strozeghe, ovvero dei fili a cui vengono attaccati dei barattoli di metallo. 
Le strozeghe vengono trascinate dai bambini in giro per le strade, il loro rumore serve per aiutare Santa Lucia, che secondo la leggenda venne resa cieca dal martirio subíto dai Romani, a trovare i piccoli per poter regalare loro i consueti dolcetti.
Molti paesi del Trentino organizzano in questi giorni una vera e propria sfilata a cui possono partecipare grandi e piccini, che si conclude con la distribuzione di dolci e cioccolata calda all fine del percorso.
Anche questa tradizione affonda le sue radici nel paganesimo e nelle celebrazioni di Yule: parlavamo di Lussi, la Signora dell'inverno, che veglia sui popoli nordici durante il Soltizio d’inverno. Le creature fatate a lei devote spaventavano gli spiriti maligni usando delle catene a cui erano agganciati dei campanacci e padelle di ferro e rame. 
Col tempo il cristianesimo ha ripreso questa celebrazione modificando il suo essere, non si usano più le strozeghe per spaventare, ma per accogliere chi si è perduto nel buio della notte invernale.

sabato 12 dicembre 2020

Quella luce che rischiara le notti invernali.

Le donne legate alla tradizione religiosa sono spesso un tesoro nascosto di cui la teologia ufficiale parla raramente, o in modo superficiale, spesso in favore dei loro "colleghi" maschi, non evidenziando il vero ruolo che sono chiamate a ricoprire. 
Lo abbiamo visto con Maria di Nazareth nel mio post precedente, e anche
Lucia da Siracusa ne è un fulgido esempio.
Il 13 dicembre le chiese cristiane ricordano questa santa, martirizzata durante il regno di Diocleziano.
La sua agiografia è nota: nata in una ricca famiglia siciliana scelse di consacrare la sua vita a Cristo, e di donare ogni suo avere ai più poveri. Venne denunciata come cristiana da un pretendente rifiutato, e condotta in tribunale, dove nonostante le minacce e le torture rifiutò di rinnegare la sua fede. Fu decapitata nel 304 dC.
La leggenda popolare tramanda che le furono strappati gli occhi, infatti l'iconografia spesso la ritrae con un piattino su cui poggiano i suoi bulbi oculari, ma è probabile che si tratti di un'interpretazione errata legata alla sua simbologia. 
Il 13 dicembre (ma in alcune zone arriva già il 12) Santa Lucia porta dolci e regali ai bambini.
È comune nelle case lasciare la sera un piattino con sale e farina per la santa e il suo asinello.
Ma il ruolo di Lucia non si può e non si deve ridurre a questo.
Da adulta, quando la conoscenza si fa strada nello stupore infantile, ho pensato a lungo a lei, a questa santa che mi porta i dolcetti fin da quando ero bambina.
Questa figura femminile, che viene relegata in una nicchia del periodo natalizio, è in realtà molto più importante di quanto sembri.
È una donna amata e celebrata dal Grande Nord alla Sicilia. 
Questo perché la sua figura, che ora ha connotati dettati dalla cristianità, trova le sue origini nelle tradizioni del solstizio invernale.
Lucia è Lussi, colei che nella tradizione nordica illumina le notti fredde e oscure di Yule, è madre e regina degli spiriti, che la seguono in processione.
In lei rivediamo, Diana, Freya, Cerere. Perché tutti è collegato, ogni figura nasce, muore e rivive nelle sue sorelle di altre tradizioni.
Lussi vigilava sui preparativi della celebrazione del solstizio, controllava che ogni famiglia potesse accendere i fuochi e che se ne ricordasse in tempo.
Lo faceva a volte anche combattendo gli spiriti malvagi, pronta a sacrificare se stessa per un bene più alto, la sicurezza di coloro che celebravano il Grande Inverno.
Una vera portatrice di luce.
Anche Lucia nella tradizione cristiana riceve questo epiteto in quanto guida delle anime nei periodi più oscuri.
Quando i missionari arrivarono in Scandinavia, intorno all'anno 1000, notarono subito l'affetto e il rispetto per questa figura, che operava proprio nei giorni in cui il calendario cristiano ricordava santa Lucia, e aveva con lei una simbologia comune.
Come era accaduto per altre celebrazioni i cristiani integrarono l'agiografia della santa, ancora molto abbozzata, con le peculiarità della signora dell'Inverno scandinava.
Per questo tutt'oggi la celebrazione del 13 dicembre nel Grande Nord vede queste due figure accostate, quasi sovrapposte.
Prima della Santa c’è la Signora del solstizio, prima della dea c'è sempre una donna. Una donna che è soggetto della sua storia.
Ci porta in dono la luce, la conoscenza, il coraggio.
Lucia, Lussi, vestita di bianco, con la sua corona di candele è la luce della vita contro l’oscurità più buia, è il coraggio di sacrificare ogni cosa per ciò in cui crediamo, in nome di qualcosa più grande di noi.