venerdì 13 settembre 2024

Buio in sala: la storia della Demon House.


Oggi buio in sala raddoppia.
Eh sì perché questa storia vede intrecciarsi due pellicole.
Un documentario e un film.
Guardate questa casa.
Se come me siete appassionati di paranormale allora questo edificio dovrebbe esservi familiare.

Questa casa situata al 3860 di Carolina Street a Gary, Indiana, è tristemente nota come Demon House a causa degli inquietanti fatti che si sono verificati al suo interno.
E’ stata comprata nel 2014 da Zak Bagans, autore e host del programma americano sul paranormale Ghost Adventures, dopo che aveva letto un articolo dell’Indipendence star dove viene raccontata la storia di una donna, Latoya Ammons, che assicurava che la sua casa fosse infestata da demoni feroci e potenti.
La storia ha avuto risonanza nazionale, tanto da essere ancora oggi, dopo 13 anni, uno dei casi più dibattuti dagli esperti del paranormale.
Quest’anno su Netflix è uscito The deliverance, un film ispirato alla vicenda.
Un film ben costruito, che si prende qualche libertà rispetto alla storia originale, capace di appassionare lo spettatore sebbene scada nel cliché horror da serie B nel finale, ma ci regala interpretazioni eccezionali in particolare da Andra Day Mo'Nique e Glenn Close. 
Il film, come la storia vera, ci racconta di una madre, qui chiamata Ebony, che dopo la separazione dal marito si trasferisce con la madre e i 3 figli in una casa in periferia.
La donna, che ha da sempre problemi con l’alcol, ha un rapporto molto conflittuale con la genitrice e i ragazzi, è seguita dagli assistenti sociali.
Dopo essersi trasferita la famiglia inizia ad essere testimone e vittima di strane manifestazioni, prima rumori molesti provenienti dal seminterrato, sciami di mosche che invadono la casa, fino ad episodi di possessione che porta i membri della famiglia ad aggredirsi a vicenda.
Alla fine Ebony capisce che qualcosa di demoniaco sta minacciando la sua famiglia e decide di agire per salvare i suoi cari.
Nonostante alcune licenze poetiche il film è fedele alla storia reale.
Nel novembre 2011 Latoya Ammons, sua madre Rosa Campbell e i suoi tre figli di Armani Lasean di 7 anni, Andrew R. di 9 e Airion Smith di 12 si trasferiscono nella casa al 3860 di Carolina Street a Gary, Indiana, una piccola abitazione su un piano con tre camere da letto, un soggiorno, un bagno e una piccola cucina. Una porta dalla cucina conduce a un seminterrato con pavimenti in cemento.
Rose è infermiera, Latoya studia cosmetologia e i figli frequentano la scuola locale. Potrebbe essere definita una famiglia comune.
Pochi giorni dopo che la famiglia si è trasferita delle mosche nere iniziano ad apparire in casa, nonostante fosse inverno e la casa fosse munita di zanzariere.
Durante la notte la famiglia comincia a sentire dei passi provenire dal seminterrato e delle porte che scricchiolano e si aprono da sole.
Rose Campbell una notte riesce a intravedere una "figura oscura di un uomo che camminava avanti e indietro nel soggiorno", corsa a controllare non trova nessuno ma sul pavimento ci sono delle impronte infangate.
Alcuni oggetti religiosi in casa vengono distrutti e appena i bambini vanno a dormire diversi suppellettili vengono buttati a terra o contro il muro.
Latoya racconta di aver deciso di ignorare queste avvisaglie, è già abbastanza sicura che si tratti di qualche spirito inquieto e non vuole alimentare la sua aggressività intervenendo.
Ma a marzo iniziano a verificarsi dei fatti inquietanti che colpiscono direttamente i membri della famiglia.
Latoya comincia a soffrire di emicranie, accompagnate da una sensazione di rabbia crescente.
Durante un pigiama party con le amiche Airion viene vista levitare sopra il letto in stato catatonico, viene liberata da questa condizione solo dopo che la famiglia si era riunita in preghiera.
Latoya e la madre si consultano con molti parroci delle chiese vicine, ma nessuno sa come aiutarle.
Alcuni sacerdoti, comprendendo la preoccupazione delle donne, consigliarono di pulire tutta la casa e di disegnare delle croci su ogni porta con olio d’oliva, e di benedire i figli con lo stesso olio.
Purtroppo questi rimedi non sortiscono nessun effetto.
Latoya e Rose trovano però due persone, due chiaroveggenti, che accettano di visitare la casa e dopo un’ispezione riferiscono che nel seminterrato vivono almeno 200 demoni, sono loro a tormentare gli Ammons.
Secondo una delle veggenti i precedenti proprietari della casa erano membri di una setta satanica che praticava sacrifici, anche umani. 
Ciò potrebbe aver aperto un portale per le entità diaboliche.
Viene consigliato alla famiglia di trasferirsi, ma le donne non hanno abbastanza soldi per cercare altrove.
Latoya costruisce un altare nel seminterrato dove posiziona statue di Maria e dei santi e su consiglio di una delle veggenti inizia a benedire la casa con fumenti di salvia bruciata.

Da lì la situazione peggiora ancora.
Latoya si sente sempre più debole e stordita, così come i figli che iniziano ad ammalarsi, avere forti dolori allo stomaco, sanguinano dalle orecchie e dagli occhi.
Latoya si ammala di una infezione ai reni.
Rose dichiara di essere stata strangolata da una forza sconosciuta, la stessa che tempo dopo se la prende col figlio Andrew, lanciandolo attraverso la stanza da bagno contro un muro.
La figlia racconta di aver sperimentato paralisi notturne in cui non riesce a respirare, e che una voce le ripeteva che sarebbe morta in 20 minuti e non avrebbe più rivisto la sua famiglia. Inoltre le cade addosso la testiera del letto, lacerandole la testa.
Armani inizia a vedere una presenza in un armadio, una donna anziana con gli occhi rossi che vuole parlare con lui ma che poi cerca di fargli del male.
Il bambino parla anche con un altro spirito, quello di un bimbo di nome Trey, poi viene addirittura posseduto da esso, rotea gli occhi, parla con una voce cavernosa, sul suo viso appare un ghigno innaturale e in quello stato minaccia la famiglia dicendo "è ora di morire" e "vi ucciderò".
Alcune notti la famiglia si rifugia nei motel per scappare da quelle forze spaventose.
Solo il 19 aprile 2012 la famiglia si rivolge al proprio medico, Geoffrey Onyeukwu. Quando il dottore visita i bambini nel suo studio li trova deliranti e fuori controllo, tanto da averne paura.
Armani inizia a camminare all'indietro sul muro, urla e sbraita maledendo il medico, Andrew viene di nuovo scaraventato contro un muro.
I bambini alla fine svengono e non c’è modo di far riprendere loro conoscenza.
I presenti, spaventati dalle urla, chiamano la polizia e i bambini vengono portati al Methodist Hospital di Gary. 
Gli Ammons vengono visitati, non vengono segnalati particolari problemi o traumi, ma Armani continua ad urlare e ad essere violento.
Latoya vuole benedire i figli ma il personale medico, a detta sua, la deride e la allontana in attesa che arrivino i servizi sociali.
Di fronte a quella situazione infatti è necessario allertare il Department of Child Services per capire se i bambini subiscono maltrattamenti e se la madre avesse bisogno di un aiuto psicologico.
