mercoledì 13 ottobre 2021

Celebrando Samhain.


Molti elementi di Samhain sono giunti fino a noi, modificati dallo scorrere del tempo e dal susseguirsi dei cambiamenti culturali e religiosi.
Il fuoco, che simboleggia la luce che rischiara la tenebra, è il calore che rigenera prima e dopo il gelo.
Durante Samhain il fuoco gioca un ruolo importante.
Al tramonto del 31 ottobre venivano accesi dei fuochi sacri, solitamente in luoghi dal profondo valore spirituale.
Questi falò dovevano ardere tutta la notte e venivano infatti vegliati, attorno ad essi si celebravano i riti della fine dell'anno per propiziare quello in arrivo.
Nello stesso momento tutti gli altri fuochi domestici venivano spenti, ad eccezione delle classiche lanterne di Samhain, rape e cipolle intagliate, che avevano il compito di proteggere gli abitanti delle case durante questa notte e di rischiarare la via per gli spiriti.
Il giorno dopo ogni famiglia accendeva un nuovo fuoco domestico prendendo le fiamme dal falò sacro.
Questo fuoco era il simbolo luminoso della speranza di una nuova prosperità per l'anno appena iniziato.
Una tradizione che è stata tramandata ad esempio con l’accensione di lumi per i defunti.
Dalla luce dei falò a quella nelle lanterne, la rapa intagliata di jack O’Lantern, usate per rischiarare la via durante le celebrazioni, e lasciate a protezione della casa sulle verande, sugli usci. Erano anche un aiuto per gli spiriti, che trovavano così più facilmente la via perduta.
Samhain aveva dei colori privilegiati sugli altari, le diverse tonalità dell'arancione, del marrone e il nero, che hanno un significato ben preciso.
Il primo simboleggia il raccolto mietuto nelle sue ultime fasi proprio in questi mesi, il secondo la terra custode dei semi e dei morti, il terzo è la fine dell’estate, le giornate che diventano più buie.
Inoltre questi colori sono cromaticamente in contrasto, il luminoso arancione accanto a marrone e nero, sfumature più cupe, vicini per ricordarci l’equilibrio tra luce e oscurità che da sempre permette la rinascita.
Tutti conosciamo, soprattutto grazie al cinema e alla letteratura, l’espressione 
“Dolcetto o scherzetto?”
O meglio “Trick or Treat”, trabocchetto o trattiamo?
La celebre espressione usata ogni anni dai bambini mascherati ad Halloween ha origini molto antiche.
Nel precedente articolo ho spiegato che le popolazioni europee lasciavano del cibo in tavola e sulle tombe per i propri cari defunti, ciò veniva fatto anche per onorare gli spiriti che varcavano i confini dell’aldilà per vagare una sola notte di nuovo sulla terra.
E così si lasciavano offerte mangerecce lasciate fuori dalla porta la notte di Samhain, un tributo per gli spiriti affamati, i quali, rifocillati, non avrebbero fatto dispetti ai vivi.
Una forma di rispetto ma anche di protezione.
I Cristiani ripresero questa usanza di Samhain, e nella notte di Ognissanti vagavano di casa in casa, elemosinando cibo in cambio di preghiere per le anime dei defunti in Purgatorio, grazie alle quali avrebbero raggiunto più velocemente il Paradiso.
Il cibo è un elemento molto importante anche nelle tradizioni italiane legate a queste celebrazioni.
Dicevamo che la notte di Samhain, il 31 ottobre, il confine tra il mondo dei morti e quello dei vivi diventa più labile, tanto che gli spettri possono tornare sulla Terra a farci visita.
Insieme agli spiriti innocui purtroppo giungono a noi anche creature malevole, che vogliono portarci con loro negli Inferi.
Per questo le popolazioni pagane usavano mascherarsi la notte di Samhain, per confondere i morti nella loro ricerca di anime da rapire.
Col tempo questa precauzione è diventata un gioco dei bambini, ma ormai che degli adulti, quello di travestirsi.
Piccola curiosità: tempo fa una sensitiva mi disse che è sconsigliato cercare di contattare gli spiriti a Samhain e nelle notti che immediatamente lo precedono e lo seguono, perché i morti sono particolarmente inquieti in quei giorni, e potrebbe essere addirittura pericoloso.
Quindi evitate per qualche giorno letture di tarocchi, divinazioni e soprattutto sedute spiritiche, soprattutto se non siete esperte della pratica.
L’Halloween che conosciamo oggi è frutto di una nuova era, di un lungo viaggio.
Samhain arriverà negli Stati Uniti esportato dagli immigrati anglosassoni e irlandesi, che mantennero vive le loro tradizioni all'interno delle nuove comunità.
Col tempo questa festa è stata assorbita nella nuova cultura americana che si stava via via formando, per poi diventare una celebrazione di tutto il popolo americano indipendentemente dalla cultura di origine.
I tratti distintivi di Samhain restano, cambia però la loro fisionomia.
Samhain diventa Halloween, “All hallows eve”.
Per fare le lanterne da esporre alle finestre, al posto di cipolle e rape, si intaglia un nuovo ortaggio originario del Nuovo Continente, la bellissima zucca.
Il travestimento che i Celti usavano per ingannare gli spiriti diventa un gioco per i più piccini e un divertimento per gli adulti.
Fantasmi, vampiri e streghe, e poi i personaggi più amati dei film e dei cartoni animati.
Il preparare e offrire cibo per gli antenati defunti diventa col tempo un passatempo simpatico, "dolcetto o scherzetto?", dove i bambini si recano di casa in casa a racimolare un prezioso bottino di caramelle.
Cambiano i tempi dunque, cambia l’aspetto, ma l’anima di Samhain resta invariata. Una festa in cui due mondi si intrecciano, due stagioni si avvicendano, il tutto con estrema naturalezza.


sabato 9 ottobre 2021

Le antiche radici europee di Halloween.


