giovedì 9 marzo 2023

Il diavolo in Vaticano, il caso Emanuela Orlandi.


Il caso di Emanuela Orlandi sarà riaperto.
A 40 anni dalla scomparsa è papa Francesco a chiedere la riapertura del caso e avrebbe incaricato la gendarmeria di controllare nuovamente i documenti, i fascicoli, le testimonianze.
La notizia ha ovviamente colto tutti di sorpresa e ha dato nuova speranza alla famiglia della ragazza che non ha mai smesso di combattere affinché la verità venisse rivelata.
Ci si chiede cosa abbia spinto il Vaticano verso questa scelta.
Sicuramente ha pagato la tenacia della famiglia, rappresentata dal fratello Pietro, che mai si è arresa nel cercare Emanuela.
La morte del papa emerito Joseph Ratzinger avvenuta il 31 dicembre 2022 sembra essere la chiave di questa decisione, come se la sua dipartita avesse finalmente permesso di rivelare i segreti nascosti in Vaticano.
Segreti che in parte erano già stati resi pubblici con l’inchiesta Vatileaks.
Se è vero che la loro totale veridicità è ancora da dimostrare queste indiscrezioni ci raccontano di un labirinto di scandali molto radicati alla corte dei papi. 
Tra questi scandali da tenere nascosti ci sarebbe anche la vicenda di Emanuela Orlandi.
La storia è nota, la riassumo brevemente, se volete un racconto più esaustivo e dettagliato vi consiglio la serie Netflix Vatican girl, documentario che ha riportato l'attenzione del pubblico sul caso. 
Emanuela Orlandi era (o è, dato che non è mai stata provata la sua morte) una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia.
Viveva nella città del Vaticano insieme ai genitori, le sorelle e il fratello.
Nel 1983 aveva 15 anni e frequentava il liceo scientifico e studiava musica e canto presso l'Accademia di Musica Tommaso Ludovico da Victoria.
Una vita come quella di tante adolescenti.
Solo che un giorno di quell’anno Emanuela scompare.
Esce di casa per andare all’Accademia, ma non tornerà mai più a casa.
La famiglia affigge manifesti, fa appelli televisivi, persino papa Giovanni Paolo II durante l’angelus prega affinchè Emanuela sia ritrovata.
Sulla sua scomparsa sono state fatte numerose ipotesi.
Alcuni giorni dopo aver denunciato la scomparsa di Emanuela la famiglia comincia a ricevere numerose telefonate, viene detto loro che la figlia è stata rapita dal gruppo terroristico dei Lupi grigi che chiede la liberazione di Mehmet Alì Agca, l’attentatore turco di papa Giovanni Paolo II.
Ma sarà lo stesso Agca a smentire, dicendo di non sapere nulla a riguardo e che pregherà per Emanuela.
Il giorno della scomparsa Emanuela aveva parlato alla sorella di un rappresentante di prodotti cosmetici della Avon che assumeva adolescenti per la vendita e distribuzione di campioncini nei centri commerciali, le indagini si muoveranno in quella direzione per poi arenarsi dato che l'azienda spiegò che al momento non avevano rappresentanti di sesso maschile.
A un certo punto si farà avanti anche un uomo che sosterrà di aver lavorato per i servizi segreti e di aver rapito non solo Emanuela, ma anche un’altra ragazza scomparsa poco prima di lei, Mirella Gregori, anche lei adolescente, con l’intento di ottenere l’attenzione del Papa e del presidente della Repubblica.
Una delle piste più seguite è quella che riguarda il coinvolgimento di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, capo della banda della Magliana.
Nel 2008 la sua ex compagna Sabrina Minardi racconta a una giornalista Rai che De Pedis negli anni ‘80 aveva tenuto prigioniera una ragazza per alcuni giorni in una casa fuori Roma, un favore fatto a qualcuno di molto importante in Vaticano.
"È tutto un gioco di potere.” le avrebbe detto De Pedis per spiegare la presenza di quella ragazza “Sta ragazza te la devi scordare.” aveva concluso poi.
Sarà la stessa Minardi a consegnare questa ragazza, sedata e in stato confusionale, a un alto prelato in Vaticano. 
L'ex compagna del boss però precisa che in quegli anni era dedita all’uso di droghe, per cui i suoi ricordi potrebbero non essere sempre precisi. E infatti per gli inquirenti la sua testimonianza è stata giudicata incoerente e inattendibile, anche perchè la Minardi cambierà poi versione e aggiungerà dettagli che saranno confutati da prove.
Ad oggi nessuno ha saputo dare risposte a questa famiglia.
Nel 2013 Papa Bergoglio in un incontro con Pietro Orlandi gli dirà semplicemente che la ragazza è in cielo, senza aggiungere altro.
Ali Agca tornerà poi alla ribalta accusando papa Giovanni Paolo II di avergli chiesto di mentire:
"Papa Wojtyla credeva profondamente nel Terzo Segreto di Fatima e credeva anche nella missione che Dio gli assegnava, ovvero la conversione della Russia. Wojtyla in persona voleva che io accusassi i Servizi segreti bulgari e quindi il Kgb sovietico. Il premio per la mia collaborazione, che loro mi offrirono e che io pretendevo, era la liberazione in due anni. Io potevo essere liberato tuttavia solo a condizione che il presidente Sandro Pertini mi concedesse la grazia ed esattamente per questa ragione Emanuela e Mirella (Gregori, nda) vennero rapite".
Agca fa ulteriori rivelazioni al giornalista Andrea Purgatori, che è anche la voce guida del documentario Vatican girl: 
"Da quarant'anni si ripetono sempre le stesse cose. Quando non c'è la verità, quando c'è la menzogna che continua, questo può danneggiare sia il Vaticano che Emanuela Orlandi. C'è solo una verità, una sola: Emanuela è collegata con il terzo segreto di Fatima. Un gruppo di persone dentro il Vaticano hanno organizzato questo intrigo, fatto di servizi segreti e poteri occulti. A che cosa doveva servire il rapimento di Emanuela Orlandi? Soltanto per ottenere la mia liberazione. Se qualcuno in Vaticano volesse, Emanuela tornerebbe a casa anche domani. Secondo me Emanuela è ancora viva". 
Ma se Alì Agca si era sempre dichiarato estraneo ai fatti perché ora cambia versione?
Non abbiamo ancora la risposta a questo quesito.
40 anni di indagini, di depistaggi, di vicoli ciechi.
E soprattutto di omertà.
C’è però una pista che per anni è stata accantonata e di cui nessuno ha voluto parlare.
Nel documentario Vatican girl un’amica di Emanuela racconta di un fatto molto inquietante.
La Orlandi le avrebbe riferito di pesanti avance ricevute da un prelato in Vaticano, un uomo vicino al Santo Padre Giovanno Paolo II.
Una voce, forse un pettegolezzo.
O forse no.
A parlarne apertamente è il celebre esorcista padre Gabriele Amorth, scomparso nel 2016.
In un’intervista del 2012 al quotidiano La Stampa Amorth dice: “Non ho mai creduto alla pista internazionale, ho motivo di credere che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento del cadavere”. E ancora: “Nel giro era coinvolto anche personale diplomatico di un'ambasciata straniera presso la Santa Sede.”
Amorth parla di un gendarme che reclutava le ragazzine e le presentava ai prelati.
Questa intervista ha ovviamente scatenato molte polemiche.
Dal suo sito internet Pietro Orlandi fece sapere che “Amorth lo conosco , ho parlato con lui qualche mese fa, non ha idea di cosa possa essere accaduto ad Emanuela. (...) “Non mi sono mai interessato a questo caso” mi disse “Posso dirti soltanto che le modalità del sequestro sono le tecniche usate dagli adescatori di sette sataniche ma altro, ti ripeto, non saprei cosa pensare”.
Quindi a cosa si riferiva padre Amorth?
L’esorcista si è successivamente lasciato andare a qualche battuta sul fatto che i giornalisti hanno volutamente distorto le sue parole per fare pubblicità al suo nuovo libro, in uscita in quei giorni.
Ma cosa ha scritto padre Amorth nel suo libro?
In uno dei capitoli de L’ultimo esorcista padre Amorth racconta di aver spesso conversato con Luigi Marinelli, autore (all’inizio anonimo) del discusso Via col vento in Vaticano.
Marinelli era indeciso se pubblicare il libro, in cui parla anche di pratiche poco chiare, “che si avvicinano al satanismo”, dice Amorth.
Di seguito l’esorcista scrive:
“Vorrei, in proposito, fare un esempio. Parlare di una vicenda relativamente recente nella quale, a mio avviso, quella parte minoritaria che dentro le sacre mura lavora per il male e non per il bene può aver preso il sopravvento. È la vicenda che prende il nome di Emanuela Orlandi. Emanuela Orlandi è una ragazza di quindici anni, figlia di un dipendente del Vaticano, precisamente di un dipendente che lavora nella prefettura della casa pontificia, uno insomma che nel suo lavoro ha occasione spesso di vedere da vicino il Papa. Emanuela è una ragazza solare e vivace. Improvvisamente il 22 giugno del 1983 scompare. Ancora oggi non è stata trovata. Scompare dopo essere andata a lezione di musica. Emanuela, infatti, suona il flauto presso la chiesa di Sant’Apollinare dove c’è una sorta di conservatorio. Secondo le ultime informazioni raccolte prima della sua scomparsa, Emanuela sale su una macchina nera. Ma non è certo. È sicuro che alle 19.15 è stata vista per l’ultima volta da due compagne di scuola, in corso Rinascimento. Dopo di che di Emanuela non si sa più nulla, sparisce. Pochi giorni dopo appaiono molti manifesti con l’immagine di Emanuela per tutta Roma e con l’appello perché chiunque l’abbia vista nelle ore precedenti o successive alla sua sparizione si faccia avanti. Nei giorni successivi, e ancora nei mesi e negli anni successivi, si dice di tutto riguardo a questo rapimento. Le tesi sulla scomparsa della povera Emanuela restano molteplici. Non voglio elencarle. Voglio soltanto dire cosa penso io.
Premetto però che non parlo perché sono a conoscenza di fatti, ma parlo riportando quelle che sono le mie sensazioni. Le sensazioni che da subito ho provato quando ho saputo della scomparsa della giovane Emanuela. Io penso che una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiede di salire. Credo che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori. O comunque indagare intorno alle persone che in qualche modo conoscevano Emanuela. Perché secondo me solo qualcuno che Emanuela conosce bene può averla indotta a salire su una macchina. Spesso le sette sataniche agiscono così: fanno salire su una macchina una ragazza e poi la fanno sparire. Il gioco è facile purtroppo. Fanno salire in macchina la loro preda, la narcotizzano con una siringa e poi fanno di questa ragazza ciò che vogliono. Beninteso, mi auguro che le cose non stiano in questo modo. Mi auguro che se davvero, come penso, di setta satanica si tratta, almeno questa setta non abbia nulla a che vedere con il Vaticano. Mi auguro che questa storia che sembra non finire mai finisca presto. Ma non mi esimo dal dire che spesso in tutto il mondo scompaiono giovani donne in questo modo. Può sparire una ragazza così vicina a un luogo che dovrebbe essere santo come è il Vaticano? Purtroppo sì. Perché Satana è ovunque. Satana attacca i sacerdoti e le persone che si sono consacrate a Dio, soprattutto. Perché colpire un sacerdote significa trascinare all’inferno tante altre persone.”