Non è la prima volta che il DCS si attiva per quella famiglia, la donna era già stata segnalata per negligenza educativa.
I figli della Ammons non andavano a scuola regolarmente, cambiavano spesso istituto e i loro profitti scolastici non erano buoni. Latoya dopo il trasferimento inizia ad attribuire la continua frequenza irregolare dei suoi figli alle presunte attività demoniache nella casa, che impedivano ai figli di dormire e li facevano ammalare.
L’assistente sociale incaricata del caso si chiama Valerie Washington e appena allertata va a visitare la famiglia in ospedale. 
Valerie trova i bambini fisicamente sani senza lividi preoccupanti.
Washington inizia i colloqui con i bambini, e a quel punto Armani comincia a ringhiare, mostrare i denti, cerca di strangolare il fratello maggiore e devono intervenire gli infermieri per staccargli le mani dal collo. La Washington e un'infermiera, Willie Lee Walker, decidono di parlare insieme a Rose e ai bambini, ma anche qui le reazioni sono ugualmente violente, il piccolo comincia nuovamente a ringhiare e Andrew aggredisce la nonna prendendola a testate. 
Rose inizia a pregare ed è lì che Armani inizia a camminare sul soffitto, il volto contorto in un ghigno spaventoso, per poi saltare cadendo in piedi sul pavimento.
L’infermiera e l’assistente sociale scappano dalla stanza urlando, attirando l’attenzione dei presenti che subito si informano sulla vicenda.
 "Questo ragazzo non era se stesso quando lo ha fatto", ha detto la Walker.
La donna, che ha sempre affermato di credere nei demoni e negli spiriti, comincia a riferire che il bambino è malato di mente ma forse anche posseduto.
L’incredibile fatto viene riportato al cappellano dell’ospedale che il 20 aprile 2012 contatta don Michael Maginot, della parrocchia di St. Stephen.

Maginot va a parlare con la famiglia qualche giorno più tardi e durante l’incontro succedono cose strane: luci che si accendono e spengono, tende che si muovono senza che ci siano spifferi, dal nulla appaiono impronte di stivali sul pavimento.
Maginot impone le mani su Latoya che inizia ad avere le convulsioni.
Maginot è sicuro che la famiglia sia tormentata dai demoni, e prima di andarsene benedice ogni stanza della casa, e promette alle donne che le aiuterà.
Il DCS ovviamente non prende in considerazione la possibilità di una possessione demoniaca e dopo aver fatto visitare i bambini da psicologi e dottori arriva alla conclusione che i bambini con quelle scene isteriche stiano manifestando un disagio profondo nei confronti della madre. 
Dopo aver parlato con Latoya gli psicologi riferiscono che la donna non è pericolosa ma certamente è una persona che si è fatta suggestionare dalla sua fede e trova spiegazioni religiose o soprannaturali ai problemi dei suoi figli invece di pensare a un modo razionale per risolverli.
Gli assistenti sociali quindi prendono in custodia i bambini, riferiscono a Latoya che per riavere i figli dovrà sottoporsi a controlli psicologici e garantire loro un ambiente sicuro.
Il DCS riconosce a Latoya Ammons il merito di aver creato un forte legame con i suoi figli ma aggiunge che la donna deve, cito, "trovare forme alternative di disciplina non direttamente correlate alla religione e alla possessione demoniaca". La donna dovrà quindi seguire un percorso sulla genitorialità per migliorare le sue capacità educative e di gestione dei figli.
A Latoya viene spiegato che non deve più parlare ai bambini di demoni e di essere posseduti, deve piuttosto impostare un'educazione positiva con incoraggiamento, regole e privilegi di sospensione. Vengono stabilite delle visite supervisionate con i bambini in cui la donna può lavorare su questi obiettivi insieme alla psicologa.
La donna è disperata, sostiene che lei e i figli stanno combattendo insieme una battaglia e che non era giusto essere separati, il problema sono i demoni nella sua casa, ma nessuno le crede, almeno all’inizio.
Nonostante sia circondata da scetticismo e pregiudizio qualcuno comincia a credere a Latoya.
La polizia e i funzionari del DCS continuano a indagare sulla situazione.
L’assistente sociale Washington organizza una visita alla casa per verificare se i bambini possono tornarvi e si fa accompagnare da alcuni poliziotti.
Latoya non entra e lascia gli onori di casa alla madre Rose.
Succedono subito cose strane, il pavimento in cemento del seminterrato si sgretola, le radio degli agenti smettono di funzionare, si riaccendono solo per captare una voce che li saluta dicendo “Ehy!”
Il capitano di polizia Charles Austin, il quale crede al soprannaturale e ai fantasmi, comincia a pensare che in casa si stia verificando un'attività paranormale. Decide di scattare delle foto dell’esterno della casa, la prima immagine è sfocata e granulosa, ma nella seconda, poi pubblicata dall'Indianapolis Star, si intravede una figura bianca e scheletrica, forse femminile, alla finestra.

Austin ha scattato altre foto che a suo dire contenevano strane figure, inoltre mentre tornava a casa il sedile della sua auto iniziò a muoversi avanti e indietro da solo, e la porta del garage era bloccata.
In quel momento il capitano inizia a credere a Latoya.
Viene organizzata una secondo visita tempo dopo, e stavolta è l’assistente sociale Samantha Ilic a partecipare, perché Washington si era rifiutata.
Stavolta è presente anche don Maginot che decide di verificare la presenza di oggetti maledetti o simboli diabolici che potrebbero spiegare l’infestazione.
Maginot riferisce che ad esempio se qualcuno fosse morto in casa e fosse stato sepolto nel terreno sottostante questo potrebbe spiegare i fenomeni paranormali.
Scavando gli agenti trovarono un'unghia finta rosa, un paio di mutandine bianche, una spilletta, il coperchio di una piccola pentola, calzini con la parte inferiore tagliata sotto le caviglie, involucri di caramelle e un pesante oggetto di metallo che sembrava un peso per un cordone per tende.
Maginot non sa spiegare l’origine di tali oggetti e per scrupolo benedice tutto col sale.
Ilic inizia a sentire dei formicolii alle mani, che sparivano per poi tornare, la pelle diventa biancastra, sente poi un forte dolore al mignolo, come se glielo avessero rotto.

La donna comincia ad avere difficoltà a respirare e lascia la casa, poco dopo viene raggiunta da Latoya che aveva iniziato ad avere uno dei soliti forti mal di testa.
Dal soffitto comincia a gocciolare una sostanza oleosa e sebbene gli agenti di polizia la pulissero questa ricomincia a scendere.
Secondo Maginot quel liquido è una sostanza demoniaca.
Il capitano Austin comunica che lui non rimarrà in quella casa dopo il tramonto e di concludere velocemente l’ispezione.
E’ a questo punto che iniziano gli esorcismi.
Maginot quel giorno celebra un esorcismo minore su Ammons, dato che ancora non aveva l’autorizzazione del vescovo a procedere con un rituale canonico.
Il monsignore Dale Melczek infatti gli aveva detto di consultare degli esorcisti prima di giungere ad errate conclusioni.
Al rituale erano presenti due agenti, il capitano Austin e l’assistente sociale Ilic. 
Maginot prega per due ore, i presenti sostengono di aver avvertito come una presenza oscura nella stanza, addirittura ne sentono addosso il respiro. 
