giovedì 1 aprile 2021

Pesach, le radici ebraiche della Pasqua cristiana.


Tra pochi giorni l'universo cristiano sarà impegnato nella celebrazione della Pasqua, la maggiore festività cristiana che ricorda la morte e la resurrezione di Gesù Cristo.
Come si narra nei vangeli Gesù muore in croce e dopo tre giorni risorge, per poi annunciarsi ai suoi discepoli.
Se guardiamo alla vicenda di Gesù da un punto di vista storico e culturale è evidente il collegamento con la religione ebraica.
Non solo perché Gesù, Yeshua, era ebreo ed era cresciuto professando la religione del suo popolo.
La sua morte e resurrezione affondano le radici nel simbolismo della Pasqua ebraica e lo trasformano in qualcosa di nuovo.
Il nome della Pasqua ebraica è Pesach, in ebraico significa "oltrepassare".
Questo "passare oltre" è riferito a un episodio raccontato nel libro dell'Esodo.
Il contesto è il racconto biblico della schiavitù in Egitto.
Mosè ha già scatenato nove piaghe contro la testardaggine del faraone che si rifiutava di liberare il popolo ebraico.
La decima sarà la più terribile, la morte di tutti i primogeniti di Egitto.
Per salvarsi dal passaggio mietitore di Dio le famiglie ebree dovettero segnare gli stipiti delle proprie porte con sangue di agnello e rimanere in casa.
In questo modo Dio, notando il sangue, sarebbe passato oltre e avrebbe risparmiato il primogenito di quella famiglia.
Come è scritto in Esodo:
"Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la pasqua. Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spruzzerete l'architrave e gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino. Il Signore passerà per colpire l'Egitto, vedrà il sangue sull'architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire." (Es 12,21-23)
Come è ben noto, dopo la morte dei figli di Egitto il faraone accettò di liberare gli schiavi, per questo Pesach è anche chiamata "Tempo della liberazione".
Il testo di Esodo subito dopo aggiunge:
"Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case." (Es 12, 24-27)
Questi ultimi versetti danno il via alla celebrazione annuale di Pesach.
La Pasqua ebraica dura 8 giorni.
Il primo giorno, che cade fra il 14 e il 15 del mese di Nisan (settimo mese del calendario ebraico, tra marzo e aprile) si celebra il ricordo di quella notte che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto in cui l'angelo della morte aveva risparmiato i figli di Israele, mentre i successivi sette giorni sono detti Festa dei Pani non lievitati o Festa dei Pani Azzimi.
La prima e la seconda sera ci si ritrova per recitare il Seder, un rito che prevede un avvicendarsi ordinato di cibo e preghiera in cui si ricorda la vicenda narrata in Esodo.
Nei giorni di Pesach è proibito consumare cibi lievitati, in ricordo di quando gli ebrei in Egitto la sera prima della liberazione dovettero cucinare il pane ma non ebbero il tempo di farlo lievitare. (Es 12,34: "Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli.")
Il pane senza lievito, detto azzimo, si chiama matzà.
Questa tradizione storicamente può derivare anche dal fatto che gli agricoltori ebrei, per celebrare il primo raccolto, offrivano a Dio il primo covone di orzo e il primo pane, che veniva preparato senza lievito perché più puro.
L'assenza di lievito dunque, nell'ambito della liberazione dalla schiavitù, simboleggia una purificazione, finalmente il popolo ebraico può liberarsi dalla violenza egiziana, dalle ingiustizie, e soprattutto gli ebrei devono purificare se stesso dalla mentalità dell'essere schiavo, per incamminarsi verso un nuovo sentiero di pace e prosperità.
Un'altra pietanza tipica di questi giorni sono le erbe amare, per mantenere vivo il ricordo degli anni di schiavitù patiti dal popolo ebraico. 
Il piatto del Seder di Pesach deve comprendere gli alimenti che hanno acquisito un significato simbolico: gli azzimi, l'agnello, le erbe amare, di cui abbiamo parlato, inoltre si può mettere un uovo sodo, simbolo del Tempio distrutto, composta di frutta che dovrebbe ricordare la malta usata dagli ebrei per costruire i mattoni, del sedano che simboleggia la primavera.
Durante la cena sono i bambini a chiedere agli adulti informazioni sulla storia della liberazione dall'Egitto, i piccoli vengono coinvolti con giochi, canzoni e racconti. 
"In che cosa si distingue questa notte dalle altre?” viene chiesta come prima domanda, e qui gli adulti rispondono, discutono, riflettono sulle motivazioni di questa celebrazione.
Questa scelta non è casuale, infatti come abbiamo visto questo coinvolgimento è raccomandato nel libro dell'Esodo.
È importante che le nuove generazioni conoscano, che non dimentichino ciò che è stato.
Zikkaron, fare memoria, se ricordate abbiamo parlato di questo fondamento della cultura ebraica.
La Pasqua ebraica celebra la libertà di un popolo che può finalmente spogliarsi dalle catene della schiavitù per cercare una nuova vita nella Terra Promessa, può sperare in un futuro di continuità tra le vecchie generazioni e le successive.
Nuova vita, rinascita.
È ora evidente che il periodo di Pesach è stato scelto per il suo valore simbolico per diventare il tempo della morte e della resurrezione di Gesù 
In entrambe le celebrazioni è importante il concetto di passaggio.
Dalla schiavitù alla libertà, dalla vita alla morte.
Ma sempre passando per quest'ultima.
In Esodo è la morte dei primogeniti egiziani, nei vangeli è la morte di Gesù in croce.
I tempi della passione e morte di Gesù si incastrano nelle celebrazioni di Pesach.
L'Ultima cena altro non è che una cena pasquale celebrata in anticipo il giovedì sera, probabilmente perché Gesù sapeva che a causa del suo sacrificio imminente non avrebbe potuto festeggiare nella data esatta.
Come in Esodo viene raccomandato di fare memoria di quella sera in Egitto anche nei vangeli si dice esplicitamente che ciò che è avvenuto nell'ultima cena di Gesù va celebrato e ripetuto, "Farete questo in memoria vedo me".
Gesù muore in croce il venerdì, quando nelle celebrazioni di Pesach venivano immolati gli agnello e si celebrava il primo Seder. 
Gesù che si sacrifica, si immola, l'agnello di Dio.
Un altro collegamento lo troviamo nelle abitudini della nuova comunità cristiana formatasi dopo la morte di Cristo grazie alla sua predicazione e al proselitismo dei suoi discepoli.
La frazione del pane, gesto liturgico ereditato dalla tradizione mosaica, rimarrà un elemento molto importante per i primi cristiani.
Nel nuovo testamento la moltiplicazione del pane viene citata ben sei volte.
È un gesto che si fa insieme, in condivisione.
Gesù lo fa nell'ultima cena, assieme alle persone che ama e che lo amano, potremmo dire in famiglia, come avrebbe fatto durante uno Shabbat qualsiasi. 
Frazione del pane ma anche l'assiduità nelle preghiere, l'insegnamento degli apostoli alle genti.
Queste erano le caratteristiche della quotidianità dei primi cristiani.
Gesti che ci ricordano la cultura ebraica del tempo: l'importanza dei pasti come celebrazione e ricordo, la dedizione nel recitare le preghiere giornaliere, le lezioni in sinagoga, momenti vissuti come comunità, insieme, che trovano una nuova continuità nella comunione in Cristo.
I primi cristiani dunque altro non erano che ebrei che decisero di seguire gli insegnamenti di Gesù, maestro e rabbi. 
Non c'è infatti da subito una nuova religione, Gesù non ne ha fondata nessuna. Semmai la fondarono i suoi discepoli e i successori di questi ultimi. 
Gli elementi di questa prima liturgia cristiana sono strettamente collegati con la tradizione giudaica, anche se proiettati verso la novità della predicazione di Cristo.
I termini "cristianesimo" e "cristiani" verranno utilizzati almeno due secoli dopo, per indicare nello specifico i seguaci non ebrei di Gesù.
Infatti la predicazione al di fuori delle mura di Gerusalemme ebbe molto successo e portò alla fondazione di nuove comunità cristiane nell'impero romano e oltre i suoi confini.
Se all'inizio i membri della comunità erano solo giudei cristiani adesso si aggiungevano anche i pagani, principalmente romani, e gli ellenisti, gli ebrei di lingua greca.
La comunità si ingrandisce, nascono nuove esigenze che vanno comprese e dove possibile assecondate.
Fu allora che iniziarono le prime polemiche sull'appartenenza o meno alla comunità, le prime difficoltà a condividere i riti e i pasti. Le differenze di cultura tra i vari gruppi era notevole, e creò numerosi dibattiti interni. Ogni gruppo aveva infatti accolto il messaggio di Cristo, ma lo aveva conformato in base alle proprie tradizioni religiose e culturali.
Nascono quindi i primi attriti a causa delle differenze culturali, e non è semplice continuare a considerarsi fratelli come un tempo e conservare lo propria identità.
Gli ebrei della chiesa di Gerusalemme temono che l'ingresso dei pagani possa creare degli squilibri, hanno paura che la legge mosaica possa essere accantonata per venire incontro ai romani.
Un problema molto sentito fu la comunione dei pasti.
La libertà alimentare dei pagani si scontrava con le rigide regole kosher della cucina ebraica.
Altro motivo di scontro fu la questione del battesimo.
Era esso sufficiente per diventare cristiani, oppure i pagani dovevano prima convertirsi all'ebraismo, per poter conoscere la legge mosaica e vivere secondo essa, per poi scegliere di farsi battezzare in Cristo?
Si apre un dibattito, svoltosi durante un concilio a Gerusalemme.
Ce ne parla Luca negli Atti degli apostoli.
Inizialmente interviene l'apostolo Pietro, che cerca di spiegare che Dio non fa preferenze tra le persone, che accoglie chiunque nella sua Chiesa. 
Ma per la comunità ebraica questa facilità di conversione appare come uno sminuire la propria identità e la legge di Mosè.
A trovare un compromesso sarà Giacomo, che ricorderà a tutti che ogni popolo appartiene a Dio, che i pagani non giungono per sostituire ma per essere parte di questa nazione universale.
Giacomo chiederà ai pagani di rispettare poche regole per non turbare la comunità giudaica: non mangiare la carne degli animali sacrificati o soffocati, astenersi dai matrimoni tra consanguinei, non mangiare carni al sangue.
La richiesta di Giacomo non è facile da accettare, in quanto parliamo di usanze molto radicate tra i pagani, che invece erano blasfeme per la comunità ebraica. 