Cosa insinua dunque padre Amorth?
Ci sono stati effettivamente in Vaticano questi festini a base di sesso e droghe, dove giovani ragazze venivano violentate da alti prelati?
Emanuela era una di loro? E’ stata rapita, violentata e uccisa, il suo corpo occultato chissà dove?
Padre Amorth parla di sensazioni, non di fatti.
Ma queste sensazioni nascono evidentemente da un malessere reale, di un uomo che conosce il Vaticano e sicuramente conosce il Male.
Nel suo libro padre Amorth ci dice che molte cose descritte da Marinelli in Via col vento in Vaticano sono vere.
Quindi qualcosa di reale c’è.
Amorth ci racconta di una “parte minoritaria che dentro le sacre mura lavora per il male e non per il bene può aver preso il sopravvento.”
Marinelli nel suo libro fa riferimento a infiltrazioni massoniche in Vaticano, una setta segreta che opererebbe principalmente per gestire l’enorme patrimonio vaticano.
Una piovra, così la chiama l’autore, che tira le fila di ogni operazione.
Che in Vaticano non fossero tutti santi lo sapevamo, ma le parole dell’esorcista ci guidano a riflettere sull’entità di questa rivelazione.
Padre Amorth mette insieme alcune cose: la presenza del male nelle “sacre stanze”, un gruppo di prelati dediti alla pedofilia, i rapimenti ad opera delle sette sataniche.
Sembra la trama di un film horror.
Un film che però potrebbe benissimo essere tratto da una storia vera.
Molti dettagli fanno pensare a un fondo di verità in ciò che ha raccontato padre Amorth.
Lo stesso Pietro Orlandi aveva raccontato che nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela i gendarmi del Vaticano erano andati subito ad interrogare certi prelati, noti per il loro interesse per i ragazzini e le ragazzine.
In questo quadro acquista un senso la figura di Enrico De Pedis, che rapisce Emanuela per fare un piacere a un prelato.
Questo gesto di De pedis sarebbe stato ricompensato con una prestigiosa sepoltura in una chiesa Vaticana, la salma del boss della banda della Magliana infatti ha riposato nella basilica di Sant’Apollinare fino al 2012 per volere del cardinale Ugo Poletti, allora presidente della CEI.
La motivazione ufficiale della Santa Sede per questa concessione è che De Pedis era un uomo molto generoso che si prodigò per i poveri.
Ma stiamo pur sempre parlando di uno dei boss di una delle bande criminali più sanguinarie di Italia, un uomo che si è macchiato di numerosi crimini.
Sembra sospetto che l’elemosina per i poveri sia bastata per perdonare e cancellare i peccati di De Pedis tanto da permettergli una sepoltura in una chiesa del Vaticano.
Inoltre la versione della Minardi, nella sua incoerenza e confusione, viene confermata da un altro membro della banda, Antonio Mancini, che dichiara che Emanuela Orlandi era “roba nostra, l’aveva presa uno dei nostri”.
La Minardi cambierà poi versione, dicendo che Emanuela non è stata consegnata da lei ad un prelato ma uccisa e buttata in una betoniera a Torvaianica sei mesi dopo la sua scomparsa.
Prigioniera sì dunque, ma l’epilogo resta confuso.
Ma per conto di chi De Pedis aveva rapito la Orlandi?
Secondo la Minardi il mandante sarebbe stato nientepopodimeno che monsignor Paul Marcinkus, presidente dello IOR al 1971 al 1989.
Antonio Mancini spiegò il rapimento come un messaggio per qualcuno di importante.
La banda della Magliana aveva investito più di 20 milioni delle vecchie lire nello IOR, la banca vaticana, e pretendeva la restituzione della somma.
Ma il Vaticano tergiversava.
“De Pedis è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare perché ha fatto cessare gli attacchi da parte della banda e non solo nei confronti del Vaticano” rivela Mancini a La Stampa.
Dopo la scomparsa della Orlandi i soldi rientrarono, “non tutti” precisa Mancini, ma le ostilità finirono comunque per volere di De Pedis.
Ma che ruolo giocava Emanuela in tutto questo? Perché lei?
Marcinkus, secondo la Minardi, era il mandante del rapimento.
Ma non si capisce perché il monsignore fosse disponibile alla restituzione della somma in quanto in quegli anni lui e papa Wojtyla stavano segretamente finanziando il movimento cattolico polacco Solidarnosc nella sua lotta al comunismo.
Non avrebbe avuto senso rinunciare a tutti quei soldi.
La Minardi non era molto lucida in quel periodo, per sua stessa ammissione la sua memoria è condizionata dall’uso di sostanze stupefacenti.
Forse Marcinkus non era un mandante ma un ispiratore.
Potrebbe aver suggerito involontariamente a De Pedis di rapire la ragazza sapendo che era nelle simpatie perverse di qualche prelato vicino a Woytila? Qualcuno che avrebbe volentieri restituito il debito con la banda della Magliana pur di riavere Emanuela?
Monsignor Marcinkus e De Pedis erano in contatto, forse il prelato si era lasciato sfuggire qualche pettegolezzo, e un uomo così importante in Vaticano sicuramente conosceva le debolezze di molti uomini della Chiesa.
Perfino lui aveva rischiato di finire intrappolato in uno scandalo, una falsa denuncia di violenza sessuale, un complotto per evitare che lui e papa Giovanni Paolo II continuassero a finanziare la causa anticomunista in Polonia.
La trappola però non si era mai concretizzata perché la donna incaricata di accusarlo, Jeanette Bishop, era morta in circostanze misteriose.
Jeanette, nota come baronessa Rothschild grazie al primo matrimonio con l’erede dei banchieri londinesi Evelyn Rothschild, e la sua governante e confidente friulana Gabriella Guerin scomparvero nel novembre del 1980, i loro resti furono trovati solo nel 1982, sui monti Sibillini.
La Bishop era in rapporti di amicizia con monsignor Marcinkus, poteva quindi avvicinarlo e creare lo scandalo. O forse i loro rapporti erano veramente intimi, non ci è dato saperlo.
La baronessa che non era vicina solo a Marcinkus ma anche a Sergio Vaccari, antiquario italiano residente a Londra ucciso con 15 coltellate nel 1982.
Vaccari che muore a Londra come Roberto Calvi, di cui era amico.
Quel Roberto Calvi, il banchiere di Dio, presidente del Banco Ambrosiano, morto suicida sempre a Londra tre mesi prima, impiccato al ponte dei Frati neri…
Ma questa è un'altra storia.
Nella versione di padre Amorth si incastra perfettamente anche la rivelazione di Vatileaks, la fuga di notizie di cui abbiamo parlato prima.
Nel 2012 scoppia il caso Vatileaks, e spunta un dossier che parla di spese sostenute per il mantenimento a Londra di Emanuela Orlandi.
Il documento, che precisiamo non è mai stato autenticato e manca di molte pagine, ci racconta la storia di una ragazza rapita e tenuta prigioniera a Londra per anni, per la quale sono state sostenute diverse spese tra cui spiccano per importanza quelle mediche e ginecologiche.
Monsignor Georg Gaenswein, che fu segretario particolare di Ratzinger in Vaticano,
è coautore del libro “Nient’altro che la verità”, in cui cita il caso Orlandi: «Non ho mai compilato alcunché sul caso Orlandi. Per cui questo fantomatico dossier non è mai stato reso noto unicamente perché non esiste. (...) Ovviamente, nel contesto del Vatileaks non poteva mancare l’aggancio con la terribile vicenda del sequestro di Emanuela Orlandi, che da decenni riemerge periodicamente sulla stampa, con rivelazioni più o meno attendibili e significative. Mi fu garantito che era stato fatto quanto possibile per aiutare la famiglia Orlandi e di tutte queste informazioni feci dovuta comunicazione a Papa Benedetto. (...) Pure Giani (Capo della gendarmeria, nda) consultò la documentazione dell’epoca e concluse che non c’era stata alcuna notizia tenuta nascosta alla magistratura italiana e che nel frattempo non erano maturate ulteriori ipotesi riguardo alle quali poter approfondire le indagini in Vaticano.”
Un dossier sospetto quello su Emanuela, che sembra scritto frettolosamente per creare uno scandalo. 
Ci sono però dei dettagli che fanno riflettere.
Il documento sembra una lista di spese sostenute per la gestione del caso Orlandi, spese avvenute tra il gennaio 1983 (sei mesi prima della scomparsa di Emanuela) e il luglio 1997, per un totale di 483 milioni di lire.
Se crediamo a Vatileaks Emanuela sarebbe stata quindi tenuta prigioniera per tanti anni a Londra, dove forse riceveva visite da parte di qualche prelato, come risulta dal dossier alcune voci sono dedicate alle spese di viaggio di uomini del Vaticano.
Tra le spese spunta il nome del presidente della CEI cardinale Ugo Poletti, che avrebbe ricevuto 80 milioni di lire tra il 1988 e il 1993. 
Poletti, l’uomo che aveva concesso a Enrico De Pedis la sepoltura in Sant’Apollinare.
Non si può però ancora chiudere il cerchio.
Amorth scrive, ricordiamo: “Una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiede di salire. Credo che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori.”
Ci dobbiamo chiedere chi ha avvicinato Emanuela, sarebbe da capire di chi si fidava così tanto da seguirlo senza timori.
Forse proprio qualcuno che lei vedeva spesso in Vaticano, forse un sacerdote, che nascondeva le sue cattive intenzioni dietro la rispettabilità di un abito talare?
Emanuela era cattolica, cresciuta in Vaticano, non è strano pensare che si sarebbe fidata di un prete che la avvicina e le dice di salire in macchina, magari con la scusa di portarla a casa velocemente dato che erano già le 19 passate.
Potrebbe essere stato De Pedis a incontrare e agganciare Emanuela?
Il boss aveva amicizie in Vaticano, è possibile che la ragazza lo avesse visto in compagnia di qualche sacerdote e lo vedesse come una persona degna di fiducia, tanto da salire in macchina con lui?
O forse c’era qualcuno con De Pedis, qualcuno di cui Emanuela si fidava?
Amorth scrive: “(Emanuela) suona il flauto presso la chiesa di Sant’Apollinare dove c’è una sorta di conservatorio.”
Di nuovo Sant’Apollinare, la stessa chiesa dove poi sarà seppellito De Pedis.
Lo aveva già visto lì, nella chiesa, insieme a qualcuno che lei conosceva?
Piccoli pezzi di un mosaico che si incastrano ma non mostrano mai un quadro risolutivo della vicenda.
Nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi ogni tassello sembra confermare perfettamente altre ipotesi, ma allo stesso tempo le smentisce lasciando nuovi dubbi.
Troppe possibilità, variabili, troppe bugie e omissioni.
Pietro Orlandi da sempre dichiara che la verità è in Vaticano, che in molti la conoscono, devono solo avere il coraggio di raccontarla: “Ho sempre sostenuto che la responsabilità di quanto successo ad Emanuela parte in Vaticano, che Papa Giovanni Paolo II era a conoscenza del fatto e lo sono anche Ratzinger e papa Francesco. All'interno del Vaticano c'è un fascicolo, un dossier che racconta quella verità, che non viene raccontata perché è pericolosa per l'immagine del Vaticano.".
Speriamo che con queste nuove indagini emerga finalmente questa verità che la famiglia Orlandi attende da sempre e che Emanuela ottenga finalmente giustizia per questi 40 anni che le sono stati rubati.





















