venerdì 12 agosto 2022

Buio in sala: Orphan, quando la realtà è più sconvolgente di un film dell'orrore.

Molti di voi, appassionati di film horror come me, stanno aspettando con trepidazione il secondo capitolo prequel del film Orphan, che si intitolerà Orphan: first kill e che uscirà questo autunno.

Orphan, film del 2009 diretto da Jaume Collet-Serra, è decisamente una delle mie pellicole horror preferite, sia per la trama originale e l’atmosfera cupa e incalzante, sia per la presenza di bravissimi attori quali Vera Farmiga, Peter Sarsgaard e Isabelle Fuhrman che interpreta magistralmente la protagonista.

Il film racconta di una coppia americana che in seguito a un doloroso aborto decide di adottare una bambina russa di 9 anni.

La piccola all’inizio si dimostra adorabile, gentile, educata, sembra legare subito con gli altri due figli della coppia.

Ma la realtà è ben diversa, la bambina infatti comincia ad avere comportamenti inquietanti e violenti, si vendica delle persone che la infastidiscono e arriva anche ad uccidere la suora dell'orfanotrofio che aveva cercato di mettere in guardia i suoi genitori adottivi, ma riesce a nascondere ogni malefatta mantenendo l’immagine di bambina spaurita.

L’unica che si insospettisce è Kate, la madre adottiva, che inizia a indagare parlando di nuovo con le suore dell’orfanotrofio e frugando tra le cose di Esther, in particolare sfogliando uno strano diario che la bimba porta sempre con sé. Esther lo scopre e per proteggersi riesce a convincere tutti che Kate sia alcolizzata e per questo violenta con lei e gli altri figli, e la fa allontanare, il padre adottivo insiste perché vada in riabilitazione.

Kate a questo punto viene contattata da un medico russo ed emerge la  scioccante verità: Esther non è russa ma estone, si chiama in realtà Leena Klammer, non è una bambina ma una donna di 33 anni che soffre di una malattia chiamata ipopituitarismo. A causa di un disturbo ormonale la sua crescita fisica, seppur armonica, è bloccata costringendola ad assomigliare per sempre a una bambina. Leena, scappata dall'istituto psichiatrico estone in cui viveva, ha passato la sua vita a fingersi una novenne e ha ucciso diverse persone, inclusa l'ultima famiglia che l'aveva adottata. La sua rabbia omicida è stata scatenata dalla gelosia nei confronti del padre adottivo, che aveva cercato inutilmente di sedurre.

Kate capisce allora che Esther/Leena che sta nuovamente per uccidere, questa volta i suoi figli, per poter sedurre suo marito.

Kate riesce a tornare in casa in tempo per salvare la sua famiglia, e presumibilmente uccide Esther che annega in un lago ghiacciato nel tentativo di fuggire.

Il plot twist del film è innegabilmente eccezionale, ma non è frutto della fantasia degli sceneggiatori.

Gli autori del film si sono ispirati a una storia vera, quella di Barbora Skrlova.


Barbora Skrlova nasce nella Repubblica Ceca, e come la protagonista del film che ha ispirato soffre di ipopituitarismo. Poco si sa sulla sua famiglia d’origine, sappiamo che ha passato molti anni in un ospedale psichiatrico a causa dei suoi comportamenti paranoici e per una diagnosi di schizofrenia.

Per anni Barbora si è fatta passare per una dodicenne quando in realtà aveva già trent’anni.

A un certo punto la storia di Barbora si intreccia con quella di un’altra donna disturbata, Klara Mauerova.

La donna, classe 1975, era psicologicamente fragile e affetta anch’ella da schizofrenia, addirittura da bambina sosteneva di sentire la voce di Dio, una novella Giovanna d'Arco.

Abbandonata dal marito nel 2000 dopo la nascita del secondo figlio Klara si trasferisce a Kurim, nella zona rurale del Paese, dalla sorella Katerina, anche lei affetta da turbe psichiche e deliri religiosi. Le due donne riescono a gestire la loro condizione psichiatrica senza problemi e vivono una vita normale fino a che non entra in gioco Barbora.

Klara incontrò la finta dodicenne mentre studiava all’università e tra le due nacque subito una profonda amicizia.

Barbora disse di chiamarsi Anika, che i suoi genitori erano morti di overdose e raccontò a  Klara di essere scappata da un orfanotrofio dove subiva terribili abusi, e la donna le offrì ospitalità, le disse che poteva andare a vivere con lei, con sua sorella Katherina e i suoi due figli Ondrej di 8 anni e Jakub di 10. Barbova ovviamente accettò.


Barbora era una narcisista manipolatrice e in breve tempo riuscì a conquistare l'affetto di entrambe le sorelle e le convinse addirittura ad adottarla.

All’inizio la famiglia visse in tranquillità, ma poi la vera natura di Barbora prese il sopravvento.

La ragazza riuscì a manipolare ulteriormente le due donne tanto che loro divennero sue servitrici, ormai pendevano totalmente dalle sue labbra.

Barbora, gelosa dei due figli di Klara, fece qualcosa di inimmaginabile. 

Su suo ordine nel settembre del 2006 le Mauerova costruirono una gabbia di ferro nel seminterrato di casa e vi rinchiusero i figli di Klara, completamente nudi.

Le tre donne cominciarono a torturare i due figli di Klara.

I bimbi vennero affamati, lasciati in terribili condizioni igieniche, costretti a dormire tra gli escrementi, seviziati e stuprati, venivano affogati ripetutamente in un catino, un giorno addirittura costrinsero uno dei due bambini a mangiare un pezzo di carne tragliata dal corpo del fratello.

Pare che anche Klara partecipò al terribile pasto.

Barbora era riuscita a convincere Klara che i bambini erano perfidi, che bisognava punirli anche per liberarli dallo spirito del padre che li aveva abbandonati, una sorta di espiazione e purificazione.

A queste terribili sessioni di tortura parteciparono anche Jan Turek, fanatico religioso con l'ossessione per l'esorcismo, un loro tuttofare, il venticinquenne Jan Skrla, e la sua fidanzata Hana Basova. 

Il loro ruolo non fu mai chiarito del tutto, pare che Turek avesse una relazione con Klara, ciò che sappiamo è che convinse le donne che i bambini andavano esorcizzati con il dolore fisico, affinché fosse mondati da peccati che dovevano ancora commettere.

Ma perché tanta crudeltà?

Barbora confessò di essere gelosa dell'amore che Klara dimostrava ai figli.

A causa della sua disfunzione ormonale non avrebbe mai potuto avere figli e questa mancanza la lacerava a tal punto che la ragazza si faceva del male sopraffatta dall'invidia.

Inoltre tra le varie teorie è spuntata anche quella del fanatismo religioso.

Pare che tutto nacque dalla fede religiosa deviata di Barbora. Si dice che ella fosse un’adepta di una setta molto particolare e che abbia incoraggiato le due sorelle ad unirsi ad essa.

Questa setta si chiama “Il Movimento del Graal”

Il Graal Movement è una corrente spirituale nata in Germania dalle idee dello scrittore Oskar Ernst Bernhardt (1875- 1941).

Nei suoi testi Bernhardt parlava di come ogni individuo dovesse essere libero e non soggetto ai tabù, alla morale, alle regole.  Col tempo l'autore si fece chiamare col nome di Abd-ru-shin, servo della luce, ma non fu lui il reale fondatore del movimento.

Bernhardt nel 1928 scrisse un libro, Nella Luce della Verità - Messaggio del Graal, e su questo si basarono i suoi lettori per creare il Movimento del Graal.

L’autore partecipò comunque alle attività di questa comune nata grazie ai suoi libri, e riconoscente ospitò i suoi discepoli nelle sue proprietà dove creò il Vomperverg, un centro per l'approfondimento spirituale e religioso. Nel 1938 gli edifici e le terre vennero espropriate dal Terzo Reich, e Bernhardt venne mandato al confino in Sassonia dove rimarrà fino alla sua morte nel 1941.

Dopo il 1945 sua moglie Maria Bernhardt riprese il Movimento e gli diede nuova vita, i seguaci di Bernhardt l'aiutarono a tradurre le sue opere, per poter continuare a portare il suo messaggio in tutto il mondo.

Col tempo però nacque un problema riguardo alla successione.

I figli che Maria aveva avuto dal primo matrimonio cambiarono il loro cognome in Bernhardt per poter subentrare alla madre alla guida della fondazione, ma in molti Paesi questa decisione, vista come una strategia per lucrare sulla filosofia del patrigno, non piacque e gli affiliati non li riconobbero come successori del loro Abd-ru-shin.

Alla morte della prima figlia di Maria, Irmgrad, si ha una nuova crisi per la successione.

Ella infatti decide di passare il testimone ad alcuni suoi famigliari, attuando una vera e propria divisione tra  il Movimento, le cui proprietà vengono intestate alla nipote Maria Claudia, e la Fondazione, la cui direzione è assegnata a suo cognato Herbert Vollmann.

Irmgrad sperava in una fruttuosa collaborazione, ma i suoi parenti avevano idee diverse.

In questo momento Fondazione e Movimento si separano e vengono gestite da persone diverse, in totale autonomia.

I seguaci di alcuni Paesi scelgono di restare fedeli alla Fondazione, altri al Movimento.

La branca brasiliana del movimento ad esempio non accettò i figli di Maria Bernhardt e la leader locale del movimento brasiliano Roselis von Sass (1906-1997) diede vita a un vero e proprio scisma.

La stessa cosa si verificò nell’attuale Repubblica Ceca, dove nacquero nuove congregazioni distaccate dalla setta originale.

Pare che Barbora si fosse affiliata in Repubblica ceca a una nuova corrente deviata della setta.

Fu suo padre Josef a unirsi alla congregazione, che chiamava "formiche" i suoi adepti, e pare fosse una sorta di gran sacerdote del culto.

La setta incitava i suoi discepoli a praticare la promiscuità sessuale, l’incesto e il cannibalismo, e allo stesso tempo pretendeva che i suoi adepti purificassero le loro anime e corpi. 

Da questo culto Barbova, già provata dalla malattia mentale, pare abbia preso l’ispirazione per le sue crudeli torture ai danni dei figli di Klara.

La filosofia contorta del movimento la confortava, tutto quel dolore che provava poteva riversarlo su quei bambini, in fondo non era soggetta a nessuna regola, era libera di sfogarsi come preferiva.

E le due sorelle Mauerova, affette da sempre da deliri religiosi, non si fecero problemi ad accettare le teorie della ragazza.

Allo stesso modo e con devozione anche Turek e i due fidanzati si unirono con piacere a questa sorta di culto casalingo improvvisato che permetteva loro di sfogare i loro istinti più brutali.

Un giorno Barbora acquistò una telecamera di sorveglianza che venne installata nel seminterrato per poter controllare i bambini durante la loro assenza.

Paradossalmente fu grazie a questa sua mania del controllo che i bambini furono salvati. Nel 2007 un vicino installò un sistema video simile a quello di casa Mauerova per guardare il proprio neonato mentre dormiva. A causa di qualche interferenza nella rete il sistema si collegò alle videocamere installate da Barbora e il vicino poté vedere i due bambini rinchiusi nello scantinato. 


Ciò che il monitor mostrava era raccapricciante, i bimbi giacevano in una pozza di sangue ed escrementi, i loro corpi dilaniati dalle torture. 

L'uomo chiamò subito le forze dell’ordine e arrestarono i colpevoli.

Ma non Barbora.

La ragazza indossò abiti da bambina e stringendo un peluche tra le braccia corse dagli agenti dicendo di chiamarsi Anika e di essere una tredicenne adottata dalle sorelle Mauerova, anche lei vittima delle loro atrocità.

La polizia le credette e la portò in ospedale insieme ai figli di Klara.

Una volta lasciata sola in ambulatorio Barbora scappò e fece perdere le sue tracce.

Fu ritrovata in Norvegia dove aveva assunto una nuova identità, Adam, un ragazzo di 14 anni.


Si era tagliata i capelli, era ingrassata per cambiare fisionomia, ed era riuscita a farsi affidare a una nuova famiglia. Fu scoperta grazie ai professori della scuola in cui andava, che si erano insospettiti da alcuni suoi atteggiamenti, e segnalarono Adam alla polizia norvegese che intanto aveva ricevuto un mandato di cattura internazionale per Barbora.

Una volta scoperta la ragazza venne rimandata in Repubblica Ceca.

Qui fu processata insieme alle sorelle Mauerova.

Il processo portò nuove rivelazioni sul caso.

Klara apparve come completamente dissociata dalla realtà, emerse il sospetto che le vere ideatrici di tale efferatezze fossero Katerina e Barbora.

Klara diceva di ricevere messaggi telefonici da in certo Dottore, che le davano istruzioni su cosa fare con i suoi figli.  

Ma chi scriveva a Klara sfruttando i suoi deliri religiosi? Katerina o Barbora? O forse Josef, il padre di quest'ultima, ormai introvabile dalle forze dell'ordine?

Si delineò meglio anche il ruolo degli altri tre protagonisti.

Pare che anche Turek e Skrla fossero già adepti della setta quando entrarono in casa Mauerova.