Questo provvedimento di Giacomo terrà a bada le tensioni per un certo periodo, in cui giudei e pagano si troveranno a condividere pacificamente i momenti dei pasti, della preghiera e dell'eucarestia.
A tenere insieme la comunità fu anche la parusia, l'attesa della seconda venuta di Gesù tra le genti.
Evento che però tardava anno dopo anno a verificarsi, creando ovviamente dubbi e malcontento.
La rottura con la comunità giudeo cristiana sarà inevitabile.
Lentamente si cominciò ad attuare un processo di ellenizzazione del pensiero cristiano, con l'accettazione di principi religiosi e norme etiche relativi all'ambiente greco e alla sua filosofia, un percorso fu guidato dalla necessità di trovare spiegazioni razionali alle parole di Dio.
Questa trasformazione dell'identità culturale è una svolta naturale nella storia della creazione di ogni popolo, e anche la comunità cristiana vi passò attraverso, uscendone diversa, sempre meno legata alla propria origine giudaica, della quale però manteneva ancora degli aspetti ormai radicati, vedi l'utilizzo della sinagoga come modello per l'organizzazione della liturgia e della vita ecclesiastica e l'uso dell'Antico Testamento come libro sacro. 
Ma piano piano la comunità iniziò a sentirsi non più come parte del mondo giudaico ma come il compimento di Israele in Cristo, quindi come una realtà del tutto nuova.
La Pasqua fu proprio uno dei punti di rottura tra le due realtà culturali.
Sebbene Pasqua e Pesach venissero festeggiate l'una nel rispetto dell'altra, completandosi, intorno al 150 dC in Israele e Asia Minore si iniziò a celebrare la Pesach di modello cristiano il 14 di Nissan, ma in Occidente si iniziò a ricordare la resurrezione di Cristo solo la domenica successiva, come a voler dimostrare il costante distacco dalle tradizioni mosaiche.
Questa tradizione perdura ancora oggi.
La Pasqua ebraica e la Pasqua cristiana sono festività mobili e nonostante si celebrino in date vicine non possono cadere mai nello stesso giorno.
Il calcolo della data della Pasqua cristiana sarà deciso in via definitiva con il Concilio di Nicea (325 dC): la Pasqua si celebra la domenica successiva alla prima luna piena di primavera, che cadeva solitamente il giorno dell'equinozio, il 21 marzo, data che verrà utilizzata da lì in avanti come riferimento. Essa dunque è sempre compresa tra il 22 marzo e il 25 aprile
La Pasqua cristiana, parliamo delle confessioni cattolica e protestante, si discosta a questo punto da Pesach per due motivi: il primo è che si festeggia sempre di domenica, giorno della resurrezione di Gesù, ma giorno proibito per la Pasqua ebraica; il secondo è che per il calcolo del plenilunio non viene più usato il calendario ebraico ma il calendario gregoriano.
Gli ortodossi usano invece quello giuliano.
Col passare del tempo il distacco della comunità cristiana dalla sua componente ebraica sarà sempre più evidente e definitivo.
Si stanno infatti formando una nuova teologia e una nuova liturgia con tratti originali propri, i quali si sono ormai sostituiti agli usi e alle tradizioni giudaiche.
Le nuove generazioni, che ormai vengono definite cristiani, sono una realtà trasformata e nuova, con una sua identità, che non è più memore delle sue radici ebraiche.
Ripetiamolo, questo aspetto della nascita di un popolo, questo abbandono delle origini, è del tutto normale storicamente e antropologicamente parlando.
Ma questa dimenticanza delle proprie radici giudaiche si trasformerà secoli dopo in antagonismo e diffidenza nei confronti del popolo ebraico.
Tra il IV e il VI secolo l'impero romano è ormai retto da un'autorità cristiana.
È in questo contesto che inizia a nascere la teoria che il popolo ebraico sia responsabile della morte di Gesù.
Per questo Dio li avrebbe condannati a una schiavitù eterna, in eterna diaspora, lontani dalla terra promessa. 
Nel corso del medioevo la società, a partire dalle autorità politiche e religiose, iniziò a trattare gli ebrei come inferiori, a chiuderli nei ghetti, a limitare le loro libertà.
Pietro di Amiens, predicatore integralista, scatenò contro di loro una crociata in varie città della Germania, e ciò diede il via libera ad azioni simili in tutta Europa.
La Chiesa da parte sua non smentì le accuse di deicidio, favorendo con il suo silenzio la nascita di un nuovo fanatismo antiebraico.
Con il concilio lateranense IV del 1215 venne condannata la pratica dell'usura, attività che era concessa solo agli ebrei in quanto i cristiani non potevano prestare a interesse, e impose ai giudei di indossare un cappello che permettesse di distinguerli dagli altri cittadini.
In molte città gli ebrei furono obbligati a presenziare alle predicazioni cristiane.
Per avere protezione dai sovrani i giudei dovettero accettare un nuovo tipo di schiavitù, essere sfruttati economicamente dalle autorità.
Nei primi secoli dell'anno 1000 Federico I li definì addirittura proprietà della casa imperiale, con Federico II si iniziò a parlare di regalia degli ebrei, termine con cui si indicava che ogni ebreo e i suoi averi erano un tributo per i principi.
Tra il XIII e il XV le famiglie ebree diventarono il capro espiatorio per ogni tragedia.
Dal 1348 una terribile pestilenza infettò l'Europa, gli ebrei inevitabilmente vennero accusato di esserne i responsabili, di essere degli untori, ciò scatenò numerose rappresaglie contro le comunità.
Inoltre iniziò a circolare la voce che durante le festività pasquali gli ebrei rapissero i bambini per brutalizzarli in macabri riti di sangue.
Guarda caso è sempre Pesach, la Pasqua, ad essere il fulcro dell'incomprensione.
Gli ebrei immolavano gli agnelli, ma nell'immaginario collettivo essi indicavano gli innocenti, i fanciulli, e non un animale. 
Anche in questo caso i cristiani dimenticarono il passato, non tanto le proprie radici ma soprattutto la loro storia, dato che loro stessi erano stati accusati dai romani di cannibalismo a causa dell'incomprensione sui loro riti pasquali e sull'eucarestia.
L' interpretazione popolare dei riti ebraici si intrecciò con la realtà e prese vita di fronte a diversi casi di cronaca nera dell'epoca.
In Germania nel 1287 Werner di Orberwesel, un ragazzo di 16 anni, venne ritrovato ucciso e appeso a una colonna a testa in giù, dissanguato. Dell'omicidio vennero immediatamente accusati gli ebrei del luogo, che avrebbero svolto il macabro rituale il Giovedì santo, durante le loro celebrazioni di Pesach.
Nel 1294 una leggenda narra che venne ritrovato crocifisso un giovinetto di Berna, Rodolfo, e subito vennero arrestati dei commercianti ebrei con l'accusa di aver ucciso il ragazzo per scimmiottare la crocifissione di Gesù Cristo.
Chi è nato in Trentino come me conosce certamente la vicenda di Simonino da Trento, avvenuta nel 1475 nel principato vescovile, quando una famiglia della comunità ebraica della città venne accusata di aver brutalmente assassinato il piccolo per motivi rituali legati alla celebrazione pasquale.
I sospettati vennero torturati e condannati a morte.
Da allora la comunità ebraica abbandonò gradualmente il capoluogo trentino per paura di ritorsioni e nuove false accuse.
Infatti da allora su Trento per secoli ha penduto un cherem, ovvero un anatema, che impediva agli ebrei di stabilirsi nel capoluogo trentino
L'inquisitore spagnolo Tomas de Torquemada prese probabilmente spunto da questa vicenda per orchestrare un processo ai danni dei presunti assassini del Niño de La Guardia (il bambino di La Guardia), infante che secondo la storia era stato vittima di un omicidio rituale ebraico che prevedeva la crocifissione e asportazione del cuore del bambino.
Dato che da secoli le comunità ebraiche vivevano a fianco degli spagnoli cattolici era necessario creare un clima ostile nei confronti di ebrei e marranos, i giudei convertiti al cristianesimo, per ottenere consenso popolare verso l'editto del 1492 firmato dai reali di Spagna, che prevedeva l'espulsione di chiunque non avesse aderito alla fede cattolica.
È interessante notare come queste vittime siano state considerate dei martiri della fede cattolica e santificati. Per secoli infatti saranno oggetto di culto e devozione, fino alle varie rettifiche della chiesa cattolica che arriveranno a partire dal 1900 dopo nuovo studi storici sulle questioni.
Anche la chiesa luterana diede il suo contributo per alimentare questo crescente antisemitismo.
Nel suo libro Degli ebrei e delle loro menzogne del 1543 Martin Lutero accusa i giudei di essere figli del Diavolo, che egli li ha mandati tra i cristiani per avvelenare i pozzi e rapire i bambini per usarli in sacrifici umani, e che pertanto era giusto che bruciassero sul rogo.
Nel 1555 il papa cattolico Paolo IV prese la decisione di istituire dei quartieri riservati alle comunità ebraiche, i ghetti, e stabilì un loro codice di abbigliamento e vietò loro il possesso di immobili.
Da qui in poi la storia degli ebrei in Europa è costellata di ingiustizie legalizzate, persecuzioni e olocausti, che conosciamo bene.
Abbiamo anche già parlato dell'ambiguo ruolo ricoperto dalla Chiesa cattolica durante queste tragedie storiche.
Solo recentemente si è finalmente cercato un nuovo dialogo, anche da parte della religione cattolica, con coloro che sono a tutti gli effetti i fratelli maggiori dei cristiani.
Non ho scelto questa espressione a caso.
Fu papa Giovanni Paolo II a coniarla.
Durante il suo pontificato,l papa Wojtyla ha cercato un concreto riavvicinamento tra la Chiesa ed le comunità ebraiche, iniziando da quella di Roma.
Un primo passo lo aveva già mosso Giovanni XXIII che nel 1959 si recò a benedire gli ebrei che uscivano dal Tempio maggiore di Roma e decise di eliminare l’espressione “perfidi giudei” nella liturgia del Venerdì Santo. 
Giovanni Paolo II nel 1986 sarà il primo papa nella storia a visitare amichevolmente una sinagoga ebraica.
Disse Wojtyla: "La Chiesa di Cristo scopre il suo legame con l’Ebraismo scrutando il suo proprio mistero. La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori."
Anche papa Francesco ha riconfermato nel 2016 questa vicinanza familiare tra ebrei e cristiani, il senso di appartenenza e identità in un unico popolo di Dio, un'unione imprescindibile nonostante le differenze.
Radice e ramo di un unico albero, destinati, si spera, a prosperare insieme nell'ottica di quella libertà che contraddistingue la Pasqua di entrambi. 