domenica 1 gennaio 2023

Buio in sala: la tragica fine di Judith Barsi


Nel 1989 esce al cinema un cartone intitolato Charlie, anche i cani vanno in Paradiso.
Il film, diretto dal famoso regista Don Bluth, parla di un cane, Charlie, che vive di espedienti e truffe, incurante del prossimo. In cerca di vendetta contro uno spietato criminale farà la conoscenza di una bimba orfana, Anne Marie, che è capace di comprendere con tutti gli animali e di parlare con loro.
Inizialmente Charlie sfrutta la bambina per il suo tornaconto, ma poi grazie a lei si rende conto dell'importanza di essere generosi e onesti, e arriverà addirittura a dare la vita per salvare Anne Marie, guadagnandosi così il Paradiso.
È forse il film più controverso girato dal regista Don Bluth, che aveva abituato il pubblico a film come Fievel sbarca in America (del 1886) e Alla ricerca della valle incantata (del 1988).
Il pubblico e la critica infatti lo ritengono un cartone più adatto agli adulti viste le tematiche cupe che tratta in modo esplicito come ad esempio la rappresentazione della malavita organizzata, la morte, la violenza.
C'è anche probabilmente un altro motivo per cui questo film suscita nel pubblico un particolare senso di disagio.
Nei titoli finali del film, mentre suona la canzone Love survives, si poteva leggere "In loving Memory of Judith Barsi, 1978-1988".
Judith Barsi è la doppiatrice di Anne Marie, aveva 10 anni ed è morta quattro mesi dopo aver finito di lavorare a questo film.
La sua storia è ancora oggi una delle vicende più drammatiche del cinema americano.
Judith Eve Barsi nasce nel 1978 da due emigrati ungheresi, Joszef Barsi e Maria Virovacz.
Il padre lavorava come idraulico, la mamma era una cameriera.
Da subito Maria cerca di trasformare la figlia in una star.
Corsi di portamento, dizione, canto, a 5 anni la iscrive a pattinaggio artistico e proprio durante un'esibizione viene notata da un talent scout.
Non aveva ancora compiuto 10 anni la piccola Judith, ed era già apparsa in 72 di spot pubblicitari e aveva recitato in serie di successo come Ai confini della realtà, Love boat, Con cin.
Nel 1987 si aprono per lei le porte del cinema, Judith recita nel film Lo squalo 4, e poco dopo viene scelta da Don Bluth per dare la voce al piccolo dinosauro Ducky ne Alla ricerca della valle incantata.
Grazie ai guadagni di Judith la famiglia Barsi si trasferisce in una bellissima villa nella San Fernando Valley.
E la sua carriera era solo all'inizio, e in ascesa.
Il regista Don Bluth la definì un talento straordinario e naturale e la chiamò nuovamente un anno dopo per fare un'audizione per un altro film, questa volta per un ruolo ancora più di spicco e da protagonista, quello di Anne Marie in Charlie, anche i cani vanno in Paradiso.
Conosceva già il regista, era un'attrice bambina apprezzata nell'ambiente, questa audizione sembrava essere giusto un pro forma per Judith.
E invece successe qualcosa.
Fu in questo periodo che la sua agente Ruth Hansen, specializzata nel rappresentare attori bambini, iniziò a notare qualcosa di inquietante.
Judith che di solito era una bimba allegra e solare era diventata schiva, nervosa, era ingrassata notevolmente, una forma di fame nervosa e bulimica, e aveva iniziato a strapparsi le sopracciglia. 
Le raccontò anche di aver strappato più volte i baffi al suo gatto.
La prova definitiva di questo disagio mentre provava una canzone per il film Charlie insieme alla sua agente.
Judith iniziò a piangere in modo isterico, senza riuscire a dire una parola.
La Hansen disse a Maria che doveva portare Judith da uno psicologo.
Lo specialista riconobbe subito i segni di abusi fisici ed emotivi e immediatamente contattò i servizi sociali che aprirono un'indagine.
Ciò che emerse fu aberrante.
Joszef era un alcolista cronico, violento, regolarmente abusava della moglie e della figlia.
Costringeva Judith a prendere ormoni della crescita, la bimba era di statura bassa e non veniva mai scelta interpretare ruoli della sua età ma sempre bimbe più piccole, e questo infastidiva Joszef che vedeva solo i mancati guadagni.
Dall'altra parte però non sopportava il fatto che moglie e figlia passassero molto tempo fuori città per il lavoro di Judith.
Col tempo diventava sempre più geloso, paranoico, spesso riferiva alla moglie che avrebbe ucciso lei e la figlia.
Una volta, racconta un amico, rifiutò di raggiungerle mentre erano in trasferta e addirittura minacciò la figlia ricordandole di una precedente minaccia fattale quando stava girando Lo squalo, "Se non torni a casa vengo a cercarti e ti taglio la gola".
Fu anche fermato in stato di ebbrezza tre volte ma mai arrestato.
La moglie andò dalla polizia a denunciare la situazione, ma non essendoci un riscontro di violenze fisiche non si poté procedere.
Dopo questo episodio Joszef non bevve più ma continuò a minacciare moglie e figlia di ucciderle, di bruciare la casa.
In molti episodi di rabbia colpì Judith con padelle e pentole.
Gli abusi erano anche di tipo psicologico.
Un vicino di casa riferì che un giorno vide la famiglia in giardino, a Judith fu regalato un aquilone, Josfez glielo strappò dalle mani.
La bimba si mise a piangere per paura che il papà le rompesse il giocattolo, e infatti Josfez la prese in giro, chiamandola "ragazzina viziata", e distrusse l'aquilone.
Judith si confidò con amici di famiglia raccontando di quanti fosse terrorizzata all'idea di tornare a casa, di come il papà spesso minacciasse lei e la mamma.
Incredibilmente l'indagine dei servizi sociali si chiuse semplicemente con la promessa di Maria di lasciare il marito violento e di iniziare una terapia con sua figlia in un'altra città.
Nonostante assistenti sociali e amici insistessero affinché si separasse subito Maria tergiversava, ritardando la sua decisione. 
Un vicino le offrì ospitalità ma lei rifiutò.
Maria trovava sempre una scusa per evitare la separazione, ad esempio disse che avrebbe lasciato il marito dopo giugno per non rovinare il compleanno a Judith. 
La verità era che Maria non voleva perdere la casa e tutti i beni accumulati in quegli anni grazie al lavoro di Judith, e così decise di restare.
Maria e Joszef diventarono dei separati in casa, i rapporti tra i coniugi si fecero gelidi, Josfez non riuscì mai a farsi perdonare.
L'uomo continuò a covare la sua paranoia, la sua rabbia.
Era così terrorizzato dall'idea di rimanere senza la sua famiglia da nascondere alla moglie la notizia che un suo parente in Ungheria era morto, così da evitare che Maria partisse per andare al funerale, lasciandolo solo.
Nel frattempo Judith aveva doppiato il personaggio di Anne Marie nel nuovo film di Don Bluth Charlie anche i cani vanno in Paradiso.
Quattro mesi dopo la fine della lavorazione si consumò la tragedia.
Josfez capì di essere un uomo sull'orlo del baratro, un fallimento, e decise di farla finita.
Ma come tutte le persone narcisiste credeva che senza di lui la sua famiglia non avesse ragione di esistere.
Una dinamica che purtroppo conosciamo fin troppo bene.
Il 25 luglio 1988 Judith avrebbe dovuto fare un provino presso gli studi di Hanna e Barbera, ma non si presentò.
I produttori contattarono Ruth Hansen che disse di aver ricevuto una telefonata da Joszef in cui riferiva che Judith e Maria erano salite su una macchina lussuosa e stavano andando a San Diego.
Ma la realtà era purtroppo diversa.
Il 25 luglio Josfez aspettò che Judith andasse a dormire, poi entrò nella sua stanza e le sparò in testa.
Uscì dalla stanza, raggiunse Maria e le sparò.
Per i due giorni successivi rimase chiuso in casa, camminando per le stanze senza fare nulla. Telefonò a Ruth Hansen e le disse che se ne sarebbe andato lasciando la famiglia, ma che prima doveva dire addio a sua figlia.
Poi prese della benzina, la versò sui corpi di Judith e Maria e diede loro fuoco.
Spente le fiamme Josfez andò in garage e si sparò alla testa.
Un vicino che annaffiava il prato sentì lo sparo e avvertì la polizia che scoprì i corpi di vittime e carnefice.
La notizia sconvolse il pubblico che ricordava questa piccola attrice di talento che aveva partecipato a tante serie di successo, e non potè non notare una drammatica analogia: in un episodio della miniserie Fatal vision Judith aveva interpretato una bambina che viene assassinata dal padre.
Un aneddoto che da poco è stato ricordato da Don Bluth riguarda la reazione di Burt Reynolds, che nella versione originale dà la voce al cane Charlie, alla morte della piccola collega.
Burt Reynolds dovette girare l'ultima scena del film, quella del commiato tra Charlie e Anne Marie, più di 50 volte.
Le battute della bambina erano state registrate poco prima che Judith morisse, e nel sentire la sua voce Reynolds non poteva fare a meno di commuoversi e scoppiare a piangere, l'emozione che traspare nella sua interpretazione è reale.
Quella di Judith Barsi è una tragedia annunciata, a cui in molto hanno assistito senza fare nulla.
Nelle interviste ad amici e colleghi infatti la frase ricorrente era sempre "forse avrei potuto fare qualcosa".
Uno scrupolo che purtroppo è arrivato troppo tardi.


giovedì 15 dicembre 2022

Yule e Natale, un intreccio di inverno.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.
Come abbiamo detto più volte le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Oggi parliamo della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate, in favore della nuova stagione agricola.
Yule, il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Si creavano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni.
In questi giorni era usanza accendere fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo.
Il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano, a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifoglio, vischio.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
I rami venivano poi fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessero proprietà magiche e terapeutiche.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
Una figura che, scherzando, potremmo definire un pò San Nicola e un pò Krampus.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Pensiamo alla corona dell’Avvento, la corona di sempreverde, un simbolo pagano di prosperità che diventa distintivo di un tempo liturgico cristiano.
Col tempo il simbolismo di Yule è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
In questo tempo natalizio quindi celebriamo non solo la gioia cristiana della venuta di Cristo, ma tendiamo la mano a un tempo antico, e lo facciamo rivivere nelle nostre luci, nei rami di abete, nelle melodie che scandiscono questi giorni. 



domenica 27 novembre 2022

La luce dell'Avvento, una strada verso il Natale.



Oggi accendiamo la prima candela della corona dell'Avvento, e ne approfitto per parlarvi di 
questo tempo liturgico che precede il Natale e ci prepara ad esso. 
Avvento deriva dal latino "adventus", "venuta".
Nella chiesa cattolica, luterana e anglicana l'avvento è attesa del Natale e quindi della nascita di Gesù Cristo (che in realtà non è nato in questo giorno ma ne parleremo più avanti), dura quattro settimane e segna l'inizio dell'anno liturgico.
Il tempo dell'Avvento inizia con il vespro della sera della prima domenica e finisce la era della Vigilia di Natale.
Nelle chiese orientali invece questo periodo è lungo 40 giorni, infatti viene chiamato anche quaresima natalizia.
Nei primi secoli del cristianesimo l’Avvento si celebrava partendo dal giorno di San Martino, l’11 novembre, e terminava il 6 gennaio.
In queste settimane si praticava il digiuno in alcuni giorno prestabiliti.
Papa Gregorio Magno fu il primo a modificare la celebrazione dell’Avvento, stabilendo che il tempo liturgico dovesse essere di quattro settimane, come già avveniva nella Francia di Carlo Magno.
Nonostante la decisione del Papa in molte nazioni la celebrazione dell’Avvento rimase di sei settimane.
Fu solo nel 1507 con Papa Pio V, spronato anche dalle decisioni prese anni prima dal Concilio di Trento, che venne stabilito come regola il tempo liturgico di quattro settimane.
La chiesa ortodossa invece ancora oggi celebra un Avvento di sei settimane.
L’Avvento è un periodo ricco di tradizioni antiche, come il pulire la casa in preparazione delle feste e iniziare ad addobbare gli ambienti, in particolare con lanterne, luci e rami di piante sempreverdi.
Gesti antichi che hanno origine alla festa pagana di Yule, di cui parleremo più avanti. 
A riguardo, una delle tradizioni più conosciute e celebrate di questi giorni è indubbiamente l'accensione delle candele della corona dell'Avvento.
Ornamento circolare originario delle regioni teutoniche fin dal 1600, diventerà di uso comune solo alcuni secoli più tardi.
La corona è composta da rami di sempreverde che racchiudono quattro candele, solitamente l'usanza ne vorrebbe tre viola e una rosa, i colori dei paramenti dei sacerdoti durante l’Avvento, le quali vengono accese al ritmo di una ogni domenica per le quattro settimane precedenti al Natale.
L'accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre, nel cristianesimo è legata alla sempre più prossima venuta di Gesù Cristo.
C’è un preciso simbolismo anche nelle candele della corona dell’Avvento.
Esse hanno anche un nome, o meglio, ne hanno addirittura due, uno legato alla tradizione biblica e uno che potremmo definire laico.
È interessante questa scelta, che sembra voler lasciare integro quel filo che collega le celebrazioni pagane dell'inverno con il Natale.
Un legame indissolubile e che non va mai dimenticato.
La prima domenica si accende la candela del Profeta, è la candela della Speranza.
I profeti ci hanno annunciato l'arrivo di un uomo, un Messia, che cambierà il mondo, lo renderà migliore. Impossibile non riempire i cuori di speranza di fronte a tale rivelazione.
La seconda candela della corona dell’Avvento è detta "di Betlemme", è la candela della Pace.
Non a caso si accende dopo quella della Speranza, perché come si può portare la pace nel mondo se non iniziando a sperare che esso possa cambiare, che l'umanità possa cambiare? 
E il cambiamento deve iniziare prima di tutto da noi, dal nostro atteggiamento.
Terza domenica d’Avvento, la Speranza si trasforma in una nuova emozione calda e avvolgente, si accende la candela della Gioia.
È detta anche candela "dei Pastori", coloro che appunto con estrema letizia testimoniarono la venuta del Messia. È felicità nella sua forma più luminosa. 
La quarta e ultima domenica d’Avvento si conclude con la progressiva accensione di queste candele, immagine della battaglia del Sole contro le Tenebre, e con l’ultima candela, quella dell’Amore o "degli angeli", possiamo celebrare la vittoria della Luce in tutto il suo splendore. 
Perché in fondo Natale nella sua essenza più pura non è altro che amore.



giovedì 27 ottobre 2022

Le tradizioni italiane di Samhain, un viaggio tra le regioni.