Ilic ha detto di aver avuto una serie di problemi medici dopo aver visitato la casa, ha riportato ustioni di terzo grado mentre guidava la motocicletta e si è anche rotta tre costole facendo Jet Skiing, si è poi rotta una mano quando ha sbattuto contro un tavolo, infine si è rotta una caviglia mentre correva in infradito.
Molti amici, spaventati, smettono di frequentarla.
Maginot riesce ad ottenere il permesso dal vescovo e può eseguire l’esorcismo maggiore sulla famiglia Ammons. 
Il primo esorcismo autorizzato in 21 anni da Melczek.
Maginot spiega ad Ammons che era importante capire quali demoni li stessero perseguitando, bisogna scoprirne i nomi.
Il nome indica il possedere un oggetto, se ne conosco il nome posso dominarlo, per questo viene scoperto ed usato per combattere i demoni durante gli esorcismi.
Ammons cerca dei nomi dei demoni online,cerca riferimenti sui problemi che hanno avuto i suoi figli. Mentre fa la sua ricerca il computer si spegne più volte e Latoya si sente male.
La ricerca è però produttiva.
Latoya riconosce come possibile demone Belzebù, noto come signore delle mosche.
La donna si segna anche nomi di demoni che secondo la teologia torturano e fanno male ai bambini.
Grazie a queste informazioni Maginot può eseguire tre grandi esorcismi su Ammons, due in inglese e l'ultimo in latino, nella sua chiesa di Merrillville.
Il fratello di Maginot era sul posto nel caso in cui Latoya fosse diventata pericolosa. 
La donna però non aggredisce il sacerdote. Si contorce, urla, il dolore che prova, riferisce, è simile a quello del parto.
L’esorcismo dà i suoi frutti, Latoya è finalmente libera.
Latoya ha il diritto di vedere i figli anche senza supervisione e di nascosto fa sottoporre anche i suoi figli a diversi esorcismi.
Dopo sei mesi Latoya riottiene la custodia dei figli e la famiglia Ammons si trasferisce a Indianapolis, in una casa benedetta da padre Maginot.
Nel 2013 il caso viene definitivamente chiuso dagli assistenti sociali che ritengono che la donna abbia superato la sua ossessione per il paranormale. 
Gli Ammons non hanno più avuto problemi con spiriti e demoni, secondo Latoya il merito è degli esorcismi che hanno liberato la sua famiglia, che ora vive senza paura.
Nel corse degli anni ha rilasciato diverse interviste in cui racconta la sua storia, e continua ad affermare che in quella casa lei e la sua famiglia sono stati perseguitati da qualcosa venuto dall’inferno.
Nel 2014 sull’Indipendence Star esce un articolo che racconta la storia di Latoya, la quale per dimostrare la sua buona fede consente ai giornalisti di accedere alle cartelle mediche dei figli e ai rapporti degli assistenti sociali, che a detta della donna non avevano scritto parole lusinghiere su di lei. 
La vicenda cattura l’attenzione di Zak Bagans, autore e host del programma di cacciatori di fantasmi Ghost Adventures.

Per chi non lo conosce, Ghost Adventures è un programma statunitense che ha debuttato in tv nel 2008, scritto e condotto dal conduttore Zak Bagans. Il format mostra Bagans e il suo team recarsi in luoghi ed edifici considerati infestati o maledetti per condurre un’indagine sugli eventi paranormali. 
Bagans compra la casa pagandola 35.000 dollari e vi conduce un investigazione sul paranormale che viene poi montata in stile documentario horror, Demon house, girato e diretto dal team di Ghost Adventures.
Come era solito fare durante le indagini in altre proprietà Bagans monta videocamere in ogni stanza della casa e si apposta di notte, in attesa che si verifichi qualche effetto paranormale.
Durante la notte in casa anche il conduttore comincia a stare male, ad avvertire un terribile mal di testa e ad avere pensieri violenti. A un certo punto sente un ringhio feroce e si intravede una figura nera passare davanti a una delle videocamere.
Questa investigazione porta Bagans a decidere di abbattere la casa nel 2016, in quanto secondo lui lì era presente una delle entità più feroci e pericolose che avesse mai incontrato.
Il documentario, che raccoglie anche testimonianze di chi ha vissuto la vicenda, sarà trasmesso solo due anni più tardi.
La storia di casa Ammons è tra le più dibattute tra gli esperti del paranormale.
Sebbene la vicenda sia stata confezionata molto bene secondo alcune persone è solo un grande bluff.
Tra i maggiori detrattori c’è lo scrittore e investigatore del paranormale Joe Nickell, famoso per aver dimostrato la falsità dei diari di Jack lo squartatore. 
Ricercatore per la Committee for Skeptical Inquiry (CSI) e autore per la loro rivista, lo Skeptical Inquirer, Nickell ha intervistato testimoni e vicini di casa e ha concluso che gli eventi soprannaturali sono stati o riportati in modo grossolano o addirittura abbelliti ed esagerati. 
Secondo Nickell molti fatti denunciati dagli Ammons come paranormali hanno una spiegazione razionale: gli scricchiolii sono tipici delle vecchie case, la descrizione completa della levitazione di Airion fatta dalle amiche rivela che in realtà la ragazza si è solo lanciata verso l'alto, probabilmente sfruttando l’elasticità del materasso.
Indagando più a fondo sulla dinamica di Armani che cammina sul muro Nickell scopre dall’assistente sociale che la nonna Rose Campbell ha tenuto la mano del bambino per tutto il tempo dell’acrobazia, sorreggendolo e aiutandolo di fatto a spingersi contro il muro e camminare. 
Geoffrey Onyeukwu, il medico di famiglia, riferisce di aver sospettato che i bambini soffrissero di allucinazioni molto vivide, di cui però non ha potuto individuare la causa. 
A riguardo Nickel non esclude che nella casa, molto vecchia e in cui non veniva fatta molta manutenzione, potessero esserci spore o muffa nera capaci di indurre terribili emicranie e visioni. 
Latoya e sua madre bruciavano salvia e zolfo in tutta la casa, un miscuglio che poteva provocare stordimento, mal di testa, anche svenimenti.
Nickell analizza anche la famosa foto scattata da Austin e scopre che era stata fatta con un semplice Iphone dell’agente e che non era stata riconosciuta come una prova per il caso di negligenza perchè non attinente, così come le altre foto fatte dallo stesso dispositivo non ufficiale.
L'investigatore ipotizza che la sagoma sia solo un riflesso o che sia stata utilizzata un’applicazione per aggiungere il fantasma alla foto.
Oltretutto Austin aveva anche parlato di fenomeni paranormali sulla sua autovettura, facilmente spiegabili da un meccanico con la rottura di qualche fermo.
Austin aveva raccontato ai giornalisti della sua speranza che si facesse un film sulla vicenda e che lui era disponibile a fare da consulente. 
Un poliziotto in cerca di notorietà, sostiene Nickell, e sempre a questo proposito fa notare come sia stato fondamentale per la vicenda il benestare di un sacerdote, padre Maginot, e della curia che autorizzano un esorcismo.
Anche Maginot non sembra immune al peccato di superbia, infatti ha stipulato un contratto con Zak Bagans per partecipare al documentario Demon house. 
Non solo, ha anche firmato un contratto con l’Evergreen Media Holdings,la casa di produzione del film horror L'evocazione.