Ogni volta che si nomina Halloween ci tocca leggere una serie di castronerie ignoranti che etichettano questa festa come un’americanata o peggio, una festa demoniaca.
Ecco, è ora di sfatare queste false credenze.
Halloween non ha nulla a che vedere col diavolo, non celebra la morte a discapito della vita, e soprattutto non è nata negli States.
E’ una celebrazione di origine europea ricca di usanze e tradizioni nobili e positive, e molte di queste trovano la loro antica origine anche in Italia.
Partiamo dal principio.
Ogni popolazione ha inserito nel proprio calendario rituale e liturgico le commemorazioni dei martiri e degli antenati, famigliari e i morti con onore.
Nel caso della religione cristiana esse cominciarono ad esser celebrate attorno al IV secolo dopo Cristo.
La Chiesa siriaca d'Oriente iniziò a celebrare i santi nel tempo pasquale, la chiesa bizantina collocò le celebrazioni dopo la Pentecoste.
La Chiesa romana invece iniziò a farlo a partire dal 610 dC per volontà di papa Bonifacio IV che scelse il 13 maggio come giorno dei santi e della Vergine Maria.
La scelta di questa data non è casuale, infatti Bonifacio si era riallacciato alla tradizione romana dei Lemuria che si svolgeva in questa data. Erano giornate in cui gli antichi romani celebravano dei rituali per esorcizzare i lemuri, ovvero i fantasmi, gli spiriti dei defunti impazziti a causa di una fine violenta.
Alcuni secoli dopo si decise di spostare la celebrazione di Ognissanti al 1º novembre. 
Dal 731 dC questa decisione riguardò solo i territori di Roma, successivamente su richiesta di Papa Gregorio IV nel 835 l'imperatore Ludovico il Pio estese la festa delle reliquie cristiane di tutti i santi in data il 1º novembre in tutti il regno franco.
Sarà solo nel 1475 con Sisto IV che questa data per la celebrazione di Ognissanti diverrà obbligatoria per tutta la Chiesa di Occidente.
La scelta del 1º novembre non è casuale.
La convivenza tra le diverse culture europee ha portato la necessità di far coesistere ritualità di diverse religioni, fino a portarle ad integrarsi tra loro, ne ho parlato ad esempio nel mio articolo sulla festa di San Patrizio.
Questo processo di unificazione ha riguardato anche la festa di Ognissanti.
Il 31 ottobre da secoli in Europa le popolazioni celtiche e pagane festeggiavano un antico sabba dedicato alla fine del raccolto e alla celebrazione degli spiriti e degli antenati.
Il suo nome più conosciuto è sicuramente Samahin, il capodanno celtico.
Samhain, nelle varie declinazioni della lingua gaelica, significa letteralmente “fine dell’estate”.
Nelle culture precristiane pagane e celtiche il tempo e le stagioni si susseguono in un calendario circolare in cui tutto si ripete, scandito da diverse celebrazioni.
Il 31 ottobre la ruota dell'anno termina il suo ciclo per cominciarne immediatamente uno nuovo.
Finisce una stagione, si raccolgono i frutti del lavoro agricolo, c'è la vendemmia, ci sono le diverse mietiture.
Il tempo dell'estate lascia spazio all'autunno, la natura viva e vibrante piano piano lascia spazio al riposo.
È un sabba particolare quello di Samhain: si trova a metà strada tra il vecchio e il nuovo anno, un giorno che non esiste, come dicevano i Celti.
La natura si prepara all'inverno, alla fine, a una morte che in realtà è solo un lungo sonno.
Le popolazioni europee che vivevano dei frutti del lavoro agricolo affidavano le nuove semenze ai defunti, affinché le proteggessero.
I semi e i morti, entrambi nell’oscurità della terra, in attesa di un cambiamento, di una rinascita.
Per i popoli antichi infatti i morti continuavano una nuova esistenza sotterranea, in attesa del cambiamento, e avevano il potere di gestire i raccolti, propiziarli o addirittura di farli marcire.
Per questo era molto importante commemorare i defunti dedicando loro altari imbanditi di offerte e preghiere.
In questi giorni di Samhain quindi si dedicava del tempo al ricordo degli antenati e si organizzavano banchetti in loro onore.
Da qui la tradizione, diffusa anche in Italia, di lasciare del cibo sulle tombe e apparecchiare la tavola del 31 ottobre tenendo un posto d’onore per il famigliare defunto.
I morti sono i nuovi custodi dei semi, tanto che in molte regioni italiane, ad esempio Piemonte e Sicilia, è tradizione seminare i campi proprio il giorno di Ognissanti. 
Le tradizioni per la fine del nuovo anno si intrecciano dunque con quelle legate al culto dei morti e degli antenati.
Per gli antichi infatti in questi giorni il mondo dei vivi e quello dei morti sono più vicini, si sfiorano, il secondo si apre verso il primo in un reciproco scambio. 
Le porte dell'aldilà si aprono permettendo il passaggio degli spiriti.
Per loro offerte in cambio di benevolenza, commemorazione in cambio di buona fortuna.
Ogni popolazione, ogni cultura, ha un proprio modo di celebrare l'equilibrio tra la vita e la morte e i giorni di Samhain, data la vicinanza del mondo dei vivi con l'aldilà, sono il periodo più appropriato per farlo.
Per queste ragioni i monaci irlandesi e anglosassoni, da sempre in contatto con le tribù celtiche, iniziarono a fare pressione sul Papa affinché trovasse finalmente una ritualità comune con la cultura delle popolazioni locali.
Trovare un'affinità nel celebrare questa festa avrebbe evitato divisioni e il proliferare di superstizioni antiche, e soprattutto il ritorno a un nuovo paganesimo ai danni della fede cristiana.
C'era anche un motivo più pratico che spinse la Chiesa ad approvare questa integrazione, ovvero garantire sostentamento ai pellegrini.
Il periodo migliore era proprio la fine dell'estate, tempo in cui si vendemmiava e si mietevano i campi e le colture. Un tempo in cui ci sarebbe stato cibo in abbondanza per tutti.
Ecco quindi che la celebrazione cristiana dei morti si sovrappone alla perfezione a quella precristiana e pagana in cui si festeggiava la fine del raccolto.
Questa associazione portò l’attenzione sul fatto che non era sufficiente ricordare solo i martiri e i santi.
La volontà di celebrare la vita e il ricordo degli antenati era un caposaldo della religione delle popolazioni europee, fin dall’epoca romana, pertanto la Chiesa si adeguò anche su questo.
Fu ritenuto doveroso aggiungere una giornata di commemorazione di tutti i defunti il 2 novembre, che verrà istituita solo nel 998 dC grazie alla riforma di Odilone di Cluny, abate benedettino che per primo decise di celebrare i morti facendo risuonare per loro le campane del suo monastero dopo i vespri in quella data.
Successivamente questa pratica venne adottata da tutta la Chiesa Cattolica e divenne un rito canonico.
Questa cristianizzazione non portò a cancellare i tratti originali della festa pagana e celtica di fine anno, le due celebrazioni in origine vennero accostate, si fusero in certi tratti. 
Abbiamo citato in particolare Samhain e le celebrazioni celtiche, ma è importante precisare nuovamente che questa festa era ed è diffusa in tutta Europa, con nomi diversi a seconda della zona geografica.
Anche in Italia, lo vedremo in modo approfondito più avanti, esistono tradizioni secolari per celebrare i defunti, tradizioni che assomigliano molto a quelle celtiche e nordeuropee.
Andando a ritroso nel tempo scopriamo che già i Romani celebravano rituali particolari durante le giornate dei Lemuria, li abbiamo nominati prima, e credevano che in alcuni giorni, nello specifico il 24 agosto, il 5 ottobre e l'8 novembre, gli spiriti potessero tornare a vagare sulla terra.
È la tradizione del Mundus Cereris, che metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti. 
Un intero continente quindi che presenta tratti comuni seppur differenti nel modo di commemorare i propri defunti e render loro omaggio.
A proposito di denominazioni, dobbiamo chiarire perché siamo arrivati a chiamare questa festa Halloween.
Il nome Halloween deriva dall’uso del termine Ognissanti, che col tempo verrà accostato fino a sostituire il nome Samhain quando si fa riferimento a questa celebrazione.
Il nome di questa giornata in inglese è All Hallows' Eve, che tradotto significa "Notte di tutti gli spiriti sacri", col tempo, successivamente all’arrivo degli europei negli Stati Uniti e al diffondersi di film e romanzi, diventerà Halloween nel gergo comune.
Abbiamo dunque smascherato anche quella diceria che afferma che Halloween sia un'americanata, una festa da disprezzare perché non ci appartiene.
Che si chiami Samhain o Halloween comunque l'anima antica europea di questo giorno rimane la stessa.
E anche gli usi e le tradizioni, seppur diversi a seconda dei luoghi e delle culture in cui sono nati, sono tutti legati da radici comuni, che rendono Samhain/Halloween una celebrazione davvero universale.