I due si difesero dicendo di aver solo provveduto a costruire la gabbia, un semplice lavoro da operai, e di non aver mai toccato i bambini e di ignorare ciò che accadeva nel seminterrato.

Hana Basova, conosciuta dai bimbi come zia Nancy, si dichiarò innocente, ma risultò in possesso, insieme a Skrla, di numerose VHS dei bambini torturati, ore e ore dei piccoli tenuto segregati e legati. C'era forse un traffico di materiale pedopornografico dietro a questa collaborazione con le Mauerova?

E c'era forse qualcosa di più, forse un giro di prostituzione? Klara sostenne che temeva che lei e i bambini fossero venduto come schiavi sessuali.

Barbova si dichiarò una vittima delle due sorelle. 

Sostenne di essere stata stuprata, quando il medico legale testimoniò che la ragazza era vergine cambiò la sua versione, dicendo che le sorelle le accarezzavano le parti intime senza il suo consenso, ma che per paura le lasciava fare.

Katerina non rivelò nulla né commentò le sue azioni, qualcuno ipotizzò che stesse sacrificando se stessa pur di proteggere il culto.

Tutte queste teorie rimangono congetture, in quanto nessuno ha mai trovato prove evidenti su cosa stesse effettivamente accadendo in quella casa.

Il processo finì nel 2008.

Klara fu condannata a 12 anni di carcere e Katherina a 10, la pena fu lieve in quanto i giudici tennero conto dei loro problemi psichiatrici. 

Hana Basova e Jan Skrla sono stati condannati a sette anni per aver conservato i video e le foto delle torture per rivenderle come materiale pedopornografico.

Jan Turek è stato condannato a soli cinque anni, in quanto il tribunale non è riuscito a stabilire quale sia stata la sua effettiva partecipazione agli abusi.

Anche Barbora fu condannata a soli 5 anni di prigione.

Grazie alle sue capacità di attrice convinse la giuria di aver avuto un ruolo marginale, di essere una pedina in un gioco macabro più grande di lei, l'accusa non riuscì a dimostrare che la ragazza avesse manipolato le due sorelle fino a spingerle a commettere quelle atrocità. 


La sorte di Ondrej e Jakub è misteriosa.

Durante il processo il procuratore ha raccontato che i bambini erano in cura da degli specialisti, le terribili torture subite avevano lasciato in loro fobie ed erano regrediti allo stato di bambini di età prescolare.

Il padre biologico, Radek Coufal, assistette al processo e tentò di ottenere l'affidamento dei figli.

Raccontò di aver visto i bambini sporadicamente dopo l'arrivo di Barbora, e che spesso gli veniva proibito di entrare in casa o gli veniva detto che i bimbi erano dai nonni, cosa non insolita visto che spesso a causa delle crisi mistiche della madre venivano mandati da loro. 

C'è chi dice che ora Ondrej e Jakub vivano sotto falso nome con una famiglia adottiva, finalmente in pace, lontani dai riflettori. Ce lo auguriamo di cuore.

Ciò che sappiamo per certo è che Barbora Skrlova ha scontato la sua pena ed è stata rilasciata nel 2001, e da allora si sono perse le sue tracce.

Viene da chiedersi se abbia finalmente fatto pace con se stessa, forse redenta e pentita delle atrocità commesse.

O se invece cerca ancora di vivere una vita da bambina di 12 anni.

Speriamo di non scoprirlo mai. 




venerdì 15 luglio 2022

Musica D(')Annata: mister D e i Rolling Stones.


Musica rock e satanismo sono uno stereotipo che ancora oggi fa fatica ad essere sfatato.
Scrisse Il celebre esorcista Gabriele Amorth nel suo libro "Nuovo racconti di un esorcista": "...vi sarete accorti che i temi generali sono sempre gli stessi: ribellione contro i genitori, contro la società, contro tutto quello che esiste, la liberazione di tutti gli istinti sessuali, la possibilità di creare uno stato anarchico, per far trionfare il regno di Satana."
Amorth descrive addirittura quattro principi su cui si baserebbero i dischi consacrati a Satana.
Prima di tutto il ritmo, il beat, che richiama un rapporto sessuale frenetico; e poi l'intensità del suono, che raggiungendo i 7 decibels scatenarebbe sentimenti di depressione e ribellione; il terzo principio è la presenza di messaggi subliminali all'interno delle canzoni, versi occulti che istigherebbero i giovani ad avvicinarsi al satanismo; infine il quarto elemento risiede nella consacrazione vera e propria del disco durante una messa nera.
Un gruppo che spesso è stato tacciato di perorare segretamente la causa del satanismo sono i Rolling Stones.
In particolare la figura del loro frontman Mick Jagger subito scatena il panico tra i benpensanti.
Il cantante britannico è screanzato, provocante con quei capelli spettinati e le labbra carnose, e i pantaloni attillati con gambe da galletto.
Mick Jagger si muove in modo scatenato e sensuale, balla senza controllo e coinvolgente, non fa mistero di aver sedotto decine e decine di donne. Si vocifera anche uomini.
I Rolling Stones nascono in Inghilterra negli anni ‘60, fin da subito raccolgono consensi tra il pubblico grazie ai loro brani che sapientemente mescolano blues, rock a hard rock.
Ancora oggi le loro tournée sono sold out, e Il 12 Luglio 2022 hanno festeggiato i sessant’anni di attività.
I Rolling Stones però il nome del diavolo non si limitano a sussurrarlo, no, lo dicono tranquillamente parlando di lui in diverse canzoni. 
Il dito dei benpensanti viene puntato ad esempio sul brano Tops, in cui Jagger direbbe, molto velocemente a voce bassa, "Ti amo, disse il diavolo".
Nel 1969 esce un album dal titolo molto provocatorio, “Their satanic majestic request”. Il titolo vuole scimmiottare l’espressione inglese “Her Britannic Majesty requests”, ma l’immaginazione dei bigotti galoppa su terreni mefistofelici.
Nel 1973 esce l'album “Goat's head soup”, la zuppa di testa di caprone, già questo titolo in sé basterebbe a fare sussultare i benpensanti.
Nel disco è presente la traccia "Dancing with mister D", dove D sta per Devil, il diavolo.
Jagger balla insieme a mr D in un cimitero, una danza che ricorda un rito voodoo.
Il diavolo assume molte forme, una bella donna, uno stregone, la morte.
Mister D che ha la capacità di rendere libero ogni uomo. 
Ma anche di renderlo schiavo.
Il diavolo aveva già parlato attraverso le labbra sensuali di Mick Jagger in un precedente album del 1968 Beggar's banquet. 
In questo album gli Stones tornano sulle sonorità blues e folk, perchè come disse Keith Richards “Mi ero stancato di quella merda del Maharishi, delle perline e dei campanelli.” 
Un album registrato nel Sussex che è un ritorno alle origini della band, ma che si appresta anche ad essere uno spartiacque nella carriera degli Stones.
Lo stesso anno i Rolling Stones devono affrontare due fatti tragici.
Durante il festival rock ad Altamont, dove si esibirono, si verificano una serie di violenze sul pubblico e su alcuni artisti, ad esempio Jagger venne preso a pugni da un fan, e la kermesse si concluse addirittura con un omicidio. 
Il secondo avvenimento tocca la band sul piano più personale. 
Brian Jones, uno dei fondatori del gruppo, muore annegato sotto l'effetto di droga nella piscina della sua villa.
Già da tempo pare ci fosse molta acredine tra Jagger/Richards e Jones.
Gli eccessi di quest’ultimo erano diventati un problema. Troppa cocaina, LSD, alcol, troppi festini a base di droghe stavano minando la sua salute fisica e mentale. La sua asma peggiorò, così come le crisi e le paranoie.
Di solito socievole e gentile Jones poteva diventare insostenibile quando si drogava.
Necessitava di un costante bisogno di rassicurazioni, ma il suo comportamento altalenante non lo rendeva facile.
Jagger e Richards iniziarono a staccarsi da lui, pur coinvolgendolo ancora nel lavoro della band. Il suo contributo divenne sempre minore, la sua assenza spesso causata dall’abuso di droghe e alcol.
Aggiungiamo che mentre era ricoverato in ospedale la sua fidanzata, la modella italiana Anita Pallenberg, scappò con Keith Richards.
Nota di colore, Richards e la Pallenberg si disintossicarono insieme e rimasero insieme per anni ed ebbero tre figli insieme.
Il suo ultimo contributo alla band fu appunto suonare alcuni strumenti nella realizzazione di alcune tracce di “Beggar's Banquet”.
Quando si presentò in studio Jones chiese a Jagger: "Cosa posso suonare?", e Jagger gli chiese a sua volta "Non so Brian, cosa riesci a suonare?”
Spesso Jones si allontanava per piangere di nascosto, ormai disilluso e stanco.
La sua caduta umana e musicale è immortalata in One plus one, il film del regista francese Jean Luc Godard.
Il film è composto da cinque storie scollegate tra loro, tra queste c’è un episodio in cui si documenta la realizzazione di Sympathy for the devil.
Finito l’album Brian Jones lasciò i Rolling Stones e sprofondò in un nuovo abisso di depressione, alcol e droga.
A causare la morte un banale scherzo di un suo amico che gli aveva tenuto la testa sott'acqua, ma Jones, troppo intontito da Alcol e droghe, era svenuto a causa dell'apnea ed era scivolato sul fondo della piscina, morendo poco dopo.
Una morte assurda, tragica, e per molti sospetta.
Oltre all'ipotesi che tutto questo parlare del diavolo e della morte abbia scatenato un karma negativo, esiste anche la teoria chiamata Club 27.
Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, morti tutti all'età di 27 anni tra il 1969 e il 1971. 
E prima di tutti quel Robert Johnson, chitarrista blues di cui abbiamo parlato prima.
Artisti dall'incredibile talento, le cui vite sono state caratterizzate dalla dissolutezza, dall'abuso di alcol e droga. 
E chissà se non ci ha messo lo zampino qualche diavolo, nel portarli via così presto.
Dopotutto tutti suonavano la sua musica, con quel ritmo forsennato, senza controllo e senza pudore.
Negli anni '90 cominciò a circolare una leggenda metropolitana non più legata al mondo della magia nera che parlava di un ex militare dell'esercito americano che negli anni '70 avrebbe ucciso diversi cantanti rock il cui nome conteneva la lettera J, iniziale del nome della figlia.
Infatti a loro l'uomo attribuiva la colpa della morte per overdose della ragazza durante un concerto rock a 27 anni.
Ma questa è un'altra storia.
Una canzone in cui possiamo apprezzare il contributo di Brian Jones e della sua slide guitar è “Sympathy for the Devil”.
Gli Stones registrarono questo brano seduti per terra, in circolo, sul pavimento dello studio di registrazione.
In Sympathy for the devil troviamo il diavolo, esplicito e senza messaggi subliminali.
Il testo del brano viene cantato da Jagger in prima persona dal punto di vista di Lucifero.
Il diavolo parla, il racconto scandito da un ritmo samba semplice quanto incalzante, e da una melodia che proviene dal profondo Sud americano.
 "Prego lasciate che mi presenti, sono un uomo facoltoso e di buon gusto. È da tanti anni che sono in giro, rubai molte anime e sottrassi molta fede agli uomini.
Ed ero lì quando Gesù Cristo
ebbe il suo momento di dubbio e dolore.
Mi assicurai che Pilato se ne lavasse le mani
sigillando così il suo destino.
Piacere di conoscervi
Spero che indovinerete il mio nome
ma ciò che vi lascia perplessi
è la natura del mio gioco."
Questo l'incipit della canzone, e da qui il diavolo racconta di come fosse stato presente durante la rivoluzione russa, durante l'esecuzione dei Romanov, è presente quanto viene assassinato Kennedy.
E alla fine di questo autocelebrarsi rivela la sua identità, senza tanti giri di parole, e pronuncia un monito:
"Proprio come ogni poliziotto é un criminale
tutti i peccatori santi
e come le teste sono code
chiamatemi solo Lucifero
poiché ho bisogno di un po' di riservatezza
Così se mi incontrate
abbiate un po' di cortesia
abbiate un po' di solidarietà, e un po' di gusto,
usate tutta la vostra cortesia
oppure io trascinerò la vostra anima alla perdizione."
Mick Jagger si è ispirato a il maestro e Margherita, romanzo dello scrittore russo Bulgakov, uscito pochi anni prima.
Il libro racconta di come il diavolo faccia proseliti travestendosi da professore dell'alta società moscovita e impartendo lezioni sulla vita, sulla religione, sulla politica.
Il Lucifero di Jagger ha un atteggiamento molto simile, dispensa verità a chi lo ascolta e rendendosi estremamente pericoloso verso coloro che non gli mostrano rispetto.
Inutile dire che la canzone scatenò i gruppi fondamentalisti cristiani, che tacciarono subito il gruppo di essere adoratori del diavolo.
Il verso della canzone che recita "Guardavo con gioia mentre i vostri re e regine combattevano per dieci decenni per gli Dei che avevano creato", riferimento alla guerra dei cent'anni, venne inteso come un inno al satanismo e all'ateismo, a seconda di chi puntava il dito contro la band.
Come se già non si sprecassero le insinuazioni Mick Jagger nel 1969 scrisse la colonna sonora di un film, Invocation of my demon Brother, a cui parteciparono come attori Anton LaVey, il fondatore della chiesa di Satana, e Robert "Bobby" Beausoleil, colui che in futuro sarà ricordato come uno dei seguaci assassini di Charles Manson. 
Tornando al nostro tema, inevitabile che dopo questo eventi tragici i complottisti più agguerriti mettessero insieme i tasselli di un fantasioso puzzle e iniziassero a sostenere una connessione tra i Rolling Stones e il satanismo, e che il brano Sympathy for the Devil fosse una canzone maledetta destinata a causare solo morte e dolore.
La band per qualche tempo cavalcò l'onda di questa diceria, dato che era comunque un'ottima pubblicità.
Anni dopo lo stesso Jagger smentirà queste accuse, dicendo che in fondo Sympathy for the Devil è solo una canzone e che era ridicolo che qualcuno all'epoca si fosse impegnato a cercare dei significati nascosti o dei messaggi subliminali.
Ma Sympathy for the Devil, a mio modesto parere, non è solo una canzone.
Con buona pace degli autori il testo ci dice molto di più.
È innegabile che questo brano sia a tutti gli effetti un trattato di demonologia in musica. 
Lucifero si presenta seduttivo, gentile, un gentiluomo capace di confondersi tra gli uomini e camminare tra loro, in grado di assumere diverse forme per confondere e tentare.
È un ingannatore, che è uno dei significati della parola Satàn.
Non rivela subito il suo nome ma sciorina le sue credenziali.
Soprattutto nella canzone viene descritto il suo modus operandi, che trova riscontro nella caratterizzazione biblica del personaggio. 
Lucifero è sempre presente quando avvengono eventi drammatici, ma non è lui a compiere il male.
A farlo è l'uomo.
È Pilato a condannare Gesù, non il diavolo.
Sono stati dei rivoluzionari a uccidere i Romanov, lui è lì e sente Anastasia gridare, ma non preme il grilletto.
Si gode lo spettacolo delle guerre di religione senza prendervi parte.
Grida e chiede a gran voce "Chi ha ucciso i Kennedy?", ed ecco che qui l'intento del diavolo si rivela.
La strofa termina con un'affermazione chiara: "dopotutto siamo stati tu ed io".
Il diavolo dispone, tenta, propone, l'uomo dal canto suo si fa sedurre e agisce.
Il male seppur istigato da altri ricade su chi lo ha commesso.
Ed è dell'uomo la responsabilità finale, ciò che determinerà la sua salvezza o dannazione.
Per la fede cristiana la tentazione diabolica non è un'attenuante. E su questo gioca il diavolo.
Inganna, seduce, promette, fino a che l'uomo cede e compie il male, prendendosi inevitabilmente tutta la colpa.
E Lucifero non ne fa mistero, "è la natura del mio gioco", come dice la canzone.
Un gioco che sembra diabolico ma è estremamente umano.
I fatti descritti nella canzone sono l'evidente dimostrazione che l'uomo, libero di scegliere, spesso ha deciso di perseguire il proprio interesse e benessere anche a discapito di altre vite.
In questo senso il diavolo di Mick Jagger e quello di Anton LaVey si sovrappongono rivelando la realtà estremamente umana del male.
Perché umana è la libertà di scelta, quel tanto nominato libero arbitrio, che quando è guidato dall’egoismo e dall’indifferenza produce il male.
E come si può leggere nel testo della canzone degli Stones questo male è così seducente, perché è così facile da eseguire rispetto alla fatica della responsabilità del bene, ecco allora che lo si ripete, più e più volte, e si diffonde attraverso le epoche e i personaggi.
In Sympathy for the Devil possiamo leggere questo monito.
Era voluto che la canzone ci dicesse anche questo? 
Forse sì, come dicevamo Jagger si era ispirato all'opera di Bulgakov.
Molto probabilmente no.
Come abbiamo già detto, Mick Jagger stesso dirà che è semplicemente una bella canzone. 
Ad ogni modo, con buona pace dei Rolling Stones, il brano ci porta a riflettere su questa libertà così fragile e abusabile, che può essere pervertita dall'uomo stesso oppure, se si è persone di fede, dal diavolo.
E in questo contesto forse la teologia e suoi rappresentanti che tanto hanno bistrattato la musica rock potrebbero capovolgere la prospettiva da cui l'hanno sempre guardata.
Sarebbe bello se certe canzoni venissero usate per raccontare la demonologia, per spiegarla al pubblico.
In fondo non è una soluzione così bislacca, è storicamente già accaduto.
La teologia si accosta alla discussione di un tema con rispetto e per questo usa un linguaggio che rispecchia tale atteggiamento, è quello degli studiosi e degli accademici, di chi opera numerose ricerche e cerca di rimanere fedele a un certo stile divulgativo.
Il discorso trattato, le sue tematiche, però rischiano di non arrivare a un vasto pubblico di uditori.
L’arte invece può raggiungerlo: può permettersi di non essere rispettosa o diplomatica, può usare un linguaggio immediato e diretto, a volte forse volgare sia nel senso di scurrile che inteso come popolare.
L’arte ha sempre aiutato la teologia a raccontare ai fedeli le storie bibliche e a veicolare dei messaggi, gli affreschi nelle chiese e nelle cattedrali ne sono prova evidente.
Se pensiamo al nostro tema il pensiero va alle danze macabre, agli affreschi raffiguranti l’inferno, il più famoso indubbiamente si trova nella Cappella Sistina in Vaticano.
Pensiamo alla Divina commedia.
Col passare dei secoli questo ausilio è venuto meno, ma l’arte ha continuato a parlare di Dio, di Gesù, del diavolo e lo ha fatto in maniera sempre più laica, più libera, non sempre fedele alle interpretazioni classiche e Canoniche, ispirandosi magari ad altre posizioni sulla materia, incontrando spesso la disapprovazione delle autorità religiose che non apprezzavano tali iniziative.
Ma questo ostracismo è sbagliato dato che queste rappresentazioni laiche, soprattutto quelle cinematografiche e musicali, sono riuscite a descrivere il diavolo e la sua azione sul mondo in modo incredibilmente conforme alla teologia.
Sympathy for the Devil abbiamo visto ne è un esempio.
Non solo conformità alla teoria, ma anche una chiarezza che come dicevamo certi testi pomposi non hanno.
La musica, le arti figurative, il cinema, la letteratura sono di tutti e per tutti.
Credenti, agnostici, atei.
Perché anche quando tratta tematiche religiose l'arte non ha necessariamente l'intento di convertire, non vuole fare proseliti, ha solo l'intenzione di raccontare una storia per fare riflettere. 
Un ateo che guarda il Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina rimarrà ateo anche una volta uscito dai musei vaticani, ma quell'esperienza lo avrà reso più ricco. In cultura, certamente, ma non solo. 
E così chiunque ascoltando Sympathy for the Devil potrebbe forse porsi una domanda di fronte a quei versi.
Chiedersi da quale parte della storia si trovi.
Chiedersi come sta usando il suo libero arbitrio.
So che questa mia provocazione cadrà nel vuoto, però è bello fantasticare che un giorno, quando un teologo vorrà discorrere del diavolo, sentiremo risuonare la suadente voce di Mick Jagger che ci invita dicendo 
"Prego, lasciate che mi presenti…"