Ma per il ricercatore la vera natura di questo caso va ricercata principalmente nello stato mentale di Latoya Ammons e dei suoi figli.
Onyeukwu racconta che la Ammons lo aveva chiamato perché non capiva i comportamenti aggressivi dei figli, che si picchiavano tra di loro fino a svenire.
Basta la psicologia per spiegare queste reazioni violente: la famiglia era in difficoltà economiche, i bambini venivano costretti a trasferirsi continuamente, erano impossibilitati a creare veri legami e amicizie, e hanno manifestato il loro disagio e la loro rabbia con comportamenti provocatori e violenti, anche tra di loro.
Latoya in seguito alle segnalazioni ai servizi sociali viene visitata da diversi psicologi, uno dei quali sostiene che la donna è lucida e un altro fa notare che la sua fede quasi fanatica poteva impedire di vedere con razionalità gli eventi.
Anche i bambini su richiesta dei servizi sociali sono stati sottoposti a una valutazione psichiatrica.
Il medico che ha valutato Armani ha riferito che era un bambino intelligente e lucido, e che si comportava come una persona posseduta solo quando gli venivano poste domande a cui non voleva rispondere o le cui risposte avrebbero potuto metterlo nei guai.
Le storie raccontate dai figli agli psichiatri sono frammentate e continuano a cambiare a seconda di chi le racconta.
Secondo i medici i bambini sono stati influenzati dalla madre.
Lo psicologo clinico Joel Schwartz, che ha valutato la figlia e il figlio maggiore di Ammons, scrive nel suo rapporto:
"Sembra anche che sia necessario valutare in che misura Airion possa essere stata indebitamente influenzata dalle preoccupazioni della madre circa il fatto che la famiglia fosse esposta a esperienze paranormali."
Latoya è una donna molto religiosa che non disdegna rivolgersi costantemente a chiaroveggenti, sono proprio loro a parlarle dei 200 demoni che perseguitano la sua famiglia, e la donna ci crede ciecamente.
La polizia ritrova in casa numerosi altari e bibbie, Latoya afferma che erano necessari per la guarigione spirituale dei figli, contro i demoni che volevano ucciderli.
A scuola gli Ammons avevano parlato con compagni e insegnanti dei fenomeni poltergeist in casa come causa del loro malessere e giustificare assenze e brutti voti.
Prima dell’arrivo degli Ammons nessuno aveva mai segnalato attività paranormali, tanto meno sette sataniche operanti nella zona, cosa confermata dal precedente proprietario Charles Reed, che fa notare come Latoya tirasse fuori la questione poltergeist solo quando lui le ricordava di aver saltato qualche pagamento per l’affitto.
Secondo gli psicologi la donna ha alimentato nei figli una psicosi, lei per prima aveva l’abitudine di mentire usando scuse incredibili ed esagerate, e ha quindi trasmesso loro un modus operandi per togliersi dai guai.
I bambini nelle loro azioni ricordano i clichè dei film dell’orrore, secondo Nickell gli Ammons si potrebbero essere ispirati ad essi pensando di essere così credibili agli occhi di chi li metteva di fronte a una mancanza o un errore. 
Esattamente come faceva la madre, che ricorreva a dolorose emicranie durante i colloqui in casa con gli assistenti sociali.
Questa modalità di comportamento a un certo punto è diventata un’ossessione impossibile da fermare, è possibile, secondo gli psichiatri, che a un certo punto Latoya e i figli non fossero più in grado di stabilire cosa fosse reale e cosa inventato, fino a scatenare una psicosi collettiva che ha portato la famiglia ad avere paura delle sue stesse bugie.
Per questo infatti venne consigliata la terapia familiare, che gli Ammons frequentano con diligenza ma è solo l’ennesima mistificazione di Latoya, che decide di rivolgersi comunque a padre Maginot e proseguire con l’esorcismo.
Nickell sostiene che tutto questo poteva risolversi diversamente ma Latoya ha avuto la fortuna di trovare dei funzionari pubblici facilmente suggestionabili.
Ma cosa è successo alla famiglia Ammons dopo che si è trasferita a Indianapolis?
Quest’anno come dicevo è uscito il film The Deliverance che ha riacceso l’attenzione sul caso.
Latoya Ammons vive ancora a Indianapolis e ora preferisce non esporsi più sulla vicenda, dopo l’uscita del film ha chiuso i suoi profili social a causa dell’eccessiva curiosità del pubblico.
Il regista del film Netflix, Lee Daniels, le ha parlato al telefono un paio di volte e ha riferito che la donna sembra aver trovato la sua serenità.
Anche se molte ombre sembrano aver continuato a seguire la famiglia.
Il figlio minore della donna, Armani Lasean, è morto nell'ottobre del 2021 a soli 17 anni. 
Degli altri due figli non si hanno notizie sui media.
Lo stesso Armani era cresciuto lontano dai riflettori, frequentava la scuola, era appassionato di basket e faceva il volontario in una chiesa multiculturale, la New Life Worship Center. 
Le cause della morte non sono state rese note, viene solo riferito che la madre era con lui, raccolta in preghiera.
Sulla pagina a lui dedicata dall’obitorio che si è occupato delle esequie si possono leggere i commenti dei suoi compagni di scuola, a cui manca molto.
Ci sono anche commenti più recenti, di chi ha visti il film Netflix, e ha voluto postare un saluto molto postumo per questo ragazzo dall’infanzia travagliata.
La demon house di Gary, Indiana, ora ridotta in macerie, come dicevamo rimane uno dei casi sul paranormale più dibattuti.
Una vera casa infestata? Una farsa? 
Esiste anche una teoria intermedia, secondo la quale l’entità malvagia abbia scelto la famiglia Ammons in quanto composta da persone fragili, facilmente manipolabili a causa della loro situazione precaria e disfunzionale.
Una situazione simile alla storia, forse più nota, di un’altra casa nella Contea di Suffolk, nello Stato di New York, situata al 112 di Ocean Avenue di una cittadina chiamata Amityville.
Ma questa è un’altra storia…

martedì 20 agosto 2024

Buio in sala: il tragico incidente sul set di The Twilight zone


Un bambino con poteri telecinetici tiene in ostaggio e tormenta la sua famiglia e un gremlin che minaccia la sicurezza di un gruppo di persone, ma solo una di loro può vederlo.
Se come me siete appassionati dei Simpson queste trame vi sembreranno molto familiari.
Sono infatti episodi degli speciali di Halloween dei Simpson, “La paura fa 90” (Treehouse of Horror in originale).
Ma queste storie sono, come accade con molti episodi degli speciali di Halloween, parodie di un celebre film.
In questo caso parliamo di Twilight zone: the movie (Ai confini della realtà), del 1983, film ispirato alla famosa serie televisiva degli anni ‘50-’60, composto da 4 episodi diretti da un poker di registi, Joe Dante, John Landis, George Miller e Steven Spielberg.
L’episodio "Prigionieri di Anthony" (It's a Good Life) in "La paura fa novanta II" diventa "La Zona Bart" (The Bart zone, ovviamente un riferimento al titolo originale del film) dove Bart Simpson tormenta la sua famiglia e la città di Springfield, dove tutti sono costretti ad assecondarlo e a divertirlo.
