martedì 22 giugno 2021

Il Levitico e l'amore omosessuale, è tempo di fare chiarezza.


Con un uomo non giacerai come si giace con una donna: è un abominio”. (Lv 18, 22) Chiunque abbia giaciuto con un uomo come si giace con una donna, hanno compiuto tutti e due un abominio; siano messi a morte. Il loro sangue ricada su di loro”. (Lv 20, 13)

Così tuonano due versetti che troviamo nel libro del Levitico.
Sono certamente tra i più noti, i più usati per condannare l’omossesualità.
In questo libro, il terzo della Torah, troviamo una raccolta di prescrizioni e leggi che scandiscono la vita della comunità ebraica dopo la liberazione dall’Egitto.
Il Levitico ovvero libro dei leviti, i sacerdoti discendenti della tribù di Levi, trova la sua collocazione temporale in due momenti: la trasmissione orale nata tra l’8 e il 5 secolo aC, a cavallo tra il periodo preesilico e la deportazione in Babilonia, e la redazione scritta, conclusasi del 3 secolo aC, nel periodo postesilico.
Parlando del libro di Genesi e dei capitolo dedicati ad Adamo ed Eva se ricordate abbiamo detto che il periodo successivo alla deportazione in Babilonia è molto importante per il popolo ebraico, è un passaggio fondamentale nella ricostruzione della propria identità culturale, sociale e religiosa.
Da questa riscoperta nasce la necessità di mettere per iscritto le prescrizioni che regolamentano la vita quotidiana, civile e religiosa di ogni ebreo, affinché non vengano mai dimenticate anche e soprattutto nei momenti di maggiore sconforto.
E la vita civile riguarda anche le relazioni di coppia, che vengono anch’esse regolamentate.
Matrimoni, rapporti sessuali, procreazione.
Tutto ha una legge che lo riguarda.
E qui arriviamo al nostro tema, ai versetti del Levitico che abbiamo citato all’inizio.
A una prima lettura essi sembrano condannare in toto l’omosessualità.
Ma è questa l’intenzione degli autori leviti? 
Procediamo con ordine.
La Torah considera l’omosessualità in modo diverso rispetto ai tempi odierni, non prende in considerazione l’inclinazione sessuale tantomeno quella sentimentale. Essa conosce gli atti di tipo omosessuale, nello specifico la sodomia.
Alla luce di ciò, visto che non si parla di amore ma di atti sessuali, possiamo già dire che l’intenzione degli autori del Levitico non è condannare le persone omosessuali, semmai scoraggiare i rapporti sessuali anali tra due uomini.
Perchè?
Ripercorrendo la storia del popolo ebraico scopriamo che esistono una serie di fattori che hanno portato i leviti a dichiarare l’atto sessuale omosessuale come un “abominio”.
Sempre in Levitico si dice: “Non agite secondo il costume del paese d’Egitto (...) non comportatevi secondo le loro leggi.
(Lv 18, 3-4)
Le culture con cui il popolo ebraico è entrato in contatto nei secoli precedenti conoscevano l’omosessualità e non vi era divieto di congiungersi tra persone dello stesso sesso.
Israele che riscopre se stesso e la sua identità deve stabilire una netta separazione tra sè e gli altri popoli, in particolare da coloro che lo hanno soggiogato e imprigionato, ridotto in schiavitù, deve dunque prendere le distanze anche dalle loro pratiche sessuali.
Solo in questo modo Israele potrà trovare la propria unicità.
Per la stessa motivazione, il voler dare un taglio netto con gli oppressori, Levitico vieta i rapporti incestuosi, accettati ad esempio dalle famiglie nobili egiziane per preservare la purezza della loro linea di sangue.
Una seconda motivazione la troviamo nel valore che viene dato alla fecondità, tematica che abbiamo già affrontato parlando dei capitoli di Genesi su Adamo ed Eva.
Siamo in un periodo storico in cui uno dei propositi maggiori della comunità ebraica postesilica è quella di dare vita a nuove generazioni che tramanderanno la conoscenza e la fede dei loro padri.
Il rapporto sessuale deve dunque essere finalizzato alla procreazione, quindi può svolgersi solo tra uomo e donna all’interno di una relazione coniugale benedetta dai sacerdoti del Tempio.
Un uomo giacerà solo con la sua sposa con l’intento di generare dei figli.
Il sesso omosessuale, e non l’omosessualità attenzione, è una distrazione da tale intento, pertanto viene scoraggiata.
Per lo stesso motivo, ovvero evitare di disperdere il seme inutilmente, il Levitico vieta ad esempio i rapporti sessuali quando la donna ha il ciclo mestruale.
Da ciò si evince che l’intento degli autori del libro del Levitico è più legato alla paura di un calo delle nascite che alla condanna della comunità omosessuale.
Tutto è finalizzato alla sicurezza del legame familiare, che è la base della comunità ebraica.
Se nella famiglia vi è discordia essa non sarà un terreno fecondo per le nuove generazioni.
Per questo motivo vicino al divieto di congiungersi sessualmente tra due uomini troviamo altre proibizioni.
Viene bandito l'adulterio (Lv 18,20), vengono proibiti i sacrifici di infanti in favore del dio Moloch (divinità antica del fuoco che richiedeva che i neonati venissero bruciati in suo onore) (v.21), e infine vengono proscritti gli atti sessuali con gli animali (v. 23).
Non si giace con persone dello stesso sesso o con animali perché il proprio desiderio sessuale va contenuto e risparmiato per la propria sposa, per procreare. 
Per lo stesso motivo l'uomo non disperderà il seme con altre donne, la cui gravidanza può minare la solidità della famiglia.
Un bambino non può essere sacrificato e bruciato per Moloch, perché i sacrifici umani erano prerogativa di culture nemiche del popolo ebraico e inoltre sarebbe blasfemo uccidere un bambino, un dono di Dio, una creatura che può tramandare la linea di sangue della famiglia.
Se la famiglia non è serena e compatta al suo interno allora non lo sarà nemmeno verso l'esterno, e a rimetterci sarà l'intera comunità.
La società ebraica di quegli anni è consapevole che il popolo non può disperdersi e disgregarsi ulteriormente, non sopravviverebbe.
Per questo le regole sono scritte in modo così ferreo e incontestabile all'interno del libro del Levitico, per questo le punizioni a riguardo sono drastiche.
Queste prescrizioni però riguardavano una comunità ebraica appena rientrata in patria, che viveva un senso di precarietà ed era in cerca di una nuova stabilità.
Questa situazione particolare ora non esiste più, la società ebraica si è evoluta e trasformata nel corso dei secoli, nonostante tante difficoltà.
Ed è qui che crollano i versetti sopra citati.
Quando scompaiono le condizioni storiche che hanno reso necessarie certe leggi esse perdono la loro ragion d'essere e possono essere messe in discussione in favore di un miglioramento culturale e umano della società.
Alla luce di ciò se guardiamo ai versetti che parlano di proibire i rapporti sessuali omosessuali possiamo dire che essi hanno ormai perso ogni significato.
Lo hanno perso in seno alla comunità ebraica, dato che ai giorni nostri non si parla più di un popolo di ritorno dall'esilio che necessita di una discendenza e di sicurezza religiosa e sociale, e non trovano più nessun appiglio neanche all'interno di quelle società che hanno ereditato parte del patrimonio religioso ebraico attraverso il cristianesimo.
Dunque chi si ostina a discriminare le persone omosessuali brandendo la Bibbia come un'arma nuovamente inciampa nella sua ignoranza, dato che questo odio non trova una base solida nemmeno nelle parole del Levitico.
Utilizzare questi versetti per condannare l'omosessualità non solo è anacronistico, dato che la nostra situazione storica in questi anni 2000 è totalmente rovesciata rispetto a quella degli ebrei del 3 secolo aC, ma soprattutto perché come abbiamo visto quelle proibizioni nulla avevano e hanno a che fare con l'amore tra persone dello stesso sesso.
Amore che nemmeno qui viene messo in alcun modo in discussione.


mercoledì 16 giugno 2021

Adamo ed Eva, le origini dell'amore universale.