Tra il 31 ottobre e il 2 novembre celebriamo il ricordo dei nostri cari estinti, e da secoli lo facciamo nel modo che potremmo considerare più congeniale a noi italiani: cucinando.
Apparecchiare la tavola e cucinare per i defunti è una tradizione diffusa in tutta Italia.
In molte regioni si lascia la tavola apparecchiata, in modo tale che i morti possano sedervisi durante la notte e consumare un frugale pasto.
I cibi tipici di queste tavole imbandite sono le castagne, i legumi, le noci e le fave, i fichi, e ovviamente i pani dei morti, ogni regione ha una sua peculiare ricetta.
 Vi porto a fare un viaggio, che percorrerà tutta la nostra Penisola.
Pronti, tutti a bordo!
Attraversiamo il mare per conoscere le tradizioni delle nostre bellissime isole.
In Sicilia è radicata la credenza per cui la notte tra il 1° e il 2 novembre gli spiriti dei morti tornino nel mondo dei vivi, per recarsi di casa in casa a lasciare un regalo per i bambini.
I racconti parlano di vere e proprie processioni. Secondo Giuseppe Pitrè, storico ottocentesco esperto di tradizioni siciliane, esiste una vera e propria gerarchia in queste pellegrinaggi: nel suo Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889) ci racconta che in prima fila troviamo “...vestite di bianco le anime dei morti in grazia di Dio, le seconde schiere son vestite di nero e sonle anime dei dannati, le ultime sono vestite di rosso e sono le anime degli uccisi. Ciascuno di questi morti ha un braciere sul capo.”
Questa luce, che guida le anime, ricorda molto le leggende di un’altra isola molto lontana, l’Irlanda e il suo Jack O’Lantern.
I morti che tornano a visitare le case delle loro famiglie quindi non sono solo spiriti benevoli, Pitrè mette in guardia anche da quelle anime tormentate che potrebbero addirittura cavare gli occhi ai bambini più curiosi, intenti a spiare il loro passaggio.
E’ tradizione riunirsi e recitare insieme il rosario in onore dei morti, e i bambini sono coinvolti nella realizzazione di una carta fiore tutta intagliata usata per coprire i vassoi delle pietanze.
Per i morti si lasciano infatti cibi e bevande.
Nel messinese i bambini lasciano un bicchiere d’acqua per dissetare le anime, che soddisfatte lasceranno sicuramente un regalino per loro.
In molte città siciliane si crea u pupu, un pupazzo di zucchero che ha le sembianze dei Pupi del teatro tradizionale, e scarpette di zucchero da regalare ai più piccini.
I bambini onorano i defunti preparando cestini con dei mandarini e della frutta secca, in modo che gli spiriti vengano da loro a raccontare delle storie, i loro doni dall'aldilà.
La mattina del 2 novembre in molte famiglie si fa colazione con la muffoletta, ovvero un panino caldo salato con le acciughe, e dopo ci si reca al cimitero per un saluto ai defunti.
Si portano i fiori e i lumini sulle tombe dei propri defunti e poi si torna a casa per mangiare.
Si assaggia il vino nuovo e alla fine del pasto si mangiano le castagne arrostite e le paste di mandorla, dei biscotti tipici chiamati bersaglieri o toto.
A volte ci si ferma a mangiare proprio al cimitero, per rendere anche le anime dei familiari partecipi del banchetto.
Un altro dolce tipico della Sicilia che si mangia nel periodo delle festività dei morti è la pasta reale o frutta martorana, sono dei dolci che hanno la forma esatta della frutta.
Si prepara un pane particolare, detto cùcchia ad Augusta e panuzzeddo re morti a Siracusa giusto per fare qualche nome, che viene preparato il 2 novembre e regalato ai poveri, in cambio di preghiere per le anime dei cari defunti.
I bambini si vestono con vecchie lenzuola, portano con sé lanterne accese e vagano di casa in casa, nella speranza di racimolare dolciumi.
Tradizione che ci ricorda il più noto “trick or treat”, ma che è molto più antica.
Salpiamo ora verso le coste della Sardegna.
Anche qui è usanza i primi di novembre celebrare il ritorno dei morti.
Nelle tradizioni sarde vi è un sacro timore molto radicato che pervade ogni celebrazione.
Pane appena sfornato, prosciutto, formaggio, porzioni di arrosto e brocche di acqua fresca sono lasciate sugli usci, in modo che i morti possano rifocillarsi.
La tavola viene imbandita anche tenendo conto della presenza delle anime dei propri cari.
Si cucinano i maccheroni e gli gnocchi, tirati a mano a casa, e si riempie un piatto anche per chi arriverà durante la notte.
E’ un modo per esorcizzare la paura di questa visita dall’aldilà. 
Perché l’umore degli spiriti è sempre incerto.
Infatti si consiglia di non lasciare utensili appuntiti sulla tavola, perché uno spirito potrebbe usarlo per ferire un vivente.
Il 2 novembre c’era la tradizione, ormai desueta, di non fare le pulizie domestiche, perché se uno spirito passasse di là in quel momento lo vedrebbe come un tentativo di mandarlo via in modo maleducato.
Scrive Ofelia Pinna nel suo Riti funebri in Sardegna (1921): “Appena la campana comincia a suonare a morto si sospendono le faccende domestiche. ...nessuno deve pettinarsi, né spazzare la casa. Perché i morti vanno a visitare i parenti e camminano invisibili per le stanze. Con le immondizie si butterebbero le povere anime.”
Il 2 novembre qualunque attività che può disturbare il passaggio dal mondo dei morti a quello dei vivi andava interrotta.
Anche zappare, bruciare delle sterpaglie può interferire con il passaggio delle anime.
La pena era la morte di un famigliare entro l’anno.
Anche in Sardegna i bimbi si presentano di casa in casa e ricevono un dolcetto come pegno per le loro preghiere, la tradizione del “is animasa” nel cagliaritano o del "su mortu mortu" in molte altre zone, ovvero l’obolo per le anime.
Questa offerta è detta anche sa paniscedda ad Oristano, i bambini ricevono castagne, noci, fichi, oppure dolcetti casalinghi.
Gli adolescenti invece intonano canzoncine che minacciano dispetti, come quella che parla di Sant’Anna pronta a mozzare le mani ai più tirchi, una sorta di antico trick or treat sardo.
In Sardegna si cucina un dolce che accompagna la giornata che viene chiamato s'ossu e mottu (appunto osso di morto) fatto con zenzero e cannella.
Il fuoco è un elemento di Samhain anche in sardegna.
Le donne preparano su tumulo, un braciere con fuoco profumato con incenso o rosmarino, e si recano con esso sulle tombe dei defunti, e lì recitano preghiere in loro memoria.
Scoprendo le tradizioni delle nostre isole diventa ancora più evidente quanto le tradizioni europee di Samhain siano tutte legate da un filo invisibile, e che si ripetano nonostante le loro peculiarità.
E si rafforza il concetto per cui queste celebrazioni ci appartengono, di quanto esse siano nostre, europee e soprattutto italiane.
Lasciamo le isole, attracchiamo, risaliamo lo stivale per scoprire le tradizioni di Samhain delle regioni del Sud Italia.
Nelle terre di Puglia i morti tornano tra i vivi tra il primo e il 2 novembre vestiti di bianco e facendosi strada con la luce di una lanterna, passeggiando pregano per le strade e le campagne.
Queste anime qualche volta entrano nelle case, per cui bisogna preparare per loro una tavola imbandita con pane, palme benedette, un bicchiere di acqua santa e un lume.
Si cucinano granturco e grano conditi col vino cotto.
I defunti lasciano delle calze, le cavezzette di murte, per i bambini, colme di dolcetti o di carbone, a seconda di come si sono comportati durante l’anno. Una tradizione che ricorda quella dell’Epifania, ed è più antica.
Mentre la tradizione della Befana che giunge di notte a riempire le calze sarà introdotta in tutta Italia solo durante il fascismo, in Puglia era già un’usanza popolare preparare.
E’ tradizione chiedere preghiere per i defunti in cambio di offerte di cibo, ma non solo, infatti era usanza cantare l’anima dei morti, ovvero ci si recava di casa in casa offrendo canzoni per allietare le serate delle famiglie più abbienti, in cambio di una piccola mancia.
Una pietanza tipica è il pane de li murte, un pane cotto appositamente per essere donato specialmente ai più poveri, insieme a castagne, carrube, melograni.
Chi può permetterselo infatti in quei giorni opera una piccola beneficenza in onore dei propri cari defunti.
Una tradizione pugliese che richiama molto la festa di Halloween la troviamo nel foggiano, dove è uso intagliare delle piccole zucche che vengono chiamate coccie priatorje, le teste del Purgatorio. Queste lanterne servono a rischiarare la via dei defunti in processione.
Arriviamo in Campania, dove si compra il pane dei morti alle bancarelle, una tradizione molto antica che segna il vero inizio dell'inverno.
Nell’avellinese si credeva che la notte del 2 novembre i morti tornassero sulla terra per partecipare a una messa, dove il celebrante era anch’esso un defunto.
Le famiglie lasciavano sul davanzale delle finestre una bacinella d’acqua, si credeva fosse possibile vedere riflessa l’immagine della processione delle anime.
Anche in Campania è tradizione recarsi di casa in casa per chiedere soldi in cambio di preghiere per le anime del Purgatorio; ai poveri vengono donati legumi, fichi e noci, con la promessa che reciteranno il rosario in suffragio delle anime.
Negli anni passati si cucinava anche una particolare pietanza, il sanguinaccio dolce, preparato con cioccolato...e sangue di maiale!
Anche in Basilicata si lasciano cibo ed acqua sui davanzali delle finestre come dono per i defunti che tornano a visitare il mondo dei vivi.
La processione di anime vedeva passare prima i bambini, poi i giovani, gli adulti, i vecchi e infine gli storpi.
L’ultimo morto dell’anno guidava la processione suonando un campanello.
Chi era deceduto di morte violenta o era morto fuori dalla grazie ecclesiastica, sepolti fuori dalle mura urbane, seguiva il corteo con un senso di smarrimento, tenendo il suono del campanello come indicazione su dove andare.
In Basilicata si può vedere questa processione di anime riflessa nell’acqua di un catino, e i defunti lucani ci tengono a celebrare una loro messa, alla quale i vivi non possono partecipare, pena la morte. 
Sono dispettosi i morti della Basilicata. Bloccano le strade mettendosi di traverso sulla via, sotto forma di cavalli bianchi, oppure si nascondono sotto ai letti dove emettono rumori spaventosi.
Il 2 novembre i giovani accendono falò nei pressi dei cimiteri e giocano, per esorcizzare la morte.
In Calabria usava mangiare vicino ai cimiteri o addirittura vicino alle tombe, come a voler coinvolgere i propri cari in questi banchetti.
Nei pressi dei tumuli si accendevano fuochi per allietare la venuta dei defunti.
Anche qui è uso lasciare la tavola colma di cibo per gli spiriti.
Si beve vino novello e si mangiano salumi in onore dei morti.
Le processioni delle anime hanno un loro ordine anche in terra calabrese, ed esiste una differenza tra le anime, ci sono infatti quelle buone che procedono con rigore e silenzio, invece quelle cattive, ovvero dei morti ammazzati o deceduti fuori dai sacramenti della religione, passeggiano inquiete, facendo rumore, spaventando i vivi.
I forestieri venivano accolti in casa e rifocillati, infatti c’era la possibilità che uno di essi fosse in realtà uno spirito venuto a ricongiungersi coi propri cari anche se solo per un giorno.
La mancanza di ospitalità poteva essere severamente punita dalle anime di passaggio.
Tante regioni, tante tradizioni che si rincorrono e si ritrovano nella loro similarità.
Le radici di Samhain anche qui sono profonde e si allargano, abbracciando la punta tutta del nostro stivale.

