venerdì 1 luglio 2022

E il settimo giorno l'uomo creò il diavolo.


Lo scrittore francese Charles Baudelaire ha scritto: 

Il più grande inganno che il diavolo ha fatto all'umanità  è stato fargli credere di non esistere.

Ma chi è il diavolo di cui Baudelaire parla?È

È un'entità soprannaturale o è invece l'uomo stesso?

All’interno della teologia cristiana è aperto da sempre un dibattito simile : il diavolo esiste è solo una rappresentazione allegorica delle nostre colpe? Esiste Satana o esiste solo la necessità di incolpare qualcun altro per le nostre colpe e tentazioni?

Il diavolo è da sempre stato un argomento affascinante per artisti e studiosi.

La sua figura è motivo di interesse tra gli esponenti della teologia, e nonostante i numerosi dibattiti ancora non si è giunti ad un’opinione condivisa all’unanimità su tale argomento.

La Chiesa stessa non si esprime e lascia libertà di pensiero sulla sua esistenza effettiva.

I teologi a tutt’oggi si dividono tra coloro che ritengono il diavolo una realtà, un essere esistente capace di esercitare la propria azione sul mondo, e coloro che invece lo considerano una figura mitologica e letteraria, creata per simboleggiare tutto ciò che esiste di maligno e negativo.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 su questo tema si sono confrontate alcune personalità di spicco del panorama teologico approdando a conclusioni diverse.

Oggi parleremo di due teologi secondo i quali il diavolo sarebbe solo una creazione dell’uomo.

Rudolf Bultmann e la demitizzazione del diavolo.

Rudolf Bultmann ( 1884-1976)  fu un teologo luterano tedesco.

Nato a Wiefelstede in Bassa Sassonia fu professore di Nuovo Testamento a Marburg.

Il suo nome divenne famoso quando espose una sua relazione a Alpirisach a una riunione della Comunità per la teologia evangelica dal titolo Nuovo Testamento e Mitologia ( Neues Testament und Mythologie) che verrà considerata il manifesto della demitizzazione del Nuovo Testamento.

Rudolf Bultmann nella sua opera di studioso affronta una tematica importante, ovvero la possibilità di credere e comprendere il messaggio cristiano neotestamentario nel mondo moderno.

Nel suo libro Nuovo Testamento e mitologia (1967) inizia la sua riflessione parlando dell’annuncio cristiano, in cui troviamo una visione mitica del mondo articolato in tre piani: al vertice c’è il Cielo abitato da Dio e dalle figure celesti, alla base ci sono gli Inferi come luogo dei tormenti eterni e al centro vi è la Terra dove le forze soprannaturali di Cielo e Inferi agiscono sugli avvenimenti naturali e sull’uomo, sulla sua volontà e sul suo operare.

L’uomo in questa visione non è padrone di se stesso perché sia Dio che Satana possono guidare il suo pensiero e le sue azioni. Anche la storia stessa riceve impulsi e sarebbe pilotata da poteri soprannaturali. 

Per Bultmann è una pretesa assurda e impossibile che l’uomo moderno accetti ancora tale visione: assurda perché questa posizione non è tipicamente cristiana, è una visione del mondo tramandata da epoche più antiche, impossibile perché ogni epoca storica prevede mutamenti nella cultura religiosa e perciò questo modo di concepire il mondo non è così immutabile come si pensi, anzi è proprio l’uomo stesso a mutarla nel tempo. Ma per cambiarla deve riconoscere che questa visione tradizionale del mondo non è più sostenibile, solo così può progettarne una nuova. Scrive Bultmann in Nuovo testamento e mitologia:

«Così la visione del mondo può mutare in seguito alla scoperta copernicana o per effetto della teoria atomica; oppure quando il romanticismo scopre che il soggetto umano è ben più complesso e ricco di quanto potevano far ritenere l’illuminismo e l’idealismo; o per il fatto che si prenda nuova coscienza del posto che spetta alla storia e alla tradizione nazionale». 

Con questi esempi Bultmann ci mostra come nel corso della storia  il pensiero umano sia cambiato e abbia scoperto cose grandiose, grazie a menti che hanno voluto e saputo ampliare la visione sul mondo e sull’umanità.

Anche la teologia deve affrontare questa questione ma non può certo pensare di risolvere il problema ripristinando la vecchia visione del mondo, sarebbe sacrificare ulteriormente la fede dei cristiani senza risolvere i loro dubbi.

Il  problema per l’annuncio cristiano nasce proprio quando l’uomo, non condividendo più questa visione mitica del mondo, non ne condivide più nemmeno la professione di fede perché sente di non poterla vivere con onestà. Gli uomini sono creature che tendono ad abbandonare ciò che non riescono a capire fino in fondo e questo mito li porterebbe proprio alla rinuncia.

Come si può seguire con coerenza una religione se non se ne condividono gli aspetti più basilari? Bultmann si interroga: 

«Che senso possono avere oggi professioni di fede come queste : ‘disceso agli inferi’ o ‘asceso al cielo’ se chi le emette non condivide la mitica visione di un mondo articolato in tre piani, visione che sta alla base di queste formulazioni?». 

E subito dopo ci dà la risposta : 

«Tali articoli di fede, li si può professare onestamente solo qualora sia possibile spogliarne la verità dalla rappresentazione mitica in cui è avviluppata, nel caso che tale verità vi sia».

Il nostro autore sostiene che sia necessario in sede teologica demitizzare il Nuovo Testamento per non creare confusione nell’animo del credente e mantenere viva in lui la fede nell’Annuncio. 

E’ il mito stesso a esigere la demitizzazione, perché esso non ha intenzione di dare una visione obiettiva del mondo ma esprime come l’uomo intenda se stesso nel mondo, essendone egli l’autore.

L’uomo nello scrivere racconta e personifica le sue speranze e le sue paure, le sue ambizioni e i suoi fallimenti, da questo nascono i miti nelle diverse culture. 