venerdì 1 luglio 2022

E il settimo giorno l'uomo creò il diavolo.


Lo scrittore francese Charles Baudelaire ha scritto: 

Il più grande inganno che il diavolo ha fatto all'umanità  è stato fargli credere di non esistere.

Ma chi è il diavolo di cui Baudelaire parla?È

È un'entità soprannaturale o è invece l'uomo stesso?

All’interno della teologia cristiana è aperto da sempre un dibattito simile : il diavolo esiste è solo una rappresentazione allegorica delle nostre colpe? Esiste Satana o esiste solo la necessità di incolpare qualcun altro per le nostre colpe e tentazioni?

Il diavolo è da sempre stato un argomento affascinante per artisti e studiosi.

La sua figura è motivo di interesse tra gli esponenti della teologia, e nonostante i numerosi dibattiti ancora non si è giunti ad un’opinione condivisa all’unanimità su tale argomento.

La Chiesa stessa non si esprime e lascia libertà di pensiero sulla sua esistenza effettiva.

I teologi a tutt’oggi si dividono tra coloro che ritengono il diavolo una realtà, un essere esistente capace di esercitare la propria azione sul mondo, e coloro che invece lo considerano una figura mitologica e letteraria, creata per simboleggiare tutto ciò che esiste di maligno e negativo.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 su questo tema si sono confrontate alcune personalità di spicco del panorama teologico approdando a conclusioni diverse.

Oggi parleremo di due teologi secondo i quali il diavolo sarebbe solo una creazione dell’uomo.

Rudolf Bultmann e la demitizzazione del diavolo.

Rudolf Bultmann ( 1884-1976)  fu un teologo luterano tedesco.

Nato a Wiefelstede in Bassa Sassonia fu professore di Nuovo Testamento a Marburg.

Il suo nome divenne famoso quando espose una sua relazione a Alpirisach a una riunione della Comunità per la teologia evangelica dal titolo Nuovo Testamento e Mitologia ( Neues Testament und Mythologie) che verrà considerata il manifesto della demitizzazione del Nuovo Testamento.

Rudolf Bultmann nella sua opera di studioso affronta una tematica importante, ovvero la possibilità di credere e comprendere il messaggio cristiano neotestamentario nel mondo moderno.

Nel suo libro Nuovo Testamento e mitologia (1967) inizia la sua riflessione parlando dell’annuncio cristiano, in cui troviamo una visione mitica del mondo articolato in tre piani: al vertice c’è il Cielo abitato da Dio e dalle figure celesti, alla base ci sono gli Inferi come luogo dei tormenti eterni e al centro vi è la Terra dove le forze soprannaturali di Cielo e Inferi agiscono sugli avvenimenti naturali e sull’uomo, sulla sua volontà e sul suo operare.

L’uomo in questa visione non è padrone di se stesso perché sia Dio che Satana possono guidare il suo pensiero e le sue azioni. Anche la storia stessa riceve impulsi e sarebbe pilotata da poteri soprannaturali. 

Per Bultmann è una pretesa assurda e impossibile che l’uomo moderno accetti ancora tale visione: assurda perché questa posizione non è tipicamente cristiana, è una visione del mondo tramandata da epoche più antiche, impossibile perché ogni epoca storica prevede mutamenti nella cultura religiosa e perciò questo modo di concepire il mondo non è così immutabile come si pensi, anzi è proprio l’uomo stesso a mutarla nel tempo. Ma per cambiarla deve riconoscere che questa visione tradizionale del mondo non è più sostenibile, solo così può progettarne una nuova. Scrive Bultmann in Nuovo testamento e mitologia:

«Così la visione del mondo può mutare in seguito alla scoperta copernicana o per effetto della teoria atomica; oppure quando il romanticismo scopre che il soggetto umano è ben più complesso e ricco di quanto potevano far ritenere l’illuminismo e l’idealismo; o per il fatto che si prenda nuova coscienza del posto che spetta alla storia e alla tradizione nazionale». 

Con questi esempi Bultmann ci mostra come nel corso della storia  il pensiero umano sia cambiato e abbia scoperto cose grandiose, grazie a menti che hanno voluto e saputo ampliare la visione sul mondo e sull’umanità.

Anche la teologia deve affrontare questa questione ma non può certo pensare di risolvere il problema ripristinando la vecchia visione del mondo, sarebbe sacrificare ulteriormente la fede dei cristiani senza risolvere i loro dubbi.

Il  problema per l’annuncio cristiano nasce proprio quando l’uomo, non condividendo più questa visione mitica del mondo, non ne condivide più nemmeno la professione di fede perché sente di non poterla vivere con onestà. Gli uomini sono creature che tendono ad abbandonare ciò che non riescono a capire fino in fondo e questo mito li porterebbe proprio alla rinuncia.

Come si può seguire con coerenza una religione se non se ne condividono gli aspetti più basilari? Bultmann si interroga: 

«Che senso possono avere oggi professioni di fede come queste : ‘disceso agli inferi’ o ‘asceso al cielo’ se chi le emette non condivide la mitica visione di un mondo articolato in tre piani, visione che sta alla base di queste formulazioni?». 

E subito dopo ci dà la risposta : 

«Tali articoli di fede, li si può professare onestamente solo qualora sia possibile spogliarne la verità dalla rappresentazione mitica in cui è avviluppata, nel caso che tale verità vi sia».

Il nostro autore sostiene che sia necessario in sede teologica demitizzare il Nuovo Testamento per non creare confusione nell’animo del credente e mantenere viva in lui la fede nell’Annuncio. 

E’ il mito stesso a esigere la demitizzazione, perché esso non ha intenzione di dare una visione obiettiva del mondo ma esprime come l’uomo intenda se stesso nel mondo, essendone egli l’autore.

L’uomo nello scrivere racconta e personifica le sue speranze e le sue paure, le sue ambizioni e i suoi fallimenti, da questo nascono i miti nelle diverse culture. 