(L'immagine di copertina è un fotogramma del colossal del 1956 "I dieci comandamenti", in cui la famiglia di Mosè, un magistrale Charlton Heston, è intenta a celebrare la prima Pasqua in terra d'Egitto.)  



venerdì 19 marzo 2021

Giuseppe, la rivoluzionaria normalità di un padre.

Vi ho mostrato tempo fa una serie di icone che raffigurano Maria intenta a studiara la Torah mentre Giuseppe si occupa di Gesù ancora neonato.
Sono due miniature, la prima tratta da un Libro d’Ore composto a Besançon(1450), la seconda si trova all'interno della Bible 
historiale (1403 o 1404).

Questa visione iconografica di Maria che si dedica allo studio va di pari passo con le raffigurazioni di Giuseppe che non è intento soltanto ad ammirare con devozione il fanciullo e la moglie, ma ricopre un ruolo attivo come padre di Gesù.
San Giuseppe, in ebraico Yosef, è lo sposo di Maria ed il padre putativo di Gesù. 
Secondo i Vangeli Giuseppe era un esperto artigiano e carpentiere. Ci viene suggerito dal fatto che Gesù fosse un falegname, i ragazzi ebrei dell'epoca infatti spesso continuavano il lavoro dei padri.
Dai Vangeli sappiamo che era discendente di re Davide e che abitava nella cittadina di Nazareth.
Nei vangeli apocrifi, Giacomo nello specifico, troviamo altre informazioni, ad esempio scopriamo che Giuseppe era originario di Betlemme e che prima del matrimonio con Maria era già stato sposato con un’altra donna che gli diede sei figli maschi e due femmine.
Questa possibilità è accettata dalla chiesa ortodossa ma non da quella cattolica.
La sua storia è ben nota.
Giuseppe è un uomo di una certa età, figlio del suo tempo e della sua cultura, patriarcale e moralmente rigida.
La gravidanza di Maria lo coglie in questo contesto.
Sua moglie è incinta e lui sa benissimo di non essere il padre di quel bambino.
Per la legge del suo popolo avrebbe potuto ripudiare Maria, ma Giuseppe sa che questo avrebbe esposto la ragazza alla vergogna e alla lapidazione.
Giuseppe è un uomo del suo tempo ma è un uomo buono, giusto.
Nel Vangelo di Matteo ci viene detto che Giuseppe decide per intanto di allontanare in segreto Maria dalla sua casa, per decidere come comportarsi.
Secondo il racconto evangelico un angelo gli apparve in sogno e gli disse di non temere di accogliere nuovamente Maria e di crescere quel bambino, poiché egli è il figlio di Dio. 
Giuseppe accetta dunque di farsi carico di quella responsabilità, si ricongiunge con Maria e crescerà Gesù come suo figlio.
Il racconto biblico non ci dice molto di Giuseppe come padre in modo esplicito, sarà l'arte a mostrarlo come un padre che è dedito alla cura del figlio, parimenti alla madre.
La normalità di una famiglia, dove i genitori si avvicendano nella gestione della prole. 
A cominciare dal XIII secolo nell'arte Giuseppe viene raffigurato come parte attiva della natività. 
In un affresco, ormai distrutto, della cattedrale di Chartres Maria dorme vicino al Bambino mentre Giuseppe lo veste.
Nell’arte olandese e tedesca del XIV e XV secolo si vede Giuseppe raffigurato mentre si prende cura di Gesù, gli prepara i vestiti, cucina per lui e Maria, accende il fuoco per scaldarli. Nell’altare boemo di Hohenfurth ad esempio Giuseppe è intento a preparare il bagnetto a Gesù.
Dipinta sull'anta di una pala d'altare portatile possiamo ammirare la Natività di Mayer van den Berg in cui Giuseppe taglia i propri vestiti per creare delle lenzuola per il Bambino.

Nell'opera di Lucio Massari conservata agli Uffizi, La sacra famiglia che stende il bucato (1620), vediamo addirittura Giuseppe intento a stendere i panni insieme a Maria e Gesù.
Una famiglia normale, che si dedica alle faccende domestiche.
Giuseppe è una guida per il figlio, questo è il suo ruolo di padre terreno, voluto da lui stesso e non imposto dal consiglio divino di un angelo.
In una xilografia tedesca del 1470 vediamo Giuseppe che tiene Gesù per mano mentre tornano dall'Egitto.
Padre e figlio che camminano insieme è un'immagine simbolica che ritroveremo spesso, ad nell'opera di
Melchiorre d'Enrico, pittore del XVI secolo.
Così come nel quadro di Cornelis van Poelenburgh San Giuseppe e Gesù bambino (XVII secolo), esposto agli Uffizi, anche qui i due camminano mano nella mano.
Giuseppe che come ogni padre dell'epoca istruisce il figlio sul suo mestiere, per tramandarlo.
In una pala d'altare di un seguace di Hendrick Bogaert, Gesù assiste Giuseppe nella bottega del falegname.
Un'immagine simile e molto suggestiva la troviamo nel dipinto di Gerrit van Honthorst Gesù nella bottega di san Giuseppe (1617-1618).

Giuseppe e Maria che si dividono i compiti, che si avvicendano, sono un modello genitoriale affettuoso e moderno.
In questa opera di Battista e Dosso Dossi (1520-1530) è Giuseppe a trasportare Gesù bambino, quando la coppia torna a casa dopo la fuga in Egitto, mentre Maria gli dà indicazioni su come comportarsi.
Forse l'immagine più nota a riguardo è la figura di Giuseppe nel Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti, dipinto tra il 1503 e il 1504, in cui l'uomo prende in braccio Gesù, un gesto amorevole per permettere a Maria, stanca, di riposare. 
Giuseppe che ama quel bambino, scambia con lui momenti di affetto.
Giambattista Tiepolo dipinge il 
San Giuseppe col Bambino (1732), che possiamo ammirare nella chiesa del Santissimo Salvatore, detta anche "chiesa dei Disperati", e 
raffigura un tenero momento in cui Giuseppe coccola amorevolmente Gesù tenendolo in braccio. 

L'immagine di Giuseppe come padre affettuoso e attento è un elemento ricorrente nell'arte, 
Pensiamo ad esempio a San Giuseppe con il Gesù dormiente di Guido Reni (1635 circa).
Il mio è solo un breve excursus ma gli esempi di questo affetto verso Gesù e verso Maria, sua consorte, sono molteplici, ne troverete di eccellenti in molti libri di storia dell'arte.
Ciò che ci tenevo a sottolineare è che la figura di Giuseppe, già importante nelle Scritture, ha trovato una nuova vita nell'arte, o sarebbe meglio dire che gli artisti hanno saputo rivelare al mondo la sua vera natura. 
L'immagine di Giuseppe viene spogliata dai paramenti teologici per entrare in un'ottica diversa, quella umana.
La scelta di Giuseppe di accettare Gesù e crescerlo deve dunque essere vista non solo come una presa di coscienza di fede ma soprattutto come un vero atto d'amore.
Verso Maria e verso quel bambino destinato a cambiare il mondo.
Per lui quel piccino non è il Cristo destinato a sacrificare la sua vita per l'umanità tutta.
Il bambino a cui cuce le vesti, a cui prepara un bagnetto caldo, che culla per farlo addormentare, che sorregge nei suoi primi passi, a cui affiderà la sua bottega per lui è semplicemente il piccolo Yeshua.
Suo figlio, non per sangue, ma per amore. 