Lo stesso Nuovo Testamento invita alla critica perché al suo interno ci sono numerose contraddizioni e discrepanze. Scrive Bultmann :

 «Così, per esempio, si trovano giustapposte la morte di Cristo concepita come sacrificio e la morte di Cristo concepita come un evento di portata cosmica, la sua persona riconosciuta come quella del Messia, e la sua persona riconosciuta come quella del secondo Adamo. Tra di loro contradditori sono la presentazione della chenosi del preesistente (Fil. 2, 6 ss ) e il resoconto dei suoi miracoli, coi quali egli dimostra di essere il Messia ; non meno contraddittorio dell’idea delle preesistenza è il parto verginale di Maria.(…)Ma l’esigenza critica viene acuita soprattutto da una particolare contraddizione che percorre il Nuovo Testamento nel suo insieme: da un lato abbiamo la determinatezza cosmica dell’uomo, dall’altro l’appello alla decisione; da un lato il peccato che ha il peso di una fatalità, dall’altra è colpa». 

Quindi oltre alle differenze sulla vita di Cristo e sulle sue opere ciò che crea più confusione nel cristiano è che da un lato c’è la determinazione dell’uomo, una vita già stabilita , possiamo chiamarla destino, e dall’altra il libero arbitrio, la possibilità di scegliere.

Bultmann non suggerisce di operare dei tagli sul canone biblico ma afferma che sia necessaria ora più che mai una diversa interpretazione più critica della mitologia neotestamentaria. 

Parlando del diavolo, vediamo che per Bultmann anche la credenza in lui e negli spiriti maligni deve essere analizzata criticamente.

Il concetto di peccato deve essere demitizzato poiché non nasce dalla schiavitù a un demonio ma dalla libera scelta e non è opera di entità malefiche.

La responsabilità del peccato deve tornare a ricadere sull’uomo e non su creature tentatrici. 

La demitizzazione delle Sacre Scritture valorizzerebbe queste ultime perché eliminerebbe ciò che confonde l’uomo e lo disturba nel suo vivere la fede con onestà.

Herbert Haag e la riduzione linguistica.

Sulla stessa linea di pensiero di Bultmann si colloca anche Herbert Haag.

Classe 1915 (è venuto a mancare nel 2001), è stato un teologo e presbitero svizzero, curatore del dizionario biblico Bibel-Lexikon. Con i suoi scritti si è spesso inimicato la Congregazione per la dottrina della fede le sue posizioni critiche sul peccato originale, sulla successione pontificia e sul celibato ecclesiastico. 

Inoltre Haag è un sostenitore della corrente ecclesiastica che sostiene che il diavolo in realtà non esiste.

Nel 1969 ha scritto un'opera dal titolo inequivocabile, La liquidazione del diavolo, in cui sostiene che quella di Satana non sia un’esistenza fisica ma linguistica. 

Di fronte all’angoscia e al dolore nel mondo l’uomo cerca una spiegazione. Haag fonda questa risposta sulla Bibbia: già nella Genesi si racconta del diavolo che tenta Adamo ed Eva sotto forma di serpente ( Gen 3); nel Nuovo Testamento gli evangelisti lo considerano un nemico “che semina zizzania tra il buon seme seminato da Dio”(Mt 13,39) ed è “colui che ruba dal cuore dell’uomo i chicchi di frumento della parola di Dio.”(Lc 8,12).

Nella Bibbia ci viene detto che nonostante Gesù sulla croce abbia vinto il diavolo ogni uomo nella sua vita deve affrontare una lotta continua con lui.

Siamo stati educati a pregare per essere protetti da Satana e con il battesimo, il primo sacramento della vita del cristiano, il diavolo viene esorcizzato. 

Sembra quindi che la predicazione della Chiesa e le Sacre Scritture suggeriscano che il male derivi da un’ entità malvagia, il diavolo. 

Qui si pone però un problema secondo Haag: ci viene appunto raccontato di un’entità che può condizionare la vita umana, ma la decisione di fare il bene o il male rimane nelle mani dell’uomo perché Dio lo ha creato libero. 

La questione del libero arbitrio criticata anche da Bultmann.

L’uomo può scegliere tra bene e male e vive il conflitto con la seduzione di quest’ultimo, con la tentazione che paradossalmente è parte della libertà umana e la chiama in causa. 

Nel Nuovo Testamento ci viene detto che anche Gesù venne più volte tentato, in particolare all’inizio della sua attività pubblica e prima della Passione. Ma Gesù è diverso rispetto al resto dell’umanità, la sua natura divina certamente ha contribuito al fatto che  fu sottoposto alla tentazione ma non vi cedette mai. E qui ritorna l’angoscia dell’uomo che sa che se viene tentato rischia sempre di cedere e peccare. 

Il peccato appartiene alla nostra umanità, è un’azione raccontata anche nella Bibbia e questo confonde ancora di più il credente : Adamo, il primo uomo, nell’Eden aveva tutto ciò che si poteva desiderare eppure viene calamitato verso l’unica cosa che gli era stata proibita, un frutto. Situazione analoga la troviamo nel Nuovo Testamento con la parabola del figliol prodigo: un ragazzo che ha tutto, suo padre gli può regalare qualsiasi cosa e lui invece con arroganza pretende la sua eredità per andarsene per il mondo a divertirsi.

Si deve precisare che questa storia «non si è mai svolta così, non è affatto una storia vera»: Adamo non è un personaggio storico, è la rappresentazione dell’uomo tipico, come era nella storia passata e come sarà nella storia futura; ciò che accade nell’Eden non è un avvenimento storico ma mostra come l’uomo ceda con facilità alla tentazione se si sanno toccare gli argomenti giusti. Stesso discorso vale per la parabola del figliol prodigo, si tratta di un racconto immaginario che prende spunto da una situazione comune, un figlio che decide di lasciare la casa paterna credendo di potersi realizzare da solo abbandonando le sue tradizioni e i suoi affetti. Difatti Haag precisa che il peccato di Adamo ed Eva è detto originale e non storico, «ciò che il racconto del paradiso terrestre intende presentarci non è il primo peccato, bensì semplicemente il peccato dell’uomo, qual è sempre stato e oggi continua ad essere e sempre sarà».  

Di conseguenza la fatica, il dolore e la morte, le pene inflitte all’uomo per la sua disubbidienza non hanno origine con il peccato di Adamo ed Eva, sono dettagli letterari che abbelliscono un racconto.

 Per il teologo è una contraddizione.

Come si può immaginare un Dio feroce e crudele che prima punisce così severamente le sue creature e che poi cambia indole ed idea e manda addirittura suo Figlio a morire per la loro redenzione?

Sarebbe altrettanto strano immaginare un Dio che non riesce a far rispettare al suo Creato il destino che aveva progettato per esso per colpa di due persone. Questo dimostra ulteriormente che il racconto di Genesi è assolutamente una metafora della realtà umana e non un saggio storico. 