C'è una scena nel film Philadelphia che mi è sempre rimasta impressa.
La pellicola di Jonathan Demme del 1993, con protagonisti Tom Hanks e Denzel Washington, è molto nota, così come la sua trama.
Tom Hanks interpreta Andrew Beckett, un avvocato che viene licenziato dal suo studio legale con la scusa di incompetenza quando in realtà la vera motivazione risiede nel fatto che è omosessuale, un dettaglio che non ha mai rivelato ai suoi capi proprio per paura di ritorsioni. Inoltre Andrew è malato di Aids, e scoperta la verità i suoi superiori organizzano una trappola per poterlo licenziare. Beckett assumerà l'avvocato Joe Miller, interpretato da Denzel Washington, affinché lo rappresenti in una causa legale contro il suo studio, nonostante sappia che la malattia lo sta velocemente consumando.
A un certo punto del film vediamo Andrew che si sta recando in tribunale, e un uomo lo aggredisce verbalmente gridandogli «Erano Adamo ed Eva, non Adamo ed Andrea
Ecco, una delle motivazioni utilizzate da molte persone per giustificare la discriminazione verso le coppie omosessuali risiede in quel versetto della Bibbia che recita: "Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina." (Gn 16,27)
Maschio e femmina, uomo e donna, l'immagine di Dio, a loro viene affidato il Regno di Dio, il Creato.
Può questa semplice affermazione, il riconoscere l'esistenza di due generi, maschile e femminile, essere la base per deligittimare l'omosessualità?
Proviamo a capire cosa ci dice veramente la frase che troviamo in Genesi.
Intanto bisogna contestualizzare il testo a cui ci riferiamo.
Il brano si rifà, nelle intenzioni del suo autore, alle conoscenze e alle consuetudini sociali dell'epoca in cui è stato tramandato e scritto.
Dobbiamo tenere presente che parliamo di un libro nato all’interno della comunità ebraica, la quale per secoli ha trasmesso oralmente le storie in esso raccontate. 
A un certo si inizia a trascrivere su pergamena queste storie fino a formare la Torah, i primi cinque libri della Tanak, la Bibbia ebraica.
La loro redazione finale viene collocata tra il 400 e il 350 aC.
La comunità ha bisogno di certezze.
Siamo negli anni successivi all’esilio in Babilonia, un periodo in cui il popolo di Israele tornato in Palestina ha bisogno di recuperare la propria identità fiaccata da anni di prigionia. La creazione di un testo sacro di riferimento ha anche questo scopo, unire la conoscenza e la fede del popolo ebraico affinché esso riscopra la sua storia umana e il suo rapporto con Dio.
Chi siamo, da dove proviene la nostra fede, la nostra identità? 
Non è un testo unitario, la sua redazione scritta ha richiesto molti anni, e ha visto la partecipazione di numerosi autori che si rifanno a diverse correnti e a differenti stili e generi letterari.
Inoltre i miti babilonesi hanno certamente influito sulla formazione di Genesi, in particolare l'epopea di Gilgamesh.
Gli autori partono dal loro presente e riflettendo sull'esperienza dell'esilio e della liberazione arrivano a rispondere alle domande esistenziali del popolo ebraico, proiettando il tutto nel passato, nelle origini. 
Perché ogni storia ha un inizio.
E Genesi in ebraico infatti è “Berescit”, “In principio”.
Questo inizio ci parla della creazione del mondo e dell’umanità per poi arrivare a raccontare la storia del popolo ebraico.
Su questo concetto possiamo dividere il libro di Genesi in due parti.
I capitoli dal primo all’undicesimo di Genesi sono detti strada della vita, in quanto affrontano gli interrogativi fondamentali dell’esistenza umana. 
Nel dodicesimo incontreremo Abramo, il primo dei Patriarchi, e con lui la storia dell’umanità verrà ristretta e concentrata su quella del popolo ebraico.
Una storia che tuttavia riguarda comunque l'umanità intera.
L'intento dei primi 11 capitoli di Genesi è quello di raccontare agli uomini il loro rapporto con Dio, il Creato, gli altri uomini e con se stesso, e di spiegare il senso di smarrimento che può verificarsi quando questi rapporti si incrinano, specificando però che da un'iniziale disperazione per la perdita subìta nasce una nuova consapevolezza.
In questi capitoli leggiamo della creazione del mondo e delle creature viventi, l’allontanamento di Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè e il diluvio universale, la torre di Babele e delle diverse genealogie che porteranno fino ad Abramo.
Occorre fare una precisazione non scontata su questi 11 capitoli.
La natura del testo non è storico scientifica, è religiosa, non c’è l’intenzione di spiegare come sia stato creato il mondo, ma si vuole far riflettere sull’esistenza umana e sui rapporti che essa intreccia con altri soggetti.
Elleth toledot”, "queste sono le origini", è il concetto che scandisce il libro di Genesi.
Origini che hanno la loro natura nel rapporto con Dio.
E infatti l’elleh toledot è un concetto dualistico che racconta il bene e il male presenti nella storia dell’uomo.
La bontà e bellezza della Creazione si avvicendano con il peccato originale e con il fratricidio di Caino e Abele; l’umanità corrotta trova una nuova vita nell’alleanza di Dio con Noè, l’arroganza dell’uomo che costruisce la torre di Babele dà vita ai popoli della Terra.
Genesi ci mostra un’umanità imperfetta che però non perde mai l’amore di Dio e lo riscopre di volta in volta.
Fatta questa doverosa premessa torniamo al primo capitolo di Genesi, in cui viene descritta la Creazione del giardino dell’Eden e di tutte le creature, incluso l’essere umano.
Agli uomini Dio affiderà il Creato, affinché lo custodiscano e lo facciano prosperare.
Dio crea l’uomo, e dato che “non è bene che sia solo”, (Gn 18,25) crea anche Eva, una creatura che sia simile a lui.
La parola ebraica usata è “ezer”, aiuto. 
Non è inteso come sottomissione, anzi.
Entrambi, uomo e donna, hanno pari diritti e responsabilità verso il Creato, e devono collaborare in ogni faccenda che lo riguarda.
Dio plasma Eva con la stessa dignità e con le stesse parole che ha usato per Adamo.
Non c’è disuguaglianza tra loro, c’è parità.
Il fatto che Eva sia stata generata da una costola di Adamo ci dice proprio questo: sono fatti della stessa carne, allo stesso modo, per questo sono uguali davanti a Dio.
Come abbiamo detto la natura di Genesi non è scientifica, tantomeno storica. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, eppure l’autore ha scelto di parlare di un uomo e di una donna. 
Adamo ed Eva sono una coppia, unita dal loro amore e dall’amore di Dio.
Ma è sbagliato pensare che questa rappresentazione legittimi unicamente le coppie eterosessuali a discapito di quelle omosessuali.
Dicevamo che il contesto sociale e culturale in cui l’autore scrive è quello dell’ebraismo in un'epoca in cui l’unica relazione coniugale accettata era quella monogama ed eterosessuale.
Il motivo è semplice: uno dei capisaldi della comunità ebraica di quel periodo storico è la necessità di una discendenza.
Quell'elleh toledot di cui parlavamo prima significa anche "questa è la discendenza", una frase che troviamo spesso in Genesi.
Parlavamo di un popolo in diaspora, decimato da anni di esilio e prigionia. 
C’è bisogno di nuove generazioni che tramandino le tradizioni, la fede, la vita.
E solo un uomo e una donna possono concepirle, insieme.
Nella Bibbia infatti Dio ad Abramo promette una terra e una discendenza, queste le ricompense per la sua fede nel Dio unico.
Quindi, per citare il papa emerito Joseph Ratzinger, “Il monogamismo biblico è vicino al monoteismo ebraico”.
Un unico Dio, un unico sposo o sposa.
Ma la necessità di un popolo di tramandare se stesso esclude categoricamente la possobilità che esista l'amore tra persone dello stesso sesso? 
Assolutamente no.
In Genesi non viene detto nulla di tutto ciò, non viene data indicazione specifica sulla sessualità dei personaggi.
Intuiamo che si tratti di una relazione eterosessuale solo in virtù del famoso "andate e moltiplicatevi", che comunque riguarda unicamente la sfera biologica riproduttiva, non quella affettiva.
Ma non si parla chiaramente di relazioni etero o gay.
Non se ne parla perché non è una nozione necessaria per lo scopo affidato al libro.
L'autore di Genesi 16 nel suo testo descrivendo Adamo ed Eva altro non fa che rappresentare l'umanità intera e le sue caratteristiche, qualità e mancanze.
Esse riguardano ogni essere umano, sono gli uomini e le donne di ogni epoca storica, che amano, che tentano e falliscono, non si prendono le responsabilità delle proprie azioni, che trovano una nuova consapevolezza e riscoprono un nuovo modo di vivere, creano una comunità. 
Questa storia è destinata a ripetersi nei secoli, perché essa è insita la natura umana.
L'intento di questi capitoli è raccontare l'essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti, a prescindere dal suo genere e dalla sua sessualità. 
Non si può quindi pensare di appellarsi alla storia di Adamo ed Eva per giustificare la condanna verso l'omosessualità, perché da nessuna parte nel testo troviamo l'esaltazione della coppia eterosessuale così come non c'è un esplicito giudizio negativo nei confronti delle relazioni omosessuali.
Si parla di amore, e non si dice che esso può esistere solo tra uomo e donna.
E soprattutto si dice che l'amore di Dio, sentimento divino che è davvero protagonista della storia più di quello umano, riguarda tutta l'umanità.
E se Genesi non fa distinzioni tra generi e le sessualità allora non lo fa nemmeno Dio, il cui amore abbraccia tutti.
Con buona pace di chi pecca di omofobia. 





venerdì 11 giugno 2021

Liebe gewinnt, la disobbedienza in nome dell'amore universale.