venerdì 1 ottobre 2021

La storia di Jack O'Lantern.


Oggi vi racconto una storia, un’antica leggenda.
Jack era un fabbro irlandese, furbo e ubriacone, che una sera in un pub incontrò il diavolo.
Jack era ubriaco, e il diavolo pensò di potergli sottrarre l’anima ma Jack, che aveva capito le sue intenzioni, gli chiese di trasformarsi in una moneta promettendogli la sua anima in cambio di un'ultima bevuta. Il diavolo divertito accettò. Jack ripose poi il diavolo divenuto moneta nel suo borsello, accanto ad una croce d'argento, cosicché egli non potesse tornare alla sua forma originaria. Per farsi liberare il diavolo gli promise che non avrebbe preteso la sua anima nei successivi dieci anni, e soddisfatto Jack lo lasciò andare.
Dieci anni più tardi, il diavolo si presentò nuovamente e questa volta Jack gli chiese di raccogliere una mela da un albero prima di consegnargli la sua anima.
Il diavolo accettò e si arrampicò per cogliere il frutto.
Al fine di impedire che il diavolo scendesse dall’albero, Jack incise una croce sul tronco.
Soltanto dopo un lungo battibecco i due giunsero ad un nuovo compromesso: in cambio della libertà, il diavolo avrebbe dovuto risparmiare la dannazione eterna a Jack. 
Durante la propria vita O’ Lantern commise così tanti peccati che quando morì fu rifiutato dal paradiso e dovette recarsi alle porte dell’inferno.
Qui venne scacciato dal diavolo che gongolando gli ricordò il patto, ben felice di lasciarlo errare come anima tormentata.
Per cacciarlo il diavolo gli tirò un tizzone ardente, che Jack posizionò all'interno di una rapa che aveva con sé nel tentativo di scaldarsi e illuminare la sua strada.
Cominciò da quel momento a vagare senza tregua alla ricerca di un luogo in cui riposarsi.
E ancora oggi cammina senza meta, con la sua lanterna improvvisata.
Da allora ne è passato di tempo e la rapa è stata sostituita dalla zucca.
La notte del 31 ottobre possiamo sentire i passi e i sospiri di Jack O’Lantern, ancora in cerca di un posto sicuro in cui passare l’eternità.
In questa notte infatti i suoi passi si fanno veloci e colmi di speranza, chissà se riuscirà finalmente a trovare un pò di pace.
Perchè questa notte è diversa dalle altre, è una notte particolare, in cui le porte dell’aldilà si aprono, in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è così sottile che gli spiriti possono attraversarlo.
E’ la notte di Samhain, celebrata dai celti di tutta Europa come la notte che conclude la ruota del tempo.
La notte che secoli dopo sarà conosciuta come Halloween.
Oggi è il primo di ottobre, oggi iniziamo un viaggio.
Questi giorni sono un sentiero che ci conduce alla scoperta della festa di Samhain, il sabba del capodanno celtico, lo percorreremo insieme per giungere finalmente a quell’ultima notte del mese così misteriosa ed affascinante, per scoprire che le sue tradizioni ci appartengono fin dall’antichità.
 

giovedì 22 luglio 2021

Il vero peccato di Sodoma.