(L'immagine di copertina dell'articolo è tratta dal film per la TV "San Giuseppe di Nazareth", che vede l'attore austriaco Tobias Moretti nei panni di Giuseppe e Stefania Rivi nel ruolo di Maria.) 


mercoledì 17 marzo 2021

San Patrizio e il cristianesimo celtico, storia di una convivenza tra religioni.

Parlando di Halloween e del Natale ho più volte spiegato di come nel corso della storia le tradizioni e i simboli pagani siano stati integrati all'interno del nuovo culto cristiano per favorire la convivenza armonica tra le genti e rendere più semplice la conversione dei popoli.
La storia dell'evangelizzazione dell'Irlanda ad opera di San Patrizio va vista in quest'ottica, e non solo. Il caso irlandese è stato emblematico e di ispirazione.
San Patrizio (385-461) viene considerato il vero fondatore della chiesa d'Irlanda.
Presumibilmente nato in Scozia Patrizio (Padraìg o semplicemente Patrick) venne fatto schiavo in giovane età, portato dalla Britannia all'Irlanda, dove riuscì a fuggire. 
Sull'isola di smeraldo ebbe, secondo le testimonianze, una visione che lo convinse di essere destinato a convertire i Celti alla religione cristiana.
Si trasferì in Gallia e qui acquisì le competenze necessarie dal vescovo Germano di Auxerre, che lo nominò vescovo nel 420, e dagli asceti nelle isole del Mar Tirreno imparò le norme del monachesimo.
Fatto ciò tornò in Irlanda con l'ordine di papa Celestino di evangelizzare l'isola; si stabilì inizialmente ad Armagh, città che divenne poi la sede episcopale, e iniziò la sua predicazione.
Invece di imporre la nuova religione Patrizio decise di adeguarsi alla cultura e alla società del paese che lo ospitava.
Imparò ad esempio il gaelico, in modo da poter predicare e dialogare nella lingua autoctona, si dedicò ad opere caritatevoli in aiuto dei bisognosi.
Col tempo fondò monasteri e abbazie, dando vita al monachesimo irlandese.
Patrizio fece una scelta molto particolare, che sarà di esempio ai suoi successori, ovvero quella di mantenere le radici e le tradizioni celtiche del popolo irlandese per unirle ai simboli e alla fede cristiani. 
Ad esempio la croce celtica, nata dall'unione della croce latina con il simbolo circolare del sole. Essa divenne ed è tutt'ora il simbolo del Cristianesimo celtico.
Questa peculiare forma di cristianesimo si diffuse, grazie a Patrizio e a suoi discepoli, in Irlanda, Cornovaglia, Galles e Bretagna nel V secolo. In Scozia e in Inghilterra arriverà circa un secolo più tardi.
La caratteristica di questa corrente è l'unione tra gli elementi della religione celtica con quelli del cristianesimo, unione che vede la perfetta integrazione delle due realtà. 
I simboli furono molto importanti nella predicazione di Patrizio.
La croce celtica, che abbiamo già nominato, ma anche il Triskell (detto anche triscele o Triskelis).
Per i druidi esso era il simbolo dei quattro elementi, dell'energia che muove l'universo.
Le sue braccia rappresentavano aria, terra e acqua, unite al centro dal fuoco sacro; elementi sempre in movimento nel ciclico muoversi del tempi e delle stagioni che scandiscono la vita.
Patrizio utilizzò questo simbolo per spiegare la Trinità composta da Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone che risiedono in una sola unità.
Il monachesimo irlandese fece propria questa simbologia, la utilizzò nella predicazione e nella creazione di opere, tanto che i Vangeli scritti e finemente decorati dai monaci in Irlanda tra il V e il VII secolo sono considerati tra le più importanti opere d'arte cristiana di quell'epoca.
Patrizio trovò alcuni appigli nella tradizione celtica anche per insegnare il Vangelo.
Per i Celti l'idea di una vita dopo la morte non era un concetto nuovo, essi credevano nella ciclicità della vita e nella reincarnazione, ma allo stesso tempo erano certi dell'esistenza di un luogo, il Sidh, dove risiedevano gli spiriti.
Pertanto la storia di Gesù che sconfigge la morte e torna tra i vivi con un nuovo messaggio di amore e speranza, per poi ascendere verso il Paradiso, venne accolta con interesse e partecipazione.
A loro che credevano in una continua infinita esistenza vissuta sotto forme sempre diverse non dispiacque l'idea che alla fine ci fosse per tutti una fine reale, nel regno dei cieli, in pace, pertanto iniziarono a farla propria e la inserirono nella loro teologia, fino a che essa non sostituì l'antica visione sulla reincarnazione.
Secondo le leggende Patrizio ispirò nei Celti una nuova consapevolezza, l'idea di un Dio che non pretende nulla dai suoi fedeli, a differenza degli dei pagani.
Emblematica è la storia che narra il suo duello con i druidi.
Per dimostrare la potenza delle divinità pagane i druidi oscurarono il cielo, al che Patrizio pregò Dio di riportare la luce. E ovviamente il cielo si rasserenò.
"Perché togli il sole a questa povera gente? Io invece vi porto la luce!" disse il santo.
Al di là del racconto leggendario, la differenza tra i santi e i druidi era in effetti molti labile nell'immaginario delle popolazioni pagane irlandesi.
Come i druidi i santi erano capaci di magie, i miracoli, la loro vita era di ispirazione per i credenti, era noti per dedicarsi alla meditazione, al digiuno, all'eremitaggio.
Infatti con la cristianizzazione i druidi scelsero proprio di ritirarsi nelle foreste, e considerata la loro preziosa conoscenza fu permesso loro di continuare a insegnare ai giovani le antiche tradizioni. 
Bisogna precisare che Patrizio fu favorito dal fatto che il druidismo celtico si trovava in un momento di decadenza a causa di lotte interne tra le classi sociali, e le popolazioni erano fiaccate dalla pressione romana, che però ancora non aveva intaccato i loro territori. 
Gli uomini che Patrizio e i suoi missionari si trovarono davanti per discutere l'evangelizzazione erano i bardi, responsabili della memoria collettiva del loro popolo, e soprattutto i fili, maghi che si erano acculturati e avevano acquisito nozioni di filosofia e giurisprudenza.
Questi ultimi guidavano spiritualmente e politicamente i clan irlandesi, e fu con loro che Patrizio instaurò il vero dialogo verso l'integrazione e la conversione.
Dal momento in cui egli convinse i fili ad accettare la nuova religione anche i membri dei clan fecero la stessa scelta.
A questo proposito, va fatta un'altra doverosa precisazione.
Nonostante le buone intenzioni di Patrizio stiamo comunque parlando di una campagna di conversione.
L'evangelizzazione altro non è se non un'invasione, non necessariamente militare ma culturale e religiosa, ed è ingenuo pensare che sia stata accolta a braccia aperte dalle popolazioni celtiche.
Anche nei territori irlandesi ci sono state lotte, opposizione, mancanza di fiducia verso i missionari, come è normale che sia quando si parla di questi avvenimenti storici.
La cristianizzazione ha modificato radicalmente la vita dei pagani in Irlanda e Gran Bretagna, non si può negare questa responsabilità.
Ma d'altra parte l'operato paziente e rispettoso voluto da Patrizio ha permesso che questo ostracismo e diffidenza fossero ridotti al minimo, e che l'assimilazione della religione cristiana fosse vissuta come un'evoluzione naturale.
Il rispetto verso i clan e la loro autorità fu uno dei punti cardine della cristianizzazione dell'Irlanda.
Quando un missionario convertiva un capoclan questi gli permetteva di costruire una chiesa e la sua abitazione su quei territori che appartenevano al clan.
Ciò rendeva i nuovi cristiani Celti una comunità
che col tempo prese il nome di monastero.
Esso era molto diverso dalla tipologia di monastero medievale a cui siamo soliti pensare. Il clan non era chiuso e isolato, anzi, la comunità monastica si dedicava all'agricoltura, alla caccia, alla costruzione, alla crescita del benessere della società.
In tutto questo mutamento sociale il capoclan conservava il suo potere temporale e secolare.
Col tempo si iniziò a conferirgli il titolo di abate.
Nei monasteri celtici l'abate era più importante del vescovo, vennero nominati sacerdoti uomini sposati e laici. Il celibato non era una regola ma era considerato una qualità morale. 
Un elemento interessante è la convivenza tra le comunità maschili e quelle femminili. Le donne godevano di diritti di uguaglianza, come era da sempre nelle tribù celtiche, erano sacerdotesse al pari degli uomini e potevano leggere e predicare le Scritture, dedicarsi allo studio e all'insegnamento. Addirittura potevano ascoltare le confessioni dei fedeli ed elargire penitenze e perdono. Col tempo vennero nominate le prime badesse.
Ecco perché Patrizio e i suoi missionari non trovarono una massiva resistenza di fronte alla loro predicazione.
La realtà dei clan, la fede religiosa e i suoi simboli, le abitudini sociali, nulla venne eliminato come era accaduto nelle evangelizzazioni di altri territori, tutto venne semplicemente riorganizzato, una nuova comunità cristiana con profonde radici celtiche.
Questa nuova gestione tra il laico e l'ecclesiastico perdurò certamente fino all' XI secolo.
In questa situazione che si reggeva in equilibrio tra le tradizioni antiche e la nuova religione cristiana nascono il monachesimo irlandese, maschile e femminile, e soprattutto il cristianesimo celtico, che per secoli si distinse dal cristianesimo romano.
Una peculiarità della chiesa celtica ad esempio risiede nel fatto che Patrizio proibì categoricamente la persecuzione delle streghe.
Inoltre il cristianesimo celtico, forse grazie alla sua apertura verso il monachesimo femminile evi suoi studi, giunse prima della chiesa cattolica alla consapevolezza dell'Immacolata concezione di Maria, nonché della sua Assunzione in cielo.
Le confessioni e le penitenze potevano svolgersi privatamente e non in presenza della comunità.
Dettaglio delicato da apprezzare, secondo la chiesa celtica i bimbi morti prima del battesimo non finivano all'inferno, come sosteneva la chiesa di Roma, essi sarebbero stati battezzati dopo la sepoltura dalla pioggia benedetta che scivolava sul terreno dai tetti delle chiese. 
Dato che la simbologia celtica come abbiamo visto venne assimilata all'interno della iconografia cristiana, grazie al cristianesimo celtico sono giunte fino a noi le tradizioni e i simboli antichi delle popolazioni irlandesi e britanniche, non solo come reperto storico archeologico da studiare ma anche come prassi religiosa da seguire.
Paradossalmente è anche merito della scelta di Patrizio di non abolire ma di conservare gli elementi della religione druiduca se oggi esiste un neo paganesimo di ispirazione celtica.
Patrizio, uomo e santo, diviso tra la sua fede e l'ammirazione per una cultura millenaria, consapevole della necessità di unione tra i popoli nel pieno spirito cristiano.
A lui è attribuita la famosa 
benedizione del viaggiatore irlandese, e con questa vi auguro un felice giorno di San Patrizio, nella speranza che la predicazione di questo santo sia di ispirazione per il futuro della convivenza tra culture distanti. 