A maggio 2021 in Germania un gruppo di sacerdoti cattolici ha compiuto un gesto di ribellione che potremmo definire epocale.
Hanno dato vita al movimento "Liebe gewinnt" e hanno iniziato a offrire benedizioni alle coppie omosessuali. 
A Berlino, Monaco,Colonia e in tanti altre città tedesche centinaia di coppie dello stesso sesso sono state benedette in funzioni religiose.
Liebe gewinnt, l'amore vince, è la risposta disobbediente a una dichiarazione del Vaticano.
A marzo 2021 infatti la Santa Sede si è così espressa: «Non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio su matrimonio e famiglia».
E aggiunge che «la Chiesa cattolica non può benedire il peccato».
Ma numerosi sacerdoti cattolici tedeschi non erano dello stesso avviso.
I promotori di Liebe gewinnt, don Bernd Mönkebüscher, don Burkhard Hose e don Carsten Leinhäuser hanno così ribattuto:
«L'amore vince. L'amore è una benedizione. Le persone che si amano sono benedette. Il 10 maggio 2021 ti invitiamo in vari luoghi della Germania per le benedizioni. Non vogliamo escludere nessuno. Celebriamo la diversità dei diversi piani di vita e delle storie d'amore delle persone».
Da subito l’iniziativa è stata accolta da numerose parrocchie.
Uno dei benedicenti, don Christian Olding, ha affermato: «Se sosteniamo che Dio è amore non posso dire alle persone che perseguono lealtà, unità e responsabilità reciproche che il loro non è amore».
Rappresentanti della chiesa cattolica tedesca hanno dato vita a una petizione per chiedere alla Santa Sede di estendere le benedizioni alle coppie omosessuali, molte parrocchie hanno esposto le bandiere arcobaleno.
Le benedizioni sono proseguite per giorni, nonostante i rimproveri dei vescovi tedeschi.
Su molti giornali cattolici si è addirittura parlato del rischio di uno scisma tedesco, di una nuova Controriforma.
In realtà questo pericolo non esiste, dato che i sacerdoti che hanno aderito al LIebe gewinnt hanno celebrato le benedizioni sulle coppie omosessuali durante il loro tempo libero e non mentre erano in servizio.
Per questo stesso motivo la Conferenza episcopale tedesca non ha potuto sanzionarli.
Il presidente dei vescovi tedeschi, monsignor Georg Bätzing, si è limitato ad affermare che «noi non consideriami le azioni pubbliche, come quelle previste per il 10 maggio, un segno utile o una via da seguire. Le messe di benedizione hanno la loro dignità teologica e il loro significato pastorale. Non sono adatte come strumenti per manifestazioni politico-ecclesiastiche o azioni di protesta».
Ma di fronte a questa disobbedienza ben organizzata e risoluta il Vaticano ha tremato.
Perchè la benedizione, nonostante non abbia lo stesso valore di un sacramento quale il matrimonio, è di fatto una legittimazione di un rapporto tra due persone.
La benedizione ci dice che ciò che viene consacrato è buono e giusto, 
è protetto dall’amore e dalla benevolenza di Dio.
E’ un precedente consistente, e come tale trova spazio e rafforza una diversa prospettiva nel dibattito che da anni infiamma la teologia cristiana sulla questione omosessualità.
Può la cristianità cambiare opinione sul suo modo di rapportarsi all'omosessualità?
È possibile un'apertura verso le relazioni ebi matrimoni gay?
Finora la risposta, come sappiamo, è sempre stata negativa, nonostante qualche spiraglio di umanità aperto da alcuni sacerdoti.
Tra questi c'è anche papa Francesco. Quando ancora non era pontefice Bergoglio si sarebbe espresso a favore dei cattolici omosessuali affinché non venisse negato loro il diritto alla famiglia.
Ma queste parole, limitate al rispetto verso le persone omosessuali di fede cattolica e di condanna verso atti di violenza omofoba, non hanno portato a nessun cambiamento nella dottrina.
L'omosessualità rimane un peccato, è una tendenza da condannare.
Ma la disobbedienza dei sacerdoti tedeschi del movimento Liebe gewinnt ci dimostra che un'altra strada è percorribile.
Ci mostra che è possibile equiparare le coppie omosessuali a quelle eterosessuali in termini di validità del loro sentimento, delle responsabilità, di diritti e doveri, e dei progetti comuni.
Ma i più agguerriti tuonano che la Bibbia stessa condanna l'omosessualità, e che pertanto se lo stesso testo sacro della cristianità si esprime contro le coppie gay non c'è margine per legittimarle.
Ma è davvero così?
Cosa dice realmente la Bibbia sull'omosessualità?
Quando si parla del tema in oggetto spesso si sentono citare i soliti versetti tratti dal Levitico, oppure le vicende di Sodoma e Gomorra, le parole di San Paolo.
E chi li utilizza di solito non ha idea di cosa va citando, ripete a pappagallo una frase senza conoscerne l'origine e il contesto.
Molti teologi, studiosi di esegesi e di ermeneutica biblica, sostengono da tempo che la Bibbia venga utilizzata in modo improprio per giustificare la condanna all'omosessualità.
Il Pride Month diventa l'occasione per scoprire che esiste una diversa prospettiva, un modo diverso di leggere e interpretare quelle pagine così abusate, e che la Bibbia stessa ci parla in modo naturale e positivo dell'amore omosessuale.
Ne parleremo in questi giorni.
Se vi chiedete il perché di questi post, domanda legittima, la risposta è semplice.
È impellente la necessità di fare chiarezza sulle tematiche e sulle parole contenute in uno dei testi più discussi e utilizzati della storia, in modo che non venga più brandito come un'arma dai soliti noti.
Smascherare le storture permette di ribattere alle tesi di chi cerca di limitare i diritti delle persone LGBT+ adducendo come scusa la sua fede religiosa.
C'è anche un dato più umano, da non sottovalutare.
Quante ragazze e quanti ragazzi omosessuali vorrebbero vivere con serenità la propria fede cristiana senza sentirsi illegittimi, ipocriti, sempre tra due fuochi, giudicati, col dubbio di non poter appartenere a una comunità di fede.
In tanti vorrebbero vivere pienamente la loro spiritualità senza giudizi.
Credo sia giusto rassicurarle che nella loro scelta di fede non c'è ipocrisia, come molti affermano.
La loro fede non trova ostacoli nella Scrittura, anzi, ci sono tanti spunti per arrivare ad eliminarli.
Con la speranza che presto la Chiesa stessa, e di conseguenza le comunità di fede, facciano quel passo per poterle accogliere in modo ufficiale.



sabato 24 aprile 2021

Medz Yeghern, la tragedia del popolo armeno.