Quando si parla di omosessualità nella Bibbia uno dei capitoli più citati è certamente quello che racconta della distruzione di Sodoma e Gomorra.
Troviamo questo episodio in Genesi nei capitoli 18 e 19.
La narrazione biblica racconta che Dio si manifestò presso le querce di Mamre ad Abramo
che sedeva all’ingresso della sua tenda in una calda giornata.
Dio apparve ad Abramo nelle vesti di tre uomini, e il patriarca li accolse dando loro riparo e cibo.
Durante la visita gli uomini non solo annunciarono a Sara, moglie di Abramo, che da lì a un anno avrebbe partorito un figlio, ma lo informarono che Dio aveva deciso di distruggere le città di Sodoma e Gomorra, perché "Il grido contro Sodoma e Gomorra é troppo grande e
il loro peccato é molto grave". ( Gn 18,20).
Abramo cercò di intercedere affinchè qualcuno venisse risparmiato, “ Davvero sterminerai il giusto con l’empio?” (Gn 18, 23)
Dopo una lunga contrattazione con Abramo Dio disse che se avesse trovato almeno 10 giusti avrebbe risparmiato la città dalla distruzione.
A questo punto i tre uomini lasciarono Abramo e si recarono a Sodoma.
Nel continuo della narrazione diventano due, e vengono chiamati esplicitamente angeli.
Essi incontrarono qui ad accoglierli Lot, un nipote di Abramo.
Egli li invitò nella sua casa e insistette affinché trascorressero la notte nella sua abitazione, preparò per loro un banchetto e dei letti dormire. Ma prima di sera gli abitanti di Sodoma raggiunsero la casa di Lot.
Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perchè possiamo abusarne!” (Gn 19,5) dissero gli abitanti di Sodoma.
Lot rifiutò addirittura offrendo al loro posto le sue due figlie vergini, “Ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo, lasciate che ve le porti fuori e fate a loro quel che vi piace.” (Gn 19,8), ma essi rifiutarono.
Gli abitanti di Sodoma provarono a entrare con la forza in casa di Lot ma i due angeli ili accecarono con una luce abbagliante.
Gli angeli allora dissero a Lot di prendere la sua famiglia e di lasciare la città.
Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. poiché noi stiamo per distruggere questo luogo, il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli.” (Gn 19, 12-13) e quando la famiglia varcò le mura della città uno dei due angeli aggiunse “Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti.” (Gn 19, 17).
Lot era quasi arrivato a Zoar, una città vicina,quando Dio inviò una pioggia di fuoco e zolfo che incenerì del tutto Sodoma con i suoi abitanti, assieme ad altre città limitrofe come Gomorra, Adma e Zeboim.
La moglie di Lot si voltò per il fragore delle esplosioni e per questo fu trasformata in una statua di sale. (Gn 19, 26).
Abramo di buon mattino si recò nel luogo ove aveva incontrato i tre uomini, e da lì vide ciò che restava delle città distrutte, “tutta la distesa della valle e vide un fumo che saliva dalla terra, come il fumo di una fornace”. (Gn 19, 27-28)
Sebbene si usi questo racconto per condannare l'omosessualità le sue origini sono ben lontane da questo scopo.
Il racconto è ricco di simbologia mitica e allegorica, e segue il filone della narrazione eziologica, ovvero cerca di dare una spiegazione al perché si sono verificati certi avvenimenti, in questo caso si vuole trovare la ragione per cui la terra dove sorgevano Sodoma e le altre città distrutte fosse diventata una zona desertica, inospitale e dimenticata dall'uomo.
Ma l'autore di questi capitoli non è mosso solo dalla necessità di spiegare perché quella terra fosse diventata arida e inabitabile.
Utilizza il racconto per altri scopi.
Il primo è di natura politica, il secondo riguarda invece la morale.
Iniziamo dalla critica al contesto politico e sociale.
Siamo agli albori della storia del popolo ebraico come viene narrata nella Bibbia.
Abramo, di ritorno dall’Egitto, si stabilisce nella zona del Negheb.
Con lui c’è il nipote Lot, entrambi portano con loro bene e armenti. Abramo comprende subito che il territorio non è abbastanza vasto per ospitare entrambi, e convince Lot a cercare un altro luogo in cui stabilirsi.
Lot sceglie la valle del Giordano, all’epoca fertile ed irrigata, e lì si trasferì.
Fin da subito nella Bibbia ci viene detto che gli abitanti di quella terra hanno una cattiva reputazione.
Lot sa che i popoli di questa regione erano malvagi.
Ora gli uomini di Sodoma erano perversi e peccavano molto contro il Signore.” (GN 13, 13)
L’intento dell’autore è quello di screditare la popolazione locale e i loro re.
Nel capitolo 14 di Genesi infatti viene raccontato un aneddoto nel quale i regnanti delle città scappano di fronte all’esercito del re di Elam abbandonando il loro popolo a un tragico destino di schiavitù, e durante la fuga essi cadono in pozzi di bitume.
Qui entra in gioco Abramo che riesce a recuperare il bottino trafugato dall’esercito e a liberare i prigionieri.
Piombò sopra di essi di notte, li sconfisse e proseguì. (...) Recuperò tutta la roba e anche Lot suo parente, i suoi beni, con le donne e il popolo.” (Gn 14, 15-16)
Questa valutazione negativa è una sorta di anticipazione sul destino delle due città,e sul destino di quei popoli e culture che le abitano.
Inoltre pone l’attenzione sulla grandezza di Abramo, colui che sarà il patriarca del popolo ebraico.