Lo stesso Nuovo Testamento invita alla critica perché al suo interno ci sono numerose contraddizioni e discrepanze. Scrive Bultmann :

 «Così, per esempio, si trovano giustapposte la morte di Cristo concepita come sacrificio e la morte di Cristo concepita come un evento di portata cosmica, la sua persona riconosciuta come quella del Messia, e la sua persona riconosciuta come quella del secondo Adamo. Tra di loro contradditori sono la presentazione della chenosi del preesistente (Fil. 2, 6 ss ) e il resoconto dei suoi miracoli, coi quali egli dimostra di essere il Messia ; non meno contraddittorio dell’idea delle preesistenza è il parto verginale di Maria.(…)Ma l’esigenza critica viene acuita soprattutto da una particolare contraddizione che percorre il Nuovo Testamento nel suo insieme: da un lato abbiamo la determinatezza cosmica dell’uomo, dall’altro l’appello alla decisione; da un lato il peccato che ha il peso di una fatalità, dall’altra è colpa». 

Quindi oltre alle differenze sulla vita di Cristo e sulle sue opere ciò che crea più confusione nel cristiano è che da un lato c’è la determinazione dell’uomo, una vita già stabilita , possiamo chiamarla destino, e dall’altra il libero arbitrio, la possibilità di scegliere.

Bultmann non suggerisce di operare dei tagli sul canone biblico ma afferma che sia necessaria ora più che mai una diversa interpretazione più critica della mitologia neotestamentaria. 

Parlando del diavolo, vediamo che per Bultmann anche la credenza in lui e negli spiriti maligni deve essere analizzata criticamente.

Il concetto di peccato deve essere demitizzato poiché non nasce dalla schiavitù a un demonio ma dalla libera scelta e non è opera di entità malefiche.

La responsabilità del peccato deve tornare a ricadere sull’uomo e non su creature tentatrici. 

La demitizzazione delle Sacre Scritture valorizzerebbe queste ultime perché eliminerebbe ciò che confonde l’uomo e lo disturba nel suo vivere la fede con onestà.

Herbert Haag e la riduzione linguistica.

Sulla stessa linea di pensiero di Bultmann si colloca anche Herbert Haag.

Classe 1915 (è venuto a mancare nel 2001), è stato un teologo e presbitero svizzero, curatore del dizionario biblico Bibel-Lexikon. Con i suoi scritti si è spesso inimicato la Congregazione per la dottrina della fede le sue posizioni critiche sul peccato originale, sulla successione pontificia e sul celibato ecclesiastico. 

Inoltre Haag è un sostenitore della corrente ecclesiastica che sostiene che il diavolo in realtà non esiste.

Nel 1969 ha scritto un'opera dal titolo inequivocabile, La liquidazione del diavolo, in cui sostiene che quella di Satana non sia un’esistenza fisica ma linguistica. 

Di fronte all’angoscia e al dolore nel mondo l’uomo cerca una spiegazione. Haag fonda questa risposta sulla Bibbia: già nella Genesi si racconta del diavolo che tenta Adamo ed Eva sotto forma di serpente ( Gen 3); nel Nuovo Testamento gli evangelisti lo considerano un nemico “che semina zizzania tra il buon seme seminato da Dio”(Mt 13,39) ed è “colui che ruba dal cuore dell’uomo i chicchi di frumento della parola di Dio.”(Lc 8,12).

Nella Bibbia ci viene detto che nonostante Gesù sulla croce abbia vinto il diavolo ogni uomo nella sua vita deve affrontare una lotta continua con lui.

Siamo stati educati a pregare per essere protetti da Satana e con il battesimo, il primo sacramento della vita del cristiano, il diavolo viene esorcizzato. 

Sembra quindi che la predicazione della Chiesa e le Sacre Scritture suggeriscano che il male derivi da un’ entità malvagia, il diavolo. 

Qui si pone però un problema secondo Haag: ci viene appunto raccontato di un’entità che può condizionare la vita umana, ma la decisione di fare il bene o il male rimane nelle mani dell’uomo perché Dio lo ha creato libero. 

La questione del libero arbitrio criticata anche da Bultmann.

L’uomo può scegliere tra bene e male e vive il conflitto con la seduzione di quest’ultimo, con la tentazione che paradossalmente è parte della libertà umana e la chiama in causa. 

Nel Nuovo Testamento ci viene detto che anche Gesù venne più volte tentato, in particolare all’inizio della sua attività pubblica e prima della Passione. Ma Gesù è diverso rispetto al resto dell’umanità, la sua natura divina certamente ha contribuito al fatto che  fu sottoposto alla tentazione ma non vi cedette mai. E qui ritorna l’angoscia dell’uomo che sa che se viene tentato rischia sempre di cedere e peccare. 

Il peccato appartiene alla nostra umanità, è un’azione raccontata anche nella Bibbia e questo confonde ancora di più il credente : Adamo, il primo uomo, nell’Eden aveva tutto ciò che si poteva desiderare eppure viene calamitato verso l’unica cosa che gli era stata proibita, un frutto. Situazione analoga la troviamo nel Nuovo Testamento con la parabola del figliol prodigo: un ragazzo che ha tutto, suo padre gli può regalare qualsiasi cosa e lui invece con arroganza pretende la sua eredità per andarsene per il mondo a divertirsi.

Si deve precisare che questa storia «non si è mai svolta così, non è affatto una storia vera»: Adamo non è un personaggio storico, è la rappresentazione dell’uomo tipico, come era nella storia passata e come sarà nella storia futura; ciò che accade nell’Eden non è un avvenimento storico ma mostra come l’uomo ceda con facilità alla tentazione se si sanno toccare gli argomenti giusti. Stesso discorso vale per la parabola del figliol prodigo, si tratta di un racconto immaginario che prende spunto da una situazione comune, un figlio che decide di lasciare la casa paterna credendo di potersi realizzare da solo abbandonando le sue tradizioni e i suoi affetti. Difatti Haag precisa che il peccato di Adamo ed Eva è detto originale e non storico, «ciò che il racconto del paradiso terrestre intende presentarci non è il primo peccato, bensì semplicemente il peccato dell’uomo, qual è sempre stato e oggi continua ad essere e sempre sarà».  

Di conseguenza la fatica, il dolore e la morte, le pene inflitte all’uomo per la sua disubbidienza non hanno origine con il peccato di Adamo ed Eva, sono dettagli letterari che abbelliscono un racconto.

 Per il teologo è una contraddizione.

Come si può immaginare un Dio feroce e crudele che prima punisce così severamente le sue creature e che poi cambia indole ed idea e manda addirittura suo Figlio a morire per la loro redenzione?

Sarebbe altrettanto strano immaginare un Dio che non riesce a far rispettare al suo Creato il destino che aveva progettato per esso per colpa di due persone. Questo dimostra ulteriormente che il racconto di Genesi è assolutamente una metafora della realtà umana e non un saggio storico. 

Detto questo però non si può negare che l’uomo sia portato naturalmente alla tentazione e al peccato. 

Adamo è la rappresentazione dell’uomo e il male non è altro che un istinto innato nel cuore dell'umanità che vive accanto al suo opposto, il bene.

E’ proprio Dio stesso che ha creato l’uomo non immune dal peccato, anzi egli vi è portato naturalmente e ha molte probabilità di cedervi.  

Non si deve dimenticare che la Bibbia stessa non attribuisca la responsabilità del peccato a una personificazione del male, al diavolo, questa è un’interpretazione ecclesiastica realizzata in epoche successive.

È dunque sbagliato scaricare la colpa del male nel diavolo perché Dio considera l’uomo stesso responsabile del suo peccato.

Anche nella Genesi non gli si attribuisce tale responsabilità , nel testo biblico non si parla di diavolo ma di serpente, “il più astuto fra tutte le bestie selvatiche.” 

 L’uomo si è sempre chiesto come il male penetrasse in lui e si è convinto che entrasse in lui dall’esterno, scansandone così la responsabilità.

Del resto lo ha fatto lo stesso Adamo in Gen 3,12, quando messo alle strette da Dio, afferma: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ho mangiato».  Ed Eva, di rimando, si difende nel versetto successivo dicendo : «Il serpente mi ha ingannata  e io ho mangiato».

Questo passo biblico mostra semplicemente un atteggiamento tipico dell’uomo in ogni epoca storica: scaricare la responsabilità del male fatto su qualcuno o qualcosa di estraneo a se stesso. 

La figura di Satana nell’Antico Testamento sembrerebbe rappresentare proprio una risposta dell’ uomo al problema del male: è Satana a istigare a compiere azioni malvagie solo per invidia dell’amore e della pace che l’uomo condivide con Dio. 

Con il libro di Enoch, un testo ebraico del 200 a.C. , si descrive l’origine di tali entità malvagie le quali in origine erano angeli di Dio che hanno scelto di ribellarsi contro di Lui guidati da Lucifero, e così nelle diverse interpretazioni dell’Antico Testamento il serpente di Genesi 3 viene identificato con Satana che ha mutato forma fisica per tentare Adamo ed Eva nel paradiso terrestre; e di conseguenza il peccato dell’uomo è attribuito alla tentazione del demonio invidioso. 

Questa visione è stata tramandata ovviamente nel Nuovo Testamento, che riprende riferimenti su un mondo di spiriti malvagi che ha carattere monarchico di cui Satana è il re indiscusso ed è l’avversario di Dio e del Suo ordine del mondo, per questo l’evangelista Giovanni lo chiama più volte “principe di questo mondo”. ( Gv 12,31;14,30;16,11).

Ma in realtà, dice Haag, l’esistenza del diavolo è puramente linguistica, nasce infatti da un’errata interpretazione, da una personificazione di concetti astratti quali il male, la tentazione, il peccato e infine la morte, dalla necessità di dare una risposta agli uomini impauriti dall'esperienza del peccato. 

Il fatto che si sia usata la parola diavolo o Satana nella Scrittura dipende dal contesto giudaico degli autori biblici, di cui  anche gli Evangelisti portano un forte retaggio. Nella cultura ebraica infatti, soprattutto nei midrashim e nel Talmud, si fa riferimento ai demoni che conducevano al peccato l’uomo solo per opporsi a Dio, insidiando l’uomo con calunnie, e queste immagini vengono riportate anche nell’Antico Testamento. 

Satana, l'oppositore, il bugiardo.

Nel corso della storia di Israele fino al tempo di Gesù si credeva all’esistenza di spiriti sia buoni che cattivi che cercano di guidare l’uomo verso la salvezza o verso la dannazione.

Nel Nuovo Testamento però, ci dice Haag, con “diavolo”, “Satana” non si intende un personaggio fisico o una creatura maligna con poteri occulti ma si intende il peccato stesso: non è Satana a impedire il bene, alla parola di Dio di crescere nell’uomo, è il peccato a farlo; Gesù non ci mette in guardia dal diavolo ma dal peccato, che come abbiamo visto è insito nella natura umana. 

Un esempio di questa interpretazione errata Haag lo colloca nel vangelo di Giovanni : Gesù durante l’ultima cena dice  ai suoi discepoli:  «Eppure uno di voi è il diavolo!»  riferendosi a Giuda che ha fatto posto nel suo cuore al peccato, al tradimento, che è l’opposto dell’amore: Giuda qui è chiamato diavolo solo perché avversario (satàn) dell’amore di Dio. 

Già nella cultura di Israele troviamo che il peccato è l’opposto dell’amore di Dio perché esso porta a chiudersi in se stessi, a isolarsi evitando di abbracciare la comunità, evitando l’unione con i propri fratelli.

 Il peccato separa dagli altri ma anche da se stessi e porta inevitabilmente alla morte, perché distrugge la vita. E l’uomo, non il diavolo, crea questa condizione dettata dall’egoismo.  

Sempre l’evangelista Giovanni ,parlando di Giuda Iscariota (Gv 12,4-6), ci racconta proprio questo suo carattere egoista e opportunista: 

«Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse : ‘Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?’ Questo egli disse non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro».

E’ chiaro quindi che si usa il termine diavolo per indicare l’egoismo di una persona, egoismo che è un peccato nella nostra ottica.

E Giuda durante l’ultima cena se ne va, esce, e questo uscire nella notte indica la sua uscita dalla grazia nel peccato. 

La personificazione del male in Satana serve a rendere il messaggio più incisivo, Gesù. A differenza di Adamo Cristo riconosce il peccato come propria responsabilità, lo accoglie e se ne libera, e così facendo supera le prove che Dio mette sul suo cammino, e riesce a superarle perché è un uomo diverso, nuovo, che sa operare le scelte giuste. 

Per Haag l’uso di questa terminologia mitica ha indotto in errore i fedeli portandoli a credere che le loro preghiere i loro rituali siano indirizzati contro una figura reale da combattere, quando invece queste si riferiscono a mitigare un istinto umano. L’uomo non deve temere entità malefiche ma deve combattere la sua debolezza nel cedere al male.

Ma finché la Chiesa non opererà una nuova demitizzazione delle Scritture il cristiano non potrà mai comprendere veramente come agire in se stesso.

Per Haag la Sacra Scrittura non contiene dichiarazioni specifiche sull’esistenza del diavolo, né impone al cristiano di crederci o di considerarlo un’entità reale, pertanto la Chiesa non può utilizzare la Bibbia per giustificare la sua dottrina sul diavolo.


giovedì 31 marzo 2022

Buio in sala: L'esorcista, un set maledetto.