Oggi 24 aprile si celebra la giornata del ricordo delle vittime del genocidio degli armeni.
Medz Yeghern, il grande crimine, è il termine armeno usato per indicare il genocidio avvenuto nell'aprile del 1915 per volere dell'impero ottomano.
Le autorità, in particolare nella persona di Mehmed Tal'at Pascià, legiferarono per limitare le libertà personali della popolazione armena in modo che non potessero lasciare il Paese; successivamente venne ordinata la cattura, la deportazione e l'eliminazione di ogni armeno presente sul territorio.
Più di un milione e mezzo di persone morirono durante le marce della morte.
Fame, sfinimento, torture, stupri ed esecuzioni sommarie.
Queste le cause della morte della popolazione armena.
Molte madri abbandonarono i figli sul ciglio della strada sperando che qualcuno li portasse via e li salvasse. Altre li soffocarono nel sonno per risparmiare loro atroci sofferenze, per poi suicidarsi.
Il genocidio degli armeni venne attuato dagli ottomani con la supervisione dell'esercito tedesco.
Secondo molti storici questo sterminio fu infatti una sorta di prova generale ispiratrice per ciò che avvenne successivamente con l'Olocausto e i lager nazisti.
Tra le file dell'esercito tedesco c'era anche Armin T. Wegner, che immortalerà questi momenti drammatici.
Dove altri giravano indifferenti lo sguardo, o peggio ancora partecipavano a stupri e torture, Wegner scattò fotografie.
Non riuscendo a ignorare la sofferenza che lo circondava Armin decise di immortalarla.
Cercò anche di adottare uno di quei bambini orfani, ma gli fu negata questa possibilità, e venne declassato di rango e inviato a occuparsi dei malati di colera.
Le sue foto, che ritraggono la condizione degli armeni durante le estenuanti marce, sono da sempre una prova incontrovertibile di ciò che è accaduto, contro ogni negazionismo.
Lo stesso Wegner anni dopo scriverà una lettera a Hitler per protestare contro le persecuzioni degli ebrei sotto il nazismo, per la quale sarà incarcerato e torturato.
Per il suo impegno umanitario lo Yad Vashem lo ha riconosciuto Giusto tra le nazioni. 
Di fronte a questa atrocità la maggior parte degli stati europei rimase silente, principalmente in virtù dei debiti e degli accordi economici stipulati con l'impero ottomano.
Per attirare l'attenzione sul genocidio diversi anni dopo alcuni sopravvissuti, consapevoli che nessuno avrebbe mai punito i loro aguzzini, si organizzarono dando vita all'operazione Nemesis, il cui intento era quello di giustiziare i responsabili  del genocidio.
Mehmed Tal'at Pascià, colui che più aveva caldeggiato lo sterminio degli armeni, sarà ucciso da Soghomon Tehlirian
nel 1921 a Berlino.
Tehlirian si costituì spontaneamente per poter usare il processo contro di lui per raccontare le atrocità subìte dal suo popolo.
Sara giudicato innocente, e in Armenia è considerato un eroe nazionale.
A tutt'oggi il governo turco nega sia mai stato ordinato e compiuto un genocidio, parla piuttosto di deportazione necessaria a tutela degli armeni, che sarebbero stati semplicemente trasferiti.
Molte nazioni, sempre per motivi economici e politici, rifiutano ancora di riconoscere il genocidio, nonostante le prove fotografiche e le testimonianze dei sopravvissuti.
Sulla questione del riconoscimento del genocidio si sono espresse molte personalità, tra i più attivi sulla questione sono certamente i membri della band metal System of Down, guidati dal frontman Serji Tankian, tutti discendenti di sopravvissuti armeni, che hanno dedicato diverse canzoni alla tragedia che ha colpito i loro antenati.
Nel 2015 Papa Francesco nel suo viaggio in Armenia ha ribadito che ciò che è accaduto agli armeni deve essere chiamato col suo nome, ovvero non si può negare che si sia trattato di un vero e proprio genocidio, e ha chiesto che tutti gli Stati, a partire dalla Turchia, lo riconoscano e  con esso le proprie responsabilità, senza se e senza ma.
Alla luce di questo possiamo nominare quello Zikkaron ebraico di cui ho spesso parlato nei miei post, il ricordare, il fare memoria, è sempre importante e valido per ogni popolo torturato e ucciso. 
Perciò anche oggi ricordiamo, raccontiamo le storie di chi non c'è più. 
Loro non hanno più voce per farlo, noi sì, e ciò ci obbliga a non restare il silenzio, mai più.



Sul genocidio armeno consiglio un libro meraviglioso e altrettanto doloroso, "Armenia" di Gilbert Sinuè.
Il romanzo illustra la storia del genocidio dalla sua origine fino alla sua conclusione attraverso gli occhi dei bambini di una famiglia armena.
"Armenia" è un  romanzo che è storicamente molto accurato e riporta con precisione ogni fase del genocidio e i documenti ufficiali. 


giovedì 1 aprile 2021

Pesach, le radici ebraiche della Pasqua cristiana.