Detto questo però non si può negare che l’uomo sia portato naturalmente alla tentazione e al peccato. 

Adamo è la rappresentazione dell’uomo e il male non è altro che un istinto innato nel cuore dell'umanità che vive accanto al suo opposto, il bene.

E’ proprio Dio stesso che ha creato l’uomo non immune dal peccato, anzi egli vi è portato naturalmente e ha molte probabilità di cedervi.  

Non si deve dimenticare che la Bibbia stessa non attribuisca la responsabilità del peccato a una personificazione del male, al diavolo, questa è un’interpretazione ecclesiastica realizzata in epoche successive.

È dunque sbagliato scaricare la colpa del male nel diavolo perché Dio considera l’uomo stesso responsabile del suo peccato.

Anche nella Genesi non gli si attribuisce tale responsabilità , nel testo biblico non si parla di diavolo ma di serpente, “il più astuto fra tutte le bestie selvatiche.” 

 L’uomo si è sempre chiesto come il male penetrasse in lui e si è convinto che entrasse in lui dall’esterno, scansandone così la responsabilità.

Del resto lo ha fatto lo stesso Adamo in Gen 3,12, quando messo alle strette da Dio, afferma: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ho mangiato».  Ed Eva, di rimando, si difende nel versetto successivo dicendo : «Il serpente mi ha ingannata  e io ho mangiato».

Questo passo biblico mostra semplicemente un atteggiamento tipico dell’uomo in ogni epoca storica: scaricare la responsabilità del male fatto su qualcuno o qualcosa di estraneo a se stesso. 

La figura di Satana nell’Antico Testamento sembrerebbe rappresentare proprio una risposta dell’ uomo al problema del male: è Satana a istigare a compiere azioni malvagie solo per invidia dell’amore e della pace che l’uomo condivide con Dio. 

Con il libro di Enoch, un testo ebraico del 200 a.C. , si descrive l’origine di tali entità malvagie le quali in origine erano angeli di Dio che hanno scelto di ribellarsi contro di Lui guidati da Lucifero, e così nelle diverse interpretazioni dell’Antico Testamento il serpente di Genesi 3 viene identificato con Satana che ha mutato forma fisica per tentare Adamo ed Eva nel paradiso terrestre; e di conseguenza il peccato dell’uomo è attribuito alla tentazione del demonio invidioso. 

Questa visione è stata tramandata ovviamente nel Nuovo Testamento, che riprende riferimenti su un mondo di spiriti malvagi che ha carattere monarchico di cui Satana è il re indiscusso ed è l’avversario di Dio e del Suo ordine del mondo, per questo l’evangelista Giovanni lo chiama più volte “principe di questo mondo”. ( Gv 12,31;14,30;16,11).

Ma in realtà, dice Haag, l’esistenza del diavolo è puramente linguistica, nasce infatti da un’errata interpretazione, da una personificazione di concetti astratti quali il male, la tentazione, il peccato e infine la morte, dalla necessità di dare una risposta agli uomini impauriti dall'esperienza del peccato. 

Il fatto che si sia usata la parola diavolo o Satana nella Scrittura dipende dal contesto giudaico degli autori biblici, di cui  anche gli Evangelisti portano un forte retaggio. Nella cultura ebraica infatti, soprattutto nei midrashim e nel Talmud, si fa riferimento ai demoni che conducevano al peccato l’uomo solo per opporsi a Dio, insidiando l’uomo con calunnie, e queste immagini vengono riportate anche nell’Antico Testamento. 

Satana, l'oppositore, il bugiardo.

Nel corso della storia di Israele fino al tempo di Gesù si credeva all’esistenza di spiriti sia buoni che cattivi che cercano di guidare l’uomo verso la salvezza o verso la dannazione.

Nel Nuovo Testamento però, ci dice Haag, con “diavolo”, “Satana” non si intende un personaggio fisico o una creatura maligna con poteri occulti ma si intende il peccato stesso: non è Satana a impedire il bene, alla parola di Dio di crescere nell’uomo, è il peccato a farlo; Gesù non ci mette in guardia dal diavolo ma dal peccato, che come abbiamo visto è insito nella natura umana. 

Un esempio di questa interpretazione errata Haag lo colloca nel vangelo di Giovanni : Gesù durante l’ultima cena dice  ai suoi discepoli:  «Eppure uno di voi è il diavolo!»  riferendosi a Giuda che ha fatto posto nel suo cuore al peccato, al tradimento, che è l’opposto dell’amore: Giuda qui è chiamato diavolo solo perché avversario (satàn) dell’amore di Dio. 

Già nella cultura di Israele troviamo che il peccato è l’opposto dell’amore di Dio perché esso porta a chiudersi in se stessi, a isolarsi evitando di abbracciare la comunità, evitando l’unione con i propri fratelli.

 Il peccato separa dagli altri ma anche da se stessi e porta inevitabilmente alla morte, perché distrugge la vita. E l’uomo, non il diavolo, crea questa condizione dettata dall’egoismo.  

Sempre l’evangelista Giovanni ,parlando di Giuda Iscariota (Gv 12,4-6), ci racconta proprio questo suo carattere egoista e opportunista: 

«Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse : ‘Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?’ Questo egli disse non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro».

E’ chiaro quindi che si usa il termine diavolo per indicare l’egoismo di una persona, egoismo che è un peccato nella nostra ottica.

E Giuda durante l’ultima cena se ne va, esce, e questo uscire nella notte indica la sua uscita dalla grazia nel peccato. 

La personificazione del male in Satana serve a rendere il messaggio più incisivo, Gesù. A differenza di Adamo Cristo riconosce il peccato come propria responsabilità, lo accoglie e se ne libera, e così facendo supera le prove che Dio mette sul suo cammino, e riesce a superarle perché è un uomo diverso, nuovo, che sa operare le scelte giuste. 

Per Haag l’uso di questa terminologia mitica ha indotto in errore i fedeli portandoli a credere che le loro preghiere i loro rituali siano indirizzati contro una figura reale da combattere, quando invece queste si riferiscono a mitigare un istinto umano. L’uomo non deve temere entità malefiche ma deve combattere la sua debolezza nel cedere al male.

Ma finché la Chiesa non opererà una nuova demitizzazione delle Scritture il cristiano non potrà mai comprendere veramente come agire in se stesso.