Al cinema tutto può essere reale.
Anche la storia più incredibile prende forma davanti ai nostri occhi.
Ma a volta la storia più incredibile non è sullo schermo, ma dietro le quinte.
Nel 1973 esce nelle sale cinematografiche “L’esorcista”, film del regista statunitense William Friedkin, tratto dal bestseller di William Peter Blatty.
La trama è nota.
Un’attrice di successo (Ellen Burstyn) nota dei preoccupanti cambiamenti nel comportamento della figlia dodicenne Regan (Linda Blair).
Se all’inizio dà la colpa al suo burrascoso divorzio e agli sbalzi ormonali tipici dell’età la donna comincia piano piano a capire che in realtà la figlia è afflitta da un male più oscuro.
Dopo una serie di esami medici inconcludenti la situazione degenera e la donna decide di rivolgersi a padre Karras (Jason Miller), sacerdote laureato in psichiatria molto scettico sull’argomento e in crisi mistica che alla fine si convince della necessità di praticare un esorcismo sulla ragazzina.
Karras chiede aiuto a un esorcista più esperto, padre Merrin (Max von Sydow), il quale mesi prima aveva incontrato un demone antico, Pazuzu, durante uno scavo archeologico in Iraq. I due si rendono conto che è proprio questo demone a possedere Regan, e ingaggiano un duello all’ultimo sangue con Pazuzu.
La pellicola ebbe un successo mondiale, venne anche candidata agli Oscar vincendone due.
Ecco alcune curiosità, Friedkin considerò Audrey Hepburn per il ruolo di Chris mcNeil, ma l'attrice avrebbe accettato solo se il film fosse stato girato a Roma, dato che lei viveva nella nostra capitale da anni e non voleva spostarsi. Jane Fonda rifiutò il ruolo perché riteneva il film "capitalist shit". 
Vennero contattate anche Debbie Reynolds e la figlia, all'epoca adolescente, Carrie Fisher.
Paul Newman era interessato a interpretare padre Karras, ma Friedkin per il ruolo non voleva una star del cinema, aveva però considerato Roy Schneider.
La scelta cadde su Miller anche perché aveva studiato dai gesuiti, e per prepararsi al ruolo si traferì per tre mesi in un istituto gesuita.
Ne valse la pena visto che venne nominato agli Oscar.
Gli studios volevano Marlon Brando per interpretare padre Merrin, ma Friedkin disse che non voleva che il film diventasse il Classic film Brando centrico, e spinse per avere Max von Sydow.
Jamie Lee Curtis disse di essere stata considerata per il ruolo di Regan e che sua madre rifiutò l'offerta, aneddoto sempre negato da Friedkin.
Tra tutte le giovani attrici accorse per interpretare Regan mcNeil la spuntò Linda Blair, durante il provino Friedkin le fece recitare un testo pieno di oscenità, e la ragazzilo fece senza scomporsi.
La scena in cui Regan si pugnala all'inguine col crocifisso non è stata girata da Linda Blair ma dalla sua controfigura maggiorenne, quest'ultima era anche colei che, posizionata dietro Linda, vomita verde addosso agli esorcisti.
La voce di Regan posseduta da Pazuzu è, nella versione originale, di Mercedes McCambridge, in quella italiana dell'attrice Laura Betti.
La madre di padre Karras fu interpretata da Vasiliki Maliaros, che non era un'attrice professionista, recitava nei teatri in lingua greca e faceva la cameriera, fu scelta perché a Friedkin ricordava sua madre.
Il regista portava con sé sul set una pistola e sparava senza preavviso per spaventare gli attori e filmarne le reazioni.
Miller si lamentò più volte: "Gli dissi di non farlo mai più. Sono un attore, se vuoi che mi spaventi dimmelo, te lo recito!" 
L'unica attrice che Friedkin avvisava in anticipo degli spari era Linda Blair.
Il film sbanca al botteghino nonostante e anche grazie alle numerose segnalazioni di spettatori colti da svenimento, conati di vomito, crisi epilettiche.
In molti cinema durante le proiezioni venne garantita la presenza di un medico in sala.
Nonostante la censura e le critiche ne furono girati due sequel: L'esorcista II - L'eretico del 1977 e L'esorcista III del 1990.
Nel 2000 Friedkin portò nuovamente il film nelle sale con una versione integrale non tagliata della pellicola con circa undici minuti di scene inedite.
Nel 2016 la Fox ha prodotto una bellissima serie tv sequel ispirata al film.
L’impatto del film è innegabile, non solo in ambito cinematografico ma anche culturale.
L’esorcista è uno dei film horror più conosciuti e citati in altre pellicole di qualsiasi genere, basta pensare alla sua parodia più celebre, Riposseduta (Repossessed) del 1990, che vede proprio Linda Blair riprendere il ruolo di Regan McNeill accanto a un esilarante Leslie Nielsen nei panni di un esorcista sui generis che deve nuovamente esorcizzare la protagonista del film, ormai adulta.
Se si parla di esorcismi inevitabilmente si pensa a questo film.
Levitazione, vomito verde, teste che ruotano di 360°.
Elementi che fanno sorridere ma che allo stesso tempo incutono una sorta di timore inconscio e sono ormai parte dell’immaginario collettivo sull’esorcismo.
Nel 2016 Friedkin tornerà a parlare di esorcisti questa volta girando per Netflix un documentario intitolato “Il diavolo e padre Amorth” (The evil and father Amorth)in cui il regista intervista il famoso esorcista italiano e lo filma mentre celebra un vero esorcismo, che si rivela essere molto diverso da quello da lui rappresentato nel film cult.
In questa pellicola inoltre vengono intervistati anche alcuni medici, neurologi e psichiatri, nel tentativo di aprire un dibattito sulla possibilità di dare una spiegazione scientifica e neurologica alla possessione diabolica. Il regista non ci fa mancare un colpo di scena finale, in pieno stile cinema horror.
L’esorcista diventa col tempo famoso non solo per la peculiarità della pellicola, ma anche per gli eventi tragici ad essa collegati.
Già il romanzo di Blatty da cui è tratto il film ha un’origine particolare, è ispirato infatti a una storia vera.
Blatty venne a conoscenza di un caso reale di possessione diabolica avvenuto nel 1949 nel Maryland. 
Roland Doe (nome fittizio utilizzato dalla stampa per tutelare il protagonista della vicenda) è un ragazzo di 14 anni.
Nato in una famiglia tedesca di fede luterana Roland è solito giocare insieme a una zia con una tavola ouija. Alla morte della zia il ragazzo continua da solo le sedute spiritiche, ed è a quel punto che in casa iniziano a verificarsi strani fenomeni paranormali: il letto del giovane trema, i mobili della sua stanza si spostano da soli, dalle pareti si sentono provenire rumori di unghie che graffiano i muri.
Il comportamento di Ronald cambia, il ragazzo diventa improvvisamente violento e volgare.
I genitori si rivolgono al loro pastore Luther Miles Schulze che sosterrà di aver assistito personalmente alla levitazione di alcuni oggetti in presenza di Roland.
Schulze si convince che Roland sia posseduto e invita la famiglia a contattare un prete cattolico affinché celebri un esorcismo.
I genitori del ragazzo si rivolgono a padre Edward Albert Hughes che dopo aver visitato Roland dichiara che è posseduto da un’entità.
Ottenuto il via libera dall'arcidiocesi nelle settimane successive nove sacerdoti gesuiti si alternarono nel celebrare un esorcismo sul ragazzo, si parla di addirittura 30 esorcismi necessari per scacciare il demone dal corpo di Roland.
Questa vicenda è stata ovviamente molto dibattuta, in quanto pare che sul ragazzo non fossero stati effettuati esami medici, necessari prima di poter procedere con un esorcismo per escludere eventuali patologie. Inoltre molti giornalisti anni dopo si misero in contatto con familiari e amici di Roland, i quali dissero che il ragazzo era solito organizzare scherzi ai danni dei genitori e compagni di scuola.
Nacque quindi la teoria che probabilmente Roland aveva voluto solo prendersi gioco dei genitori e ottenere da loro attenzioni fingendo una possessione.
Vera o no, la storia di Roland divenne quella di Regan McNeil, e fu improvvisamente reale grazie alla magia del cinema.
Magia nera, forse, qualcuno sussurra.
Attorno alla pellicola aleggia infatti un’aura scura di cattiva sorte.
Si parla addirittura di pellicola maledetta.
Numerosi furono gli incidenti capitati alle persone coinvolte nelle riprese.
Un corto circuito provocò un incendio che distrusse gli interni della casa dei protagonisti, incredibilmente si salvò dalle fiamme solo la camera da letto di Regan dove sarà girata la celebre scena dell’esorcismo.
Durante le riprese morirono nove persone legate al cast e alla produzione: il fratello di Max von Sydow, la nonna di Linda Blair, il figlio neonato di un tecnico.
Mosì anche un addetto alla refrigerazione del set.
L’attore Jack MacGowran morì a causa delle conseguenze di una brutta infezione poco prima che L'esorcista uscisse nelle sale. Nel film il suo personaggio viene ucciso brutalmente da Regan.
Jordan Miller, figlio dell’attore che interpreta padre Karras, ebbe un incidente di moto mentre si recava a trovare il padre sul set.
Ellen Burstyn ebbe un incidente sul set e riportò danni permanenti alla colonna vertebrale.
Anche Linda Blair ebbe problemi alla schiena dopo aver girato la scena dell’esorcismo.
A un certo punto fu chiesto a un prete gesuita, Thomas King, di benedire il set.
L’Italia è protagonista di una strana leggenda secondo cui a Roma una croce alta due metri cadde dal tetto di una chiesa dopo essere stata colpita da un fulmine. La chiesa in questione si trova vicino al cinema Metropolitan che quella sera stava proiettando il film.
Leggende metropolitane, superstizioni, intenzione di farsi pubblicità.
Forse la maledizione de L’esorcista è solo questo.
Oppure c’era davvero un’entità oscura ad aggirarsi sul set.
Più umana di quanto possiamo immaginare.
Nel cast de L'esorcista c’è un giovane attore, Paul Bateson, interpreta il radiologo che visita Regan in ospedale.
Un ruolo marginale, una comparsata.
Il suo nome diventerà famoso quando verrà arrestato nel 1979 con l'accusa di aver ucciso un giornalista, Addison Verrill, e sospettato per la morte di diversi uomini omosessuali.
Paul Bateson, classe 1940, nacque e crebbe in Pennsylvania. Dopo anni di servizio militare in Germania si trasferì a New York.
Qui si fidanza con un musicista gay, la relazione burrascosa lo trascina nell’alcolismo, alla vita sregolata si aggiunge anche il dolore per la morte della mamma e del fratello per suicidio.
Bateson si iscrive all’università per diventare tecnico di laboratorio di radiologia neurologica e cominciò a lavorare in ospedale, al NYUMC, il New York University Medical Center.
Qui Bateson incontra William Friedkin, che sta facendo ricerche per la sceneggiatura de L’esorcista.
Il dott. Barton Lane, primario del reparto, invitò il regista ad assistere a una angiografia cerebrale.
Questo esame prevede che venga inserita una canula nel collo del paziente, e Friedkin rimase così impressionato da volerlo inserire nel film e chiese che fossero dei veri professionisti del settore a ripetere quell’esame sul set, così Bateson, che era stato presente alla dimostrazione, venne assunto come comparsa.
In una scena del film vediamo Bateson nel ruolo del radiologo che rassicura mentre Regan viene portata nella stanza, la aiuta a distendersi, la attacca al macchinario.
Questa scena è considerata tra le più disturbanti per il pubblico per il tipo di intervento, la cospicua presenza di sangue e per il suo incredibile realismo.
Quando uscì il film l'alcolismo di Bateson peggiorò, tanto che nel 1975 viene licenziato dal NYUMC.
Bateson si arrabatta tra mille lavori, tra cui quello di venditore di biglietti di cinema a luci rosse.
Qui comincia a socializzare con altri omosessuali con il suo stesso problema di alcolismo, cerca aiuto in loro, ha bisogno di un fidanzato che si prenda cura di lui e lo aiuti a disintossicarsi, magari un percorso da fare insieme. Inizia ad andare gli incontri degli Alcolisti anonimi, ma senza successo.
Inzia a frequentare locali gay appartenenti alla leather subculture, ovvero una nicchia della comunità gay dedita alle pratiche sadomaso e feticiste. Bateson inizia a identificarsi con questa cultura suburbana, e il suo alcolismo peggiora notevolmente.
In questo contesto Bateson conosce il giornalista Addison Verrill, che scrive di cinema e spettacolo per Variety.
Il reporter venne trovato morto nel suo appartamento nel 1977, picchiato e accoltellato.
L’assassino aveva anche cercato di strangolare la sua vittima.
Sul caso interviene un amico giornalista di Verrill, l’attivista per i diritti dei gay Arthur Bell.
In una serie di articoli Bell mette in luce un problema che sta dilaniando la comunità gay di New York, ovvero i crimini contro gli omosessuali che avvenivano ogni anno nel Village, e di come questi non fossero seguiti adeguatamente dalla polizia o riportati dai media.
Bell incitò i possibili testimoni del delitto a farsi avanti.
E Bateson decise di rispondergli.
Chiamò Bell affermando di essere l'assassino, ma lo fece unicamente per correggere Bell che aveva definito il killer come uno psicopatico.
"Mi piace come scrivi, ma non sono uno psicopatico", disse Bateson.
Si definì semplicemente un uomo gay con problemi di alcolismo e un gran bisogno di soldi.
Raccontò di essere andato in un bar una mattina presto e lì aveva incontrato Verrill con cui aveva bevuto birra e sniffato cocaina. 
Scoperto che il suo accompagnatore era un giornalista famoso aveva deciso di seguirlo a casa sua.
Qui i due avevano consumato un rapporto sessuale dopo il quale Bateson aveva ucciso Verrill perchè si era reso conto che per il giornalista si trattava solo di una storia di una notte.
Prima di andarsene aveva derubato la sua vittima e poi si era recato nel bar più vicino per ubriacarsi di nuovo.
Bateson rivelò dei dettagli sulla sua persona come il lavoro del padre e la sua permanenza in Germania.
Inoltre disse di aver usato il grasso alimentare Crisco come lubrificante durante il rapporto, dettaglio che la polizia non aveva rivelato ai media, e che quindi solo l’assassino poteva conoscere.
La polizia mise sotto controllo il telefono di Bell.
Ma a chiamare questa volta fu un certo Mitch, che indicò Bateson come il killer.
Lo aveva conosciuto all’ospedale, disse che Bateson era un tecnico radiologico che era stato licenziato e che gli aveva confessato il delitto.
Bateson venne arrestato, quando gli agenti gli chiesero se sapesse perchè lo stavano portando in centrale egli gli mostrò una copia del Village Voice con l’articolo di Bell sull’omicidio Verrill. 
Bateson confessò l’omicidio e venne condannato a vent’anni di prigione per omicidio di secondo grado. 
Almeno in carcere riuscì a rimanere sobrio, cosa di cui fu molto felice.
Venne rilasciato nel 2008, e da allora si sono perse le sue tracce. Si suppone sia morto in quanto in Pennsylvania un suo omonimo, nato il suo stesso giorno e con il suo numero di previdenza sociale, risulta deceduto nel 2012.
L’aura oscura di Bateson però è ancora legata a una serie di omicidi irrisolti che colpirono la comunità omosessuale di New York, i cosiddetti “bag murders”.
Tra il 1975 e il 1977 nel fiume Hudson sono stati trovati i cadaveri di sei uomini, mai identificati, smembrati e buttati dentro dei sacchi della spazzatura. 
La polizia sostenne che le vittime fossero membri della comunità LGTB che frequentavano i locali per omosessuali del Village.
Analizzando gli indumenti delle vittime la polizia giunse alla conclusione cne che queste fossero assidui ospiti dei locali della leather subculture.
I sacchi che contenevano i corpi avevano una codice, erano quelli usati dal dipartimento neuropsichiatria del New York University Medical Center.
Era inoltre evidente che chi aveva smembrato i corpi avesse conoscenze chirurgiche.
Data la natura del crimine che aveva commesso, i contatti con la cultura suburbana e le capacità mediche sviluppate proprio alla NYUMC Bateson divenne un sospettato per i bag murders.
Ci fu addirittura un testimone, Richard Ryan, che durante il processo dichiarò che Bateson gli aveva confessato non solo gli omicidi di altri tre uomini gay, accoltellati dopo un incontro sessuale nei loro appartamenti, ma anche gli omicidi dei sei uomini trovati nel fiume Hudson.
Qui entra in gioco nuovamente William Friedkin che leggendo i giornali riconosce Bateson come comparsa nel suo film e soprattutto per la sua visita al NYUMC per le riprese de L'esorcista.
Friedkin ottenne il permesso di visitare e intervistare Bateson a Rikers prima della fine del processo.
Il regista descrive Bateson come un bel ragazzo che amava indossare l’orecchino e bracciali borchiati.
Friedkin dirà che Bateson aveva tranquillamente ammesso di avere ucciso Verrill.
Bateson rivelò al regista che il pubblico ministero gli aveva promesso delle attenuanti se avesse confessato di essere il serial killer dei bag murders, ma che non sapeva se accettare l’offerta in quanto si dichiarava innocente rispetto a queste ulteriori accuse.
Per esse, successivamente, Bateson non sarà condannato in quanto non c’erano evidenti prove a suo carico.
L’aura oscura di Bateson non trova pace neanche a processo terminato, in quanto Friedkin rivelerà nel 2012, durante uno dei podcast del programma "It Happened in Hollywood", che Bateson gli aveva confidato di aver smembrato il corpo di Verrill e gettato i pezzi del cadavere in dei sacchi nel fiume, e che questo era l'unico omicidio che si ricordava.
Ma Verrill non era stato smembrato, era stato pugnalato nel suo appartamento. 
Questo errore sul modus operandi di Bateson è stato un momento di confusione del killer, oppure potrebbe essere stato intenzionale da parte del regista? 
C’è chi pensa di sì, perchè anni dopo, nel 1980, Friedkin si ispirò a Bateman quando diresse il film Cruising, con Al Pacino, la storia di un agente di polizia che si infiltra nella comunità gay di New York per catturare un serial killer i cui crimini ricordano molto i bag murders.
Il film fu aspramente criticato dalla comunità LGTB e in particolare dall'attivista Arthur Bell, di cui abbiamo parlato prima, in quanto il film mostra un’immagine stereotipata e negativa delle persone omosessuali.
La maledizione de L'Esorcista sembra aver intaccato anche questa pellicola.
Infatti poco dopo l’uscita del film Ronald K. Crumpley, un ex ufficiale di polizia di New York, entrò in uno dei bar in cui erano state girate delle scene del film armato di mitraglietta e sparò sulla folla uccidendo due uomini, al grido di “Maledetti froci, rovinano sempre tutto!”.
Come dicevo all'inizio le storie più incredibili non si consumano al cinema.
La realtà supera qualunque sceneggiatura.
Anche quando è quella di un film dell'orrore.
In questo caso l'uomo riesce a fare molto più scalpore del diavolo.