Ci rimettiamo in marcia, e camminando camminando arriviamo nel Centro Italia.
Re delle tavole di queste regioni è senza dubbio il castagnaccio, preparato in modo diverso a seconda delle zone. La castagna dopotutto è un frutto autunnale che possiede una ricca simbologia legata al mondo dei morti.
In Emilia Romagna nei giorni dei morti avvenivano i traslochi rurali a causa della scadenza dei contratti agricoli, per questo le giornate erano vissute con molta solennità.
I riti di accoglienza dei defunti prevedevano il lasciare cibi e bevande per gli spiriti affamati. Si sparecchiava degli avanzi della cena e si apparecchiava nuovamente la tavola. Il fuoco domestico doveva essere lasciato acceso per permettere agli spiriti di riscaldarsi.
Di buon mattino il 2 novembre si usciva di casa, per lasciare che gli spiriti potessero entrare, mangiare e dormire in quelli che furono i loro letti.
Piatti tipici di questi giorni sono le fave dei morti, la tibùia che è una torta di sfoglia farcita di formaggio ed è di origine ebraica, inoltre si preparava il sanguinaccio, dolce di cioccolato e sangue di maiale. 
Le castagne qui vengono bollite con i semi di finocchio, dando vita a un piatto chiamato 
plon.
Le pere bollite insieme alle castagne andavano a formare un altro piatto, le balitt e per bianchètt.
Nel ferrarese si prepara il cuscino dei morti, cussin d’i mort, si tratta di una piccola scatola colma di terra in cui si piantavano dei semi. Questo piccolo sememzaio andava preparato alcune settimane prima dei giorni dei morti, così da dare al tempo alle piante di germogliare e diventare un morbido cuscino da portare sulle tombe per gli spiriti.
Anche in Emilia Romagna i bambini si recano di casa in casa per le questue, promettono preghiere per i defunti in cambio di dolcetti e frutta secca.
Per le famiglie più povere era l’occasione per sfamare i propri figli, questa usanza era infatti detta anche a la fasulera, proprio perché spesso i questuanti erano ricompensati con una minestra di fagioli.
Intagliare le zucche è tradizione antica in molti comuni emiliani e romagnoli, queste lanterne venivano poi lasciate sulle finestre o infilzate su un bastone, da portare in processione.
Veniamo all’Umbria, dove si cucinano dei dolci alle mandorle che vengono chiamati “fave dei morti” per la loro forma.
Anche qui i morti tornano a visitare la casa natìa, e quindi bisogna accoglierli nel modo più appropriato.
Si lasciano dolci e bevande sul tavolo, e si accendono i focolari per rischiarare la via e riscaldare le anime in visita.
Nel Lazio si mantiene il legame con i propri cari estinti consumando dei pasti frugali accanto alle loro tombe, o nelle vicinanze dei cimiteri.
Nella nostra capitale era facile imbattersi in rappresentazioni piuttosto macabre all’ingresso dei cimiteri. Drappi neri, quadri che ritraevano le anime dannate bruciare tra le fiamme dell’inferno, a volte venivano esposti veri cadaveri.
Anche nel Lazio la questua era un momento importante di queste giornate, dove i bambini offrivano le loro preghiere in cambio di qualcosa da mangiare.
Anche nelle Marche si cercava di instillare un sacro timore della morte esponendo nei cimiteri ossa umane, una sorta di memento mori molto vivido.
Si cucinavano minestroni di fave da elargire alle famiglie di questuanti, oppure si abbrustolivano le castagne zuccherate o bagnate dal liquore.
Le campane marchigiane risuonavano più volte al giorno.
In Toscana si credeva che gli spiriti in visita nella notte di Samhain potessero favorire la prosperità dei raccolti dell'anno successivo, per questo si preparavano dolciumi da donare loro sulle tavole imbandite e si imbastivano morbidi giacigli per far riposare i defunti in visita.
Infatti in Toscana i morti tornavano sulla terra facendo lunghe processioni dette andade.
In alcuni comuni si organizzano delle aste di beneficenza, dove la popolazione mette in vendita vino, pollame, torte, e il ricavato viene consegnato al parroco che reciterà delle preghiere in suffragio delle anime del Purgatorio.
Era un periodo in cui ci si dedicava anche alla beneficenza, spesso per i bambini orfani, che si recavano di casa in casa a chiedere qualche offerta. Sui loro vestiti veniva cucita una larga tasca per invogliare la gente a donare.
Giungiamo infine in Abruzzo e Molise.
Nel territorio abruzzese le famiglie abbienti preparavano un lauto banchetto per i morti. Ciò che avanzava la mattina successiva era donato ai poveri, ovviamente in cambio di preghiere per i cari defunti.
E’ importante lasciare sempre i lumi e i fuochi accesi, essi sono guida e ristoro per le anime.
Guai a spegnere le lanterne, ci si troverebbe a diventare morto tra i morti.
E’ possibile spiare i morti, con qualche accortezza. Mettendo un setaccio davanti agli occhi si può vedere la processione delle anime, avvolte in candide lenzuola.
Nel pescarese esiste la tradizione delle anime de le morte, dove si svuotano le zucche e le si usano come cestini per la questua dei bambini.
In Molise si preparano calzette piene di dolciumi per i bambini, si diceva loro che erano doni dei morti.
Spesso si lascia sul davanzale una scarpa, segno che i morti possono accomodarsi, rifocillarsi e possono poi riprendere il cammino comodamente.
Il centro Italia presenta dunque tante tradizioni simili, che abbiamo trovato anche nel Sud Italia. 
Possiamo affermare con sempre più certezza che esiste una radice comune italica di questa antica festa.
Giungiamo infine nel Nord Italia, dove le nostre montagne racchiudono meravigliose tradizioni.
In Friuli Venezia Giulia i morti tornano in visita accompagnati dai rintocchi delle campane, e sono distinguibili dai vivi perché sulle loro braccia brucia una flebile fiammella, oppure stringono tra le mani una piccola candela, la candeleta.
Guai a disturbare la loro processione.
Una leggenda friulana narra che gli spiriti vaghino sulla terra, e chi dovesse incontrarne uno in una chiesa durante la notte morirebbe al sorgere del sole.
Pare che chi è nato nei primi giorni di novembre riesca a percepire il lamento dei morti.
Nelle case si apparecchiano le tavole con castagne lessate, del buon vino novello, pannocchie di granturco, pane appena sfornato, polenta.
Si intagliano zucche dalle fattezze di teschio e vi si mette un lumino all'interno, esse vengono lasciate sulle finestre per guidare il cammino dei morti 
Qui l'usanza di recarsi di casa in casa a offrire preghiere per i morti in cambio di cibo si ripete anche a Natale e Carnevale.
Ai questuanti, soprattutto donne, veniva dato il kròstin, il pane dei morti.
Arriviamo in Liguria, dove si fanno grandi pulizie per accogliere i morti in visita.
I morti lasciano il cimitero in processione, due a due, vestiti con cappa e cappuccio nero, e si recano nelle loro case d'origine.
Qui trovano un lauto banchetto ad accoglierli: fagioli con le erbette, zuppe di cipolla, ceci, fave secche e dolci di mandorle.
Le chiese in questi giorni aprono le cripte al pubblico, e mettono in bella mostra scheletri e teschi.
Ai bambini questuanti si regalano castagne bollite e pane dolce.
In Veneto si intagliano le zucche per trasformarle in lanterne da lasciare alle finestre, in modo che gli spiriti usciti dalle tombe possano ritrovare la via del cimitero.
Anche qui i morti infatti ritornano a casa e per loro si preparano molte leccornie come focacce rustiche, il pane dei morti,la polenta con i fagioli e un bicchiere di buon vino.
Si abbrustoliscono i semi di zucca sul focolare, e si lasciano le bucce delle fave sotto al tavolo, un particolare omaggio agli spiriti.
Un dolce tipico sono le ossa dei morti, pasticcini di zucchero e mandorle tritate.
La sera del 2 novembre non si esce, ci si ritrova in casa a mangiare le caldarroste.
Molto suggestive sono le tradizioni della laguna veneta.
A Venezia guai a uscire la notte, o terribili braccia scheletriche vi porteranno via con loro.
Nei comuni come Caorle, Burano e Chioggia i pescatori non si avventuravano in mare, i morti annegati avrebbero certamente cercato di salire sulle loro barche, facendole rovesciare.
Nelle zone montane invece si deve fare attenzione a un cane nero da caccia, la cazza beatric, mandato dal diavolo per cibarsi degli esseri umani che incautamente si avventuravano fuori casa durante la notte.
I parroci iniziavano già alcuni giorni prima del primo novembre a raccimolare offerte per la recita del rosario per i defunti.
E anche in Veneto i bambini andavano di casa in casa chiedendo cibo in cambio di preghiere.
In Valle D’Aosta e Piemonte la festa dei morti è molto vicina nelle tradizioni a quello che era il capodanno celtico.
Una delle motivazioni era che in questi giorni scadevano i contratti agricoli, e per ogni famiglia quindi si trattava di un possibile nuovo inizio.
Anche qui si apparecchia una tavola per i defunti con i loro piatti preferiti affinchè possano ristorarsi, dopo cena si va alla messa al cimitero, lasciando gli spiriti liberi di mangiare in tranquillità e di predire il futuro dei loro cari, che ahimè non sono lì ad ascoltare.
Guai mettersi a spiare i loro discorsi, pena dispetti e addirittura la morte.
Dato che i morti vagano per le strade in quelle notti si deve restare in casa per non disturbarli. Infatti in molte zone ritornano tra i vivi gli spiriti dei morti trucidati, i quali possono essere molto pericolosi in quanto ancora infuriati per la loro fine cruenta.
In questi giorni si donano pietanze alle famiglie più povere, sempre chiedendo in cambio preghiere per i propri cari
In molti comuni durante la notte passa per le strade il campanaio gridando “Svegliatevi genti, e pregate per le anime dei trapassati!”.
Si accendono dei falò in alcune zone e i giovani vi si radunano per mangiare insieme le castagne abbrustolite.
Dolcetto o scherzetto anche in queste regioni, infatti i bambini vanno di casa in casa a chiedere qualche prelibatezza in cambio delle loro preghiere.
In Piemonte l’arrivo dei morti è circondato da un timore reverenziale, stimolato anche da leggende truculente, che viene esorcizzato intagliando delle zucche con visi mostruosi.
In Lombardia i riti di accoglienza prevedono nuovamente il lasciare una tavola imbandita per i morti.
Un alimento particolare sono i ceci, è tradizione cucinarli in questi giorni, una ricetta è la supar coi sisar, ovvero la zuppa di ceci e cotiche.
Nelle zone alpine è raccomandato di lasciare sempre dell’acqua per i defunti.
Tradizione peculiare è quella della zucca di vino.
La zucca viene svuotata e riempita di vino e la si lascia la sera vicino al focolare. Al mattino la zucca dovrebbe essere vuota, in quanto i defunti hanno bevuto a sazietà.
Nelle ore della cena si deve restare in casa, per poi uscire a mezzanotte per la messa.
La mattina le massaie si alzano prima dell’alba, in modo da lasciare per qualche ora il loro letto per gli spiriti stanchi.
E’ bene lasciare sempre il focolare acceso in questi giorni, per riscaldare i defunti in visita.
Un piatto tipico lombardo è la supa dei morti, un piatto composto da costine di maiaie, fagioli, cotenna e burro, tutto accompagnato da crostini di pane.
In alcune zone si prepara il salame cotto nella verza.
Non mancano i dolcetti, come le delizie dei santi, delisie di sancc, un dolce fatto con purea di castagne, cioccolato, vaniglia e zucchero, oppure i pa’ di mòrc, pane dei morti, preparato con mandorle, scorzette di limone e rosolio.
La città di Milano ha una propria ricetta del pane dei morti, il dolce tipico della festa, si usano infatti mandorle, arance candite, pinoli e cedro. 
Nel mantovano il pane dei morti viene impastato a forma di teschietti ed è chiamato òs di mort, osso dei morti.
Anche in Lombardia è tradizione fare la questua per richiedere le preghiere in suffragio dei morti. Per i poveri si preparavano pentoloni di minestra d’orzo e pane, da elargire a chi recitava il rosario.
Il nostro viaggio si conclude arrivando nel mio Trentino.
Qui è tradizione visitare le tombe dei defunti al cimitero, si portano loro fiori e candele, e una volta tornati a casa si mangiano le castagne accompagnate con il primo vino rosso dell’anno, assicurandosi di lasciare qualcosa per nostri antenati defunti.
In Trentino si attende il ritorno dei morti con molto rispetto.
La sera del primo novembre le campane risuonano fino a mezzanotte, con rintocchi intervallati, per destare gli spiriti e accompagnarli in processione.
Far compagnia ai morti, così si dice. E i campanari si danno il turno, bevendo vino o un po' di carampampoli, una bevanda zuccherata di caffè e liquore, per scaldarsi.
Nel comune di Roncegno questa usanza è detta delle cùbie, le campane venivano fatte suonare almeno un'ora per sonàr fora i morti, ovvero svegliare con il suono delle campane le anime dei defunti. Ringrazio la mia amica Marta per avermi raccontato di questa tradizione.
I defunti raggiungono le case dei loro familiari, e qui possono trovare la tavola imbandita con zuppa d'orzo, rape, patate.
In alcuni comuni in provincia di Trento si creano dei lumini utilizzando i gusci delle lumache, ed essi vengono poi fissati con la calce sui muretti, e accesi per rischiarare la via dei fedeli di ritorno dalla messa.
Gli spiriti di persone morte per omicidio o in modo cruento sono solite tornare nel luogo in cui è avvenuto il loro decesso per apparire ad ignari viandanti.
In molte vallate è uso lasciare un catino di acqua a disposizione degli spiriti, e un giaciglio pulito e comodo in caso volessero dormire.
In Alto Adige si cucina una farinata, detta mosa, cosparsa di semi di papavero e miele.
Il miele con la sua dolcezza dovrebbe ricordare si defunti i bei momenti vissuti in famiglia.
La mia regione è ricca di leggende sulle streghe, un giorno ve ne parlerò, e in questa notte di Samhain esse si riuniscono in luoghi segreti.
Nei piccoli cimiteri delle vallate i morti si ritrovano dopo il pasto consumato a casa dei familiari per cantare insieme canzoni della messa o canti religiosi.
Dopo la messa per i defunti al cimitero i bimbi potevano recarsi dai vicini di casa per racimolare qualcosa, di solito frutti di stagione, in cambio della recita del rosario in suffragio dei morti.
Una pietanza tipica di questo momento è il chicciol, un pane infornato appositamente per essere usato durante le questue. 
In Alto Adige invece questo pane è detto pitschele ed è spesso fatto con farina di segale. Mia nonna, che era di Salorno, lo chiamava infatti così.
Le tradizioni di queste regioni, terre di passaggio e di confine tra il resto dell'Italia e l'Europa, come abbiamo visto sono spesso simili tra loro e richiamano quelle di altri Paesi.
È il filo rosso di cui ho parlato in molti miei articoli, questa vicinanza di usanze che rende Samhain una festa europea e nostrana, con tutte le sue bellissime e varie sfaccettature.