Per Haag la Sacra Scrittura non contiene dichiarazioni specifiche sull’esistenza del diavolo, né impone al cristiano di crederci o di considerarlo un’entità reale, pertanto la Chiesa non può utilizzare la Bibbia per giustificare la sua dottrina sul diavolo.


giovedì 31 marzo 2022

Buio in sala: L'esorcista, un set maledetto.



Al cinema tutto può essere reale.
Anche la storia più incredibile prende forma davanti ai nostri occhi.
Ma a volta la storia più incredibile non è sullo schermo, ma dietro le quinte.
Nel 1973 esce nelle sale cinematografiche “L’esorcista”, film del regista statunitense William Friedkin, tratto dal bestseller di William Peter Blatty.
La trama è nota.
Un’attrice di successo (Ellen Burstyn) nota dei preoccupanti cambiamenti nel comportamento della figlia dodicenne Regan (Linda Blair).
Se all’inizio dà la colpa al suo burrascoso divorzio e agli sbalzi ormonali tipici dell’età la donna comincia piano piano a capire che in realtà la figlia è afflitta da un male più oscuro.
Dopo una serie di esami medici inconcludenti la situazione degenera e la donna decide di rivolgersi a padre Karras (Jason Miller), sacerdote laureato in psichiatria molto scettico sull’argomento e in crisi mistica che alla fine si convince della necessità di praticare un esorcismo sulla ragazzina.
Karras chiede aiuto a un esorcista più esperto, padre Merrin (Max von Sydow), il quale mesi prima aveva incontrato un demone antico, Pazuzu, durante uno scavo archeologico in Iraq. I due si rendono conto che è proprio questo demone a possedere Regan, e ingaggiano un duello all’ultimo sangue con Pazuzu.
La pellicola ebbe un successo mondiale, venne anche candidata agli Oscar vincendone due.
Ecco alcune curiosità, Friedkin considerò Audrey Hepburn per il ruolo di Chris mcNeil, ma l'attrice avrebbe accettato solo se il film fosse stato girato a Roma, dato che lei viveva nella nostra capitale da anni e non voleva spostarsi. Jane Fonda rifiutò il ruolo perché riteneva il film "capitalist shit". 
Vennero contattate anche Debbie Reynolds e la figlia, all'epoca adolescente, Carrie Fisher.
Paul Newman era interessato a interpretare padre Karras, ma Friedkin per il ruolo non voleva una star del cinema, aveva però considerato Roy Schneider.
La scelta cadde su Miller anche perché aveva studiato dai gesuiti, e per prepararsi al ruolo si traferì per tre mesi in un istituto gesuita.
Ne valse la pena visto che venne nominato agli Oscar.
Gli studios volevano Marlon Brando per interpretare padre Merrin, ma Friedkin disse che non voleva che il film diventasse il Classic film Brando centrico, e spinse per avere Max von Sydow.
Jamie Lee Curtis disse di essere stata considerata per il ruolo di Regan e che sua madre rifiutò l'offerta, aneddoto sempre negato da Friedkin.
Tra tutte le giovani attrici accorse per interpretare Regan mcNeil la spuntò Linda Blair, durante il provino Friedkin le fece recitare un testo pieno di oscenità, e la ragazzilo fece senza scomporsi.
La scena in cui Regan si pugnala all'inguine col crocifisso non è stata girata da Linda Blair ma dalla sua controfigura maggiorenne, quest'ultima era anche colei che, posizionata dietro Linda, vomita verde addosso agli esorcisti.
La voce di Regan posseduta da Pazuzu è, nella versione originale, di Mercedes McCambridge, in quella italiana dell'attrice Laura Betti.
La madre di padre Karras fu interpretata da Vasiliki Maliaros, che non era un'attrice professionista, recitava nei teatri in lingua greca e faceva la cameriera, fu scelta perché a Friedkin ricordava sua madre.
Il regista portava con sé sul set una pistola e sparava senza preavviso per spaventare gli attori e filmarne le reazioni.
Miller si lamentò più volte: "Gli dissi di non farlo mai più. Sono un attore, se vuoi che mi spaventi dimmelo, te lo recito!" 
L'unica attrice che Friedkin avvisava in anticipo degli spari era Linda Blair.
Il film sbanca al botteghino nonostante e anche grazie alle numerose segnalazioni di spettatori colti da svenimento, conati di vomito, crisi epilettiche.
In molti cinema durante le proiezioni venne garantita la presenza di un medico in sala.
Nonostante la censura e le critiche ne furono girati due sequel: L'esorcista II - L'eretico del 1977 e L'esorcista III del 1990.
Nel 2000 Friedkin portò nuovamente il film nelle sale con una versione integrale non tagliata della pellicola con circa undici minuti di scene inedite.
Nel 2016 la Fox ha prodotto una bellissima serie tv sequel ispirata al film.
L’impatto del film è innegabile, non solo in ambito cinematografico ma anche culturale.
L’esorcista è uno dei film horror più conosciuti e citati in altre pellicole di qualsiasi genere, basta pensare alla sua parodia più celebre, Riposseduta (Repossessed) del 1990, che vede proprio Linda Blair riprendere il ruolo di Regan McNeill accanto a un esilarante Leslie Nielsen nei panni di un esorcista sui generis che deve nuovamente esorcizzare la protagonista del film, ormai adulta.
Se si parla di esorcismi inevitabilmente si pensa a questo film.
Levitazione, vomito verde, teste che ruotano di 360°.
Elementi che fanno sorridere ma che allo stesso tempo incutono una sorta di timore inconscio e sono ormai parte dell’immaginario collettivo sull’esorcismo.
Nel 2016 Friedkin tornerà a parlare di esorcisti questa volta girando per Netflix un documentario intitolato “Il diavolo e padre Amorth” (The evil and father Amorth)in cui il regista intervista il famoso esorcista italiano e lo filma mentre celebra un vero esorcismo, che si rivela essere molto diverso da quello da lui rappresentato nel film cult.
In questa pellicola inoltre vengono intervistati anche alcuni medici, neurologi e psichiatri, nel tentativo di aprire un dibattito sulla possibilità di dare una spiegazione scientifica e neurologica alla possessione diabolica. Il regista non ci fa mancare un colpo di scena finale, in pieno stile cinema horror.
L’esorcista diventa col tempo famoso non solo per la peculiarità della pellicola, ma anche per gli eventi tragici ad essa collegati.
Già il romanzo di Blatty da cui è tratto il film ha un’origine particolare, è ispirato infatti a una storia vera.
Blatty venne a conoscenza di un caso reale di possessione diabolica avvenuto nel 1949 nel Maryland. 
Roland Doe (nome fittizio utilizzato dalla stampa per tutelare il protagonista della vicenda) è un ragazzo di 14 anni.