 
 

giovedì 24 marzo 2022

Ratti che abbandonano la nave che affonda, la vergognosa storia della Rattenlinien.



Il 24 marzo si ricorda l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ovvero l'uccisione di 335 tra civili e militari italiani, dissidenti politici, ebrei e detenuti comuni, avvenuto in questa data a Roma nel 1944.
Questa sommaria esecuzione fu una rappresaglia per un attentato partigiano avvenuto il giorno prima sempre a Roma, in via Rasella, in cui rimasero uccisi 33 soldati del reggimento "Bozen" della polizia tedesca. 
L'eccidio avvenne appunto alle Fosse Ardeatine, delle cave di pozzolana in via Ardeatina.
Contrariamente a come si è sostenuto per anni nessuna autorità tedesca chiese ai partigiani di consegnarsi per evitare l'uccisione di 10 detenuti italiani per ogni tedesco ucciso.
Lo stesso ufficiale nazista Albert Kesselring, colui che aveva dato il via libera finale a questa decisione, sostenne durante il processo che lo vedeva imputato che la volontà del Reich era quella di agire rapidamente e in segretezza.
Per questo la scelta del luogo non fu casuale e cadde sulle fosse in via Ardeatina, il luogo era perfetto per occultare questa strage, infatti subito dopo l'eccidio i corpi vennero tumulati in modo sbrigativo all'interno della cava.
Il colonnello Herbert Kappler fu incaricato di scegliere i todenskandidaten, i condannati a morte, con l'aiuto degli ufficiali della Gestapo romana e della questura di Roma, nella figura di Pietro Caruso, il quale avrebbe garantito la presenza di 50 detenuti dal carcere di Regina Coeli.
Nel giro di una notte gli ufficiali avevano stilato una lista di nomi.
Tra gli ufficiali nazisti responsabili spicca in particolare la figura di Erich Priebke.
Sarà lui infatti a gestire in loco l'esecuzione, spuntando minuziosamente la lista di nomi.
La descrizione che viene fatta dell'eccidio è la scena di un film dell'orrore.
Condotti alla cava i prigionieri vengono divisi in gruppi di cinque e fucilati un quintetto alla volta.
I corpi non vengono nemmeno rimossi, si fa semplicemente disporre il gruppo successivo.
La situazione divenne a un certo punto caotica.
Alcuni detenuti tentano la fuga, altri si ribellano, le esecuzioni che all'inizio erano precise e letali diventano uno sparare confuso, con i soldati che salgono sui cadaveri per prendere la mira. Secondo alcune testimonianze i soldati vengono fatti ubriacare per poter terminare il lavoro, alcuni si rifiutano di sparare.
Priebke si accorse di aver inserito nella lista 5 detenuti di troppo, li farà giustiziare comunque in quanto avevano visto tutto.
Terminate le esecuzioni vennero fatte esplodere delle cariche all'entrata della cava, così da farla crollare ed occultare per sempre i cadaveri.
Ma già il giorno stesso alcuni salesiani di un monastero lì vicino, attirati dalle esplosioni, riuscirono ad entrare nella cava, trovandosi di fronte cadaveri ammassati l'uno sull'altro.
Le vittime dell'eccidio delle fosse ardeatine non hanno mai ottenuto una reale giustizia.
Albert Kesselring fu processato e condannato a morte il 6 maggio 1947 da un tribunale militare britannico per crimini di guerra e per l'eccidio delle Fosse Ardeatine.
La sentenza venne però commutata nel carcere a vita, pochi anni dopo fu scarcerato per motivi di salute e tornò in Germania dove morì nel 1960.
Herbert Kappler venne processato da un tribunale militare italiano nel 1948. I giudici militari decretarono che ciò che era accaduto alle fosse ardeatine non si poteva considerare una rappresaglia legittima per le leggi militari dell'epoca, ma allo stesso tempo ritennero che Kappler non ne fosse consapevole, quindi lo prosciolsero dall'accusa. Lo ritennero però colpevole dell'omicidio di 15 delle 335 vittime che, secondo i giudici, morirono per mano di Kappler. Pertanto l'ufficiale nazista fu condannato all'ergastolo.
Nel 1976, malato di tumore, fu ricoverato nell'ospedale militare del Celio.
Da qui evase il 15 agosto 1977 e trovò rifugio in Germania, dove morì nel 1978.
L'ex-capitano delle SS Erich Priebke venne arrestato nel 1945 ma riuscì ad evadere dal carcere di Rimini.
Nel 1947 visse in Alto Adige, a Vipiteno, con la moglie e i figli e successivamente riuscì a scappare in Argentina.
A scovare Priebke sarà casualmente un giornalista della ABC, Sam Donalson, conduttore del programma Prime Time Live.
Nel 1994 il giornalista americano, su segnalazione della Fondazione Simon Wiesenthal, si recò in Argentina per verificare se effettivamente nel Paese si fossero nascosti criminali nazisti, alcuni testimoni avevano segnalato una specifica città, San Carlos de Bariloche.
Arrivato lì Donalson parlò con gli abitanti della cittadina e un altro fuggitivo tedesco gli disse tranquillamente che in quella ridente località si erano rifugiati diversi ufficiali del Reich, e gli fece il nome di Priebke.
Donalson non conosceva le vicende che lo riguardavano, così si documentò sulla sua storia ed andò a cercarlo.
Il giornalista incontrò  Priebke mentre tornava a casa dal lavoro, l'ex ufficiale nazista non negò la sua vera identità.
Quando il servizio della ABC divenne pubblico l'Italia iniziò le pratiche per l'estradizione, che fu accolta nel 1995.
Dopo un processo lungo e tortuoso Priebke venne condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. 
Considerata l'età avanzata dell'imputato gli vennero concessi gli arresti domiciliari.
Erich Priebke morirà a Roma nell' ottobre del 2013.
La latitanza sudamericana di Priebke, così come quella di altri suoi commilitoni nazisti, è una vergognosa pagina della storia della chiesa cattolica.
Priebke riuscì a fuggire in Argentina grazie all'aiuto di alcuni sacerdoti altoatesini, Johann Corradini, l'allora parroco di Vipiteno, e soprattutto grazie al Vicario generale della diocesi di Bressanone Alois Pompanin, il quale aveva già aiutato a fuggire in Sudamerica Adolf Eichmann.
Da Corradini Priebke ricevette il battesimo cattolico, condizione necessaria per poter ottenere l'aiuto della Chiesa di Roma.
Priebke si recò a Genova e con dei documenti falsi partì per l'Argentina nel 1948.
Come dicevamo Priebke non fu l'unico criminale di guerra a trovare nella Chiesa cattolica un valido aiuto per fuggire.
Esisteva infatti un complesso sistema organizzato che garantì la salvezza a molti criminali nazisti.
Questo sistema si chiamava Rattenlinien.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale
gli ufficiali nazisti sfuggiti al processo di Norimberga crearono a Strasburgo
l'organizzazione O.D.E.SS.A (Organizzazione degli ex-membri delle SS) che aveva il compito non solo di trasferire all'estero i capitali accumulati dal Reich, in particolare in Spagna dove vigeva la dittatura dell'amico Francisco Franco, ma anche di garantire la fuga dall'Europa ai suoi membri.
Da qui la creazione della Rattenlinien per permettere la fuga in Sudamerica di numerosi criminali di guerra nazisti.
Rattenlinien significa "via del ratto".
I nazisti come topi che abbandonano una nave che affonda.
La Rattenlinien fu uno dei progetti purtroppo più riusciti dell'organizzazione, ed è nota anche
come via dei monasteri in quanto questi edifici di proprietà della chiesa cattolica furono il primo nascondiglio per molti criminali nazisti.
Luoghi sacri che prima spesso avevano ospitato le vittime del nazismo ora ne ospitano i carnefici.
Figure di spicco del partito nazista quali Josef Mengele, Adolf Eichmann ed appunto Erik Priebke trovarono rifugio in Sudamerica grazie anche all'intervento di figure autorevoli della chiesa cattolica.
In particolare fu determinante l'intervento del vescovo austriaco Alois Hudal (1885-1963) da sempre simpatizzante del regime e fervente antisemita.
Sarà proprio Hudal a preparare i documenti per Erich Priebke.
Secondo molti testimoni Hudal era molto vicino agli ambienti del Vaticano e amico personale di papa Pio XII.
Karl Bayer, paracadutista dell'esercito tedesco che collaborò col vescovo, sostenne che il Papa aveva fornito il denaro per la creazione dei documenti falsi e per i trasporti oltreoceano.
Nel 1947 il giornale cattolico “Passauer Neue Presse” accusò pubblicamente Hudal di aver organizzato la fuga dei criminali di guerra, e il vescovo dal canto suo non ha mai negato ciò che ha fatto.
Nonostante la sua ammissione di colpa nessuno intervenne; Hudal non rinnegò mai il suo operato, anzi, continuò a sostenere di aver operato nel giusto.  Venne invitato a dimettersi solo nel '52, e si ritirò a vita privata a Grottaferrata.
La motivazione di Hudal, così come quella 
della Santa Sede, di fare fuggire questi criminali di guerra va ricercata
nella necessità del Vaticano (e degli Stati Uniti d'America, spesso partner in crime di queste operazioni) di arginare l'avanzata del comunismo ateo.
Della serie, il nemico del mio nemico è mio amico.
Tra i nomi dei prelati coinvolti in queste operazioni spiccano quelli di Giuseppe Siri, vescovo di Genova, e di monsignor Giovanni Montini, colui che diventerà papa Pio VI. 
Una seconda rotta, detta di San Girolamo, si occupava invece di far fuggire nel Nuovo Mondo gli ustascia croati coinvolti nei crimini nazisti nella ex Jugoslavia.
Dalla Germania i criminali nazisti giungevano a Genova passando attraverso Madrid o Salisburgo, e dal capoluogo ligure potevano imbarcarsi per il Sudamerica.
Un ruolo importante lo giocò anche la collaborazione del presidente argentino Juan Domingo Perón (1985 – 1974) che incentivò i nazisti a trasferirsi nel suo paese, dove avrebbero trovato un nascondiglio sicuro. Ovviamente pagando profumatamente la permanenza, dettaglio che non fu un problema.
La chiesa cattolica ha tentato di usare il vescovo Hudal come capro espiatorio per la Rattenlinien, ma fu lo stesso prelato ad autoaccusarsi, o meglio, a darsi il merito di aver salvato più di 1000 ufficiali nazisti, definiti da lui perseguitati ingiustamente.
E aggiunse con sicurezza di aver svolto il suo compito su richiesta diretta del Vaticano.
Il Vaticano dunque forniva dei documenti provvisori col timbro ufficiale della Pontificia commissione di assistenza, a cui seguivano passaporti e lasciapassare rilasciati dalla Croce Rossa Internazionale.
Proprio lo studio dei documenti rinvenuti negli archivi post bellico della Croce Rossa ha tolto ogni dubbio sul coinvolgimento della Chiesa nella Rattenlinien.
Coinvolgimento che ha impedito alle vittime delle atrocità commesse dai nazisti di avere una rapida e totale giustizia.