venerdì 12 agosto 2022

Buio in sala: Orphan, quando la realtà è più sconvolgente di un film dell'orrore.

Molti di voi, appassionati di film horror come me, stanno aspettando con trepidazione il secondo capitolo prequel del film Orphan, che si intitolerà Orphan: first kill e che uscirà questo autunno.

Orphan, film del 2009 diretto da Jaume Collet-Serra, è decisamente una delle mie pellicole horror preferite, sia per la trama originale e l’atmosfera cupa e incalzante, sia per la presenza di bravissimi attori quali Vera Farmiga, Peter Sarsgaard e Isabelle Fuhrman che interpreta magistralmente la protagonista.

Il film racconta di una coppia americana che in seguito a un doloroso aborto decide di adottare una bambina russa di 9 anni.

La piccola all’inizio si dimostra adorabile, gentile, educata, sembra legare subito con gli altri due figli della coppia.

Ma la realtà è ben diversa, la bambina infatti comincia ad avere comportamenti inquietanti e violenti, si vendica delle persone che la infastidiscono e arriva anche ad uccidere la suora dell'orfanotrofio che aveva cercato di mettere in guardia i suoi genitori adottivi, ma riesce a nascondere ogni malefatta mantenendo l’immagine di bambina spaurita.

L’unica che si insospettisce è Kate, la madre adottiva, che inizia a indagare parlando di nuovo con le suore dell’orfanotrofio e frugando tra le cose di Esther, in particolare sfogliando uno strano diario che la bimba porta sempre con sé. Esther lo scopre e per proteggersi riesce a convincere tutti che Kate sia alcolizzata e per questo violenta con lei e gli altri figli, e la fa allontanare, il padre adottivo insiste perché vada in riabilitazione.

Kate a questo punto viene contattata da un medico russo ed emerge la  scioccante verità: Esther non è russa ma estone, si chiama in realtà Leena Klammer, non è una bambina ma una donna di 33 anni che soffre di una malattia chiamata ipopituitarismo. A causa di un disturbo ormonale la sua crescita fisica, seppur armonica, è bloccata costringendola ad assomigliare per sempre a una bambina. Leena, scappata dall'istituto psichiatrico estone in cui viveva, ha passato la sua vita a fingersi una novenne e ha ucciso diverse persone, inclusa l'ultima famiglia che l'aveva adottata. La sua rabbia omicida è stata scatenata dalla gelosia nei confronti del padre adottivo, che aveva cercato inutilmente di sedurre.

Kate capisce allora che Esther/Leena che sta nuovamente per uccidere, questa volta i suoi figli, per poter sedurre suo marito.

Kate riesce a tornare in casa in tempo per salvare la sua famiglia, e presumibilmente uccide Esther che annega in un lago ghiacciato nel tentativo di fuggire.

Il plot twist del film è innegabilmente eccezionale, ma non è frutto della fantasia degli sceneggiatori.

Gli autori del film si sono ispirati a una storia vera, quella di Barbora Skrlova.


Barbora Skrlova nasce nella Repubblica Ceca, e come la protagonista del film che ha ispirato soffre di ipopituitarismo. Poco si sa sulla sua famiglia d’origine, sappiamo che ha passato molti anni in un ospedale psichiatrico a causa dei suoi comportamenti paranoici e per una diagnosi di schizofrenia.

Per anni Barbora si è fatta passare per una dodicenne quando in realtà aveva già trent’anni.

A un certo punto la storia di Barbora si intreccia con quella di un’altra donna disturbata, Klara Mauerova.

La donna, classe 1975, era psicologicamente fragile e affetta anch’ella da schizofrenia, addirittura da bambina sosteneva di sentire la voce di Dio, una novella Giovanna d'Arco.

Abbandonata dal marito nel 2000 dopo la nascita del secondo figlio Klara si trasferisce a Kurim, nella zona rurale del Paese, dalla sorella Katerina, anche lei affetta da turbe psichiche e deliri religiosi. Le due donne riescono a gestire la loro condizione psichiatrica senza problemi e vivono una vita normale fino a che non entra in gioco Barbora.

Klara incontrò la finta dodicenne mentre studiava all’università e tra le due nacque subito una profonda amicizia.

Barbora disse di chiamarsi Anika, che i suoi genitori erano morti di overdose e raccontò a  Klara di essere scappata da un orfanotrofio dove subiva terribili abusi, e la donna le offrì ospitalità, le disse che poteva andare a vivere con lei, con sua sorella Katherina e i suoi due figli Ondrej di 8 anni e Jakub di 10. Barbova ovviamente accettò.


Barbora era una narcisista manipolatrice e in breve tempo riuscì a conquistare l'affetto di entrambe le sorelle e le convinse addirittura ad adottarla.

All’inizio la famiglia visse in tranquillità, ma poi la vera natura di Barbora prese il sopravvento.

La ragazza riuscì a manipolare ulteriormente le due donne tanto che loro divennero sue servitrici, ormai pendevano totalmente dalle sue labbra.

Barbora, gelosa dei due figli di Klara, fece qualcosa di inimmaginabile. 

Su suo ordine nel settembre del 2006 le Mauerova costruirono una gabbia di ferro nel seminterrato di casa e vi rinchiusero i figli di Klara, completamente nudi.

Le tre donne cominciarono a torturare i due figli di Klara.

I bimbi vennero affamati, lasciati in terribili condizioni igieniche, costretti a dormire tra gli escrementi, seviziati e stuprati, venivano affogati ripetutamente in un catino, un giorno addirittura costrinsero uno dei due bambini a mangiare un pezzo di carne tragliata dal corpo del fratello.

Pare che anche Klara partecipò al terribile pasto.

Barbora era riuscita a convincere Klara che i bambini erano perfidi, che bisognava punirli anche per liberarli dallo spirito del padre che li aveva abbandonati, una sorta di espiazione e purificazione.

A queste terribili sessioni di tortura parteciparono anche Jan Turek, fanatico religioso con l'ossessione per l'esorcismo, un loro tuttofare, il venticinquenne Jan Skrla, e la sua fidanzata Hana Basova. 

Il loro ruolo non fu mai chiarito del tutto, pare che Turek avesse una relazione con Klara, ciò che sappiamo è che convinse le donne che i bambini andavano esorcizzati con il dolore fisico, affinché fosse mondati da peccati che dovevano ancora commettere.

Ma perché tanta crudeltà?

Barbora confessò di essere gelosa dell'amore che Klara dimostrava ai figli.

A causa della sua disfunzione ormonale non avrebbe mai potuto avere figli e questa mancanza la lacerava a tal punto che la ragazza si faceva del male sopraffatta dall'invidia.

Inoltre tra le varie teorie è spuntata anche quella del fanatismo religioso.

Pare che tutto nacque dalla fede religiosa deviata di Barbora. Si dice che ella fosse un’adepta di una setta molto particolare e che abbia incoraggiato le due sorelle ad unirsi ad essa.

Questa setta si chiama “Il Movimento del Graal”

Il Graal Movement è una corrente spirituale nata in Germania dalle idee dello scrittore Oskar Ernst Bernhardt (1875- 1941).

Nei suoi testi Bernhardt parlava di come ogni individuo dovesse essere libero e non soggetto ai tabù, alla morale, alle regole.  Col tempo l'autore si fece chiamare col nome di Abd-ru-shin, servo della luce, ma non fu lui il reale fondatore del movimento.

Bernhardt nel 1928 scrisse un libro, Nella Luce della Verità - Messaggio del Graal, e su questo si basarono i suoi lettori per creare il Movimento del Graal.

L’autore partecipò comunque alle attività di questa comune nata grazie ai suoi libri, e riconoscente ospitò i suoi discepoli nelle sue proprietà dove creò il Vomperverg, un centro per l'approfondimento spirituale e religioso. Nel 1938 gli edifici e le terre vennero espropriate dal Terzo Reich, e Bernhardt venne mandato al confino in Sassonia dove rimarrà fino alla sua morte nel 1941.

Dopo il 1945 sua moglie Maria Bernhardt riprese il Movimento e gli diede nuova vita, i seguaci di Bernhardt l'aiutarono a tradurre le sue opere, per poter continuare a portare il suo messaggio in tutto il mondo.

Col tempo però nacque un problema riguardo alla successione.

I figli che Maria aveva avuto dal primo matrimonio cambiarono il loro cognome in Bernhardt per poter subentrare alla madre alla guida della fondazione, ma in molti Paesi questa decisione, vista come una strategia per lucrare sulla filosofia del patrigno, non piacque e gli affiliati non li riconobbero come successori del loro Abd-ru-shin.

Alla morte della prima figlia di Maria, Irmgrad, si ha una nuova crisi per la successione.

Ella infatti decide di passare il testimone ad alcuni suoi famigliari, attuando una vera e propria divisione tra  il Movimento, le cui proprietà vengono intestate alla nipote Maria Claudia, e la Fondazione, la cui direzione è assegnata a suo cognato Herbert Vollmann.

Irmgrad sperava in una fruttuosa collaborazione, ma i suoi parenti avevano idee diverse.

In questo momento Fondazione e Movimento si separano e vengono gestite da persone diverse, in totale autonomia.