Tra pochi giorni l'universo cristiano sarà impegnato nella celebrazione della Pasqua, la maggiore festività cristiana che ricorda la morte e la resurrezione di Gesù Cristo.
Come si narra nei vangeli Gesù muore in croce e dopo tre giorni risorge, per poi annunciarsi ai suoi discepoli.
Se guardiamo alla vicenda di Gesù da un punto di vista storico e culturale è evidente il collegamento con la religione ebraica.
Non solo perché Gesù, Yeshua, era ebreo ed era cresciuto professando la religione del suo popolo.
La sua morte e resurrezione affondano le radici nel simbolismo della Pasqua ebraica e lo trasformano in qualcosa di nuovo.
Il nome della Pasqua ebraica è Pesach, in ebraico significa "oltrepassare".
Questo "passare oltre" è riferito a un episodio raccontato nel libro dell'Esodo.
Il contesto è il racconto biblico della schiavitù in Egitto.
Mosè ha già scatenato nove piaghe contro la testardaggine del faraone che si rifiutava di liberare il popolo ebraico.
La decima sarà la più terribile, la morte di tutti i primogeniti di Egitto.
Per salvarsi dal passaggio mietitore di Dio le famiglie ebree dovettero segnare gli stipiti delle proprie porte con sangue di agnello e rimanere in casa.
In questo modo Dio, notando il sangue, sarebbe passato oltre e avrebbe risparmiato il primogenito di quella famiglia.
Come è scritto in Esodo:
"Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la pasqua. Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spruzzerete l'architrave e gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino. Il Signore passerà per colpire l'Egitto, vedrà il sangue sull'architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire." (Es 12,21-23)
Come è ben noto, dopo la morte dei figli di Egitto il faraone accettò di liberare gli schiavi, per questo Pesach è anche chiamata "Tempo della liberazione".
Il testo di Esodo subito dopo aggiunge:
"Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case." (Es 12, 24-27)
Questi ultimi versetti danno il via alla celebrazione annuale di Pesach.
La Pasqua ebraica dura 8 giorni.
Il primo giorno, che cade fra il 14 e il 15 del mese di Nisan (settimo mese del calendario ebraico, tra marzo e aprile) si celebra il ricordo di quella notte che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto in cui l'angelo della morte aveva risparmiato i figli di Israele, mentre i successivi sette giorni sono detti Festa dei Pani non lievitati o Festa dei Pani Azzimi.
La prima e la seconda sera ci si ritrova per recitare il Seder, un rito che prevede un avvicendarsi ordinato di cibo e preghiera in cui si ricorda la vicenda narrata in Esodo.
Nei giorni di Pesach è proibito consumare cibi lievitati, in ricordo di quando gli ebrei in Egitto la sera prima della liberazione dovettero cucinare il pane ma non ebbero il tempo di farlo lievitare. (Es 12,34: "Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli.")
Il pane senza lievito, detto azzimo, si chiama matzà.
Questa tradizione storicamente può derivare anche dal fatto che gli agricoltori ebrei, per celebrare il primo raccolto, offrivano a Dio il primo covone di orzo e il primo pane, che veniva preparato senza lievito perché più puro.
L'assenza di lievito dunque, nell'ambito della liberazione dalla schiavitù, simboleggia una purificazione, finalmente il popolo ebraico può liberarsi dalla violenza egiziana, dalle ingiustizie, e soprattutto gli ebrei devono purificare se stesso dalla mentalità dell'essere schiavo, per incamminarsi verso un nuovo sentiero di pace e prosperità.
Un'altra pietanza tipica di questi giorni sono le erbe amare, per mantenere vivo il ricordo degli anni di schiavitù patiti dal popolo ebraico. 
Il piatto del Seder di Pesach deve comprendere gli alimenti che hanno acquisito un significato simbolico: gli azzimi, l'agnello, le erbe amare, di cui abbiamo parlato, inoltre si può mettere un uovo sodo, simbolo del Tempio distrutto, composta di frutta che dovrebbe ricordare la malta usata dagli ebrei per costruire i mattoni, del sedano che simboleggia la primavera.
Durante la cena sono i bambini a chiedere agli adulti informazioni sulla storia della liberazione dall'Egitto, i piccoli vengono coinvolti con giochi, canzoni e racconti. 
"In che cosa si distingue questa notte dalle altre?” viene chiesta come prima domanda, e qui gli adulti rispondono, discutono, riflettono sulle motivazioni di questa celebrazione.
Questa scelta non è casuale, infatti come abbiamo visto questo coinvolgimento è raccomandato nel libro dell'Esodo.
È importante che le nuove generazioni conoscano, che non dimentichino ciò che è stato.
Zikkaron, fare memoria, se ricordate abbiamo parlato di questo fondamento della cultura ebraica.
La Pasqua ebraica celebra la libertà di un popolo che può finalmente spogliarsi dalle catene della schiavitù per cercare una nuova vita nella Terra Promessa, può sperare in un futuro di continuità tra le vecchie generazioni e le successive.
Nuova vita, rinascita.
È ora evidente che il periodo di Pesach è stato scelto per il suo valore simbolico per diventare il tempo della morte e della resurrezione di Gesù 
In entrambe le celebrazioni è importante il concetto di passaggio.
Dalla schiavitù alla libertà, dalla vita alla morte.
Ma sempre passando per quest'ultima.
In Esodo è la morte dei primogeniti egiziani, nei vangeli è la morte di Gesù in croce.
I tempi della passione e morte di Gesù si incastrano nelle celebrazioni di Pesach.
L'Ultima cena altro non è che una cena pasquale celebrata in anticipo il giovedì sera, probabilmente perché Gesù sapeva che a causa del suo sacrificio imminente non avrebbe potuto festeggiare nella data esatta.
Come in Esodo viene raccomandato di fare memoria di quella sera in Egitto anche nei vangeli si dice esplicitamente che ciò che è avvenuto nell'ultima cena di Gesù va celebrato e ripetuto, "Farete questo in memoria vedo me".
Gesù muore in croce il venerdì, quando nelle celebrazioni di Pesach venivano immolati gli agnello e si celebrava il primo Seder. 
Gesù che si sacrifica, si immola, l'agnello di Dio.
Un altro collegamento lo troviamo nelle abitudini della nuova comunità cristiana formatasi dopo la morte di Cristo grazie alla sua predicazione e al proselitismo dei suoi discepoli.
La frazione del pane, gesto liturgico ereditato dalla tradizione mosaica, rimarrà un elemento molto importante per i primi cristiani.
Nel nuovo testamento la moltiplicazione del pane viene citata ben sei volte.
È un gesto che si fa insieme, in condivisione.
Gesù lo fa nell'ultima cena, assieme alle persone che ama e che lo amano, potremmo dire in famiglia, come avrebbe fatto durante uno Shabbat qualsiasi. 
Frazione del pane ma anche l'assiduità nelle preghiere, l'insegnamento degli apostoli alle genti.
Queste erano le caratteristiche della quotidianità dei primi cristiani.
Gesti che ci ricordano la cultura ebraica del tempo: l'importanza dei pasti come celebrazione e ricordo, la dedizione nel recitare le preghiere giornaliere, le lezioni in sinagoga, momenti vissuti come comunità, insieme, che trovano una nuova continuità nella comunione in Cristo.
I primi cristiani dunque altro non erano che ebrei che decisero di seguire gli insegnamenti di Gesù, maestro e rabbi. 
Non c'è infatti da subito una nuova religione, Gesù non ne ha fondata nessuna. Semmai la fondarono i suoi discepoli e i successori di questi ultimi. 
Gli elementi di questa prima liturgia cristiana sono strettamente collegati con la tradizione giudaica, anche se proiettati verso la novità della predicazione di Cristo.
I termini "cristianesimo" e "cristiani" verranno utilizzati almeno due secoli dopo, per indicare nello specifico i seguaci non ebrei di Gesù.
Infatti la predicazione al di fuori delle mura di Gerusalemme ebbe molto successo e portò alla fondazione di nuove comunità cristiane nell'impero romano e oltre i suoi confini.
Se all'inizio i membri della comunità erano solo giudei cristiani adesso si aggiungevano anche i pagani, principalmente romani, e gli ellenisti, gli ebrei di lingua greca.
La comunità si ingrandisce, nascono nuove esigenze che vanno comprese e dove possibile assecondate.
Fu allora che iniziarono le prime polemiche sull'appartenenza o meno alla comunità, le prime difficoltà a condividere i riti e i pasti. Le differenze di cultura tra i vari gruppi era notevole, e creò numerosi dibattiti interni. Ogni gruppo aveva infatti accolto il messaggio di Cristo, ma lo aveva conformato in base alle proprie tradizioni religiose e culturali.
Nascono quindi i primi attriti a causa delle differenze culturali, e non è semplice continuare a considerarsi fratelli come un tempo e conservare lo propria identità.
Gli ebrei della chiesa di Gerusalemme temono che l'ingresso dei pagani possa creare degli squilibri, hanno paura che la legge mosaica possa essere accantonata per venire incontro ai romani.
Un problema molto sentito fu la comunione dei pasti.
La libertà alimentare dei pagani si scontrava con le rigide regole kosher della cucina ebraica.
Altro motivo di scontro fu la questione del battesimo.
Era esso sufficiente per diventare cristiani, oppure i pagani dovevano prima convertirsi all'ebraismo, per poter conoscere la legge mosaica e vivere secondo essa, per poi scegliere di farsi battezzare in Cristo?
Si apre un dibattito, svoltosi durante un concilio a Gerusalemme.
Ce ne parla Luca negli Atti degli apostoli.
Inizialmente interviene l'apostolo Pietro, che cerca di spiegare che Dio non fa preferenze tra le persone, che accoglie chiunque nella sua Chiesa. 
Ma per la comunità ebraica questa facilità di conversione appare come uno sminuire la propria identità e la legge di Mosè.
A trovare un compromesso sarà Giacomo, che ricorderà a tutti che ogni popolo appartiene a Dio, che i pagani non giungono per sostituire ma per essere parte di questa nazione universale.
Giacomo chiederà ai pagani di rispettare poche regole per non turbare la comunità giudaica: non mangiare la carne degli animali sacrificati o soffocati, astenersi dai matrimoni tra consanguinei, non mangiare carni al sangue.
La richiesta di Giacomo non è facile da accettare, in quanto parliamo di usanze molto radicate tra i pagani, che invece erano blasfeme per la comunità ebraica. 