Nato in una famiglia tedesca di fede luterana Roland è solito giocare insieme a una zia con una tavola ouija. Alla morte della zia il ragazzo continua da solo le sedute spiritiche, ed è a quel punto che in casa iniziano a verificarsi strani fenomeni paranormali: il letto del giovane trema, i mobili della sua stanza si spostano da soli, dalle pareti si sentono provenire rumori di unghie che graffiano i muri.
Il comportamento di Ronald cambia, il ragazzo diventa improvvisamente violento e volgare.
I genitori si rivolgono al loro pastore Luther Miles Schulze che sosterrà di aver assistito personalmente alla levitazione di alcuni oggetti in presenza di Roland.
Schulze si convince che Roland sia posseduto e invita la famiglia a contattare un prete cattolico affinché celebri un esorcismo.
I genitori del ragazzo si rivolgono a padre Edward Albert Hughes che dopo aver visitato Roland dichiara che è posseduto da un’entità.
Ottenuto il via libera dall'arcidiocesi nelle settimane successive nove sacerdoti gesuiti si alternarono nel celebrare un esorcismo sul ragazzo, si parla di addirittura 30 esorcismi necessari per scacciare il demone dal corpo di Roland.
Questa vicenda è stata ovviamente molto dibattuta, in quanto pare che sul ragazzo non fossero stati effettuati esami medici, necessari prima di poter procedere con un esorcismo per escludere eventuali patologie. Inoltre molti giornalisti anni dopo si misero in contatto con familiari e amici di Roland, i quali dissero che il ragazzo era solito organizzare scherzi ai danni dei genitori e compagni di scuola.
Nacque quindi la teoria che probabilmente Roland aveva voluto solo prendersi gioco dei genitori e ottenere da loro attenzioni fingendo una possessione.
Vera o no, la storia di Roland divenne quella di Regan McNeil, e fu improvvisamente reale grazie alla magia del cinema.
Magia nera, forse, qualcuno sussurra.
Attorno alla pellicola aleggia infatti un’aura scura di cattiva sorte.
Si parla addirittura di pellicola maledetta.
Numerosi furono gli incidenti capitati alle persone coinvolte nelle riprese.
Un corto circuito provocò un incendio che distrusse gli interni della casa dei protagonisti, incredibilmente si salvò dalle fiamme solo la camera da letto di Regan dove sarà girata la celebre scena dell’esorcismo.
Durante le riprese morirono nove persone legate al cast e alla produzione: il fratello di Max von Sydow, la nonna di Linda Blair, il figlio neonato di un tecnico.
Mosì anche un addetto alla refrigerazione del set.
L’attore Jack MacGowran morì a causa delle conseguenze di una brutta infezione poco prima che L'esorcista uscisse nelle sale. Nel film il suo personaggio viene ucciso brutalmente da Regan.
Jordan Miller, figlio dell’attore che interpreta padre Karras, ebbe un incidente di moto mentre si recava a trovare il padre sul set.
Ellen Burstyn ebbe un incidente sul set e riportò danni permanenti alla colonna vertebrale.
Anche Linda Blair ebbe problemi alla schiena dopo aver girato la scena dell’esorcismo.
A un certo punto fu chiesto a un prete gesuita, Thomas King, di benedire il set.
L’Italia è protagonista di una strana leggenda secondo cui a Roma una croce alta due metri cadde dal tetto di una chiesa dopo essere stata colpita da un fulmine. La chiesa in questione si trova vicino al cinema Metropolitan che quella sera stava proiettando il film.
Leggende metropolitane, superstizioni, intenzione di farsi pubblicità.
Forse la maledizione de L’esorcista è solo questo.
Oppure c’era davvero un’entità oscura ad aggirarsi sul set.
Più umana di quanto possiamo immaginare.
Nel cast de L'esorcista c’è un giovane attore, Paul Bateson, interpreta il radiologo che visita Regan in ospedale.
Un ruolo marginale, una comparsata.
Il suo nome diventerà famoso quando verrà arrestato nel 1979 con l'accusa di aver ucciso un giornalista, Addison Verrill, e sospettato per la morte di diversi uomini omosessuali.
Paul Bateson, classe 1940, nacque e crebbe in Pennsylvania. Dopo anni di servizio militare in Germania si trasferì a New York.
Qui si fidanza con un musicista gay, la relazione burrascosa lo trascina nell’alcolismo, alla vita sregolata si aggiunge anche il dolore per la morte della mamma e del fratello per suicidio.
Bateson si iscrive all’università per diventare tecnico di laboratorio di radiologia neurologica e cominciò a lavorare in ospedale, al NYUMC, il New York University Medical Center.
Qui Bateson incontra William Friedkin, che sta facendo ricerche per la sceneggiatura de L’esorcista.
Il dott. Barton Lane, primario del reparto, invitò il regista ad assistere a una angiografia cerebrale.
Questo esame prevede che venga inserita una canula nel collo del paziente, e Friedkin rimase così impressionato da volerlo inserire nel film e chiese che fossero dei veri professionisti del settore a ripetere quell’esame sul set, così Bateson, che era stato presente alla dimostrazione, venne assunto come comparsa.
In una scena del film vediamo Bateson nel ruolo del radiologo che rassicura mentre Regan viene portata nella stanza, la aiuta a distendersi, la attacca al macchinario.
Questa scena è considerata tra le più disturbanti per il pubblico per il tipo di intervento, la cospicua presenza di sangue e per il suo incredibile realismo.
Quando uscì il film l'alcolismo di Bateson peggiorò, tanto che nel 1975 viene licenziato dal NYUMC.
Bateson si arrabatta tra mille lavori, tra cui quello di venditore di biglietti di cinema a luci rosse.
Qui comincia a socializzare con altri omosessuali con il suo stesso problema di alcolismo, cerca aiuto in loro, ha bisogno di un fidanzato che si prenda cura di lui e lo aiuti a disintossicarsi, magari un percorso da fare insieme. Inizia ad andare gli incontri degli Alcolisti anonimi, ma senza successo.
Inzia a frequentare locali gay appartenenti alla leather subculture, ovvero una nicchia della comunità gay dedita alle pratiche sadomaso e feticiste. Bateson inizia a identificarsi con questa cultura suburbana, e il suo alcolismo peggiora notevolmente.
In questo contesto Bateson conosce il giornalista Addison Verrill, che scrive di cinema e spettacolo per Variety.
Il reporter venne trovato morto nel suo appartamento nel 1977, picchiato e accoltellato.
L’assassino aveva anche cercato di strangolare la sua vittima.