Abramo a differenza dei re di Sodoma e Gomorra non abbandona uomini e donne, ma accorre il loro soccorso, come ogni leader degno di tale nome dovrebbe fare.
Si inizia quindi a porre una linea di demarcazione tra passato e presente, e soprattutto futuro, delle popolazioni guidate da Abramo, quelle che con lui sceglieranno di seguire l’unico vero Dio.
Il vecchio regime è codardo, egoista, non tutela il popolo, la nuova via e il nuovo credo proposti da Abramo invece danno all’uomo sicurezza, protezione, ricompensa.
Veniamo ora al nostro tema, la presunta condanna dell’omosessualità.
Le città vengono distrutte a causa della loro corruzione e delle loro trasgressioni, ma attenzione,
la vera infamia che viene punita non è l'omosessualità, bensì il non adempiere al dovere dell'ospitalità.
Lot accoglie subiti gli stranieri e offre loro riparo e cibo, gli abitanti di Sodoma invece sono pronti a fare loro del male.
Non importa da dove essi vengano, chi siano, li bramano per sé stessi e per soddisfare le loro voglie.
Yada' è il termine ebraico utilizzato, che significa appunto conoscere sessualmente una persona, ma attenzione, il senso di quel "volevano conoscerli" in questo caso è chiaramente riferito a un rapporto non consensuale.
Quindi il testo ci dice che tra gli abusi che vogliono perpetrare c'è anche lo stupro.
Violenza sessuale ai danni di uomini compiuta da uomini, che è una cosa totalmente diversa dal concetto di omosessualità o di rapporti sessuali omosessuali.
Gli abitanti di Sodoma peccano contro il Signore non tanto per le loro pratiche sessuali discutibili ma per il modo brutale in cui negano assistenza agli stranieri che cercano un rifugio e per il modo in cui li trattano.
Questa mancanza viene sottolineata, in maniera iperbolica, con la proposta di Lot di prendere le sue figlie al posto degli stranieri.
L'ospite e la sua cura, la sua salvezza sono un valore così importante da sacrificare anche la propria famiglia.
Anche il fatto che gli abitanti di Sodoma spingano via con violenza Lot mentre cerca di farli desistere dal loro intento è indicativo.
Avrebbero potuto sfogare la loro rabbia e lussuria su di lui, invece lo scansano in quanto il loro obiettivo sono gli ultimi arrivati.
Per i Sodomiti essi non sono esseri umani, non meritano alcun rispetto, sono paragonabili a bestie.
Perché questo accanimento?
Perché Sodoma rifiuta di accudire lo straniero, di farsi carico dei suoi bisogni nel momento in cui è più debole?
Sappiamo già che sono un popolo che ha spesso indispettito il Signore con la codardia dei suoi regnanti, con il non rispettare le Sue leggi.
Dal testo si evince che la motivazione risiede anche nella paura del diverso, nel timore che questo possa scardinare e mettere in discussione le usanze della città, portando una nuova cultura che sottererebbe la precedente.
I Sodomiti infatti si infuriano di fronte alle resistenze di Lot: "Tirati via! Quest'individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice!" (Gn 19, 9).
Come si permette questo straniero di contraddire gli abitanti legittimi di quella città? 
L'emigrato non sarà mai pari all'autoctono, non avrà mai gli stessi diritti, e dovrà adattarsi ad ogni usanza, e sopportare ogni sopruso giustificato come usanza, tradizione. 
C'è inoltre una buona dose di egoismo, di non voler dividere la propria fortuna con chi è bisognoso.
Un'ulteriore conferma di questa interpretazione la troviamo ad esempio in Ezechiele 16,49: "Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero".
Nel libro della Sapienza ci viene detto che i Sodomiti odiavano crudelmente lo straniero e non lo accoglievano: "Essi soffrirono giustamente per la loro malvagità, avendo nutrito un odio tanto profondo per lo straniero".(Sap 19, 13)
Nel suo libro Antichità Giudaiche Giuseppe Flavio ci dice che "I Sodomiti odiavano gli stranieri e deviavano dalle relazioni con loro".
Sovranismo biblico dunque, potremmo ironizzare dicendo che il motto politico dell'epoca sarebbe stato senza dubbio "Prima i Sodomiti!".
Dunque il peccato di Sodoma non è l'omosessualità, non è l'amore tra persone dello stesso sesso.
Siamo di fronte a un'incomprensione di termini e significati che per tanto tempo ha condizionato l'interpretazione di questo racconto e lo ha portato ad essere strumentalizzato contro l'omosessualità, che qui viene giusto accennata e solo nella connotazione di un rapporto sessuale tra uomini, oltretutto di tipo non consensuale. Si tratta quindi di stupro tramite sodomia, e viene citato nel racconto per descrivere i soprusi commessi dai Sodomiti contro lo straniero.
Un abuso violento, umiliante, per dimostrare il proprio potere su una vittima che non può difendersi né pretendere rispetto perchè secondo i suoi aguzzini non lo merita.
Il motivo principale per cui Sodoma e Gomorra vengono distrutte risiede proprio in questa totale indifferenza di fronte a un altro essere umano, alle necessità e dignità di un pellegrino, di un povero, di un emigrato.
Indifferenza che purtroppo anche noi tutt'oggi continuiamo a vedere in molti nostri concittadini, che quasi godono quando apprendono della morte in mare di qualche disgraziato.
Nel cuore di molti Sodoma e Gomorra non sono ancora state distrutte.