Questo provvedimento di Giacomo terrà a bada le tensioni per un certo periodo, in cui giudei e pagano si troveranno a condividere pacificamente i momenti dei pasti, della preghiera e dell'eucarestia.
A tenere insieme la comunità fu anche la parusia, l'attesa della seconda venuta di Gesù tra le genti.
Evento che però tardava anno dopo anno a verificarsi, creando ovviamente dubbi e malcontento.
La rottura con la comunità giudeo cristiana sarà inevitabile.
Lentamente si cominciò ad attuare un processo di ellenizzazione del pensiero cristiano, con l'accettazione di principi religiosi e norme etiche relativi all'ambiente greco e alla sua filosofia, un percorso fu guidato dalla necessità di trovare spiegazioni razionali alle parole di Dio.
Questa trasformazione dell'identità culturale è una svolta naturale nella storia della creazione di ogni popolo, e anche la comunità cristiana vi passò attraverso, uscendone diversa, sempre meno legata alla propria origine giudaica, della quale però manteneva ancora degli aspetti ormai radicati, vedi l'utilizzo della sinagoga come modello per l'organizzazione della liturgia e della vita ecclesiastica e l'uso dell'Antico Testamento come libro sacro. 
Ma piano piano la comunità iniziò a sentirsi non più come parte del mondo giudaico ma come il compimento di Israele in Cristo, quindi come una realtà del tutto nuova.
La Pasqua fu proprio uno dei punti di rottura tra le due realtà culturali.
Sebbene Pasqua e Pesach venissero festeggiate l'una nel rispetto dell'altra, completandosi, intorno al 150 dC in Israele e Asia Minore si iniziò a celebrare la Pesach di modello cristiano il 14 di Nissan, ma in Occidente si iniziò a ricordare la resurrezione di Cristo solo la domenica successiva, come a voler dimostrare il costante distacco dalle tradizioni mosaiche.
Questa tradizione perdura ancora oggi.
La Pasqua ebraica e la Pasqua cristiana sono festività mobili e nonostante si celebrino in date vicine non possono cadere mai nello stesso giorno.
Il calcolo della data della Pasqua cristiana sarà deciso in via definitiva con il Concilio di Nicea (325 dC): la Pasqua si celebra la domenica successiva alla prima luna piena di primavera, che cadeva solitamente il giorno dell'equinozio, il 21 marzo, data che verrà utilizzata da lì in avanti come riferimento. Essa dunque è sempre compresa tra il 22 marzo e il 25 aprile
La Pasqua cristiana, parliamo delle confessioni cattolica e protestante, si discosta a questo punto da Pesach per due motivi: il primo è che si festeggia sempre di domenica, giorno della resurrezione di Gesù, ma giorno proibito per la Pasqua ebraica; il secondo è che per il calcolo del plenilunio non viene più usato il calendario ebraico ma il calendario gregoriano.
Gli ortodossi usano invece quello giuliano.
Col passare del tempo il distacco della comunità cristiana dalla sua componente ebraica sarà sempre più evidente e definitivo.
Si stanno infatti formando una nuova teologia e una nuova liturgia con tratti originali propri, i quali si sono ormai sostituiti agli usi e alle tradizioni giudaiche.
Le nuove generazioni, che ormai vengono definite cristiani, sono una realtà trasformata e nuova, con una sua identità, che non è più memore delle sue radici ebraiche.
Ripetiamolo, questo aspetto della nascita di un popolo, questo abbandono delle origini, è del tutto normale storicamente e antropologicamente parlando.
Ma questa dimenticanza delle proprie radici giudaiche si trasformerà secoli dopo in antagonismo e diffidenza nei confronti del popolo ebraico.
Tra il IV e il VI secolo l'impero romano è ormai retto da un'autorità cristiana.
È in questo contesto che inizia a nascere la teoria che il popolo ebraico sia responsabile della morte di Gesù.
Per questo Dio li avrebbe condannati a una schiavitù eterna, in eterna diaspora, lontani dalla terra promessa. 
Nel corso del medioevo la società, a partire dalle autorità politiche e religiose, iniziò a trattare gli ebrei come inferiori, a chiuderli nei ghetti, a limitare le loro libertà.
Pietro di Amiens, predicatore integralista, scatenò contro di loro una crociata in varie città della Germania, e ciò diede il via libera ad azioni simili in tutta Europa.
La Chiesa da parte sua non smentì le accuse di deicidio, favorendo con il suo silenzio la nascita di un nuovo fanatismo antiebraico.
Con il concilio lateranense IV del 1215 venne condannata la pratica dell'usura, attività che era concessa solo agli ebrei in quanto i cristiani non potevano prestare a interesse, e impose ai giudei di indossare un cappello che permettesse di distinguerli dagli altri cittadini.
In molte città gli ebrei furono obbligati a presenziare alle predicazioni cristiane.
Per avere protezione dai sovrani i giudei dovettero accettare un nuovo tipo di schiavitù, essere sfruttati economicamente dalle autorità.
Nei primi secoli dell'anno 1000 Federico I li definì addirittura proprietà della casa imperiale, con Federico II si iniziò a parlare di regalia degli ebrei, termine con cui si indicava che ogni ebreo e i suoi averi erano un tributo per i principi.
Tra il XIII e il XV le famiglie ebree diventarono il capro espiatorio per ogni tragedia.
Dal 1348 una terribile pestilenza infettò l'Europa, gli ebrei inevitabilmente vennero accusato di esserne i responsabili, di essere degli untori, ciò scatenò numerose rappresaglie contro le comunità.
Inoltre iniziò a circolare la voce che durante le festività pasquali gli ebrei rapissero i bambini per brutalizzarli in macabri riti di sangue.
Guarda caso è sempre Pesach, la Pasqua, ad essere il fulcro dell'incomprensione.
Gli ebrei immolavano gli agnelli, ma nell'immaginario collettivo essi indicavano gli innocenti, i fanciulli, e non un animale. 
Anche in questo caso i cristiani dimenticarono il passato, non tanto le proprie radici ma soprattutto la loro storia, dato che loro stessi erano stati accusati dai romani di cannibalismo a causa dell'incomprensione sui loro riti pasquali e sull'eucarestia.
L' interpretazione popolare dei riti ebraici si intrecciò con la realtà e prese vita di fronte a diversi casi di cronaca nera dell'epoca.
In Germania nel 1287 Werner di Orberwesel, un ragazzo di 16 anni, venne ritrovato ucciso e appeso a una colonna a testa in giù, dissanguato. Dell'omicidio vennero immediatamente accusati gli ebrei del luogo, che avrebbero svolto il macabro rituale il Giovedì santo, durante le loro celebrazioni di Pesach.
Nel 1294 una leggenda narra che venne ritrovato crocifisso un giovinetto di Berna, Rodolfo, e subito vennero arrestati dei commercianti ebrei con l'accusa di aver ucciso il ragazzo per scimmiottare la crocifissione di Gesù Cristo.
Chi è nato in Trentino come me conosce certamente la vicenda di Simonino da Trento, avvenuta nel 1475 nel principato vescovile, quando una famiglia della comunità ebraica della città venne accusata di aver brutalmente assassinato il piccolo per motivi rituali legati alla celebrazione pasquale.
I sospettati vennero torturati e condannati a morte.
Da allora la comunità ebraica abbandonò gradualmente il capoluogo trentino per paura di ritorsioni e nuove false accuse.
Infatti da allora su Trento per secoli ha penduto un cherem, ovvero un anatema, che impediva agli ebrei di stabilirsi nel capoluogo trentino
L'inquisitore spagnolo Tomas de Torquemada prese probabilmente spunto da questa vicenda per orchestrare un processo ai danni dei presunti assassini del Niño de La Guardia (il bambino di La Guardia), infante che secondo la storia era stato vittima di un omicidio rituale ebraico che prevedeva la crocifissione e asportazione del cuore del bambino.
Dato che da secoli le comunità ebraiche vivevano a fianco degli spagnoli cattolici era necessario creare un clima ostile nei confronti di ebrei e marranos, i giudei convertiti al cristianesimo, per ottenere consenso popolare verso l'editto del 1492 firmato dai reali di Spagna, che prevedeva l'espulsione di chiunque non avesse aderito alla fede cattolica.
È interessante notare come queste vittime siano state considerate dei martiri della fede cattolica e santificati. Per secoli infatti saranno oggetto di culto e devozione, fino alle varie rettifiche della chiesa cattolica che arriveranno a partire dal 1900 dopo nuovo studi storici sulle questioni.
Anche la chiesa luterana diede il suo contributo per alimentare questo crescente antisemitismo.
Nel suo libro Degli ebrei e delle loro menzogne del 1543 Martin Lutero accusa i giudei di essere figli del Diavolo, che egli li ha mandati tra i cristiani per avvelenare i pozzi e rapire i bambini per usarli in sacrifici umani, e che pertanto era giusto che bruciassero sul rogo.
Nel 1555 il papa cattolico Paolo IV prese la decisione di istituire dei quartieri riservati alle comunità ebraiche, i ghetti, e stabilì un loro codice di abbigliamento e vietò loro il possesso di immobili.
Da qui in poi la storia degli ebrei in Europa è costellata di ingiustizie legalizzate, persecuzioni e olocausti, che conosciamo bene.
Abbiamo anche già parlato dell'ambiguo ruolo ricoperto dalla Chiesa cattolica durante queste tragedie storiche.
Solo recentemente si è finalmente cercato un nuovo dialogo, anche da parte della religione cattolica, con coloro che sono a tutti gli effetti i fratelli maggiori dei cristiani.
Non ho scelto questa espressione a caso.
Fu papa Giovanni Paolo II a coniarla.
Durante il suo pontificato,l papa Wojtyla ha cercato un concreto riavvicinamento tra la Chiesa ed le comunità ebraiche, iniziando da quella di Roma.
Un primo passo lo aveva già mosso Giovanni XXIII che nel 1959 si recò a benedire gli ebrei che uscivano dal Tempio maggiore di Roma e decise di eliminare l’espressione “perfidi giudei” nella liturgia del Venerdì Santo. 
Giovanni Paolo II nel 1986 sarà il primo papa nella storia a visitare amichevolmente una sinagoga ebraica.
Disse Wojtyla: "La Chiesa di Cristo scopre il suo legame con l’Ebraismo scrutando il suo proprio mistero. La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori."
Anche papa Francesco ha riconfermato nel 2016 questa vicinanza familiare tra ebrei e cristiani, il senso di appartenenza e identità in un unico popolo di Dio, un'unione imprescindibile nonostante le differenze.
Radice e ramo di un unico albero, destinati, si spera, a prosperare insieme nell'ottica di quella libertà che contraddistingue la Pasqua di entrambi. 