"May the road rise to meet you,
may the wind be always at your back,
may the sun shine warm upon your face 
and the rains fall soft upon your fields and,
until we meet again, may God hold you in the palm of His hand."

(“Sia la strada al tuo fianco, il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso, e la pioggia cada dolce nei campi attorno e, finché non ci incontreremo di nuovo, possa Dio proteggerti nel palmo della sua mano.”)

lunedì 8 marzo 2021

Sifra e Pua, quando la disobbedienza di fronte al sopruso viene coniugata al femminile.


In alcuni articoli del mio blog ho affrontato la tematica delle figure femminili in ambito religioso e biblico, mostrando come spesso queste siano state penalizzate da una superficiale conoscenza dell'argomento e da una trasmissione filtrata e banalizzata da parte degli organi di competenza prima, e dal classico "sentito dire" poi.
Nella Bibbia vengono narrate molte storie di donne, ma spesso questi racconti rimangono marginali, poco conosciuti nonostante abbiano tanto da dire e da insegnare.
Le donne dell'Antico Testamento si contraddistinguono per il loro coraggio di fronte alle ingiustizie e la fedeltà ai propri valori. Insieme ai personaggi maschili, i cui nomi e le storie sono più noti, hanno contribuito a costruire la storia del loro popolo, e non solo, dell'umanità.
Non sono comprimarie, sono anch'esse protagoniste.
Un esempio di questo è la storia di Sifra e Pua.
Bellezza e splendore i significati dei loro nomi.
Le troviamo nel primo capitolo di Esodo, il secondo libro della Bibbia.
La vicenda si svolge in Egitto.
Da anni il popolo ebraico convive con gli egiziani in una prospera vicinanza.
Gli israeliti erano giunti in Egitto ai tempi di Giuseppe, il figlio di Giacobbe la cui storia, raccontata nella Bibbia, è molto nota.
Giuseppe, figlio prediletto del patriarca, viene venduto come schiavo dai fratelli e successivamente divenne gran consigliere del faraone, dopo un lungo periodo come servitore del gran visir Potifar.
Riconciliatosi dopo anni con la famiglia Giuseppe fece in modo di trasferire il popolo ebraico in Egitto, con il benestare del faraone.
Ovviamente questo è il racconto biblico, storicamente non è certo di come gli israeliti siano giunti in Egitto.
Siamo certi della loro presenza, le ipotesi più probabili parlano di migrazioni o di riduzione in schiavitù in seguito alle guerre egiziane contro i cananei.
La seconda ipotesi storica si intreccia in modo calzante con la narrazione del libro di Esodo.
L'esperienza di libertà e convivenza si trasforma progressivamente in oppressione.
Gli ebrei iniziano a diventare più numerosi degli egiziani e questo fatto crea preoccupazione sia tra il popolo che tra i nobili.
È il cambio della dinastia reale a rovesciare definitivamente l'atteggiamento nei confronti degli israeliti.
"Allora sorse sull'Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe, e disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli di Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti in caso di guerra si unirà ai nostri avversari.»" si dice in Esodo (1, 8-10)
Storicamente siamo intorno al 1300 aC, al potere c'è Seti I della XIX dinastia, una casata che conosce l'importanza del consenso popolare per un regnante, e che quindi accoglie le richieste dei suoi sudditi. Essi temono il diverso, l'israelita, e vogliono che si ingrandiscano le città.
Detto fatto.
Il faraone dunque inizia a togliere progressivamente diritti e libertà agli ebrei, fino a ridurli in schiavitù, costringendoli a costruire nuovi edifici.
Sono state rinvenute opere pittoriche dell'epoca in cui sono rappresentate le popolazioni semite dedite ai lavori forzati al servizio degli egiziani.
Ciò viene descritto anche nel testo biblico: "Gli Egiziani fecero lavorare i figli di Israele trattandoli duramente. Resero la loro vita amara costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi." (Es 1, 13-14)
Gli ebrei sono identificati come Hapiru, persone che non hanno i diritti degli uomini liberi, esseri inferiori.
Ma tutto questo non basta, passano gli anni e gli ebrei sono ancora troppo numerosi e gli egiziani vivono con la paura che possano ribellarsi e sopraffarli.
Sale al potere un nuovo faraone, gli studiosi sono concordi nel ritenere che il testo biblico faccia riferimento al regno di Ramsete II (1290-1224 aC).
Gli israeliti sotto il suo potere continuano ad essere schiavi e vengono di nuovo colpiti duramente, questa volta nella loro dignità e nella fede nel loro Dio.
È qui che entrano in gioco Sifra e Pua.
Le due donne sono levatrici, a loro il faraone affida un terribile incarico:

Il re d’Egitto parlò anche alle levatrici ebree, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua, e disse: «Quando assisterete le donne ebree al tempo del parto, osservate quando il neonato è ancora tra due sponde del sedile del parto¹: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, lasciatela vivere»." (Es 1, 15-16)

Ramsete II ordina dunque la soppressione di ogni figlio maschio nato in una famiglia ebraica.
Bisogna precisare che questa imposizione del faraone non è supportata da prove storiche, non c'è documentazione a riguardo, inoltre gli storici fanno presente il fatto che limitare la crescita della popolazione israelita non avrebbe avuto senso da un punto di vista sociale e per i bisogni del lavoro forzato.
La vicenda è infatti un espediente narrativo per enfatizzare la situazione di paura e oppressione in cui viveva il popolo ebraico. Erano esseri inferiori, ricordiamo, considerati nemmeno esseri umani.
L'autore di Esodo vuole focalizzare l'attenzione su due dettagli: l'uccisione dei figli maschi è un atto simbolico, di scherno verso la tradizione ebraica che indicava il figlio maschio come prosecutore della dinastia familiare; qui il faraone facendo uccidere i bambini ancora prima che possano prendere il primo respiro
si sostituisce al Dio degli israeliti, che aveva promesso loro fin dai tempi di Abramo una prospera discendenza. Il dio faraone è più imponente del vostro unico Dio, Egli non ha potere in Egitto.
Secondariamente, serve a introdurre la storia di Mosè, colui che molti anni più tardi libererà gli ebrei dalla schiavitù guidandoli fuori dall'Egitto.
Torniamo al racconto biblico.
Sifra e Pua, ricevuto l'ordine, decidono di rifiutarlo.
La loro disobbedienza però non è esternata in modo diretto, cosa che causerebbe loro lo morte e condannarebbe i neonati al loro destino.
Le due levatrici usano un sottile stratagemma:

"Ma le levatrici temettero Dio, non fecero quello che il re d’Egitto aveva ordinato loro e lasciarono vivere anche i maschi. Allora il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i maschi?» Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane; esse sono vigorose e, prima che la levatrice arrivi da loro, hanno partorito»." (Es 1, 17-19)