(L'immagine di copertina è un fotogramma tratta dall'episodio dedicato a Sodoma e Gomorra nel film di John Houston del 1966 "La Bibbia") 


martedì 22 giugno 2021

Il Levitico e l'amore omosessuale, è tempo di fare chiarezza.


Con un uomo non giacerai come si giace con una donna: è un abominio”. (Lv 18, 22) Chiunque abbia giaciuto con un uomo come si giace con una donna, hanno compiuto tutti e due un abominio; siano messi a morte. Il loro sangue ricada su di loro”. (Lv 20, 13)

Così tuonano due versetti che troviamo nel libro del Levitico.
Sono certamente tra i più noti, i più usati per condannare l’omossesualità.
In questo libro, il terzo della Torah, troviamo una raccolta di prescrizioni e leggi che scandiscono la vita della comunità ebraica dopo la liberazione dall’Egitto.
Il Levitico ovvero libro dei leviti, i sacerdoti discendenti della tribù di Levi, trova la sua collocazione temporale in due momenti: la trasmissione orale nata tra l’8 e il 5 secolo aC, a cavallo tra il periodo preesilico e la deportazione in Babilonia, e la redazione scritta, conclusasi del 3 secolo aC, nel periodo postesilico.
Parlando del libro di Genesi e dei capitolo dedicati ad Adamo ed Eva se ricordate abbiamo detto che il periodo successivo alla deportazione in Babilonia è molto importante per il popolo ebraico, è un passaggio fondamentale nella ricostruzione della propria identità culturale, sociale e religiosa.
Da questa riscoperta nasce la necessità di mettere per iscritto le prescrizioni che regolamentano la vita quotidiana, civile e religiosa di ogni ebreo, affinché non vengano mai dimenticate anche e soprattutto nei momenti di maggiore sconforto.
E la vita civile riguarda anche le relazioni di coppia, che vengono anch’esse regolamentate.
Matrimoni, rapporti sessuali, procreazione.
Tutto ha una legge che lo riguarda.
E qui arriviamo al nostro tema, ai versetti del Levitico che abbiamo citato all’inizio.
A una prima lettura essi sembrano condannare in toto l’omosessualità.
Ma è questa l’intenzione degli autori leviti? 
Procediamo con ordine.
La Torah considera l’omosessualità in modo diverso rispetto ai tempi odierni, non prende in considerazione l’inclinazione sessuale tantomeno quella sentimentale. Essa conosce gli atti di tipo omosessuale, nello specifico la sodomia.
Alla luce di ciò, visto che non si parla di amore ma di atti sessuali, possiamo già dire che l’intenzione degli autori del Levitico non è condannare le persone omosessuali, semmai scoraggiare i rapporti sessuali anali tra due uomini.
Perchè?
Ripercorrendo la storia del popolo ebraico scopriamo che esistono una serie di fattori che hanno portato i leviti a dichiarare l’atto sessuale omosessuale come un “abominio”.
Sempre in Levitico si dice: “Non agite secondo il costume del paese d’Egitto (...) non comportatevi secondo le loro leggi.
(Lv 18, 3-4)
Le culture con cui il popolo ebraico è entrato in contatto nei secoli precedenti conoscevano l’omosessualità e non vi era divieto di congiungersi tra persone dello stesso sesso.
Israele che riscopre se stesso e la sua identità deve stabilire una netta separazione tra sè e gli altri popoli, in particolare da coloro che lo hanno soggiogato e imprigionato, ridotto in schiavitù, deve dunque prendere le distanze anche dalle loro pratiche sessuali.
Solo in questo modo Israele potrà trovare la propria unicità.
Per la stessa motivazione, il voler dare un taglio netto con gli oppressori, Levitico vieta i rapporti incestuosi, accettati ad esempio dalle famiglie nobili egiziane per preservare la purezza della loro linea di sangue.
Una seconda motivazione la troviamo nel valore che viene dato alla fecondità, tematica che abbiamo già affrontato parlando dei capitoli di Genesi su Adamo ed Eva.
Siamo in un periodo storico in cui uno dei propositi maggiori della comunità ebraica postesilica è quella di dare vita a nuove generazioni che tramanderanno la conoscenza e la fede dei loro padri.
Il rapporto sessuale deve dunque essere finalizzato alla procreazione, quindi può svolgersi solo tra uomo e donna all’interno di una relazione coniugale benedetta dai sacerdoti del Tempio.
Un uomo giacerà solo con la sua sposa con l’intento di generare dei figli.
Il sesso omosessuale, e non l’omosessualità attenzione, è una distrazione da tale intento, pertanto viene scoraggiata.
Per lo stesso motivo, ovvero evitare di disperdere il seme inutilmente, il Levitico vieta ad esempio i rapporti sessuali quando la donna ha il ciclo mestruale.
Da ciò si evince che l’intento degli autori del libro del Levitico è più legato alla paura di un calo delle nascite che alla condanna della comunità omosessuale.
Tutto è finalizzato alla sicurezza del legame familiare, che è la base della comunità ebraica.
Se nella famiglia vi è discordia essa non sarà un terreno fecondo per le nuove generazioni.
Per questo motivo vicino al divieto di congiungersi sessualmente tra due uomini troviamo altre proibizioni.
Viene bandito l'adulterio (Lv 18,20), vengono proibiti i sacrifici di infanti in favore del dio Moloch (divinità antica del fuoco che richiedeva che i neonati venissero bruciati in suo onore) (v.21), e infine vengono proscritti gli atti sessuali con gli animali (v. 23).
Non si giace con persone dello stesso sesso o con animali perché il proprio desiderio sessuale va contenuto e risparmiato per la propria sposa, per procreare. 
Per lo stesso motivo l'uomo non disperderà il seme con altre donne, la cui gravidanza può minare la solidità della famiglia.
Un bambino non può essere sacrificato e bruciato per Moloch, perché i sacrifici umani erano prerogativa di culture nemiche del popolo ebraico e inoltre sarebbe blasfemo uccidere un bambino, un dono di Dio, una creatura che può tramandare la linea di sangue della famiglia.
Se la famiglia non è serena e compatta al suo interno allora non lo sarà nemmeno verso l'esterno, e a rimetterci sarà l'intera comunità.
La società ebraica di quegli anni è consapevole che il popolo non può disperdersi e disgregarsi ulteriormente, non sopravviverebbe.
Per questo le regole sono scritte in modo così ferreo e incontestabile all'interno del libro del Levitico, per questo le punizioni a riguardo sono drastiche.
Queste prescrizioni però riguardavano una comunità ebraica appena rientrata in patria, che viveva un senso di precarietà ed era in cerca di una nuova stabilità.
Questa situazione particolare ora non esiste più, la società ebraica si è evoluta e trasformata nel corso dei secoli, nonostante tante difficoltà.
Ed è qui che crollano i versetti sopra citati.
Quando scompaiono le condizioni storiche che hanno reso necessarie certe leggi esse perdono la loro ragion d'essere e possono essere messe in discussione in favore di un miglioramento culturale e umano della società.
Alla luce di ciò se guardiamo ai versetti che parlano di proibire i rapporti sessuali omosessuali possiamo dire che essi hanno ormai perso ogni significato.
Lo hanno perso in seno alla comunità ebraica, dato che ai giorni nostri non si parla più di un popolo di ritorno dall'esilio che necessita di una discendenza e di sicurezza religiosa e sociale, e non trovano più nessun appiglio neanche all'interno di quelle società che hanno ereditato parte del patrimonio religioso ebraico attraverso il cristianesimo.
Dunque chi si ostina a discriminare le persone omosessuali brandendo la Bibbia come un'arma nuovamente inciampa nella sua ignoranza, dato che questo odio non trova una base solida nemmeno nelle parole del Levitico.
Utilizzare questi versetti per condannare l'omosessualità non solo è anacronistico, dato che la nostra situazione storica in questi anni 2000 è totalmente rovesciata rispetto a quella degli ebrei del 3 secolo aC, ma soprattutto perché come abbiamo visto quelle proibizioni nulla avevano e hanno a che fare con l'amore tra persone dello stesso sesso.
Amore che nemmeno qui viene messo in alcun modo in discussione.