(L'immagine di copertina è un fotogramma del colossal del 1956 "I dieci comandamenti", in cui la famiglia di Mosè, un magistrale Charlton Heston, è intenta a celebrare la prima Pasqua in terra d'Egitto.)  



venerdì 19 marzo 2021

Giuseppe, la rivoluzionaria normalità di un padre.

Vi ho mostrato tempo fa una serie di icone che raffigurano Maria intenta a studiara la Torah mentre Giuseppe si occupa di Gesù ancora neonato.
Sono due miniature, la prima tratta da un Libro d’Ore composto a Besançon(1450), la seconda si trova all'interno della Bible 
historiale (1403 o 1404).

Questa visione iconografica di Maria che si dedica allo studio va di pari passo con le raffigurazioni di Giuseppe che non è intento soltanto ad ammirare con devozione il fanciullo e la moglie, ma ricopre un ruolo attivo come padre di Gesù.
San Giuseppe, in ebraico Yosef, è lo sposo di Maria ed il padre putativo di Gesù. 
Secondo i Vangeli Giuseppe era un esperto artigiano e carpentiere. Ci viene suggerito dal fatto che Gesù fosse un falegname, i ragazzi ebrei dell'epoca infatti spesso continuavano il lavoro dei padri.
Dai Vangeli sappiamo che era discendente di re Davide e che abitava nella cittadina di Nazareth.
Nei vangeli apocrifi, Giacomo nello specifico, troviamo altre informazioni, ad esempio scopriamo che Giuseppe era originario di Betlemme e che prima del matrimonio con Maria era già stato sposato con un’altra donna che gli diede sei figli maschi e due femmine.
Questa possibilità è accettata dalla chiesa ortodossa ma non da quella cattolica.
La sua storia è ben nota.
Giuseppe è un uomo di una certa età, figlio del suo tempo e della sua cultura, patriarcale e moralmente rigida.
La gravidanza di Maria lo coglie in questo contesto.
Sua moglie è incinta e lui sa benissimo di non essere il padre di quel bambino.
Per la legge del suo popolo avrebbe potuto ripudiare Maria, ma Giuseppe sa che questo avrebbe esposto la ragazza alla vergogna e alla lapidazione.
Giuseppe è un uomo del suo tempo ma è un uomo buono, giusto.
Nel Vangelo di Matteo ci viene detto che Giuseppe decide per intanto di allontanare in segreto Maria dalla sua casa, per decidere come comportarsi.
Secondo il racconto evangelico un angelo gli apparve in sogno e gli disse di non temere di accogliere nuovamente Maria e di crescere quel bambino, poiché egli è il figlio di Dio. 
Giuseppe accetta dunque di farsi carico di quella responsabilità, si ricongiunge con Maria e crescerà Gesù come suo figlio.
Il racconto biblico non ci dice molto di Giuseppe come padre in modo esplicito, sarà l'arte a mostrarlo come un padre che è dedito alla cura del figlio, parimenti alla madre.
La normalità di una famiglia, dove i genitori si avvicendano nella gestione della prole. 
A cominciare dal XIII secolo nell'arte Giuseppe viene raffigurato come parte attiva della natività. 
In un affresco, ormai distrutto, della cattedrale di Chartres Maria dorme vicino al Bambino mentre Giuseppe lo veste.
Nell’arte olandese e tedesca del XIV e XV secolo si vede Giuseppe raffigurato mentre si prende cura di Gesù, gli prepara i vestiti, cucina per lui e Maria, accende il fuoco per scaldarli. Nell’altare boemo di Hohenfurth ad esempio Giuseppe è intento a preparare il bagnetto a Gesù.
Dipinta sull'anta di una pala d'altare portatile possiamo ammirare la Natività di Mayer van den Berg in cui Giuseppe taglia i propri vestiti per creare delle lenzuola per il Bambino.

Nell'opera di Lucio Massari conservata agli Uffizi, La sacra famiglia che stende il bucato (1620), vediamo addirittura Giuseppe intento a stendere i panni insieme a Maria e Gesù.
Una famiglia normale, che si dedica alle faccende domestiche.
Giuseppe è una guida per il figlio, questo è il suo ruolo di padre terreno, voluto da lui stesso e non imposto dal consiglio divino di un angelo.
In una xilografia tedesca del 1470 vediamo Giuseppe che tiene Gesù per mano mentre tornano dall'Egitto.
Padre e figlio che camminano insieme è un'immagine simbolica che ritroveremo spesso, ad nell'opera di
Melchiorre d'Enrico, pittore del XVI secolo.
Così come nel quadro di Cornelis van Poelenburgh San Giuseppe e Gesù bambino (XVII secolo), esposto agli Uffizi, anche qui i due camminano mano nella mano.
Giuseppe che come ogni padre dell'epoca istruisce il figlio sul suo mestiere, per tramandarlo.
In una pala d'altare di un seguace di Hendrick Bogaert, Gesù assiste Giuseppe nella bottega del falegname.
Un'immagine simile e molto suggestiva la troviamo nel dipinto di Gerrit van Honthorst Gesù nella bottega di san Giuseppe (1617-1618).

Giuseppe e Maria che si dividono i compiti, che si avvicendano, sono un modello genitoriale affettuoso e moderno.
In questa opera di Battista e Dosso Dossi (1520-1530) è Giuseppe a trasportare Gesù bambino, quando la coppia torna a casa dopo la fuga in Egitto, mentre Maria gli dà indicazioni su come comportarsi.
Forse l'immagine più nota a riguardo è la figura di Giuseppe nel Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti, dipinto tra il 1503 e il 1504, in cui l'uomo prende in braccio Gesù, un gesto amorevole per permettere a Maria, stanca, di riposare. 
Giuseppe che ama quel bambino, scambia con lui momenti di affetto.
Giambattista Tiepolo dipinge il 
San Giuseppe col Bambino (1732), che possiamo ammirare nella chiesa del Santissimo Salvatore, detta anche "chiesa dei Disperati", e 
raffigura un tenero momento in cui Giuseppe coccola amorevolmente Gesù tenendolo in braccio. 

L'immagine di Giuseppe come padre affettuoso e attento è un elemento ricorrente nell'arte, 
Pensiamo ad esempio a San Giuseppe con il Gesù dormiente di Guido Reni (1635 circa).
Il mio è solo un breve excursus ma gli esempi di questo affetto verso Gesù e verso Maria, sua consorte, sono molteplici, ne troverete di eccellenti in molti libri di storia dell'arte.
Ciò che ci tenevo a sottolineare è che la figura di Giuseppe, già importante nelle Scritture, ha trovato una nuova vita nell'arte, o sarebbe meglio dire che gli artisti hanno saputo rivelare al mondo la sua vera natura. 
L'immagine di Giuseppe viene spogliata dai paramenti teologici per entrare in un'ottica diversa, quella umana.
La scelta di Giuseppe di accettare Gesù e crescerlo deve dunque essere vista non solo come una presa di coscienza di fede ma soprattutto come un vero atto d'amore.
Verso Maria e verso quel bambino destinato a cambiare il mondo.
Per lui quel piccino non è il Cristo destinato a sacrificare la sua vita per l'umanità tutta.
Il bambino a cui cuce le vesti, a cui prepara un bagnetto caldo, che culla per farlo addormentare, che sorregge nei suoi primi passi, a cui affiderà la sua bottega per lui è semplicemente il piccolo Yeshua.
Suo figlio, non per sangue, ma per amore. 



(L'immagine di copertina dell'articolo è tratta dal film per la TV "San Giuseppe di Nazareth", che vede l'attore austriaco Tobias Moretti nei panni di Giuseppe e Stefania Rivi nel ruolo di Maria.) 


mercoledì 17 marzo 2021

San Patrizio e il cristianesimo celtico, storia di una convivenza tra religioni.