La storia di Sifra e Pua è straordinaria, eppure nella Bibbia le si dedicano poche righe.
Quel "temettero Dio" non va inteso come paura.
È rispetto per quei valori che il loro Dio aveva insegnato agli uomini.
Ed esso ha più rilevanza dell'ordine di un tiranno.
È un messaggio di solidarietà femminile, Sifra e Pua rifiutano un ordine che le porrebbe in conflitto con altre donne, oltretutto in una situazione così delicata come quella di un parto, che le porterebbe a prendere una decisione sui  corpi e sulle vite di altre persone.
Inoltre queste due donne, semplici ostetriche, si schierano contro il potere costituito.
Nella Bibbia spesso troviamo esempi di come Dio scelga persone umili per contrastare i potenti e gli oppressori.
Il faraone era considerato una divinità in terra, disobbedirgli non era solo inconcepibile da un punto di vista sociale e legale ma anche religioso, era pura blasfemia.
Eppure Sifra e Pua non hanno paura di ingannarlo in nome di un ideale più grande.
Queste ostetriche riescono perfino a ridicolizzare, agli occhi del lettore, l'uomo più potente d'Egitto: questo Dio degli Egizi che cammina sulla Terra a quanto pare non ha la minima idea di come funzioni un parto e crede alle bugie delle due levatrici. 
Sifra e Pua che non si lasciano usare, ma anzi esercitano il loro potere espresso non nella violenza ma con l'intelligenza e l'astuzia.
Sifra e Pua che sono un archetipo femminile di coraggio e compassione valido non solo per il popolo d'Israele ma per ognuno di noi.
Perché se da una parte l'Antico Testamento ci racconta la storia del popolo ebraico dall'altra vuole narrare il percorso di vita dell'umanità intera.
Gli ebrei in Egitto sono ogni popolo oppresso, Sifra e Pua sono tutti coloro che hanno scelto di contrastare il male, quelli che in termini moderni sono stati chiamati, ad esempio, Giusti tra le nazioni.
Infatti in Esodo la vicenda si conclude con "Dio diede loro una numerosa famiglia."
Questo percorso di vita continua dunque con una discendenza simbolica, che negli anni a venire continuerà ad opporsi coraggiosamente ai tiranni, anche a rischio della vita, in nome di quei valori di umanità e compassione di cui Sifra e Pua sono state portavoce e ispirazione.
Non male per due piccole levatrici relegate in una manciata di righe, non trovate?



Note dell'autrice:
¹ le due sponde potrebbero intendere il sedile di pietra sul quale si trovava la donna durante il parto ma anche "tra le ginocchia", quindi nel momento subito precedente al parto.  



mercoledì 24 febbraio 2021

L'incredibile attualità del Giorno pagano della memoria.


Il 24 febbraio è il giorno pagano della memoria.
Non si conosce bene l'origine di questa iniziativa, ma dal 2006 le federazioni e le confessioni pagane hanno deciso di dedicare questa giornata al ricordo delle numerose, troppe vittime del fanatismo religioso.
La data non è stata scelta a caso.
Se ricordate nel mio articolo sui Saturnali avevo parlato dell'imperatore Costantino, il quale emanò nel 313 dC l'editto di Milano, chiamato anche editto di tolleranza, che permise la libertà della confessione cristiana.
L'imperatore Teodosio successivamente si discostò da questa strada per la convivenza civile tra le diverse culture religiose.
Nel 380 dC emanò a Tessalonica un editto di fede.
«Tutti i popoli governati a norma della nostra clemenza debbono per nostra volontà perseverare nella religione che il divino apostolo Pietro ha trasmesso ai romani.(...)
Noi ordiniamo che tutti coloro che osservano questa legge conservino il nome di cristiani cattolici, mentre giù altri, che a nostro giudizio sono pazzi e dementi, si addossano la vergogna di una dottrina eretica (...); essi debbono intanto essere colpiti dal giudizio divino,ma poi anche dalla pena che sarà a noi notificata secondo l'ispirazione da noi ricevuta dal cielo.»
Con questo Editto della religione Teodosio assunse il cristianesimo al rango di religione di Stato.
Se da una parte questa decisione portò a migliorie all'interno della società, vedi la costruzione di basiliche, l'incremento delle attività caritatevoli, trattamento più civile per carcerati e schiavi, dall'altra essa scatenò la diffidenza nei confronti di coloro che erano considerati pagani o eretici.
Ci vorranno quasi dieci anni prima che questo Editto abbia dei risvolti pratici sulla vita della popolazione, e quando accadde clima di sospetto verso il diverso credo religioso si scatenò in terribili atti di intolleranza.
Saranno soprattutto quattro nuovi editti di Teodosio, emanati tra il 391 e il 392 dC, a scatenare e armare la furia dei fanatici cristiani.
Il primo, Nemo se hostiis polluat, emesso il 24 febbraio 391, vietò tutti i sacrifici rituali pagani in forma sia pubblica che privata, proibì l'ingresso nei templi e nei santuari e l'adorazione di statue delle divinità pagane.
Gli editti successivi sono conferme di quanto decretato nel primo, con l'aggiunta nell'ultimo documento al ricorso della pena di morte per chi continuava a professare la religione pagana.
In seguito a queste conferme vi furono incursioni nei templi, gli stessi e le statue vennero distrutti. 
Venne raso al suolo il tempio di Artemide ad Efeso, ad Alessandria molti templi furono convertiti in chiese, scatenando una guerriglia civile che contò numerosi morti.
A Callinico (nell'attuale Siria) nel 388 dC venne colpita la comunità ebraica, in quanto i cristiani distrussero la sinagoga della città.
Teodosio impose alla comunità di ripagare il danno, decisione che venne aspramente criticata da Sant'Ambrogio, all'epoca vescovo di Milano, e pertanto ritirata.
Tra gli effetti di questo Editto ci fu il linciaggio e omicidio della docente e scienziata Ipazia di Alessandria. (415 dC).
Il 24 febbraio dunque è una data simbolica, scelta come giorno del ricordo in relazione a questi editti contro i pagani.
Purtroppo essi sono solo la punta dell'iceberg della costante e mirata persecuzione ai danni delle religioni pagane compiute dalle diverse confessioni cristiane.
La lotta alle eresie, la caccia alle streghe nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, sono solo alcuni esempi di come si sia evoluta questa intolleranza nel corso della storia.
Se da un lato questa giornata vuole essere usata per meditare e celebrare il ricordo di coloro che furono perseguitati, torturati e uccisi dai poteri religiosi, dall'altro ci permette di fare luce sulle attuali persecuzioni in atto in molti Paesi del mondo.
La superstizione e il fanatismo religioso e culturale purtroppo mietono ancora molte vittime.
Secondo Amnesty International in nazioni quali 
Papua Nuova Guinea, Ghana, Zambia, Arabia Saudita, Congo, Tanzania, Kenya, India ancora oggi donne e bambini vengono arrestati, torturati e trucidati perché considerati colpevoli di stregoneria. 
In molti paesi africani le persone affette da albinismo rischiano ogni giorno la vita perché considerati stregoni, vengono uccisi e parti del loro corpo vengono vendute come amuleti contro il malocchio. 
Spesso le vittime sono bambini.
In Ghana esistono ancora i roghi di giovani donne bruciate vive, anche se secondo molte associazioni la vera natura di questa caccia alle streghe è di tipo economico. Le vittime infatti vengono uccise per potersi impossessare delle loro proprietà.
Una simile situazione si riscontra in India, dove le presunte streghe vengono private dei denti e poi bruciate vive, e anche qui c'è il sospetto che le accuse siano ben mirate per permettere ai parenti di ereditare i beni della defunta, di solito vedova. 
La meravigliosa Franca Rame ci ha regalato anni fa un monologo molto emozionante, "Io sono una strega", mi permetto di citarlo, è davvero calzante e senza tempo.
 
«Non importa chi sono.
Non importa come mi chiamo.
Potete chiamarmi Strega.
Perché tanto la mia natura è quella. 
Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, 
dal primo calcio che ho tirato al mondo.
Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima,
sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, 
sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche,
sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.
E sono bella! 
Ho la bellezza della luce, 
ho la bellezza dell’armonia, 
ho la bellezza del mare in tempesta, 
ho la bellezza di una tigre, 
ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!
Per cui sono Strega.
Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, 
sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale… sono io!
Sono Strega perché sono fiera 
del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, 
perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni 
di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.
Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.»

I roghi esistono ancora, bruciano, sta a noi scegliere se essere coloro che lo accendono, o che li spengono. 
Per sempre.

giovedì 18 febbraio 2021

Memento mori.