Nell'episodio "La paura fa novanta IV" vediamo sempre Bart, questa volta alle prese con un gremlin che cerca di distruggere il pulmino della scuola per provocare un incidente, la storia viene intitolata "Terrore a cinque piedi e mezzo, che sarebbero un po' più di 2 metri" basato su "Terrore ad alta quota" 
I Simpsons hanno omaggiato non solo questo grande classico del cinema di fantascienza ma anche la sua serie originale, uno dei miei preferiti ad esempio è la parodia de I piccoli uomini (The Little People) in La paura fa novanta VII, in La vaschetta della genesi (The Genesis Tub) Lisa Simpson crea una comunità di esseri umani microscopici (“Gente lillipuziana!” e “Ho creato i luterani!” griderà la bimba osservando al microscopio la sua creazione) in una vaschetta dove ha messo un suo dente da latte immerso nella coca cola.
Se le parodie ci fanno ridere, gli episodi originali di serie tv e film sono invece inquietanti e disturbanti.
Ma mai quanto una tragica vicenda che ha insanguinato il set cinematografico dell’episodio "Time Out", diretto da John Landis.
L’episodio ci racconta di Bill Connor, interpretato dall’attore americano Vic Morrow, un uomo diventato razzista e misantropo a causa di una lunga serie di fallimenti e delusioni personali.
Dopo aver perso una promozione in favore di un collega ebreo Connor va in un bar ad ubriacarsi e lì si lascia andare in un discorso contro gli ebrei, gli afroamericani e gli asiatici, a suo parere causa di tutti i problemi degli Stati Uniti.
Ha uno scontro con un afroamericano che gli intima di smetterla e lì Connor dichiara di essere migliore di tutti loro. Uscito dal bar scopre di essere finito nella Francia occupata dai nazisti, dove viene scambiato per un ebreo e rischia di essere ucciso. 
Mentre fugge la linea temporale cambia nuovamente e Connor si materializza nell’Alabama degli anni ‘50 dove tutti lo vedono come un afroamericano e viene braccato dal Ku Klux Klan.
Durante la fuga all’improvviso si ritrova nella giungla vietnamita, inseguito da soldati americani per i quali lui ha le sembianze di un vietcong.
Alla fine Connor viene riportato all’inizio della sua avventura, nell’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, e scopre di essere diventato nuovamente un ebreo, stavolta catturato dai nazisti, su un treno diretto ai campi di concentramento.
L’episodio finisce con la disperazione di Connor, che grida per essere salvato.
La vicenda si conclude in modo amaro e nonostante il potente messaggio anti razzista ci lascia una sensazione di angoscia, anche perché ci dà l’impressione di essere incompleta.
Infatti è così, manca qualcosa, perchè il finale in cui Connor viene deportato sul treno non era quello pensato inizialmente dagli sceneggiatori.
Nella versione originale il salto temporale nella giungla vietnamita doveva essere alla fine dell’episodio e non a metà, con Bill Connor che si redime salvando due bambini vietnamiti durante un attacco aereo americano.
L’attore Vic Morrow avrebbe dovuto pronunciare la seguente battuta: "Vi terrò al sicuro, ragazzi. Ve lo prometto. Niente vi farà del male, lo giuro su Dio".
Questo nobile gesto lo fa tornare nel suo tempo, cambiato, un uomo migliore.
La scelta di modificare il finale è stata necessaria a causa di un incidente avvenuto sul set il
23 luglio 1982 a Santa Clarita, California.
Tutto avviene mentre la troupe sta girando la scena in cui Connor si ritrova nella giungla e viene attaccato da un elicottero americano, dato che come dicevamo il pilota lo vede come un soldato vietcong.
Le riprese si svolgono di notte, in un ranch in mezzo a una folta vegetazione, un luogo che doveva ricordare la boscaglia del Vietnam, già usato per le riprese di molte serie tv degli anni’80.
Viene utilizzato un elicottero Bell UH-1 Iroquois, guidato dal veterano del Vietnam Dorcey Wingo.
Per ricreare un'atmosfera il più simile possibile a quella di una scena bellica vengono inseriti effetti speciali pirotecnici ed esplosivi.
Wingo non aveva mai lavorato nel cinema prima di allora, durante una scena di prova notò che l’elicottero tremava in modo anomalo in prossimità delle esplosioni. Lo riferì a un addetto del reparto effetti speciali che però gli suggerì di non dire nulla a Landis, il regista era conosciuto come un uomo molto permaloso, dispotico e certamente lo avrebbe fatto licenziare se avesse intralciato la routine delle riprese. Così Wingo, pensando che in fondo lui di cinema non ne sapeva nulla, decise di lasciar perdere.
Purtroppo.
Furono proprio le esplosioni a creare difficoltà al pilota.
Erano le 2.30 di notte quando si girò la scena.
Vic Morrow e gli altri attori, a terra simulavano la fuga dall’attacco americano, intanto Wingo faceva volteggiare l’elicottero sul ranch.
Le esplosioni, simili a delle palle di fuoco, avvolsero il velivolo e Wingo fu preso dal panico. Randall Robinson, il cameraman presente sull'elicottero, comincia a ricevere istruzioni confuse su cosa fare, quello che viene percepito è che si deve continuare a girare.
Da terra alcuni tecnici fecero detonare due cariche esplosive troppo vicine all’elicottero e Wingo, che ormai stava già volando a bassa quota, ne rimase accecato e perse del tutto il controllo del mezzo, che precipitò al suolo, proprio addosso a Vic Morrow e ai due attori bambini che interpretavano gli orfanelli vietnamiti.
Il pattino destro del velivolo schiacciò Renee Shin-Yi Chen, di 6 anni, successivamente l’elicottero si rovesciò e la sua pala principale trafisse Morrow e Myca Dinh, di 7, decapitandoli. 

La madre di Renee, presente sul set, corse verso il corpo senza vita della figlia e inginocchiatasi su di esso iniziò a urlare.
A bordo dell'elicottero c’erano altre 6 persone, che se la cavarono con lievi lesioni.
Le indagini e il processo successivi all’incidente concentrarono tutte le responsabilità sul regista John Landis e il suo secondo assistente Andy House, l’assistente alla produzione Dan Allingham, il produttore George Folsey, il pilota dell’elicottero Dorcey Wingo e lo specialista di effetti speciali Paul Stewart.
Era la prima volta nella storia di Hollywood che un regista veniva incriminato per un incidente di tale portata avvenuto sul set.
Oltretutto non parliamo di un regista alle prime armi, parliamo di uno dei registi più apprezzati e richiesti del momento, che aveva all’attivo successi come Animal house, The blues Brothers, Un lupo mannaro americano a Londra, Una poltrona per due.
La procura decise di procedere con l’accusa di omicidio colposo, per la difesa il processo fu un gioco allo scaricabarile.
Il produttore George Folsey sostenne che se "Morrow avesse seguito le mie istruzioni si sarebbe potuta evitare questa tragedia, gli avevo detto più volte di non perdere mai di vista l'elicottero". 
Anche il pilota Wingo disse che Morrow aveva avuto tutto il tempo di spostarsi, e specificò che non stava incolpando la vittima, ma sapere che l’attore avrebbe potuto fare qualcosa e non lo aveva fatto gli permetteva di vivere con serenità l’accaduto senza sentirsi responsabile. In fondo, dichiarò non c’era nulla che non andava nell'elicottero.