Sul caso interviene un amico giornalista di Verrill, l’attivista per i diritti dei gay Arthur Bell.
In una serie di articoli Bell mette in luce un problema che sta dilaniando la comunità gay di New York, ovvero i crimini contro gli omosessuali che avvenivano ogni anno nel Village, e di come questi non fossero seguiti adeguatamente dalla polizia o riportati dai media.
Bell incitò i possibili testimoni del delitto a farsi avanti.
E Bateson decise di rispondergli.
Chiamò Bell affermando di essere l'assassino, ma lo fece unicamente per correggere Bell che aveva definito il killer come uno psicopatico.
"Mi piace come scrivi, ma non sono uno psicopatico", disse Bateson.
Si definì semplicemente un uomo gay con problemi di alcolismo e un gran bisogno di soldi.
Raccontò di essere andato in un bar una mattina presto e lì aveva incontrato Verrill con cui aveva bevuto birra e sniffato cocaina. 
Scoperto che il suo accompagnatore era un giornalista famoso aveva deciso di seguirlo a casa sua.
Qui i due avevano consumato un rapporto sessuale dopo il quale Bateson aveva ucciso Verrill perchè si era reso conto che per il giornalista si trattava solo di una storia di una notte.
Prima di andarsene aveva derubato la sua vittima e poi si era recato nel bar più vicino per ubriacarsi di nuovo.
Bateson rivelò dei dettagli sulla sua persona come il lavoro del padre e la sua permanenza in Germania.
Inoltre disse di aver usato il grasso alimentare Crisco come lubrificante durante il rapporto, dettaglio che la polizia non aveva rivelato ai media, e che quindi solo l’assassino poteva conoscere.
La polizia mise sotto controllo il telefono di Bell.
Ma a chiamare questa volta fu un certo Mitch, che indicò Bateson come il killer.
Lo aveva conosciuto all’ospedale, disse che Bateson era un tecnico radiologico che era stato licenziato e che gli aveva confessato il delitto.
Bateson venne arrestato, quando gli agenti gli chiesero se sapesse perchè lo stavano portando in centrale egli gli mostrò una copia del Village Voice con l’articolo di Bell sull’omicidio Verrill. 
Bateson confessò l’omicidio e venne condannato a vent’anni di prigione per omicidio di secondo grado. 
Almeno in carcere riuscì a rimanere sobrio, cosa di cui fu molto felice.
Venne rilasciato nel 2008, e da allora si sono perse le sue tracce. Si suppone sia morto in quanto in Pennsylvania un suo omonimo, nato il suo stesso giorno e con il suo numero di previdenza sociale, risulta deceduto nel 2012.
L’aura oscura di Bateson però è ancora legata a una serie di omicidi irrisolti che colpirono la comunità omosessuale di New York, i cosiddetti “bag murders”.
Tra il 1975 e il 1977 nel fiume Hudson sono stati trovati i cadaveri di sei uomini, mai identificati, smembrati e buttati dentro dei sacchi della spazzatura. 
La polizia sostenne che le vittime fossero membri della comunità LGTB che frequentavano i locali per omosessuali del Village.
Analizzando gli indumenti delle vittime la polizia giunse alla conclusione cne che queste fossero assidui ospiti dei locali della leather subculture.
I sacchi che contenevano i corpi avevano una codice, erano quelli usati dal dipartimento neuropsichiatria del New York University Medical Center.
Era inoltre evidente che chi aveva smembrato i corpi avesse conoscenze chirurgiche.
Data la natura del crimine che aveva commesso, i contatti con la cultura suburbana e le capacità mediche sviluppate proprio alla NYUMC Bateson divenne un sospettato per i bag murders.
Ci fu addirittura un testimone, Richard Ryan, che durante il processo dichiarò che Bateson gli aveva confessato non solo gli omicidi di altri tre uomini gay, accoltellati dopo un incontro sessuale nei loro appartamenti, ma anche gli omicidi dei sei uomini trovati nel fiume Hudson.
Qui entra in gioco nuovamente William Friedkin che leggendo i giornali riconosce Bateson come comparsa nel suo film e soprattutto per la sua visita al NYUMC per le riprese de L'esorcista.
Friedkin ottenne il permesso di visitare e intervistare Bateson a Rikers prima della fine del processo.
Il regista descrive Bateson come un bel ragazzo che amava indossare l’orecchino e bracciali borchiati.
Friedkin dirà che Bateson aveva tranquillamente ammesso di avere ucciso Verrill.
Bateson rivelò al regista che il pubblico ministero gli aveva promesso delle attenuanti se avesse confessato di essere il serial killer dei bag murders, ma che non sapeva se accettare l’offerta in quanto si dichiarava innocente rispetto a queste ulteriori accuse.
Per esse, successivamente, Bateson non sarà condannato in quanto non c’erano evidenti prove a suo carico.
L’aura oscura di Bateson non trova pace neanche a processo terminato, in quanto Friedkin rivelerà nel 2012, durante uno dei podcast del programma "It Happened in Hollywood", che Bateson gli aveva confidato di aver smembrato il corpo di Verrill e gettato i pezzi del cadavere in dei sacchi nel fiume, e che questo era l'unico omicidio che si ricordava.
Ma Verrill non era stato smembrato, era stato pugnalato nel suo appartamento. 
Questo errore sul modus operandi di Bateson è stato un momento di confusione del killer, oppure potrebbe essere stato intenzionale da parte del regista? 
C’è chi pensa di sì, perchè anni dopo, nel 1980, Friedkin si ispirò a Bateman quando diresse il film Cruising, con Al Pacino, la storia di un agente di polizia che si infiltra nella comunità gay di New York per catturare un serial killer i cui crimini ricordano molto i bag murders.
Il film fu aspramente criticato dalla comunità LGTB e in particolare dall'attivista Arthur Bell, di cui abbiamo parlato prima, in quanto il film mostra un’immagine stereotipata e negativa delle persone omosessuali.
La maledizione de L'Esorcista sembra aver intaccato anche questa pellicola.
Infatti poco dopo l’uscita del film Ronald K. Crumpley, un ex ufficiale di polizia di New York, entrò in uno dei bar in cui erano state girate delle scene del film armato di mitraglietta e sparò sulla folla uccidendo due uomini, al grido di “Maledetti froci, rovinano sempre tutto!”.
Come dicevo all'inizio le storie più incredibili non si consumano al cinema.
La realtà supera qualunque sceneggiatura.
Anche quando è quella di un film dell'orrore.
In questo caso l'uomo riesce a fare molto più scalpore del diavolo.