Durante le celebrazioni del mercoledì delle ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere sulla fronte dei fedeli. Questa cenere è ricavata dai rami dell'ulivo benedetto della Domenica delle palme, che vengono bruciati.
Il gesto simbolico ricorda alla comunità cristiana che la vita è effimera e che va vissuta pienamente secondo i dettami della fede cristiana, in preparazione non solo della Pasqua ma anche della morte terrena.
Durante il rito viene infatti pronunciata la frase "Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris", "Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai."
Questo ammonimento è preso dal libro di Genesi (Gn 3,19), quando Dio, scacciando Adamo ed Eva dall'Eden, ricorda loro l'origine e la fine della loro esistenza.
Il mercoledì delle ceneri la tradizione vuole che si mediti in digiuno e "ci si astenga dalle carni", che non indica solo il non mangiare carne, ma soprattutto ammonisce dal consumare rapporti sessuali, una sorta di astinenza rispettosa.
L'affermazione delle Ceneri sul "ricorda che polvere sei e polvere ritornerai" è strettamente legata al concetto, sviluppato in epoca medievale, del "memento mori", ovvero "ricordati che devi morire".
Ora sicuramente a tutti è venuta in mente la scena iconica del film del 1984 "Non ci resta che piangere", dove questo monito viene gridato a uno spaventato Massimo Troisi, il quale in tutta risposta ribatte: 
L'affermazione Memento Mori ha origine in epoca romana, veniva usata quando un condottiero tornava vincitore da una battaglia per mitigare la sua superbia e ricordargli che il successo di oggi può essere domani una tragica sconfitta. 
In epoca medievale il motto assume una forma diversa, diventa l'esaltazione della morte e della prassi penitenziale. 
Ciò è anche conseguenza della terribile pestilenza che afflisse l'Europa durante il XIV secolo.
Nel 1346 una virulenta peste nera colpì l'Europa e la dilaniò fino al 1353 dopo aver mietuto quasi 20 milioni di vittime.
Questa pandemia ha portato l'uomo e la Chiesa a interrogarsi sulla vita, sulla sua fine, su ciò che effettivamente rappresenta la morte. 
La fine della vita viene annunciata in modo cupo e minaccioso, la morte viene raccontata come un passaggio inevitabile e terribile, dove il giudizio sulle proprie opere terrene ne fa da padrone.
Le comunità religiose giunsero a diverse conclusioni sulla pandemia.
Le comunità musulmane considerarono la malattia come un segno, un dono divino, e come tale andava accettata e non evitata, vennero infatti proibiti gli spostamenti per allontanarsi dalle zone più colpite dalla pandemia, venne assicurato ai fedeli che chi moriva a causa della peste sarebbe poi stato ricompensato dell'aldilà al pari di un guerriero morto durante una guerra santa.
La Chiesa invece identificò la peste nera come una punizione divina, un castigo per la dissolutezza delle comunità, i peccati dei singoli, e la nascita di nuove eresie. 
Questa riflessione ha avuto ripercussioni sulla cultura cristiana e sugli ordini religiosi, nacquero infatti in questo contesto storico i movimenti dei flagellanti, monaci che si punivano frustandosi durante lunghe ed estenuanti processioni. Papa Clemente VI cercò di arginare questi fenomeno, che invece perdurò per quasi un secolo.
Il pontefice non dovette mitigare solamente questi atti di penitenza pubblica, che creavano ulteriore agitazione sulle popolazioni già abbastanza afflitte e terrorizze, dovette occuparsi anche di porre fine ai processi sommari e agli attacchi ai danno delle comunità ebraiche.
Gli ebrei infatti vennero identificati come coloro che, avvelenando i pozzi, avevano diffuso la malattia.
Clemente VI dovette emanare addirittura due bolle papali in cui condannava questi atti di antisemitismo e dichiarava che la pestilenza non aveva origine dall'uomo. 
Questo clima di ossessione nei confronti della morte e delle colpe terrene hanno influenzato la cultura, la letteratura e l'arte.
In questo contesto storico in tutta Europa nasce l'iconografia delle danze macabre.
Dance of Death in inglese, Danse Macabre in francese, Totentanz in tedesco, le danze macabre sono opere pittoriche in cui viene rappresentato un ballo in cui si avvicendano uomini e scheletri, a volte danzano insieme, si dilettano in girotondi, oppure si incamminano in una processione.
Questa danza rappresenta la vanità della vita, effimera e inutile di fronte all'inevitabile morte, che è destinata a calare sugli uomini e a portare via tutto ciò che si era costruito in terra.
All'inizio erano rappresentati solo uomini appartenenti alle classi sociali più importanti, nobili e membri del clero, ma col tempo questa usanza muta.
La morte riguarda tutta l'umanità, nessuno escluso, la terribile peste lo sta dimostrando ogni giorno colpendo tutta la popolazione.
Gli uomini vengono dunque dipinti per rappresentare tutti i ceti sociali e le età, a dimostrazione che la Morte quando giunge non risparmia nessuno. 
Non importa che tu sia un principe, un contadino, un prelato o un artigiano, il fato è ineluttabile ed è uguale per tutti. 
Col tempo negli affreschi si iniziano a raffigurare anche le donne, che diventano l'emblema della giovinezza e della bellezza, destinate a sfiorire di fronte alle malattie e alla morte.
Ma il buon cristiano non deve temere la fine, se ha seguito gli insegnamenti di Cristo durante la sua vita terrena può sperare in un giudizio clemente da parte della Nera Signora.
La Salvezza in Cristo è un concetto non sempre rappresentato direttamente ma è sottointeso nelle danze macabre.
Numerosi esempi di questo tema iconografico li troviamo anche in Italia, uno dei più famosi si trova nel mio Trentino, a Pinzolo, sul muro esterno della chiesa di San Vigilio, dipinta nel 1539 da Simone Baschenis. 
In questo affresco si può notare come uomini e scheletri si avvicendino in una sorta di processione, dove i morti accompagnano i vivi verso il loro inevitabile destino.
Simile alla danza macabra è il Trionfo della morte, opere pittoriche legate al concetto di Giudizio universale che rappresentano la Morte nell'atto di accogliere le anime dei defunti, affinché vengano giudicate.
Non ci sono processioni o balli, c'è solo la Morte, rappresentata come uno scheletro, che con la sua falce colpisce senza fare distinzioni di ceto sociale, età o sesso.
Un esempio molto suggestivo è il Trionfo della Morte conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo, dipinto da un anonimo. 
Qui la Morte non accoglie i defunti, addirittura dà loro la caccia a cavallo di un destriero scheletrico.
Queste opere pittoriche ricordano all'uomo che la vita è destinata a finire, ma ciò ha una doppia valenza.
Da una parte si insegna la necessità di seguire una linea di comportamento vicina ai valori cristiani, dall'altra fa intuire che la Morte, per citare Marcello Marchesi, deve trovarci vivi.
La vita va vissuta, riempita di significati e non di beni materiali, i quali non potranno seguirci nell'aldilà.
Ma ciò che viene fatto in vita, i ricordi, le azioni, gli affetti, quelli rimangono anche dopo la nostra dipartita.
Nel bene e nel male.
Il Memento Mori ci sprona ovviamente a seguire la prima di queste due opzioni. 


giovedì 4 febbraio 2021

Triora, la (non) Salem italiana.