I seguaci di alcuni Paesi scelgono di restare fedeli alla Fondazione, altri al Movimento.

La branca brasiliana del movimento ad esempio non accettò i figli di Maria Bernhardt e la leader locale del movimento brasiliano Roselis von Sass (1906-1997) diede vita a un vero e proprio scisma.

La stessa cosa si verificò nell’attuale Repubblica Ceca, dove nacquero nuove congregazioni distaccate dalla setta originale.

Pare che Barbora si fosse affiliata in Repubblica ceca a una nuova corrente deviata della setta.

Fu suo padre Josef a unirsi alla congregazione, che chiamava "formiche" i suoi adepti, e pare fosse una sorta di gran sacerdote del culto.

La setta incitava i suoi discepoli a praticare la promiscuità sessuale, l’incesto e il cannibalismo, e allo stesso tempo pretendeva che i suoi adepti purificassero le loro anime e corpi. 

Da questo culto Barbova, già provata dalla malattia mentale, pare abbia preso l’ispirazione per le sue crudeli torture ai danni dei figli di Klara.

La filosofia contorta del movimento la confortava, tutto quel dolore che provava poteva riversarlo su quei bambini, in fondo non era soggetta a nessuna regola, era libera di sfogarsi come preferiva.

E le due sorelle Mauerova, affette da sempre da deliri religiosi, non si fecero problemi ad accettare le teorie della ragazza.

Allo stesso modo e con devozione anche Turek e i due fidanzati si unirono con piacere a questa sorta di culto casalingo improvvisato che permetteva loro di sfogare i loro istinti più brutali.

Un giorno Barbora acquistò una telecamera di sorveglianza che venne installata nel seminterrato per poter controllare i bambini durante la loro assenza.

Paradossalmente fu grazie a questa sua mania del controllo che i bambini furono salvati. Nel 2007 un vicino installò un sistema video simile a quello di casa Mauerova per guardare il proprio neonato mentre dormiva. A causa di qualche interferenza nella rete il sistema si collegò alle videocamere installate da Barbora e il vicino poté vedere i due bambini rinchiusi nello scantinato. 


Ciò che il monitor mostrava era raccapricciante, i bimbi giacevano in una pozza di sangue ed escrementi, i loro corpi dilaniati dalle torture. 

L'uomo chiamò subito le forze dell’ordine e arrestarono i colpevoli.

Ma non Barbora.

La ragazza indossò abiti da bambina e stringendo un peluche tra le braccia corse dagli agenti dicendo di chiamarsi Anika e di essere una tredicenne adottata dalle sorelle Mauerova, anche lei vittima delle loro atrocità.

La polizia le credette e la portò in ospedale insieme ai figli di Klara.

Una volta lasciata sola in ambulatorio Barbora scappò e fece perdere le sue tracce.

Fu ritrovata in Norvegia dove aveva assunto una nuova identità, Adam, un ragazzo di 14 anni.


Si era tagliata i capelli, era ingrassata per cambiare fisionomia, ed era riuscita a farsi affidare a una nuova famiglia. Fu scoperta grazie ai professori della scuola in cui andava, che si erano insospettiti da alcuni suoi atteggiamenti, e segnalarono Adam alla polizia norvegese che intanto aveva ricevuto un mandato di cattura internazionale per Barbora.

Una volta scoperta la ragazza venne rimandata in Repubblica Ceca.

Qui fu processata insieme alle sorelle Mauerova.

Il processo portò nuove rivelazioni sul caso.

Klara apparve come completamente dissociata dalla realtà, emerse il sospetto che le vere ideatrici di tale efferatezze fossero Katerina e Barbora.

Klara diceva di ricevere messaggi telefonici da in certo Dottore, che le davano istruzioni su cosa fare con i suoi figli.  

Ma chi scriveva a Klara sfruttando i suoi deliri religiosi? Katerina o Barbora? O forse Josef, il padre di quest'ultima, ormai introvabile dalle forze dell'ordine?

Si delineò meglio anche il ruolo degli altri tre protagonisti.

Pare che anche Turek e Skrla fossero già adepti della setta quando entrarono in casa Mauerova.

I due si difesero dicendo di aver solo provveduto a costruire la gabbia, un semplice lavoro da operai, e di non aver mai toccato i bambini e di ignorare ciò che accadeva nel seminterrato.

Hana Basova, conosciuta dai bimbi come zia Nancy, si dichiarò innocente, ma risultò in possesso, insieme a Skrla, di numerose VHS dei bambini torturati, ore e ore dei piccoli tenuto segregati e legati. C'era forse un traffico di materiale pedopornografico dietro a questa collaborazione con le Mauerova?

E c'era forse qualcosa di più, forse un giro di prostituzione? Klara sostenne che temeva che lei e i bambini fossero venduto come schiavi sessuali.

Barbova si dichiarò una vittima delle due sorelle. 

Sostenne di essere stata stuprata, quando il medico legale testimoniò che la ragazza era vergine cambiò la sua versione, dicendo che le sorelle le accarezzavano le parti intime senza il suo consenso, ma che per paura le lasciava fare.

Katerina non rivelò nulla né commentò le sue azioni, qualcuno ipotizzò che stesse sacrificando se stessa pur di proteggere il culto.

Tutte queste teorie rimangono congetture, in quanto nessuno ha mai trovato prove evidenti su cosa stesse effettivamente accadendo in quella casa.

Il processo finì nel 2008.

Klara fu condannata a 12 anni di carcere e Katherina a 10, la pena fu lieve in quanto i giudici tennero conto dei loro problemi psichiatrici. 

Hana Basova e Jan Skrla sono stati condannati a sette anni per aver conservato i video e le foto delle torture per rivenderle come materiale pedopornografico.

Jan Turek è stato condannato a soli cinque anni, in quanto il tribunale non è riuscito a stabilire quale sia stata la sua effettiva partecipazione agli abusi.

Anche Barbora fu condannata a soli 5 anni di prigione.

Grazie alle sue capacità di attrice convinse la giuria di aver avuto un ruolo marginale, di essere una pedina in un gioco macabro più grande di lei, l'accusa non riuscì a dimostrare che la ragazza avesse manipolato le due sorelle fino a spingerle a commettere quelle atrocità. 


La sorte di Ondrej e Jakub è misteriosa.

Durante il processo il procuratore ha raccontato che i bambini erano in cura da degli specialisti, le terribili torture subite avevano lasciato in loro fobie ed erano regrediti allo stato di bambini di età prescolare.

Il padre biologico, Radek Coufal, assistette al processo e tentò di ottenere l'affidamento dei figli.

Raccontò di aver visto i bambini sporadicamente dopo l'arrivo di Barbora, e che spesso gli veniva proibito di entrare in casa o gli veniva detto che i bimbi erano dai nonni, cosa non insolita visto che spesso a causa delle crisi mistiche della madre venivano mandati da loro. 

C'è chi dice che ora Ondrej e Jakub vivano sotto falso nome con una famiglia adottiva, finalmente in pace, lontani dai riflettori. Ce lo auguriamo di cuore.

Ciò che sappiamo per certo è che Barbora Skrlova ha scontato la sua pena ed è stata rilasciata nel 2001, e da allora si sono perse le sue tracce.

Viene da chiedersi se abbia finalmente fatto pace con se stessa, forse redenta e pentita delle atrocità commesse.

O se invece cerca ancora di vivere una vita da bambina di 12 anni.

Speriamo di non scoprirlo mai. 




venerdì 15 luglio 2022

Musica D(')Annata: mister D e i Rolling Stones.