 
 

giovedì 24 marzo 2022

Ratti che abbandonano la nave che affonda, la vergognosa storia della Rattenlinien.



Il 24 marzo si ricorda l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ovvero l'uccisione di 335 tra civili e militari italiani, dissidenti politici, ebrei e detenuti comuni, avvenuto in questa data a Roma nel 1944.
Questa sommaria esecuzione fu una rappresaglia per un attentato partigiano avvenuto il giorno prima sempre a Roma, in via Rasella, in cui rimasero uccisi 33 soldati del reggimento "Bozen" della polizia tedesca. 
L'eccidio avvenne appunto alle Fosse Ardeatine, delle cave di pozzolana in via Ardeatina.
Contrariamente a come si è sostenuto per anni nessuna autorità tedesca chiese ai partigiani di consegnarsi per evitare l'uccisione di 10 detenuti italiani per ogni tedesco ucciso.
Lo stesso ufficiale nazista Albert Kesselring, colui che aveva dato il via libera finale a questa decisione, sostenne durante il processo che lo vedeva imputato che la volontà del Reich era quella di agire rapidamente e in segretezza.
Per questo la scelta del luogo non fu casuale e cadde sulle fosse in via Ardeatina, il luogo era perfetto per occultare questa strage, infatti subito dopo l'eccidio i corpi vennero tumulati in modo sbrigativo all'interno della cava.
Il colonnello Herbert Kappler fu incaricato di scegliere i todenskandidaten, i condannati a morte, con l'aiuto degli ufficiali della Gestapo romana e della questura di Roma, nella figura di Pietro Caruso, il quale avrebbe garantito la presenza di 50 detenuti dal carcere di Regina Coeli.
Nel giro di una notte gli ufficiali avevano stilato una lista di nomi.
Tra gli ufficiali nazisti responsabili spicca in particolare la figura di Erich Priebke.
Sarà lui infatti a gestire in loco l'esecuzione, spuntando minuziosamente la lista di nomi.
La descrizione che viene fatta dell'eccidio è la scena di un film dell'orrore.
Condotti alla cava i prigionieri vengono divisi in gruppi di cinque e fucilati un quintetto alla volta.
I corpi non vengono nemmeno rimossi, si fa semplicemente disporre il gruppo successivo.
La situazione divenne a un certo punto caotica.
Alcuni detenuti tentano la fuga, altri si ribellano, le esecuzioni che all'inizio erano precise e letali diventano uno sparare confuso, con i soldati che salgono sui cadaveri per prendere la mira. Secondo alcune testimonianze i soldati vengono fatti ubriacare per poter terminare il lavoro, alcuni si rifiutano di sparare.
Priebke si accorse di aver inserito nella lista 5 detenuti di troppo, li farà giustiziare comunque in quanto avevano visto tutto.
Terminate le esecuzioni vennero fatte esplodere delle cariche all'entrata della cava, così da farla crollare ed occultare per sempre i cadaveri.
Ma già il giorno stesso alcuni salesiani di un monastero lì vicino, attirati dalle esplosioni, riuscirono ad entrare nella cava, trovandosi di fronte cadaveri ammassati l'uno sull'altro.
Le vittime dell'eccidio delle fosse ardeatine non hanno mai ottenuto una reale giustizia.
Albert Kesselring fu processato e condannato a morte il 6 maggio 1947 da un tribunale militare britannico per crimini di guerra e per l'eccidio delle Fosse Ardeatine.
La sentenza venne però commutata nel carcere a vita, pochi anni dopo fu scarcerato per motivi di salute e tornò in Germania dove morì nel 1960.
Herbert Kappler venne processato da un tribunale militare italiano nel 1948. I giudici militari decretarono che ciò che era accaduto alle fosse ardeatine non si poteva considerare una rappresaglia legittima per le leggi militari dell'epoca, ma allo stesso tempo ritennero che Kappler non ne fosse consapevole, quindi lo prosciolsero dall'accusa. Lo ritennero però colpevole dell'omicidio di 15 delle 335 vittime che, secondo i giudici, morirono per mano di Kappler. Pertanto l'ufficiale nazista fu condannato all'ergastolo.
Nel 1976, malato di tumore, fu ricoverato nell'ospedale militare del Celio.
Da qui evase il 15 agosto 1977 e trovò rifugio in Germania, dove morì nel 1978.
L'ex-capitano delle SS Erich Priebke venne arrestato nel 1945 ma riuscì ad evadere dal carcere di Rimini.
Nel 1947 visse in Alto Adige, a Vipiteno, con la moglie e i figli e successivamente riuscì a scappare in Argentina.
A scovare Priebke sarà casualmente un giornalista della ABC, Sam Donalson, conduttore del programma Prime Time Live.
Nel 1994 il giornalista americano, su segnalazione della Fondazione Simon Wiesenthal, si recò in Argentina per verificare se effettivamente nel Paese si fossero nascosti criminali nazisti, alcuni testimoni avevano segnalato una specifica città, San Carlos de Bariloche.
Arrivato lì Donalson parlò con gli abitanti della cittadina e un altro fuggitivo tedesco gli disse tranquillamente che in quella ridente località si erano rifugiati diversi ufficiali del Reich, e gli fece il nome di Priebke.
Donalson non conosceva le vicende che lo riguardavano, così si documentò sulla sua storia ed andò a cercarlo.
Il giornalista incontrò  Priebke mentre tornava a casa dal lavoro, l'ex ufficiale nazista non negò la sua vera identità.
Quando il servizio della ABC divenne pubblico l'Italia iniziò le pratiche per l'estradizione, che fu accolta nel 1995.
Dopo un processo lungo e tortuoso Priebke venne condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. 
Considerata l'età avanzata dell'imputato gli vennero concessi gli arresti domiciliari.
Erich Priebke morirà a Roma nell' ottobre del 2013.
La latitanza sudamericana di Priebke, così come quella di altri suoi commilitoni nazisti, è una vergognosa pagina della storia della chiesa cattolica.