(L'immagine di copertina è un fotogramma della scena finale del film del 2002 Amen diretto da Costa-Gavras. In questa scena, SPOILER, si vede uno dei protagonisti, un nazista chiamato semplicemente il Dottore, incamminarsi insieme a un prelato cattolico che lo aiuterà a fuggire in Argentina per sfuggire ai suoi crimini.) 

mercoledì 2 marzo 2022

Musica d(')annata: i diavoli alla corte dello zar.


Tempo fa vi ho parlato di Niccolò Paganini e del suo violino.
Di quella sonata creata in origine da Giuseppe Tartini, Il trillo del diavolo.
Essi sono solo un esempio di come nel corso della storia il diavolo si sia intrufolato e abbia danzato sul pentagramma, a volte per volere degli stessi autori.
Il Satana musicale in quel tempo diventa la ripetizione ossessiva di un tema nelle melodie suonate da più strumenti.
È una difficoltà, una tentazione per il musicista. 
E insieme al diavolo ci sono le streghe e i loro sabba, che troveranno spazio nel panorama musicale ottocentesco. 
Il panorama musicale russo ci regala delle composizioni di rara bellezza.
Un esempio di questo tipo di narrazione musicale è a Modest Petrovich Mussorgsky.
Nel 1866 il musicista russo ispirandosi alle fiabe cupe del suo paese iniziò a scrivere un poema sinfonico dal soggetto demoniaco.
Il brano doveva raccontare di un raduno di streghe che ballano in attesa dell'arrivo del loro Signore Satana.
Pare che l'autore russo si sia ispirato anche alle leggende sulle streghe di Benevento, ascoltate durante un viaggio in Campania.
Nascerà così Una notte sul monte Calvo. 
Chi come me è nato negli anni '80 ricorda questo titolo per uno specifico motivo.
Nel 1940 il brano venne riorchestrato dal direttore anglo-polacco Leopold Stokowski per il film Fantasia della Disney, film che sarà ridistribuito nel 1990 in occasione del suo cinquantesimo anniversario. 
Molti di voi come me hanno sicuramente ancora a casa la VHS originale di questa riedizione.
Nel mio caso è particolarmente consumata proprio sull'episodio del Monte Calvo, il mio preferito.
La rivisitazione disneyana è particolare, rappresenta la lotta tra il bene e il male che da sempre contraddistingue la vita dell'uomo.
Proviamo a ricordare insieme questo capolavoro dell'animazione.
A mezzanotte un demone nero con grandi ali da pipistrello e occhi gialli fiammeggianti si desta. Si tratta di Chernabog, personaggio disneyano ispirato al demone russo dell'oscurità e al classico diavolo cristiano. Egli richiama gli spiriti maligni dalle loro tombe, invita le streghe a ballare al suo cospetto. 
Gli spiriti danzano e volano finché si ode il suono di una campana.
A questo punto si interrompe il brano di Mussorgsky e inizia la delicata Ave Maria di Schubert.
Chernabog infastidito richiama i suoi spiriti, si addormenta nuovamente mentre lentamente albeggia. Si ode in lontananza un coro cantare l'Ave Maria mentre si intravede una processione di fedeli che si incammina attraverso la foresta verso una cattedrale.
La notte lascia spazio al giorno, la tenebra lascia spazio alla luce, il male è di nuovo sconfitto.
Se nel cartone non si sa se e quando Chernabog tornerà a fare danzare le sue streghe certamente sappiamo che nella musica il diavolo può sempre ritornare, ed è incalzante, ossessivo e ripetitivo. 
D'altronde, si dice che perseverare sia diabolico.
Il diavolo in musica è anche un tentatore subdolo. 
Ispirazione, ripetizione di un tema. 
Il diavolo non smette di riscrivere se stesso in più forme, letteratura e musica. 
Lucifero si reinventa e oltre a essere un tentatore diventa un giullare che gli uomini prendono in giro.
Così viene descritto da autori e compositori.
Anche Pëtr Il'ič Čajkovskij si cimenta con un'operetta dal sapore comico in cui troviamo un diavolo tentatore.
Čajkovskij che come Mussorgsky aveva trovato spazio nel film Disney Fantasia, dove viene utilizzata la sua opera celeberrima Lo schiaccianoci.
Nell 1887 viene rappresentata per la prima volta l'opera Gli stivaletti, ispirata da un'altra opera dello stesso Čajkovskij Il fabbro Vakula.
L'opera è ambientata in Ucraina, nel XVIII secolo.
La storia narra di un uomo, Vakula il fabbro, innamorato della bellissima Oksana.
Purtroppo questo amore è osteggiato in primis da Solocha, madre di Vakula, che è anche una strega. La donna in più riprese evoca un diavolo e amoreggia con lui chiedendogli di impedire al figlio di coronare il suo sogno d'amore con Oksana.
La ragazza, molto capricciosa, gli ha promesso di sposarlo solo se lui le porterà in dono degli stivaletti nuovi, e Vakula purtroppo fallisce nell'intento, e finge di uccidersi. 
Sulle rive del fiume il diavolo propone a Vakula di cedere la sua anima per quegli stivaletti, ma con uno stratagemma Vakula salta in groppa al diavolo, e si fa portare a San Pietroburgo dove chiederà le scarpe addirittura alla zarina, vedendosele però negare.
Tornato a casa Oksana, felice che Vakula sia vivo, accetta di sposarlo anche senza il dono degli stivaletti.
Čajkovskij ci mostra un diavolo che fa il gradasso ma che è facile da imbrogliare, tanto da diventare un misero destriero.
Succede nelle fiabe e nelle leggende europee, succede nella musica.
Un altro autore russo ne è un ottimo esempio.
Igor' Fëdorovič Stravinskij nel 1918 scrive Histoire du soldat, storia da leggere, recitare e danzare in 2 parti, un'opera da camera in cui unisce il diavolo tentatore faustiano con il diavolo gabbato, tragicomico.
Anche Stravinskij si ispira alle fiabe russe 
in particolare le fiabe popolari russe raccontate da Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev, pubblicate fra il 1855 e il 1864.
Stravinskij riprese due racconti, Il soldato disertore e il diavolo e Un soldato libera la principessa, per scrivere questa sua versione del Faust, il noto dramma in versi di Johann Wolfgang von Goethe scritto nel 1808. 
Anche le musiche napoletane del 1800 trovano spazio, riadattate, in questa opera. Stravinskij infatti amava moltissimo l'Italia, tanto da viverci saltuariamente.
Nell'opera del compositore russo vediamo
Il diavolo tentare Joseph, un povero soldato che suona il violino. 
Il violino, ricordate, quello strumento così maledetto e che Lucifero sa suonare divinamente secondo il Tartini.
Il diavolo chiede a Joseph di vendergli il violino in cambio di un libro magico in grado di garantire numerose ricchezze, dato che racconta di fatti non ancora avvenuti, cosa che chi lo possiede può usare a suo vantaggio.
Se Joseph rimarrà tre giorni con lui per insegnargli a suonare, cedendogli lo strumento, il diavolo gli darà il libro.
Il soldato accetta il patto, ma scoprirà di essere stato raggirato.
Sono infatti passati tre anni e Joseph, seppur ricco, scopre di aver perduto ogni amore della sua vita.
Il diavolo comparirà da allora molte volte nella vita di Joseph per tentarlo e truffarlo, fino alla sfida finale dove il soldato esorcizza il diavolo che si era rifugiato nel corpo di una principessa.
Suonando il violino Joseph scaccia il diavolo che lo maledice. Se Joseph lascerà il regno della principessa lui lo porterà all'inferno.
Dopo anni il soldato, credendosi al sicuro, decide di tornare a casa, ma ecco che appena varca il confine del regno il diavolo lo cattura e lo porta via per sempre, suonando il suo violino.
Stravinskij ci mostra un diavolo molto vicino al Satana biblico.
È un diavolo che viene ingannato ma è egli stesso ingannatore, che sa attendere con pazienza l'uomo al varco della sua arroganza.
Il monito finale dell'opera ci porta a comprendere che la felicità non si può accumulare con ingordigia, ma va vissuta. 
È interessante notare che l'anno in cui Stravinskij porta in scena L'Histoire du soldat è il 1918, anno in cui l'Europa era ancora dilaniata non solo dagli strascichi di conflitto mondiale, ma anche dalle morti causate dall'epidemia di spagnola.
Poi ci dicono che la storia è ciclica, e non ci si crede. 


sabato 12 febbraio 2022

Musica D(')Annata: il diavolo nella musica rock.


È tuttora molto acceso il dibattito tra chi ritiene che esista un collegamento fra un certo tipo di musica e il satanismo, e chi invece sostiene che si tratti solo di fraintendimenti e provocazioni.

Le  chiese cristiane, a partire dalle congregazioni protestanti statunitensi, hanno contribuito a creare il mito di una musica ispirata e dedicata al demonio, ricca di messaggi subliminali e di testi che ascoltati al contrario sarebbero vere e proprie preghiere sataniste.

Altre volte invece questa diabolica devozione sarebbe lampante, inequivocabile, mai celata e ostentata.