Musica rock e satanismo sono uno stereotipo che ancora oggi fa fatica ad essere sfatato.
Scrisse Il celebre esorcista Gabriele Amorth nel suo libro "Nuovo racconti di un esorcista": "...vi sarete accorti che i temi generali sono sempre gli stessi: ribellione contro i genitori, contro la società, contro tutto quello che esiste, la liberazione di tutti gli istinti sessuali, la possibilità di creare uno stato anarchico, per far trionfare il regno di Satana."
Amorth descrive addirittura quattro principi su cui si baserebbero i dischi consacrati a Satana.
Prima di tutto il ritmo, il beat, che richiama un rapporto sessuale frenetico; e poi l'intensità del suono, che raggiungendo i 7 decibels scatenarebbe sentimenti di depressione e ribellione; il terzo principio è la presenza di messaggi subliminali all'interno delle canzoni, versi occulti che istigherebbero i giovani ad avvicinarsi al satanismo; infine il quarto elemento risiede nella consacrazione vera e propria del disco durante una messa nera.
Un gruppo che spesso è stato tacciato di perorare segretamente la causa del satanismo sono i Rolling Stones.
In particolare la figura del loro frontman Mick Jagger subito scatena il panico tra i benpensanti.
Il cantante britannico è screanzato, provocante con quei capelli spettinati e le labbra carnose, e i pantaloni attillati con gambe da galletto.
Mick Jagger si muove in modo scatenato e sensuale, balla senza controllo e coinvolgente, non fa mistero di aver sedotto decine e decine di donne. Si vocifera anche uomini.
I Rolling Stones nascono in Inghilterra negli anni ‘60, fin da subito raccolgono consensi tra il pubblico grazie ai loro brani che sapientemente mescolano blues, rock a hard rock.
Ancora oggi le loro tournée sono sold out, e Il 12 Luglio 2022 hanno festeggiato i sessant’anni di attività.
I Rolling Stones però il nome del diavolo non si limitano a sussurrarlo, no, lo dicono tranquillamente parlando di lui in diverse canzoni. 
Il dito dei benpensanti viene puntato ad esempio sul brano Tops, in cui Jagger direbbe, molto velocemente a voce bassa, "Ti amo, disse il diavolo".
Nel 1969 esce un album dal titolo molto provocatorio, “Their satanic majestic request”. Il titolo vuole scimmiottare l’espressione inglese “Her Britannic Majesty requests”, ma l’immaginazione dei bigotti galoppa su terreni mefistofelici.
Nel 1973 esce l'album “Goat's head soup”, la zuppa di testa di caprone, già questo titolo in sé basterebbe a fare sussultare i benpensanti.
Nel disco è presente la traccia "Dancing with mister D", dove D sta per Devil, il diavolo.
Jagger balla insieme a mr D in un cimitero, una danza che ricorda un rito voodoo.
Il diavolo assume molte forme, una bella donna, uno stregone, la morte.
Mister D che ha la capacità di rendere libero ogni uomo. 
Ma anche di renderlo schiavo.
Il diavolo aveva già parlato attraverso le labbra sensuali di Mick Jagger in un precedente album del 1968 Beggar's banquet. 
In questo album gli Stones tornano sulle sonorità blues e folk, perchè come disse Keith Richards “Mi ero stancato di quella merda del Maharishi, delle perline e dei campanelli.” 
Un album registrato nel Sussex che è un ritorno alle origini della band, ma che si appresta anche ad essere uno spartiacque nella carriera degli Stones.
Lo stesso anno i Rolling Stones devono affrontare due fatti tragici.
Durante il festival rock ad Altamont, dove si esibirono, si verificano una serie di violenze sul pubblico e su alcuni artisti, ad esempio Jagger venne preso a pugni da un fan, e la kermesse si concluse addirittura con un omicidio. 
Il secondo avvenimento tocca la band sul piano più personale. 
Brian Jones, uno dei fondatori del gruppo, muore annegato sotto l'effetto di droga nella piscina della sua villa.
Già da tempo pare ci fosse molta acredine tra Jagger/Richards e Jones.
Gli eccessi di quest’ultimo erano diventati un problema. Troppa cocaina, LSD, alcol, troppi festini a base di droghe stavano minando la sua salute fisica e mentale. La sua asma peggiorò, così come le crisi e le paranoie.
Di solito socievole e gentile Jones poteva diventare insostenibile quando si drogava.
Necessitava di un costante bisogno di rassicurazioni, ma il suo comportamento altalenante non lo rendeva facile.
Jagger e Richards iniziarono a staccarsi da lui, pur coinvolgendolo ancora nel lavoro della band. Il suo contributo divenne sempre minore, la sua assenza spesso causata dall’abuso di droghe e alcol.
Aggiungiamo che mentre era ricoverato in ospedale la sua fidanzata, la modella italiana Anita Pallenberg, scappò con Keith Richards.
Nota di colore, Richards e la Pallenberg si disintossicarono insieme e rimasero insieme per anni ed ebbero tre figli insieme.
Il suo ultimo contributo alla band fu appunto suonare alcuni strumenti nella realizzazione di alcune tracce di “Beggar's Banquet”.
Quando si presentò in studio Jones chiese a Jagger: "Cosa posso suonare?", e Jagger gli chiese a sua volta "Non so Brian, cosa riesci a suonare?”
Spesso Jones si allontanava per piangere di nascosto, ormai disilluso e stanco.
La sua caduta umana e musicale è immortalata in One plus one, il film del regista francese Jean Luc Godard.
Il film è composto da cinque storie scollegate tra loro, tra queste c’è un episodio in cui si documenta la realizzazione di Sympathy for the devil.
Finito l’album Brian Jones lasciò i Rolling Stones e sprofondò in un nuovo abisso di depressione, alcol e droga.
A causare la morte un banale scherzo di un suo amico che gli aveva tenuto la testa sott'acqua, ma Jones, troppo intontito da Alcol e droghe, era svenuto a causa dell'apnea ed era scivolato sul fondo della piscina, morendo poco dopo.
Una morte assurda, tragica, e per molti sospetta.
Oltre all'ipotesi che tutto questo parlare del diavolo e della morte abbia scatenato un karma negativo, esiste anche la teoria chiamata Club 27.
Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, morti tutti all'età di 27 anni tra il 1969 e il 1971. 
E prima di tutti quel Robert Johnson, chitarrista blues di cui abbiamo parlato prima.
Artisti dall'incredibile talento, le cui vite sono state caratterizzate dalla dissolutezza, dall'abuso di alcol e droga. 
E chissà se non ci ha messo lo zampino qualche diavolo, nel portarli via così presto.
Dopotutto tutti suonavano la sua musica, con quel ritmo forsennato, senza controllo e senza pudore.
Negli anni '90 cominciò a circolare una leggenda metropolitana non più legata al mondo della magia nera che parlava di un ex militare dell'esercito americano che negli anni '70 avrebbe ucciso diversi cantanti rock il cui nome conteneva la lettera J, iniziale del nome della figlia.
Infatti a loro l'uomo attribuiva la colpa della morte per overdose della ragazza durante un concerto rock a 27 anni.
Ma questa è un'altra storia.
Una canzone in cui possiamo apprezzare il contributo di Brian Jones e della sua slide guitar è “Sympathy for the Devil”.
Gli Stones registrarono questo brano seduti per terra, in circolo, sul pavimento dello studio di registrazione.
In Sympathy for the devil troviamo il diavolo, esplicito e senza messaggi subliminali.
Il testo del brano viene cantato da Jagger in prima persona dal punto di vista di Lucifero.
Il diavolo parla, il racconto scandito da un ritmo samba semplice quanto incalzante, e da una melodia che proviene dal profondo Sud americano.
 "Prego lasciate che mi presenti, sono un uomo facoltoso e di buon gusto. È da tanti anni che sono in giro, rubai molte anime e sottrassi molta fede agli uomini.
Ed ero lì quando Gesù Cristo
ebbe il suo momento di dubbio e dolore.
Mi assicurai che Pilato se ne lavasse le mani
sigillando così il suo destino.
Piacere di conoscervi
Spero che indovinerete il mio nome
ma ciò che vi lascia perplessi
è la natura del mio gioco."
Questo l'incipit della canzone, e da qui il diavolo racconta di come fosse stato presente durante la rivoluzione russa, durante l'esecuzione dei Romanov, è presente quanto viene assassinato Kennedy.
E alla fine di questo autocelebrarsi rivela la sua identità, senza tanti giri di parole, e pronuncia un monito:
"Proprio come ogni poliziotto é un criminale
tutti i peccatori santi
e come le teste sono code
chiamatemi solo Lucifero
poiché ho bisogno di un po' di riservatezza
Così se mi incontrate
abbiate un po' di cortesia
abbiate un po' di solidarietà, e un po' di gusto,
usate tutta la vostra cortesia
oppure io trascinerò la vostra anima alla perdizione."
Mick Jagger si è ispirato a il maestro e Margherita, romanzo dello scrittore russo Bulgakov, uscito pochi anni prima.
Il libro racconta di come il diavolo faccia proseliti travestendosi da professore dell'alta società moscovita e impartendo lezioni sulla vita, sulla religione, sulla politica.
Il Lucifero di Jagger ha un atteggiamento molto simile, dispensa verità a chi lo ascolta e rendendosi estremamente pericoloso verso coloro che non gli mostrano rispetto.
Inutile dire che la canzone scatenò i gruppi fondamentalisti cristiani, che tacciarono subito il gruppo di essere adoratori del diavolo.
Il verso della canzone che recita "Guardavo con gioia mentre i vostri re e regine combattevano per dieci decenni per gli Dei che avevano creato", riferimento alla guerra dei cent'anni, venne inteso come un inno al satanismo e all'ateismo, a seconda di chi puntava il dito contro la band.
Come se già non si sprecassero le insinuazioni Mick Jagger nel 1969 scrisse la colonna sonora di un film, Invocation of my demon Brother, a cui parteciparono come attori Anton LaVey, il fondatore della chiesa di Satana, e Robert "Bobby" Beausoleil, colui che in futuro sarà ricordato come uno dei seguaci assassini di Charles Manson. 
Tornando al nostro tema, inevitabile che dopo questo eventi tragici i complottisti più agguerriti mettessero insieme i tasselli di un fantasioso puzzle e iniziassero a sostenere una connessione tra i Rolling Stones e il satanismo, e che il brano Sympathy for the Devil fosse una canzone maledetta destinata a causare solo morte e dolore.
La band per qualche tempo cavalcò l'onda di questa diceria, dato che era comunque un'ottima pubblicità.
Anni dopo lo stesso Jagger smentirà queste accuse, dicendo che in fondo Sympathy for the Devil è solo una canzone e che era ridicolo che qualcuno all'epoca si fosse impegnato a cercare dei significati nascosti o dei messaggi subliminali.
Ma Sympathy for the Devil, a mio modesto parere, non è solo una canzone.
Con buona pace degli autori il testo ci dice molto di più.
È innegabile che questo brano sia a tutti gli effetti un trattato di demonologia in musica. 
Lucifero si presenta seduttivo, gentile, un gentiluomo capace di confondersi tra gli uomini e camminare tra loro, in grado di assumere diverse forme per confondere e tentare.
È un ingannatore, che è uno dei significati della parola Satàn.
Non rivela subito il suo nome ma sciorina le sue credenziali.
Soprattutto nella canzone viene descritto il suo modus operandi, che trova riscontro nella caratterizzazione biblica del personaggio. 
Lucifero è sempre presente quando avvengono eventi drammatici, ma non è lui a compiere il male.
A farlo è l'uomo.
È Pilato a condannare Gesù, non il diavolo.
Sono stati dei rivoluzionari a uccidere i Romanov, lui è lì e sente Anastasia gridare, ma non preme il grilletto.
Si gode lo spettacolo delle guerre di religione senza prendervi parte.
Grida e chiede a gran voce "Chi ha ucciso i Kennedy?", ed ecco che qui l'intento del diavolo si rivela.
La strofa termina con un'affermazione chiara: "dopotutto siamo stati tu ed io".
Il diavolo dispone, tenta, propone, l'uomo dal canto suo si fa sedurre e agisce.
Il male seppur istigato da altri ricade su chi lo ha commesso.
Ed è dell'uomo la responsabilità finale, ciò che determinerà la sua salvezza o dannazione.
Per la fede cristiana la tentazione diabolica non è un'attenuante. E su questo gioca il diavolo.
Inganna, seduce, promette, fino a che l'uomo cede e compie il male, prendendosi inevitabilmente tutta la colpa.
E Lucifero non ne fa mistero, "è la natura del mio gioco", come dice la canzone.
Un gioco che sembra diabolico ma è estremamente umano.
I fatti descritti nella canzone sono l'evidente dimostrazione che l'uomo, libero di scegliere, spesso ha deciso di perseguire il proprio interesse e benessere anche a discapito di altre vite.
In questo senso il diavolo di Mick Jagger e quello di Anton LaVey si sovrappongono rivelando la realtà estremamente umana del male.
Perché umana è la libertà di scelta, quel tanto nominato libero arbitrio, che quando è guidato dall’egoismo e dall’indifferenza produce il male.
E come si può leggere nel testo della canzone degli Stones questo male è così seducente, perché è così facile da eseguire rispetto alla fatica della responsabilità del bene, ecco allora che lo si ripete, più e più volte, e si diffonde attraverso le epoche e i personaggi.
In Sympathy for the Devil possiamo leggere questo monito.
Era voluto che la canzone ci dicesse anche questo? 
Forse sì, come dicevamo Jagger si era ispirato all'opera di Bulgakov.
Molto probabilmente no.
Come abbiamo già detto, Mick Jagger stesso dirà che è semplicemente una bella canzone. 
Ad ogni modo, con buona pace dei Rolling Stones, il brano ci porta a riflettere su questa libertà così fragile e abusabile, che può essere pervertita dall'uomo stesso oppure, se si è persone di fede, dal diavolo.
E in questo contesto forse la teologia e suoi rappresentanti che tanto hanno bistrattato la musica rock potrebbero capovolgere la prospettiva da cui l'hanno sempre guardata.
Sarebbe bello se certe canzoni venissero usate per raccontare la demonologia, per spiegarla al pubblico.
In fondo non è una soluzione così bislacca, è storicamente già accaduto.
La teologia si accosta alla discussione di un tema con rispetto e per questo usa un linguaggio che rispecchia tale atteggiamento, è quello degli studiosi e degli accademici, di chi opera numerose ricerche e cerca di rimanere fedele a un certo stile divulgativo.
Il discorso trattato, le sue tematiche, però rischiano di non arrivare a un vasto pubblico di uditori.
L’arte invece può raggiungerlo: può permettersi di non essere rispettosa o diplomatica, può usare un linguaggio immediato e diretto, a volte forse volgare sia nel senso di scurrile che inteso come popolare.
L’arte ha sempre aiutato la teologia a raccontare ai fedeli le storie bibliche e a veicolare dei messaggi, gli affreschi nelle chiese e nelle cattedrali ne sono prova evidente.
Se pensiamo al nostro tema il pensiero va alle danze macabre, agli affreschi raffiguranti l’inferno, il più famoso indubbiamente si trova nella Cappella Sistina in Vaticano.
Pensiamo alla Divina commedia.
Col passare dei secoli questo ausilio è venuto meno, ma l’arte ha continuato a parlare di Dio, di Gesù, del diavolo e lo ha fatto in maniera sempre più laica, più libera, non sempre fedele alle interpretazioni classiche e Canoniche, ispirandosi magari ad altre posizioni sulla materia, incontrando spesso la disapprovazione delle autorità religiose che non apprezzavano tali iniziative.
Ma questo ostracismo è sbagliato dato che queste rappresentazioni laiche, soprattutto quelle cinematografiche e musicali, sono riuscite a descrivere il diavolo e la sua azione sul mondo in modo incredibilmente conforme alla teologia.
Sympathy for the Devil abbiamo visto ne è un esempio.
Non solo conformità alla teoria, ma anche una chiarezza che come dicevamo certi testi pomposi non hanno.
La musica, le arti figurative, il cinema, la letteratura sono di tutti e per tutti.
Credenti, agnostici, atei.
Perché anche quando tratta tematiche religiose l'arte non ha necessariamente l'intento di convertire, non vuole fare proseliti, ha solo l'intenzione di raccontare una storia per fare riflettere. 
Un ateo che guarda il Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina rimarrà ateo anche una volta uscito dai musei vaticani, ma quell'esperienza lo avrà reso più ricco. In cultura, certamente, ma non solo. 
E così chiunque ascoltando Sympathy for the Devil potrebbe forse porsi una domanda di fronte a quei versi.
Chiedersi da quale parte della storia si trovi.
Chiedersi come sta usando il suo libero arbitrio.
So che questa mia provocazione cadrà nel vuoto, però è bello fantasticare che un giorno, quando un teologo vorrà discorrere del diavolo, sentiremo risuonare la suadente voce di Mick Jagger che ci invita dicendo 
"Prego, lasciate che mi presenti…"