Lo stesso Vic Morrow aveva confidato a un amico di avere delle perplessità sullo girare una scena che comportava così tanti rischi, ma alla fine non si era tirato indietro e non aveva chiesto nessuna controfigura. 
Le indagini rivelarono una serie di violazioni da parte della produzione e del regista sull’assunzione dei due bambini.
Myca e Renee erano stati assunti senza nessun contratto regolare dal regista Landis e dal produttore George Folsey jr.
I bambini erano figli di immigrati provenienti dall’Asia, i genitori non erano avvezzi alle dinamiche di Hollywood e non fluenti nella lingua inglese, per cui di tutto si era occupato Peter Wei-Te Chen, zio di Renee, che si era improvvisato agente e rappresentante delle famiglie e aveva accettato un pagamento in contanti senza far stipulare un contratto formale o un’assicurazione.
In questo modo i bambini avrebbero potuto non solo lavorare di notte, cosa proibita dalle leggi sul lavoro minorile nello spettacolo di quegli anni, ma anche recitare in una scena considerata ad alto rischio per la presenza di esplosivi e mezzi pericolosi.
Infatti all’epoca l’utilizzo degli elicotteri sui set cinematografici, a differenza di altri velivoli, non era bene regolamentato, per cui a piloti e registi era permesso fare praticamente di tutto.
Inoltre ai genitori dei bambini non venne rivelata la vera natura delle scene, il regista ne parlò solo con i piccoli attori che dovevano mantenere il segreto, e ovviamente non parlò loro della possibilità di farsi male.
In tribunale i genitori dei bambini testimoniarono di essere stati ingannati, che nessuno aveva parlato di scene con un elicottero a bassa quota né di esplosioni. Daniel Lee, padre di una delle vittime, disse di aver sentito il regista dire al pilota di volare basso, ma non aveva capito bene cosa volesse dire.
Oltretutto Lee era vietnamita, fuggito dal suo Paese dopo la guerra, e rimase inorridito dalle scene che venivano girate, con esplosioni che gli ricordavano le incursioni nel suo villaggio.
Se lo avesse saputo, testimoniò, non avrebbe permesso al figlio di recitare nel film.
Anche un altro testimone confermò che Landis sapeva che la scena era potenzialmente pericolosa, tanto da dire ai suoi collaboratori “Certo che è pericoloso, e non avete ancora visto nulla.”
Randall Robinson, il cameraman a bordo, testimoniò di non avere ricevuto istruzioni chiare mentre il pilota era in difficoltà.
L'assistente di produzione Dan Allingham diceva di allontanarsi dal set, invece Landis ordinava loro di abbassarsi ancora un po', perché la ripresa stava venendo benissimo, per poi aggiungere, testuali parole riportate da un altro testimone, il cameraman Stephen Lydecker, “…ma forse perderemo l'elicottero".
Lydecker pensò che Landis stesse scherzando, sdrammatizzando la situazione, ma chiunque avesse lavorato con Landis in precedenza sapeva che il regista non era tipo da fare battute, se diceva una cosa allora era vera.
Si scoprì che nessuno aveva avvisato i vigili del fuoco sulla tipologia di scene che sarebbero state girate, per cui sul set il personale non era sufficientemente preparato a gestire soccorsi tempestivi.
Il processo fu lungo e divisivo per l’opinione pubblica.
A un certo punto gli avvocati di Landis e della produzione proposero un accordo, si sarebbero dichiarati colpevoli di sfruttamento del alvoro minorile se la procura avesse fatto cadere le accuse di omicidio.
La procura, indignata, rifiutò.
il pubblico ministero Lea Purwin D'Agostino si dichiarò esterrefatta dal modo in cui tutti stavano incolpando le vittime e nessuno aveva il coraggio di dire di aver sbagliato.
Il processo, che si concluse nel 1987, assolse tutti gli imputati.
Secondo la Corte la tragedia era stata causata dalle esplosioni eccessive e dalla bassa traiettoria di volo dell'elicottero, un incidente che non dipendeva da errori umani.
Le famiglie delle vittime intentarono una causa civile per condotta sconsiderata e violazione delle leggi sul lavoro contro la produzione del film e ottennero un cospicuo risarcimento.
L’incidente di Ai confini della realtà portò Hollywood ad interrogarsi sugli standard di sicurezza sui set cinematografici.
Venne anche redatto e scritto un manuale sulla sicurezza, “Injury and Illness Prevention Program (IIPP) Safety Manual for Television & Feature Production.”
Il manuale ha la funzione di guidare gli addetti ai lavori su come intervenire tempestivamente in materia di sicurezza.
Vennero anche stabilite sanzioni per chi violava non seguiva le linee guida.
Grazie a questo gli incidenti sul set calarono del 70%.
Un argomento che ancora oggi viene discusso quando si parla di questa tragedia è il comportamento delle persone coinvolte una volta terminato il processo.
Andy House chiese che il suo nome venisse rimosso dai crediti del film e sostituito dallo pseudonimo Alan Smithee.
Questo nome, insieme alle varianti Allen Smithee, Alan Smythee e Adam Smithee, veniva spesso utilizzato quando, per diverse motivazioni, non si voleva far sapere che una determinata persona aveva lavorato a una produzione, oppure quando un autore o un regista voleva disconoscere la sua partecipazione a un film.
Un caso eclatante dell’utilizzo di questo nome riguarda il film Dune del 1984, dove il regista David Lynch, insoddisfatto del montaggio finale, chiese di non essere associato alla pellicola.
L’utilizzo di questo nome continuò fino agli anni 2000, e riguardò sia film che video musicali.
Un tasto dolente e molto discusso è la reazione del regista John Landis sull’accaduto.
Ad oggi Landis ha rifiutato di assumersi la responsabilità dell'incidente e ha continuato a incolpare le altre persone coinvolte nella produzione.
Il regista ha sempre evitato di rispondere a domande a riguardo, tra le sue poche dichiarazioni spicca questa, che è rimasta negli annali: "Non c'è nulla di lontanamente positivo in tutta questa storia. È stata un'enorme tragedia a cui non ho smesso di pensare per un solo giorno. Continua a perseguitarmi e ha avuto un profondo impatto sulla mia carriera, da cui potrei non riprendermi mai più".
Le dichiarazioni di Landis suonano più come autocommiserazione, il dispiacere è per la sua carriera rovinata che per la morte di tre persone.
Che poi in realtà la carriera di Landis non subì alcune ripercussioni e l’incidente non cambiò il suo atteggiamento dispotico sul set.
Un dettaglio interessante del processo è che Landis cercò di coinvolgere alcuni amici nella sua difesa, celebrità di Hollywood che avrebbero dovuto testimoniare la sua professionalità e buona fede.
Ma trovò solo tanti dinieghi.
Steven Spielberg, ad esempio, era co-produttore insieme a Landis del film ed era anche suo amico di lunga data. Dopo l'incidente tagliò ogni contatto con il regista a causa della sua totale assenza di rimorso per ciò che era accaduto.
Spielberg rivelò che quella tragedia lo aveva profondamente toccato e sconvolto, e che doveva portare tutti a riflettere su ciò che era accaduto in nome del profitto.
Tra le celebrità contattate da Landis c’era anche l’attore Eddie Murphy, che aveva già lavorato con il regista in Una poltrona per due nel 1983.