mercoledì 16 giugno 2021

Adamo ed Eva, le origini dell'amore universale.


C'è una scena nel film Philadelphia che mi è sempre rimasta impressa.
La pellicola di Jonathan Demme del 1993, con protagonisti Tom Hanks e Denzel Washington, è molto nota, così come la sua trama.
Tom Hanks interpreta Andrew Beckett, un avvocato che viene licenziato dal suo studio legale con la scusa di incompetenza quando in realtà la vera motivazione risiede nel fatto che è omosessuale, un dettaglio che non ha mai rivelato ai suoi capi proprio per paura di ritorsioni. Inoltre Andrew è malato di Aids, e scoperta la verità i suoi superiori organizzano una trappola per poterlo licenziare. Beckett assumerà l'avvocato Joe Miller, interpretato da Denzel Washington, affinché lo rappresenti in una causa legale contro il suo studio, nonostante sappia che la malattia lo sta velocemente consumando.
A un certo punto del film vediamo Andrew che si sta recando in tribunale, e un uomo lo aggredisce verbalmente gridandogli «Erano Adamo ed Eva, non Adamo ed Andrea
Ecco, una delle motivazioni utilizzate da molte persone per giustificare la discriminazione verso le coppie omosessuali risiede in quel versetto della Bibbia che recita: "Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina." (Gn 16,27)
Maschio e femmina, uomo e donna, l'immagine di Dio, a loro viene affidato il Regno di Dio, il Creato.
Può questa semplice affermazione, il riconoscere l'esistenza di due generi, maschile e femminile, essere la base per deligittimare l'omosessualità?
Proviamo a capire cosa ci dice veramente la frase che troviamo in Genesi.
Intanto bisogna contestualizzare il testo a cui ci riferiamo.
Il brano si rifà, nelle intenzioni del suo autore, alle conoscenze e alle consuetudini sociali dell'epoca in cui è stato tramandato e scritto.
Dobbiamo tenere presente che parliamo di un libro nato all’interno della comunità ebraica, la quale per secoli ha trasmesso oralmente le storie in esso raccontate. 
A un certo si inizia a trascrivere su pergamena queste storie fino a formare la Torah, i primi cinque libri della Tanak, la Bibbia ebraica.
La loro redazione finale viene collocata tra il 400 e il 350 aC.
La comunità ha bisogno di certezze.
Siamo negli anni successivi all’esilio in Babilonia, un periodo in cui il popolo di Israele tornato in Palestina ha bisogno di recuperare la propria identità fiaccata da anni di prigionia. La creazione di un testo sacro di riferimento ha anche questo scopo, unire la conoscenza e la fede del popolo ebraico affinché esso riscopra la sua storia umana e il suo rapporto con Dio.
Chi siamo, da dove proviene la nostra fede, la nostra identità? 
Non è un testo unitario, la sua redazione scritta ha richiesto molti anni, e ha visto la partecipazione di numerosi autori che si rifanno a diverse correnti e a differenti stili e generi letterari.
Inoltre i miti babilonesi hanno certamente influito sulla formazione di Genesi, in particolare l'epopea di Gilgamesh.
Gli autori partono dal loro presente e riflettendo sull'esperienza dell'esilio e della liberazione arrivano a rispondere alle domande esistenziali del popolo ebraico, proiettando il tutto nel passato, nelle origini. 
Perché ogni storia ha un inizio.
E Genesi in ebraico infatti è “Berescit”, “In principio”.
Questo inizio ci parla della creazione del mondo e dell’umanità per poi arrivare a raccontare la storia del popolo ebraico.
Su questo concetto possiamo dividere il libro di Genesi in due parti.
I capitoli dal primo all’undicesimo di Genesi sono detti strada della vita, in quanto affrontano gli interrogativi fondamentali dell’esistenza umana. 
Nel dodicesimo incontreremo Abramo, il primo dei Patriarchi, e con lui la storia dell’umanità verrà ristretta e concentrata su quella del popolo ebraico.
Una storia che tuttavia riguarda comunque l'umanità intera.
L'intento dei primi 11 capitoli di Genesi è quello di raccontare agli uomini il loro rapporto con Dio, il Creato, gli altri uomini e con se stesso, e di spiegare il senso di smarrimento che può verificarsi quando questi rapporti si incrinano, specificando però che da un'iniziale disperazione per la perdita subìta nasce una nuova consapevolezza.
In questi capitoli leggiamo della creazione del mondo e delle creature viventi, l’allontanamento di Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè e il diluvio universale, la torre di Babele e delle diverse genealogie che porteranno fino ad Abramo.
Occorre fare una precisazione non scontata su questi 11 capitoli.
La natura del testo non è storico scientifica, è religiosa, non c’è l’intenzione di spiegare come sia stato creato il mondo, ma si vuole far riflettere sull’esistenza umana e sui rapporti che essa intreccia con altri soggetti.
Elleth toledot”, "queste sono le origini", è il concetto che scandisce il libro di Genesi.
Origini che hanno la loro natura nel rapporto con Dio.
E infatti l’elleh toledot è un concetto dualistico che racconta il bene e il male presenti nella storia dell’uomo.
La bontà e bellezza della Creazione si avvicendano con il peccato originale e con il fratricidio di Caino e Abele; l’umanità corrotta trova una nuova vita nell’alleanza di Dio con Noè, l’arroganza dell’uomo che costruisce la torre di Babele dà vita ai popoli della Terra.
Genesi ci mostra un’umanità imperfetta che però non perde mai l’amore di Dio e lo riscopre di volta in volta.
Fatta questa doverosa premessa torniamo al primo capitolo di Genesi, in cui viene descritta la Creazione del giardino dell’Eden e di tutte le creature, incluso l’essere umano.
Agli uomini Dio affiderà il Creato, affinché lo custodiscano e lo facciano prosperare.
Dio crea l’uomo, e dato che “non è bene che sia solo”, (Gn 18,25) crea anche Eva, una creatura che sia simile a lui.
La parola ebraica usata è “ezer”, aiuto. 
Non è inteso come sottomissione, anzi.
Entrambi, uomo e donna, hanno pari diritti e responsabilità verso il Creato, e devono collaborare in ogni faccenda che lo riguarda.
Dio plasma Eva con la stessa dignità e con le stesse parole che ha usato per Adamo.
Non c’è disuguaglianza tra loro, c’è parità.
Il fatto che Eva sia stata generata da una costola di Adamo ci dice proprio questo: sono fatti della stessa carne, allo stesso modo, per questo sono uguali davanti a Dio.
Come abbiamo detto la natura di Genesi non è scientifica, tantomeno storica. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, eppure l’autore ha scelto di parlare di un uomo e di una donna. 
Adamo ed Eva sono una coppia, unita dal loro amore e dall’amore di Dio.
Ma è sbagliato pensare che questa rappresentazione legittimi unicamente le coppie eterosessuali a discapito di quelle omosessuali.
Dicevamo che il contesto sociale e culturale in cui l’autore scrive è quello dell’ebraismo in un'epoca in cui l’unica relazione coniugale accettata era quella monogama ed eterosessuale.
Il motivo è semplice: uno dei capisaldi della comunità ebraica di quel periodo storico è la necessità di una discendenza.
Quell'elleh toledot di cui parlavamo prima significa anche "questa è la discendenza", una frase che troviamo spesso in Genesi.
Parlavamo di un popolo in diaspora, decimato da anni di esilio e prigionia. 
C’è bisogno di nuove generazioni che tramandino le tradizioni, la fede, la vita.
E solo un uomo e una donna possono concepirle, insieme.
Nella Bibbia infatti Dio ad Abramo promette una terra e una discendenza, queste le ricompense per la sua fede nel Dio unico.
Quindi, per citare il papa emerito Joseph Ratzinger, “Il monogamismo biblico è vicino al monoteismo ebraico”.
Un unico Dio, un unico sposo o sposa.
Ma la necessità di un popolo di tramandare se stesso esclude categoricamente la possobilità che esista l'amore tra persone dello stesso sesso? 
Assolutamente no.
In Genesi non viene detto nulla di tutto ciò, non viene data indicazione specifica sulla sessualità dei personaggi.
Intuiamo che si tratti di una relazione eterosessuale solo in virtù del famoso "andate e moltiplicatevi", che comunque riguarda unicamente la sfera biologica riproduttiva, non quella affettiva.
Ma non si parla chiaramente di relazioni etero o gay.
Non se ne parla perché non è una nozione necessaria per lo scopo affidato al libro.
L'autore di Genesi 16 nel suo testo descrivendo Adamo ed Eva altro non fa che rappresentare l'umanità intera e le sue caratteristiche, qualità e mancanze.
Esse riguardano ogni essere umano, sono gli uomini e le donne di ogni epoca storica, che amano, che tentano e falliscono, non si prendono le responsabilità delle proprie azioni, che trovano una nuova consapevolezza e riscoprono un nuovo modo di vivere, creano una comunità. 
Questa storia è destinata a ripetersi nei secoli, perché essa è insita la natura umana.
L'intento di questi capitoli è raccontare l'essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti, a prescindere dal suo genere e dalla sua sessualità. 
Non si può quindi pensare di appellarsi alla storia di Adamo ed Eva per giustificare la condanna verso l'omosessualità, perché da nessuna parte nel testo troviamo l'esaltazione della coppia eterosessuale così come non c'è un esplicito giudizio negativo nei confronti delle relazioni omosessuali.
Si parla di amore, e non si dice che esso può esistere solo tra uomo e donna.
E soprattutto si dice che l'amore di Dio, sentimento divino che è davvero protagonista della storia più di quello umano, riguarda tutta l'umanità.
E se Genesi non fa distinzioni tra generi e le sessualità allora non lo fa nemmeno Dio, il cui amore abbraccia tutti.
Con buona pace di chi pecca di omofobia. 





venerdì 11 giugno 2021

Liebe gewinnt, la disobbedienza in nome dell'amore universale.