Nel 1956 il predicatore pentecostale statunitense Albert Carter attaccò il mondo musicale, affermando che "il rock'n'roll ha un effetto malsano sui giovani, li trasforma in adoratori di Satana. Perché stimola in loro l'espressione di istinto animali attraverso l'attività sessuale e li istiga al rifiuto dell'ordine e della legge."

I primi a parlare dei celebri messaggi dal contenuto satanico nascosti nelle canzoni rock furono due fratelli, due reverendi protestanti, Steve e Jim Peters, che negli anni '70 avevano fondato lo Zion Christian center del Minnesota. 

Durante le loro predicazioni erano soliti bruciare dischi di gruppi rock quali Led Zeppelin, i Kiss, e perfino Linda Ronstadt, rea di essersi dichiarata atea.

Secondo i due fratelli in molte canzoni si nascondono dei versi che se ascoltati al contrario rivelerebbero delle preghiere diaboliche.

Ma non solo, esisterebbero delle sottotracce, registrate a volume bassissimo percepibili solo a livello inconscio, delle brevi frasi in grado di influenzare l'ascoltatore senza che questo se ne accorga.

In base a queste discutibili rivelazioni il deputato repubblicano Philip Wayman preparò un disegno di legge che imponeva alle case discografiche di segnalare sulle copertine degli album la presenza di questi messaggi subliminali. Incredibilmente il provvedimento divenne legge negli anni '80 in Texas e altri stati americani.

La risposta di altre congregazioni protestanti al dibattito fu creare quello che ora è famoso col nome di Christian rock e White metal.

Durante questi concerti i cantanti erano soliti lanciare bibbie dal palco, pronunciando sermoni e inserendo messaggi cristiani nei testi.

Anche la chiesa cattolica ha partecipato al dibattito, e ovviamente ha da subito guardato con sospetto questo nuovo genere musicale e i suoi rappresentanti. 

L'arcivescovo di New York John Joseph O'Connor così tuona nel 1990: "C'è il diavolo nella musica rock e l'heavy metal è il suo cattivo profeta. Queste canzoni sono una trappola per i giovani, una pornografia sonora, un'istigazione al suicidio".

Questo anatema nasce da alcuni fatti di cronaca.

Nel 1984 John McCollum un ragazzo di 19 anni di New York si tolse la vita sparandosi in testa con un fucile. Secondo alcune indiscrezioni John stava ascoltando il brano Suicide Solution dei Black sabbath mentre imbracciava il fucile. 

Nel 1988 in Missouri tre ragazzi uccisero un loro coetaneo, Stephen Newberry, in quello che a molti sembrò un omicidio rituale satanico. Infatti i tre colpevoli avevano già commesso piccoli reati, quali vandalismo a danno della chiesa locale tra cui sfregiare le pareti della canonica scrivendo "666" con la vernice.

Anche i giovani assassini erano appassionati di heavy metal, in particolare ascoltavano le canzoni dei Black Sabbath.

Da qui ovviamente l'opinione pubblica si scatenò contro il gruppo e il suo leader Ozzy Osbourne. I genitori del giovane suicida addirittura fecero causa ad Osbourne per aver istigato con la sua musica il gesto del figlio.

Il brano che John stava ascoltando mentre si toglieva la vita, secondo i sostenitori dell'esistenza dei messaggi subliminali, contiene un verso occulto che recita "Spara! Prendi la pistola e prova! Spara!".

Lo stesso Osbourne ha ammesso che ci suoni concitati che potrebbero ricordare la parola "shoot", sparare in inglese, ma che certamente non sono stati inseriti nel brano messaggi subliminali con l'intento di ispirare a qualcuno di farsi o fare del male.

La verità è che nessuno ha mai saputo perché McCollum si sia tolto la vita.

Dal processo agli aguzzini di Newberry è emerso che l'ideatore dell'omicidio, mentre lo uccideva, gli abbia detto chiaramente che lo stava facendo solo perché la cosa lo divertiva.

Nessun diavolo musicale o meno ha dunque traviato questi ragazzi i cui problemi vanno ricercati nell'ambito della psicologia e non della teologia.

Nonostante tutto la demonologia cristiana è ancora spesso fossilizzata su posizioni piuttosto datate quando si parla di ciò che può essere ritenuto satanico o causa di possessione diabolica.

Jean Paul Regimbald, sacerdote cattolico canadese, ha pubblicato diversi libri dedicati ai messaggi subliminali contenuti nella musica rock e alla pericolosità della stessa in quanto inciterebbe alla violenza, all'omicidio e alla conversione al satanismo.

Regimbald racconta di aver parlato con numerose persone che hanno abbandonato la religione satanica per il cristianesimo, e che queste si sono potute liberare completamente dall'influenza del maligno solo distruggendo tutta la discografia rock in loro possesso. 

Nel 1992 viene pubblicato il "Trattato di demonologia" dello storico ed archivista italiano Paolo Calliari, il quale scrive: "La pericolosita' della musica rock si riscontra tanto nel ritmo quanto, e in misura maggiore, nell'indirizzo apertamente antieducativo, antiumano, anticristiano e, in definitiva, satanico, che le hanno impresso nel giro di pochi anni i suoi principali organizzatori ed autori''.

Calliari ne ha per tutti, nel suo libro etichetta come sataniche le più famose band rock della storia.

Scrive il teologo: "... l'hard rock, caratterizzato da erotismo, sesso, perversione e rivolta, o all'acid rock condotto dai gruppi dei Beatles, Rolling Stones e The Who, caratterizzato dall'uso della droga e da tutti gli effetti allucinanti che ne seguono, pensiamo al satanic rock proprio di quei gruppi come Rolling Stones, Black sabbath e led Zeppelin caratterizzato dai messaggi subliminali e dalla volontà di trasmettere il vangelo di Satana."

Eh sì, perfino i Beatles, quei bravi ragazzi di Liverpool dalle facce pulite, sono stati etichettati come musicisti dediti alle droghe e all'adorazione del diavolo assieme a band che sono state e ancora sono decisamente più controverse, se non altro per il look e per le tematiche  delle canzoni.

Sarà soprattutto una frase di Lennon, detta nel 1966  durante un'intervista per l'Evening Standard, a creare qualche problema alla band di Liverpool.

"La cristianità è destinata a scomparire, ho ragione e il tempo mi sarà testimone. Attualmente siamo più popolari di Gesù."

Una frase che è rimasta nella storia e appunto scatenò diverse controversie più che altro oltreoceano.

Le radio americane boicottarono le canzoni dei fab tour e addirittura invitarono la gente a distruggere i loro dischi. 

Il pastore Battista T Babbs minacciò di scomunicare ogni parrocchiano che avesse partecipato a un loro concerto. Addirittura il Ku Klux klan inviò minacce di morte contro i quattro musicisti definendoli atei dai capelli a caschetto.

Anni dopo John Lennon tornerà a scatenare l'ira dei benpensanti statunitensi pubblicando la canzone Imagine, nel 1971.

Fa sorridere che Lennon venga accusato di immoralità per una canzone come Imagine, il cui messaggio è essenzialmente di pace, di amore, di convivenza tra i popoli. Ma in America  verrà tacciata di comunismo e anticlericalismo tanto da allertare l'FBI che sorveglierà il cantante e la moglie Yoko Ono per anni. Nixon cercherà addirittura di farli espellere dal Paese.

"Immagina che non esista il paradiso, nessun inferno sotto di noi. Immagina un mondo dove non esistono frontiere,dove non esiste la religione."

Sono bastate poche strofe per fare nascere dei sospetti  sulla sua persona.

E non solo.

Queste strofe, che in fondo di anticlericale non avevano nulla, resteranno impresse nella memoria di Mark Chapman, l'assassino di John Lennon.

La sera dell'8 dicembre 1980 Chapman sparò a Lennon cinque colpi d'arma da fuoco, uccidendolo.

"Ascoltavo quella musica e diventavo sempre più furioso verso di lui" disse Chapman "perché diceva di non credere in Dio."

Un destino tragico per uno dei maggiori cantautori del secolo scorso, che già aveva visto come una mente contorta potesse travisare testi e pensieri.

Nel 1968 i Beatles pubblicarono Helter Skelter, pezzo meravigliosamente rock, scritto interamente da Paul McCartney.

Lo so a cosa state pensando.

Lo pensiamo tutti quando sentiamo le prime note di Helter Skelter.

La nostra mente vola a Los Angeles, al 10050 di cielo drive, nella notte dell'8 agosto 1968.

A quell'indirizzo troviamo la casa dove la  Manson family massacrò quattro persone tra cui l'attrice Sharon tate, incinta di nove mesi,

moglie di regista Roman Polanski.

Charles Manson, il leader della famiglia, era ossessionato da quella canzone.

 Nel  White album dei Beatles leggeva una profezia, i quattro di Liverpool erano i cavalieri dell'Apocalisse e nei loro testi parlavano di una guerra tra razze durante la quale lui si sarebbe elevato a Salvatore dei popoli.  Manson chiamò questa guerra proprio Helter Skelter. 

Per anni la band scioccata da queste rivelazioni che Manson rilasciò durante il processo si rifiutò di suonare in pubblico la canzone.

Nel 1988 Bono Vox, leader degli U2, durante un concerto ne suonò una cover affermando «Questa è una canzone che Charles Manson rubò ai Beatles. Noi adesso ce la riprendiamo

Look audaci e provocatori, ritmi scatenati che fanno venir voglia di ballare perdendo il controllo oppure melodie cupe e dalle percussioni profonde, testi controversi.

Se ci si ferma all'apparenza è questo l'identikit del musicista in odore di zolfo.

Il celebre esorcista Gabriele Amorth descrive addirittura quattro principi su cui si baserebbero i dischi consacrati a Satana.

Prima di tutto il ritmo, il beat, che richiama un rapporto sessuale frenetico; e poi l'intensità del suono, che raggiungendo i 7 decibels scatenarebbe sentimenti di depressione e ribellione; il terzo principio è la presenza di messaggi subliminali all'interno delle canzoni, versi occulti che istigherebbero i giovani ad avvicinarsi al satanismo; infine il quarto elemento risiede nella consacrazione vera e propria del disco durante una messa nera.

Scrive Amorth nel suo libro "Nuovo racconti di un esorcista": "...vi sarete accorti che i temi generali sono sempre gli stessi: ribellione contro i genitori, contro la società, contro tutto quello che esiste, la liberazione di tutti gli istinti sessuali, la possibilità di creare uno stato anarchico, per far trionfare il regno di Satana."

Un'altra band accusata di usare il sotterfugio dei messaggi subliminali è quella dei Led Zeppelin.

La struggente e celebre Starway to Heaven celerebbe tra le sue strofe invocazioni a Satana.  

Mentre Robert Plant canta, traduco, "Il mio spirito piange per vivere" si può udire un flebile "devo vivere per Satana".

Più avanti nella canzone ci sarebbe un verso che se ascoltato al contrario recita "Ecco il mio dolce Satana, la cui via non mi renderà mai triste."

Sempre i Led Zeppelin avrebbero nascosto una preghiera satanista nella canzone Over the Hills and far away.

"Sì Satana è veramente il signore, noi resisteremo per lui", pare si ora ascoltando il testo al contrario.

Un altro esempio è un brano del gruppo australiano degli AC/DC, Dirty deeds done dirt cheap, in cui "amore al primo sguardo" diventerebbe al contrario "noi serviamo il diavolo".

Nel 1988 il serial killer Richard Ramirez, reso famoso dai media con il nome Night Stalker, dichiarò che le canzoni degli AC/DC, in particolare Night Prowler, lo avevano ispirato nel pianificare gli omicidi.

Non si salvano neanche i Queen e la celebre A kind of magic, il cui testo già fa allusioni ambigue sulla luce, sulle visioni di dolci unioni e sulla vera religione, su celebrazioni che durano una notte intera. Secondo alcuni  ascoltando la voce di Freddie Mercury al contrario  si può udire "O mio dolce Satana, ho visto il tuo sabba".

Freddie Mercury ha commentato queste accuse, dicendo che "nei nostri testi non ci sono filosofie, sottintesi e significati occulti, è tutto esplicito, tutto chiaro. I nostri brani sono puro passatempo, non voglio cambiare il mondo con la mia musica."

Anche il produttore dei Led Zeppelin decise di mettere in chiaro in un'intervista che cercare significati satanici in Starway to Heaven era una vera e propria assurdità.

In tempi recenti perfino Lady Gaga è stata accusata di aver inserito messaggi satanisti nella canzone Paparazzi.

Ma esistono davvero questi versi occulti?

Su YouTube si trovano numerosi video che confermano e altrettanti che smentiscono l'esistenza di questi messaggi occulti.

Per molti studiosi della musica e della psicologia in realtà si tratta principalmente di suggestioni.

Ogni persona troverà e sentirà una combinazione di suoni e parole diverse a seconda delle motivazioni che la spingono a scandagliare la canzone, detto in soldoni, la mente vede e ascolta ciò che vuole vedere o sentire. 

Se si vuole trovare a tutti i costi una preghiera dedicata a Lucifero sarà ciò che troveremo.



(La foto che apre l'articolo è un fotogramma del film Tenacious D e il destino del rock.)