Parlando di Halloween e del Natale ho più volte spiegato di come nel corso della storia le tradizioni e i simboli pagani siano stati integrati all'interno del nuovo culto cristiano per favorire la convivenza armonica tra le genti e rendere più semplice la conversione dei popoli.
La storia dell'evangelizzazione dell'Irlanda ad opera di San Patrizio va vista in quest'ottica, e non solo. Il caso irlandese è stato emblematico e di ispirazione.
San Patrizio (385-461) viene considerato il vero fondatore della chiesa d'Irlanda.
Presumibilmente nato in Scozia Patrizio (Padraìg o semplicemente Patrick) venne fatto schiavo in giovane età, portato dalla Britannia all'Irlanda, dove riuscì a fuggire. 
Sull'isola di smeraldo ebbe, secondo le testimonianze, una visione che lo convinse di essere destinato a convertire i Celti alla religione cristiana.
Si trasferì in Gallia e qui acquisì le competenze necessarie dal vescovo Germano di Auxerre, che lo nominò vescovo nel 420, e dagli asceti nelle isole del Mar Tirreno imparò le norme del monachesimo.
Fatto ciò tornò in Irlanda con l'ordine di papa Celestino di evangelizzare l'isola; si stabilì inizialmente ad Armagh, città che divenne poi la sede episcopale, e iniziò la sua predicazione.
Invece di imporre la nuova religione Patrizio decise di adeguarsi alla cultura e alla società del paese che lo ospitava.
Imparò ad esempio il gaelico, in modo da poter predicare e dialogare nella lingua autoctona, si dedicò ad opere caritatevoli in aiuto dei bisognosi.
Col tempo fondò monasteri e abbazie, dando vita al monachesimo irlandese.
Patrizio fece una scelta molto particolare, che sarà di esempio ai suoi successori, ovvero quella di mantenere le radici e le tradizioni celtiche del popolo irlandese per unirle ai simboli e alla fede cristiani. 
Ad esempio la croce celtica, nata dall'unione della croce latina con il simbolo circolare del sole. Essa divenne ed è tutt'ora il simbolo del Cristianesimo celtico.
Questa peculiare forma di cristianesimo si diffuse, grazie a Patrizio e a suoi discepoli, in Irlanda, Cornovaglia, Galles e Bretagna nel V secolo. In Scozia e in Inghilterra arriverà circa un secolo più tardi.
La caratteristica di questa corrente è l'unione tra gli elementi della religione celtica con quelli del cristianesimo, unione che vede la perfetta integrazione delle due realtà. 
I simboli furono molto importanti nella predicazione di Patrizio.
La croce celtica, che abbiamo già nominato, ma anche il Triskell (detto anche triscele o Triskelis).
Per i druidi esso era il simbolo dei quattro elementi, dell'energia che muove l'universo.
Le sue braccia rappresentavano aria, terra e acqua, unite al centro dal fuoco sacro; elementi sempre in movimento nel ciclico muoversi del tempi e delle stagioni che scandiscono la vita.
Patrizio utilizzò questo simbolo per spiegare la Trinità composta da Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone che risiedono in una sola unità.
Il monachesimo irlandese fece propria questa simbologia, la utilizzò nella predicazione e nella creazione di opere, tanto che i Vangeli scritti e finemente decorati dai monaci in Irlanda tra il V e il VII secolo sono considerati tra le più importanti opere d'arte cristiana di quell'epoca.
Patrizio trovò alcuni appigli nella tradizione celtica anche per insegnare il Vangelo.
Per i Celti l'idea di una vita dopo la morte non era un concetto nuovo, essi credevano nella ciclicità della vita e nella reincarnazione, ma allo stesso tempo erano certi dell'esistenza di un luogo, il Sidh, dove risiedevano gli spiriti.
Pertanto la storia di Gesù che sconfigge la morte e torna tra i vivi con un nuovo messaggio di amore e speranza, per poi ascendere verso il Paradiso, venne accolta con interesse e partecipazione.
A loro che credevano in una continua infinita esistenza vissuta sotto forme sempre diverse non dispiacque l'idea che alla fine ci fosse per tutti una fine reale, nel regno dei cieli, in pace, pertanto iniziarono a farla propria e la inserirono nella loro teologia, fino a che essa non sostituì l'antica visione sulla reincarnazione.
Secondo le leggende Patrizio ispirò nei Celti una nuova consapevolezza, l'idea di un Dio che non pretende nulla dai suoi fedeli, a differenza degli dei pagani.
Emblematica è la storia che narra il suo duello con i druidi.
Per dimostrare la potenza delle divinità pagane i druidi oscurarono il cielo, al che Patrizio pregò Dio di riportare la luce. E ovviamente il cielo si rasserenò.
"Perché togli il sole a questa povera gente? Io invece vi porto la luce!" disse il santo.
Al di là del racconto leggendario, la differenza tra i santi e i druidi era in effetti molti labile nell'immaginario delle popolazioni pagane irlandesi.
Come i druidi i santi erano capaci di magie, i miracoli, la loro vita era di ispirazione per i credenti, era noti per dedicarsi alla meditazione, al digiuno, all'eremitaggio.
Infatti con la cristianizzazione i druidi scelsero proprio di ritirarsi nelle foreste, e considerata la loro preziosa conoscenza fu permesso loro di continuare a insegnare ai giovani le antiche tradizioni. 
Bisogna precisare che Patrizio fu favorito dal fatto che il druidismo celtico si trovava in un momento di decadenza a causa di lotte interne tra le classi sociali, e le popolazioni erano fiaccate dalla pressione romana, che però ancora non aveva intaccato i loro territori. 
Gli uomini che Patrizio e i suoi missionari si trovarono davanti per discutere l'evangelizzazione erano i bardi, responsabili della memoria collettiva del loro popolo, e soprattutto i fili, maghi che si erano acculturati e avevano acquisito nozioni di filosofia e giurisprudenza.
Questi ultimi guidavano spiritualmente e politicamente i clan irlandesi, e fu con loro che Patrizio instaurò il vero dialogo verso l'integrazione e la conversione.
Dal momento in cui egli convinse i fili ad accettare la nuova religione anche i membri dei clan fecero la stessa scelta.
A questo proposito, va fatta un'altra doverosa precisazione.
Nonostante le buone intenzioni di Patrizio stiamo comunque parlando di una campagna di conversione.
L'evangelizzazione altro non è se non un'invasione, non necessariamente militare ma culturale e religiosa, ed è ingenuo pensare che sia stata accolta a braccia aperte dalle popolazioni celtiche.
Anche nei territori irlandesi ci sono state lotte, opposizione, mancanza di fiducia verso i missionari, come è normale che sia quando si parla di questi avvenimenti storici.
La cristianizzazione ha modificato radicalmente la vita dei pagani in Irlanda e Gran Bretagna, non si può negare questa responsabilità.
Ma d'altra parte l'operato paziente e rispettoso voluto da Patrizio ha permesso che questo ostracismo e diffidenza fossero ridotti al minimo, e che l'assimilazione della religione cristiana fosse vissuta come un'evoluzione naturale.
Il rispetto verso i clan e la loro autorità fu uno dei punti cardine della cristianizzazione dell'Irlanda.
Quando un missionario convertiva un capoclan questi gli permetteva di costruire una chiesa e la sua abitazione su quei territori che appartenevano al clan.
Ciò rendeva i nuovi cristiani Celti una comunità
che col tempo prese il nome di monastero.
Esso era molto diverso dalla tipologia di monastero medievale a cui siamo soliti pensare. Il clan non era chiuso e isolato, anzi, la comunità monastica si dedicava all'agricoltura, alla caccia, alla costruzione, alla crescita del benessere della società.
In tutto questo mutamento sociale il capoclan conservava il suo potere temporale e secolare.
Col tempo si iniziò a conferirgli il titolo di abate.
Nei monasteri celtici l'abate era più importante del vescovo, vennero nominati sacerdoti uomini sposati e laici. Il celibato non era una regola ma era considerato una qualità morale. 
Un elemento interessante è la convivenza tra le comunità maschili e quelle femminili. Le donne godevano di diritti di uguaglianza, come era da sempre nelle tribù celtiche, erano sacerdotesse al pari degli uomini e potevano leggere e predicare le Scritture, dedicarsi allo studio e all'insegnamento. Addirittura potevano ascoltare le confessioni dei fedeli ed elargire penitenze e perdono. Col tempo vennero nominate le prime badesse.
Ecco perché Patrizio e i suoi missionari non trovarono una massiva resistenza di fronte alla loro predicazione.
La realtà dei clan, la fede religiosa e i suoi simboli, le abitudini sociali, nulla venne eliminato come era accaduto nelle evangelizzazioni di altri territori, tutto venne semplicemente riorganizzato, una nuova comunità cristiana con profonde radici celtiche.
Questa nuova gestione tra il laico e l'ecclesiastico perdurò certamente fino all' XI secolo.
In questa situazione che si reggeva in equilibrio tra le tradizioni antiche e la nuova religione cristiana nascono il monachesimo irlandese, maschile e femminile, e soprattutto il cristianesimo celtico, che per secoli si distinse dal cristianesimo romano.
Una peculiarità della chiesa celtica ad esempio risiede nel fatto che Patrizio proibì categoricamente la persecuzione delle streghe.
Inoltre il cristianesimo celtico, forse grazie alla sua apertura verso il monachesimo femminile evi suoi studi, giunse prima della chiesa cattolica alla consapevolezza dell'Immacolata concezione di Maria, nonché della sua Assunzione in cielo.
Le confessioni e le penitenze potevano svolgersi privatamente e non in presenza della comunità.
Dettaglio delicato da apprezzare, secondo la chiesa celtica i bimbi morti prima del battesimo non finivano all'inferno, come sosteneva la chiesa di Roma, essi sarebbero stati battezzati dopo la sepoltura dalla pioggia benedetta che scivolava sul terreno dai tetti delle chiese. 
Dato che la simbologia celtica come abbiamo visto venne assimilata all'interno della iconografia cristiana, grazie al cristianesimo celtico sono giunte fino a noi le tradizioni e i simboli antichi delle popolazioni irlandesi e britanniche, non solo come reperto storico archeologico da studiare ma anche come prassi religiosa da seguire.
Paradossalmente è anche merito della scelta di Patrizio di non abolire ma di conservare gli elementi della religione druiduca se oggi esiste un neo paganesimo di ispirazione celtica.
Patrizio, uomo e santo, diviso tra la sua fede e l'ammirazione per una cultura millenaria, consapevole della necessità di unione tra i popoli nel pieno spirito cristiano.
A lui è attribuita la famosa 
benedizione del viaggiatore irlandese, e con questa vi auguro un felice giorno di San Patrizio, nella speranza che la predicazione di questo santo sia di ispirazione per il futuro della convivenza tra culture distanti. 


"May the road rise to meet you,
may the wind be always at your back,
may the sun shine warm upon your face 
and the rains fall soft upon your fields and,
until we meet again, may God hold you in the palm of His hand."

(“Sia la strada al tuo fianco, il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso, e la pioggia cada dolce nei campi attorno e, finché non ci incontreremo di nuovo, possa Dio proteggerti nel palmo della sua mano.”)