A maggio 2021 in Germania un gruppo di sacerdoti cattolici ha compiuto un gesto di ribellione che potremmo definire epocale.
Hanno dato vita al movimento "Liebe gewinnt" e hanno iniziato a offrire benedizioni alle coppie omosessuali. 
A Berlino, Monaco,Colonia e in tanti altre città tedesche centinaia di coppie dello stesso sesso sono state benedette in funzioni religiose.
Liebe gewinnt, l'amore vince, è la risposta disobbediente a una dichiarazione del Vaticano.
A marzo 2021 infatti la Santa Sede si è così espressa: «Non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio su matrimonio e famiglia».
E aggiunge che «la Chiesa cattolica non può benedire il peccato».
Ma numerosi sacerdoti cattolici tedeschi non erano dello stesso avviso.
I promotori di Liebe gewinnt, don Bernd Mönkebüscher, don Burkhard Hose e don Carsten Leinhäuser hanno così ribattuto:
«L'amore vince. L'amore è una benedizione. Le persone che si amano sono benedette. Il 10 maggio 2021 ti invitiamo in vari luoghi della Germania per le benedizioni. Non vogliamo escludere nessuno. Celebriamo la diversità dei diversi piani di vita e delle storie d'amore delle persone».
Da subito l’iniziativa è stata accolta da numerose parrocchie.
Uno dei benedicenti, don Christian Olding, ha affermato: «Se sosteniamo che Dio è amore non posso dire alle persone che perseguono lealtà, unità e responsabilità reciproche che il loro non è amore».
Rappresentanti della chiesa cattolica tedesca hanno dato vita a una petizione per chiedere alla Santa Sede di estendere le benedizioni alle coppie omosessuali, molte parrocchie hanno esposto le bandiere arcobaleno.
Le benedizioni sono proseguite per giorni, nonostante i rimproveri dei vescovi tedeschi.
Su molti giornali cattolici si è addirittura parlato del rischio di uno scisma tedesco, di una nuova Controriforma.
In realtà questo pericolo non esiste, dato che i sacerdoti che hanno aderito al LIebe gewinnt hanno celebrato le benedizioni sulle coppie omosessuali durante il loro tempo libero e non mentre erano in servizio.
Per questo stesso motivo la Conferenza episcopale tedesca non ha potuto sanzionarli.
Il presidente dei vescovi tedeschi, monsignor Georg Bätzing, si è limitato ad affermare che «noi non consideriami le azioni pubbliche, come quelle previste per il 10 maggio, un segno utile o una via da seguire. Le messe di benedizione hanno la loro dignità teologica e il loro significato pastorale. Non sono adatte come strumenti per manifestazioni politico-ecclesiastiche o azioni di protesta».
Ma di fronte a questa disobbedienza ben organizzata e risoluta il Vaticano ha tremato.
Perchè la benedizione, nonostante non abbia lo stesso valore di un sacramento quale il matrimonio, è di fatto una legittimazione di un rapporto tra due persone.
La benedizione ci dice che ciò che viene consacrato è buono e giusto, 
è protetto dall’amore e dalla benevolenza di Dio.
E’ un precedente consistente, e come tale trova spazio e rafforza una diversa prospettiva nel dibattito che da anni infiamma la teologia cristiana sulla questione omosessualità.
Può la cristianità cambiare opinione sul suo modo di rapportarsi all'omosessualità?
È possibile un'apertura verso le relazioni ebi matrimoni gay?
Finora la risposta, come sappiamo, è sempre stata negativa, nonostante qualche spiraglio di umanità aperto da alcuni sacerdoti.
Tra questi c'è anche papa Francesco. Quando ancora non era pontefice Bergoglio si sarebbe espresso a favore dei cattolici omosessuali affinché non venisse negato loro il diritto alla famiglia.
Ma queste parole, limitate al rispetto verso le persone omosessuali di fede cattolica e di condanna verso atti di violenza omofoba, non hanno portato a nessun cambiamento nella dottrina.
L'omosessualità rimane un peccato, è una tendenza da condannare.
Ma la disobbedienza dei sacerdoti tedeschi del movimento Liebe gewinnt ci dimostra che un'altra strada è percorribile.
Ci mostra che è possibile equiparare le coppie omosessuali a quelle eterosessuali in termini di validità del loro sentimento, delle responsabilità, di diritti e doveri, e dei progetti comuni.
Ma i più agguerriti tuonano che la Bibbia stessa condanna l'omosessualità, e che pertanto se lo stesso testo sacro della cristianità si esprime contro le coppie gay non c'è margine per legittimarle.
Ma è davvero così?
Cosa dice realmente la Bibbia sull'omosessualità?
Quando si parla del tema in oggetto spesso si sentono citare i soliti versetti tratti dal Levitico, oppure le vicende di Sodoma e Gomorra, le parole di San Paolo.
E chi li utilizza di solito non ha idea di cosa va citando, ripete a pappagallo una frase senza conoscerne l'origine e il contesto.
Molti teologi, studiosi di esegesi e di ermeneutica biblica, sostengono da tempo che la Bibbia venga utilizzata in modo improprio per giustificare la condanna all'omosessualità.
Il Pride Month diventa l'occasione per scoprire che esiste una diversa prospettiva, un modo diverso di leggere e interpretare quelle pagine così abusate, e che la Bibbia stessa ci parla in modo naturale e positivo dell'amore omosessuale.
Ne parleremo in questi giorni.
Se vi chiedete il perché di questi post, domanda legittima, la risposta è semplice.
È impellente la necessità di fare chiarezza sulle tematiche e sulle parole contenute in uno dei testi più discussi e utilizzati della storia, in modo che non venga più brandito come un'arma dai soliti noti.
Smascherare le storture permette di ribattere alle tesi di chi cerca di limitare i diritti delle persone LGBT+ adducendo come scusa la sua fede religiosa.
C'è anche un dato più umano, da non sottovalutare.
Quante ragazze e quanti ragazzi omosessuali vorrebbero vivere con serenità la propria fede cristiana senza sentirsi illegittimi, ipocriti, sempre tra due fuochi, giudicati, col dubbio di non poter appartenere a una comunità di fede.
In tanti vorrebbero vivere pienamente la loro spiritualità senza giudizi.
Credo sia giusto rassicurarle che nella loro scelta di fede non c'è ipocrisia, come molti affermano.
La loro fede non trova ostacoli nella Scrittura, anzi, ci sono tanti spunti per arrivare ad eliminarli.
Con la speranza che presto la Chiesa stessa, e di conseguenza le comunità di fede, facciano quel passo per poterle accogliere in modo ufficiale.