Ma Murphy non testimoniò, dopo aver visto il video della tragedia disse: "Non voglio dire chi era colpevole o chi era innocente. Ma se stai dirigendo un film e a due ragazzini viene tagliata la testa, quando non ci sarebbero nemmeno dovuti essere dei ragazzini che lavoravano lì di notte, e tu hai detto: "Azione!", allora hai una parte di responsabilità."
Nonostante questa presa di posizione Eddie Murphy chiese ai dirigenti della Paramount di far dirigere Coming to America, in italiano Il principe cerca moglie, a John Landis.
Una scelta dettata forse dalla pietà, visto che Landis faticava a trovare ingaggi:
“Avevamo lavorato insieme, era stato gentile con me quando ero agli esordi, sentivo di doverglielo, volevo dargli un'occasione per riscattarsi dopo il processo.” 
Ma Murphy si pentì immediatamente della decisione.
Ancora prima ancora di essere assunto Landis pretese uno stipendio molto alto (che poi si concretizzò in 600.000 dollari), e lo studio accettò di pagare solo dopo che Eddie Murphy avesse garantito per lui. 
Sul set Landis iniziò subito a causare problemi. 
Famoso per il suo stile dittatoriale, non si smentì sul set del Principe e iniziò a trattare male cast e troupe.
Landis sfogò il suo risentimento su Murphy durante le riprese, secondo il regista infatti l’attore era colpevole di non averlo difeso apertamente durante il processo, poco importava se gli aveva trovato un nuovo lavoro.
“Mi trattava come un bambino di 5 anni. Ed ero stato io ad assumerlo!” racconta Murphy 
Landis disse all’attrice Shari Headley: "Stai lontana da Eddie. Non avvicinarti a lui, perché ti scoperà e rovinerà il mio film. Vuole solo la tua figa". 
Murphy ha raccontato: "Una delle sue cose preferite era dirmi: 'Quando lavoravo con Michael Jackson, tutti avevano paura di Michael, ma io sono l'unico che diceva a Michael 'vaffanculo!’. 
Quindi Eddie non ho paura di dirti 'vaffanculo!”'.
E infatti lui mi diceva sempre 'vaffanculo, Eddie!'... Io lo ignoravo, ma ogni giorno c’era una cosa nuova per cui litigare.”
La tensione esplose quando gli sceneggiatori del film, Barry W. Blaustein E David Sheffield, andarono a visitare il set. 
I due stavano lavorando su una serie tv con la società di produzione di Murphy. 
Landis infastidito da quella presenza chiese loro cosa ci facessero sul set e loro gli spiegarono che stavano contrattando con Murphy sulla parte economica e volevano concludere velocemente.
Allora Landis davanti a tutto il cast e la troupe si mise a urlare: "Non vi ha ancora pagato? La sua compagnia dovrebbe pagarti! Non aver paura di chiedere i soldi a Eddie Murphy! Vai a chiedergli i tuoi fottuti soldi!”
A quel punto Murphy venne avvisato di ciò che stava succedendo e si precipitò sul set, vedendolo Landis urlò: "Eddie, la tua compagnia sta fregando questi ragazzi! Ragazzi, non abbiate paura di andare da Eddie e dirgli: 'vaffanculo!'" 
Murphy a quel punto afferrò Landis per la gola fin quasi a strangolarlo, buttandolo a terra prima di andare via dal set.
Landis sull’esperienza dichiarò: “Eddie in Una poltrona per due era ancora un ragazzo giovane simpatico, gentile, invece nel Principe era un idiota, un maleducato, sempre in ritardo, ho dovuto riprenderlo spesso su questo. Però è un bravissimo attore, poco importa se ha causato qualche problema. Si è anche scusato con me.”
Due versioni incredibilmente discordanti.
Nonostante il successo del film Murphy si era ripromesso di non lavorare mai più con Landis dichiarando che: "Vic Morrow ha maggiori possibilità di me di lavorare con Landis". 
Invece contro ogni pronostico i due avrebbero lavorato di nuovo insieme nel 1994 in Beverly Hills Cop III - Un piedipiatti a Beverly Hills.
Il film fu un disastro, così brutto da essere nominato a due Razzie Award, uno per John Landis come Peggior regista, e come Peggior remake o sequel.
Murphy non aveva nessuna voglia di recitare in questo sequel: “Non volevo farlo, non avevo nemmeno bisogno di soldi…ma c’era già una sceneggiatura, la Paramount aveva avviato la pre produzione. Avevano già chiesto e ottenuto soldi. Per cui o lo facevo o mi sarei messo contro la casa di produzione.”
Il sequel seguiva sempre le disavventure di Axl Fowley, ma mancavano gli altri attori iconici della saga, inoltre anche i produttori, a causa di diversi ritardi, erano stati cambiati, e la sceneggiatura ne uscì notevolmente indebolita.
“Non c’era un vero cattivo nel terzo film e la gente vuole vedere il cattivo, altrimenti l’eroe del film non ha senso.” disse Murphy.
John Landis anche in questo caso scaricò la colpa dell’insuccesso su altri, in particolare Eddie Murphy: "La sceneggiatura era per niente buona, ma ho pensato: "Fa lo stesso, Eddie la renderà divertente". Invece Eddie già il primo giorno mi disse: "Vedi John, Axel Foley è un adulto ormai, non è più un ribelle e un saputello.". Quindi, con Beverly Hills Cop 3, ho avuto questa strana esperienza in cui lui era molto bravo a recitare ma non faceva ridere. Io provavo a metterlo in situazioni divertenti e lui trovava un modo per aggirarle. Eddie è un attore brillante, solo che non era felice in quel periodo. Credo fosse invidioso di attori come Denzel Washington e Wesley Snipes che ottenevano sempre i ruoli migliori.”
L'attore Bronson Pinchot, che nel film interpreta il personaggio Serge, confermò la versione di Landis, dicendo che secondo lui Eddie Murphy in quel periodo soffriva di depressione ed era senza energie.
Al di là di queste note di colore, è evidente che la carriera di John Landis ha continuato a proseguire senza intoppi particolari, certo non si parla della direzione di capolavori del cinema, ma resta il fatto che il regista sia caduto in piedi.
Ad esempio, poco dopo la fine delle riprese del film Il principe cerca moglie Landis e consorte comprarono una tenuta da 3 milioni di dollari.
Fa riflettere il fatto che nel film ci sia una scena ambientata in tribunale, in cui il personaggio di Murphy grazie al suo stato sociale e ai soldi, riesce a sfuggire alla giustizia americana, per tornare a casa impunito con la nuova moglie.
A molti è sembrata una triste presa in giro, la soddisfazione di un impunito.
Richard Brooks, che era parte della commissione sicurezza della Directors Guild, fu uno di quelli che non si fecero problemi a rilasciare dichiarazioni a riguardo: “Il principe cerca moglie è stato un successo al botteghino, ed è ironico perché è stato stroncato da molti critici ed è stato diretto da quel John Landis…I nostri valori si sono rovesciati, è come nella Fiera delle vanità di Tom Wolfe.”
David Puttnam, produttore inglese, dichiarò che i doppi standard del mondo dello spettacolo erano sconvolgenti. 
Puttnam era stato Ceo e presidente della Columbia Pictures, ma era stato licenziato dopo solo 13 mesi di mandato per le sue posizioni contro i salari esorbitanti delle star hollywoodiane: “La gente è fin troppo leale e tende troppo presto a scordarsi le cose quando riguarda alcune persone, e invece per altre non concede mai il perdono.” 