Triora è un borgo ligure situato tra le Alpi Marittime occidentali nella provincia di Imperia.
Probabilmente il nome di questa cittadina apre un piccolo cassetto della vostra memoria, ma ancora non vi è chiaro il suo contenuto.
Proviamo a ricordare.
Triora si presenta come un agglomerato di case costruite quasi una addosso all'altra sulle rocce, tra i muri di pietra si snoda un labirinto di caruggi, i tipici vicoli liguri.
Il suo nome significa "tre bocche", come quelle di Cerbero, e c'è chi dice che esse indichino le aperture delle roccia che condurrebbero direttamente agli Inferi.
Percorrendo i vicoli si giunge al punto più estremo di Triora, vicino ai mulini, alla Ca Botina, un quartiere misterioso dove in tempi lontani era proibito recarsi dopo il tramonto.
Si diceva che in quel luogo si radunassero le streghe per celebrare i loro riti malvagi, ballare nude insieme al diavolo. Queste megere si acquattavano dietro i muri per sorprendere i bambini e rapirli, per poi mangiarli.
Ecco, ora è chiaro perché il nome di Triora vi è così familiare.
Si è parlato molto di questo borgo ligure negli ultimi anni, da quando vennero resi pubblici i documenti di quello che è considerato il più grande processo italiano per stregoneria della fine del XVI secolo.
All'epoca Triora dipendeva dalla Repubblica di Genova, e da due anni la regione era stata colpita da una insanabile carestia.
Come spesso è accaduto nel corso della storia il popolo cercò un capro espiatorio a cui attribuire la colpa di questa sciagura.
L'indice venne puntato contro alcune donne del paese, tutte residenti in quella Ca Botina, quartiere che in realtà di diabolico non aveva nulla se non l'ingiusta povertà di chi vi alloggiava.
Donne sole, costrette ad arrangiarsi come potevano per sopravvivere in quella miseria, guardate dall'alto in basso dal resto del paese, ma tollerate perché contribuivano alla vita della società triorese.
Erboriste, guaritrici, mammane.
Tutti le evitavano e le giudicavano in pubblico fino a che non avevano bisogno di loro, e a quel punto si recavano di nascosto alla Ca Botina a chiedere aiuto.
Nell'ottobre del 1587 le autorità del borgo guidate dal podestà Stefano Carrega fecero arrestare venti donne, denunciate dai loro concittadini durante una messa, e subito convocarono l'Inquisitore di Genova e il vicario di Albenga, tale Girolamo Del Pozzo, affinché istituissero un processo contro di loro.
Del Pozzo, da subito convinto della presenza del diavolo tra i vicoli del borgo, interrogò i trioresi, si fece descrivere i crimini commessi dalle donne che loro hanno accusato.
Più vengono ascoltati più raccontano, questi solerti cittadini.
Le donne non sono più colpevoli solo della carestia, il loro maleficio si estende alle malattie che hanno colpito il bestiame, agli aborti spontanei delle loro mogli, alla sparizione di alcuni bambini.
Del Pozzo documenta tutto con dovizia per poter procedere agli interrogatori.
E qui le donne vennero sottoposte a orribili torture, molte di loro pur di porre fine alla loro agonia ammisero la loro colpevolezza, alcune fecero i nomi di altre streghe che vennero subito arrestate.
Si arriverà in poco tempo a una trentina di arresti, ma pare che i nomi fatti sotto tortura fossero più di 200.
Ed è a questo punto che la vicenda non riguarda più solo la povera gente della Ca Botina, ora gli inquisitori bussano anche alla porte delle famiglie in vista, le più altolocate.
La solerzia di Del Pozzo non fa distinzione e inizia a mietere le prime vittime.
Isotta Stella, una nobildonna di 60 anni, morì stremata dalla fame e dal dolore durante le torture; una giovane ragazza di cui non sappiamo il nome, disperata, si suicidò gettandosi dalla finestra. O forse venne uccisa affinché non rivelasse ciò che era emerso realmente durante gli interrogatori.
Il borgo era ormai impregnato di un clima di paura e sospetto. Chiunque poteva essere denunciato.
Nel 1588 il Consiglio degli Anziani di Triora chiese agli inquisitori di essere più cauti nel loro operato, e in seguito alle richieste delle autorità locali giunse da Genova l'Inquisitore Capo, che avrebbe dovuto rasserenare gli animi e portare un po' di giudizio nei procedimenti dei suoi colleghi.
Invece il prelato, dopo un'attenta valutazione, dispose solo la scarcerazione di una tredicenne, riconosciuta innocente e fece trasferire tredici imputate a Genova.
L'inquisitore tornò dunque nel capoluogo lasciando le altre carcerate nelle mani dei loro carnefici.
A giugno Del Pozzo si dimise e lasciò Triora, al suo posto venne inviato un nuovo un commissario speciale, Giulio De Scribani, che invece di porre rimedio a questa follia la incentivò, dato che era fermamente convinto che non fossero ancora state scovate tutte le colpevoli.
La caccia alle streghe raggiunse così anche altri comuni della zona, causando nuovi arresti.
De Scribani condannò infine al rogo quattro donne, ma le alte sfere della stessa Repubblica di Genova, forse stanche e infastidite da questa follia che durava ormai da troppo tempo, chiesero l'intervento del consultore Serafino Petrozzi, che revisionò gli atti del processo e mise in discussione le confessioni avvalendosi dell'aiuto di due dottori di diritto.
Fu intimato a De Scrivani di occuparsi unicamente di questioni politiche e amministrative, dato che i processi per stregoneria erano di competenza della Santa Inquisizione.
Ma De Scribani ignorò queste disposizioni e continuò la sua caccia alle streghe, istituì nuovi processi per acquisire ulteriori prove, vennero svolti nuovi interrogatori, nei quali ovviamente si fece ancora ricorso alla tortura per estorcere le confessioni delle povere imputate, e alla fine il 30 agosto Petrozzi e il governo cedettero e dovettero confermare le condanne a morte. 
Ma fu una decisione di facciata.
Infatti il giorno prima dell'esecuzione intervenne il Padre Inquisitore di Genova, convocato direttamente da Roma.
Essendo il rappresentante dell'Inquisizione romana aveva il potere di prendere decisioni autonome riguardo ai processi per stregoneria, la sentenza finale spettava unicamente a lui, e nel caso di Triora ordinò di trasferire a Genova anche le ultime condannate.
A questo punto il doge genovese Davide Vacca fece richiesta al Santo Uffizio affinché mettesse fine a questo lungo processo. 
Il cardinale Sauli in persona intervenne nel 1589 per fermare i processi istituiti da De Scrivani, ormai fuori controllo, e revocò il potere alle persone che agivano nel borgo di Triora.
Il 23 aprile di quell'anno l'Inquisizione dichiarò concluso ogni procedimento.
Le donne incarcerate a Genova vennero liberate, non si sa se sono mai tornate a Triora, tra quei concittadini che le avevano condannate a due anni di atroci supplizi.
Si conosce invece la sorte di Giulio De Scribani, il quale con la sua caccia indiscriminata si era inimicato molte famiglie altolocate della zona.
Esse riuscirono a ottenere che venisse processato, e Scribani venne inizialmente scomunicato a causa della crudeltà dimostrata durante gli interrogatori, giudicata eccessiva, e per aver ignorato le direttive del Santo Ufficio che gli ordinavano di interrompere i processi.
La sanzione tuttavia venne ritirata su richiesta delle stesse autorità della Repubblica Genovese, dato che De Scribani fece pubblica ammenda.
Col tempo la vicenda di Triora cadde in una sorta di dimenticatoio, divenne infatti uno dei tanti, troppi nomi scritti sui registri dei processi indetti dall'Inquisizione, fino a che alcuni storici non ne riscoprirono la documentazione e riportarono alla luce la verità su quanto era accaduto.
In breve tempo l'interesse verso il processo italiano alle streghe aumentò, tanto che a Triora venne inaugurato negli anni '80 il Museo etnografico e delle stregoneria, dove è possibile leggere i documenti relativi al processo,
e ogni anno si celebra una festa, chiamata Strigora, la prima domenica dopo Ferragosto.
Triora spesso viene definita la "Salem d'Italia".
Salem è una città della contea di Essex, in Massachusetts, dove si è svolto il più famoso processo alle streghe degli Stati Uniti d'America.
La storia è molto conosciuta grazie a numerosi film, pièce teatrali (la più celebre è certamente "Il crogiuolo" del commediografo statunitense Arthur Miller) e più di recente una serie televisiva omonima di successo, i quali raccontano la vicenda, in modo più o meno romanzata.
Nonostante l'accostamento legittimo bisogna precisare che esistono delle sostanziali differenze tra i due casi.
Intanto il processo Salem fu successivo di almeno un secolo rispetto a quello di Triora, iniziò infatti nel 1692.
Diversi sono i motivi che portarono all'apertura della caccia alle streghe, 
a Salem tutto ebbe inizio in seguito alle denunce di giovani ragazze della città, che interrogate sui loro comportamenti sconvenienti sostennero di essere state maledette da alcune concittadine che avevano fatto loro il malocchio, a Triora invece la causa scatenante fu una terribile carestia.
È importante chiarire soprattutto il diverso contesto storico e sociale.
A Salem il processo venne istituito e presieduto dalle autorità puritane americane.
Il puritanesimo, movimento nato all'interno del calvinismo britannico nel XVI secolo, pretendeva una perfetta purezza morale da parte dei suoi fedeli, che dovevano combattere il peccato in ogni sua forma.
Questa rigidità morale va associata a un periodo buio per i puritani del Massachusetts, la guerra di re Filippo contro le tribù di nativi che rifiutavano la conversione al cristianesimo e non volevano cedere le loro terre non stava volgendo a loro favore, e provocava continui spargimenti di sangue e rappresaglie.
I puritani si sentivano abbandonati dalle istituzioni ma soprattutto da Dio.
Questo insuccesso era certamente colpa dei peccati della comunità.
I pastori durante le predicazioni dichiararono che numerosi comportamenti blasfemi avevano indispettito il Signore, e così si prodigarono affinché ogni minimo segno di immoralità venisse segnalato e represso.
Fu quindi per paura che le giovani ragazze di Salem, almeno all'inizio, decisero di dirottare ogni responsabilità dei loro comportamenti ritenuti disdicevoli e sospetti dichiarandosi vittime di un maleficio, e da qui l'inevitabile e inarrestabile apertura della sanguinosa caccia alle streghe.
Inoltre, dettaglio non di poco conto, il puritanesimo non accettava nessuna ingerenza da parte dello Stato nelle questioni religiose. 
Il processo alle streghe era considerato appunto una questione teologica, dove praticare il malocchio e gli incantesimi non era non solo un peccato ma anche un crimine. 
Fu anche per questo che a Salem vennero condannate a morte e giustiziate più persone che a Triora, nella cittadina americana infatti le autorità religiose poterono operare senza intromissioni esterne, cosa che invece accadde nel borgo ligure.
A Triora i procedimenti vennero invece gestiti dalla chiesa cattolica romana.
Questa a differenza dei puritani prevede un rigido rispetto della gerarchia ecclesiastica e soprattutto delle relative competenze.
Pertanto in materia di processi contro le streghe, 
come abbiamo visto, l'Ufficio della Santa Inquisizione aveva totale libertà di decisione e di azione, aveva il diritto di intromettersi nell'operato di sacerdoti e vescovi nel momento in cui lo riteneva opportuno. E già questo è stato un impedimento non da poco per le autorità religiose locali.
Inoltre la Chiesa cattolica non si occupa solo di questioni teologiche, sappiamo che da sempre intreccia la propria predicazione con la politica.
Il potere secolare del Papa è sempre stato vincolato a doppio filo ai rapporti diplomatici con quello temporale dei governanti e dei re.
Pertanto a un certo punto il Santo Ufficio dovette cedere alle richieste dei rappresentanti della Repubblica di Genova, che chiedevano di porre fine a un processo che stava degenerando.
Ad ogni modo entrambe le vicende, seppur lontane nei tempi e nei luoghi, condividono il clima di terrore e isteria collettiva che infettarono le menti dei cittadini e portarono alla sofferenza e alla morte di vittime innocenti, e la testarda arroganza degli inquisitori nel portare avanti i procedimenti nonostante l'assenza di prove chiare.
Elementi purtroppo ricorrenti di quella spietata caccia alle streghe che resterà per sempre una macchia indelebile nella storia della cristianità.