Se Landis ha potuto vivere una vita agiata nonostante tutto lo stesso infatti non è capitato agli altri coinvolti nell’incidente.
Il cameraman Stephen Lyckeder, “Per anni non mi hanno assunto.” ha raccontato in molte interviste.
Lyckeder era stato il maggiore testimone dell’accusa e quando si proponeva per un lavoro ad Hollywood gli dicevano che era un piantagrane e che nessuno voleva lavorare con lui: “Pensavo che presto sarebbe finita, invece ancora non riesco a trovare ingaggi.”
Un'esperienza simile capitò a Roger Smith, un altro cameraman che era sull'elicottero e riportò molte ferite al collo e alla schiena.
Smith racconta di come sia rimasto sconvolto durante un evento organizzato in commemorazione delle vittime: “Landis prese la parola, non sembrava turbato, disse solo che gli incidenti capitano e che il film è immortale, Vic (Morrow) sarebbe vissuto in eterno. Disse anche che Vic lo aveva ringraziato per avergli assegnato quel ruolo! Tornando a casa ho chiamato Stephen (Lydecker) per raccontarglielo, e commentammo insieme che tutto sarebbe stato messo sotto al tappeto. E così è stato.”
Lydecker conferma ciò che aveva già detto Puttnam: “Ci sono doppi standard ad Hollywood, la gente non ti assume e ti dice che è per la tua sicurezza, in realtà hanno paura, perché se hai parlato una volta lo farai ancora.”
L’assistente Randall Robinson è della stessa opinione e rivela: “Ci sono tanti modi in cui ti fanno tacere, io ad esempio per quasi un anno non ho ottenuto ingaggi. La gente normale pensa che tu sia un eroe perché hai detto la verità, ma i tuoi colleghi invece ti evitano, ti considerano un traditore.”
A Robinson è stato diagnosticato un disturbo post traumatico da stress per ciò che è successo sul set de Ai confini della realtà.
Anche il pilota Darcey Wingo ha avuto numerosi problemi a farsi assumere, per anni è rimasto disoccupato.
Prima del film, dopo anni di servizio in Vietnam, Wingo girava gli Stati Uniti e il Sud America, accettando diversi lavori come pilota, “Andavo dove mi chiamavano, era bello vedere Paesi diversi.”
Poi però aumenta il bisogno di denaro.
Sua moglie Lourdes partorisce un figlio e Wingo deve provvedere ad entrambi e non solo, deve mandare denaro anche ai 12 fratelli della moglie, in Messico, rimasti orfani.
Un giorno un amico gli racconta che si può guadagnare molto facendo il pilota per le produzioni televisive e si propone.
Quando Dan Allingham lo aveva assunto per lavorare ne “Twilight Zone” Wingo aveva sperato che questo gli aprisse le porte di Hollywood, e dopo l’incidente ha creduto che la produzione si sarebbe stretta intorno a tutti i protagonisti della vicenda, “invece ha protetto solo i nomi più importanti, e sacrificato gli altri.”
I problemi per Wingo qui sono aumentati. L’aviazione gli ha tolto la licenza per 5 anni, il tempo che è servito a concludere tutte le indagini civili e penali, ed è rimasto quindi senza lavoro.
Wingo continua a sostenere di non aver mai saputo dell’assunzione illegale dei bambini, questa questione lo fa ancora arrabbiare.
Anni dopo ha fatto causa alla casa di produzione e Landis, che gli hanno staccato un assegno come risarcimento danni.
Wingo ha poi trovato lavoro presso una ditta di trasporti, sempre pilotando elicotteri, ma per anni ha sperato di essere ancora chiamato a lavorare nel cinema, “ma non mi chiameranno, il mio nome fa tornare alla mente quella brutta vicenda”.
L’addetto agli effetti speciali Paul Stewart racconta che per lui le cose si sono solo rallentate, poi ha ottenuto lavori per film importanti come Road house: “Per un pò non mi hanno assunto nessuno, poi finito il processo mi hanno chiamato di nuovo. Credo volessero capire come sarebbero andate le cose. Ho perso ogni diritto con La Warner Bros, ho dovuto vendere tutto per pagare il processo.”
Lo studio infatti aveva garantito la difesa solo a Landis, George Folsey and Dan Allingham, perché “Sono loro quelli che portano i soldi.” ha dichiarato Steward.
Il produttore associato George Folsey Jr. ha continuato a lavorare con Landis, sua è ad esempio la produzione di Il principe cerca moglie.
Il produttore Dan Allingham è rimasto parte del team di Landis e pare abbia lavorato con lui in anonimato.
Sull’incidente dice solamente: “Non lo dimenticherò mai ovviamente. Sono una persona sensibile, non posso buttarmelo alle spalle. Ma bisogna andare avanti, sono una persona religiosa e credo che ciò sia avvenuto per una ragione. Sono quelle esperienze che ti rendono più forte, migliore.” 
Che è un pò la morale dietro all’episodio Time out de Ai confini della realtà.
Ma questa morale sarà stata abbracciata anche da Landis?
Molti pensano di no.
Il regista, un anno dopo l’assoluzione, ha voluto organizzare un party per celebrarla.
In molti hanno notato come questa festa fosse una cosa intima, dedicata a chi gli era stato vicino dopo la tragedia, un apprezzamento per chi era sempre stato ai suoi voleri più che un ricordo delle vittime.
Landis invitò anche i membri della giuria.
Il regista spiegò che li aveva invitati perché erano stati parte del processo, e qualcuno gli chiese se per la stessa logica allora avesse invitato anche i genitori di Renee Shin-Yi Chen e Myca Dinh.
Per i 12 membri della giuria, gli avvocati e due amici produttori Landis fece proiettare alla festa un'anteprima del film Il principe cerca moglie.
Interrogati sul perchè avessere deciso di accettare l’invito i giurati risposero che era per cortesia, che Landis aveva specificato che voleva ringraziarli per aver svolto il loro dovere di cittadino.
Uno dei giurati, Crispin Bernardo, raccontò di avere un scrapbook dedicato al processo, e un’altra giurata disse “ormai eravamo una famiglia.”
Questa festa ha ovviamente rinforzato la versione secondo cui Landis fosse indifferente alla tragedia e che si considerasse totalmente innocente.
Se i giurati si sono guadagnati una festa hollywoodiana le famiglie dei bambini si sgretolavano.
I genitori di Myca Le were divorziarono due anni dopo l’incidente.
La mamma di Renee Chen, Shyan-Huei Chen, non potendo dimenticare ciò che era successo ha iniziato a soffrire di depressione e stati d’ansia.
Stephen Lydecker ricorda ancora come Chen si sia inginocchiata davanti ai resti della figlia, “Credo di non aver mai sentito un pianto come quello, non lo scorderò mai. Questo mi fa capire che ho fatto la scelta giusta ad allontanarmi da quell’ambiente, non voglio stare su un set 16 ore al giorno, voglio stare con la mia famiglia, questo tempo con loro vale più di una
Roll Royce parcheggiata sotto a uno studio di produzione. Soprattutto non sono sicuro che di voler lavorare in un sistema che ti permette di uccidere tre persone per fare un film.”


Forse l’eredità della morale di Bill Connor non è andata totalmente perduta.