Priebke riuscì a fuggire in Argentina grazie all'aiuto di alcuni sacerdoti altoatesini, Johann Corradini, l'allora parroco di Vipiteno, e soprattutto grazie al Vicario generale della diocesi di Bressanone Alois Pompanin, il quale aveva già aiutato a fuggire in Sudamerica Adolf Eichmann.
Da Corradini Priebke ricevette il battesimo cattolico, condizione necessaria per poter ottenere l'aiuto della Chiesa di Roma.
Priebke si recò a Genova e con dei documenti falsi partì per l'Argentina nel 1948.
Come dicevamo Priebke non fu l'unico criminale di guerra a trovare nella Chiesa cattolica un valido aiuto per fuggire.
Esisteva infatti un complesso sistema organizzato che garantì la salvezza a molti criminali nazisti.
Questo sistema si chiamava Rattenlinien.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale
gli ufficiali nazisti sfuggiti al processo di Norimberga crearono a Strasburgo
l'organizzazione O.D.E.SS.A (Organizzazione degli ex-membri delle SS) che aveva il compito non solo di trasferire all'estero i capitali accumulati dal Reich, in particolare in Spagna dove vigeva la dittatura dell'amico Francisco Franco, ma anche di garantire la fuga dall'Europa ai suoi membri.
Da qui la creazione della Rattenlinien per permettere la fuga in Sudamerica di numerosi criminali di guerra nazisti.
Rattenlinien significa "via del ratto".
I nazisti come topi che abbandonano una nave che affonda.
La Rattenlinien fu uno dei progetti purtroppo più riusciti dell'organizzazione, ed è nota anche
come via dei monasteri in quanto questi edifici di proprietà della chiesa cattolica furono il primo nascondiglio per molti criminali nazisti.
Luoghi sacri che prima spesso avevano ospitato le vittime del nazismo ora ne ospitano i carnefici.
Figure di spicco del partito nazista quali Josef Mengele, Adolf Eichmann ed appunto Erik Priebke trovarono rifugio in Sudamerica grazie anche all'intervento di figure autorevoli della chiesa cattolica.
In particolare fu determinante l'intervento del vescovo austriaco Alois Hudal (1885-1963) da sempre simpatizzante del regime e fervente antisemita.
Sarà proprio Hudal a preparare i documenti per Erich Priebke.
Secondo molti testimoni Hudal era molto vicino agli ambienti del Vaticano e amico personale di papa Pio XII.
Karl Bayer, paracadutista dell'esercito tedesco che collaborò col vescovo, sostenne che il Papa aveva fornito il denaro per la creazione dei documenti falsi e per i trasporti oltreoceano.
Nel 1947 il giornale cattolico “Passauer Neue Presse” accusò pubblicamente Hudal di aver organizzato la fuga dei criminali di guerra, e il vescovo dal canto suo non ha mai negato ciò che ha fatto.
Nonostante la sua ammissione di colpa nessuno intervenne; Hudal non rinnegò mai il suo operato, anzi, continuò a sostenere di aver operato nel giusto.  Venne invitato a dimettersi solo nel '52, e si ritirò a vita privata a Grottaferrata.
La motivazione di Hudal, così come quella 
della Santa Sede, di fare fuggire questi criminali di guerra va ricercata
nella necessità del Vaticano (e degli Stati Uniti d'America, spesso partner in crime di queste operazioni) di arginare l'avanzata del comunismo ateo.
Della serie, il nemico del mio nemico è mio amico.
Tra i nomi dei prelati coinvolti in queste operazioni spiccano quelli di Giuseppe Siri, vescovo di Genova, e di monsignor Giovanni Montini, colui che diventerà papa Pio VI. 
Una seconda rotta, detta di San Girolamo, si occupava invece di far fuggire nel Nuovo Mondo gli ustascia croati coinvolti nei crimini nazisti nella ex Jugoslavia.
Dalla Germania i criminali nazisti giungevano a Genova passando attraverso Madrid o Salisburgo, e dal capoluogo ligure potevano imbarcarsi per il Sudamerica.
Un ruolo importante lo giocò anche la collaborazione del presidente argentino Juan Domingo Perón (1985 – 1974) che incentivò i nazisti a trasferirsi nel suo paese, dove avrebbero trovato un nascondiglio sicuro. Ovviamente pagando profumatamente la permanenza, dettaglio che non fu un problema.
La chiesa cattolica ha tentato di usare il vescovo Hudal come capro espiatorio per la Rattenlinien, ma fu lo stesso prelato ad autoaccusarsi, o meglio, a darsi il merito di aver salvato più di 1000 ufficiali nazisti, definiti da lui perseguitati ingiustamente.
E aggiunse con sicurezza di aver svolto il suo compito su richiesta diretta del Vaticano.
Il Vaticano dunque forniva dei documenti provvisori col timbro ufficiale della Pontificia commissione di assistenza, a cui seguivano passaporti e lasciapassare rilasciati dalla Croce Rossa Internazionale.
Proprio lo studio dei documenti rinvenuti negli archivi post bellico della Croce Rossa ha tolto ogni dubbio sul coinvolgimento della Chiesa nella Rattenlinien.
Coinvolgimento che ha impedito alle vittime delle atrocità commesse dai nazisti di avere una rapida e totale giustizia.





(L'immagine di copertina è un fotogramma della scena finale del film del 2002 Amen diretto da Costa-Gavras. In questa scena, SPOILER, si vede uno dei protagonisti, un nazista chiamato semplicemente il Dottore, incamminarsi insieme a un prelato cattolico che lo aiuterà a fuggire in Argentina per sfuggire ai suoi crimini.) 

mercoledì 2 marzo 2022

Musica d(')annata: i diavoli alla corte dello zar.


Tempo fa vi ho parlato di Niccolò Paganini e del suo violino.
Di quella sonata creata in origine da Giuseppe Tartini, Il trillo del diavolo.
Essi sono solo un esempio di come nel corso della storia il diavolo si sia intrufolato e abbia danzato sul pentagramma, a volte per volere degli stessi autori.
Il Satana musicale in quel tempo diventa la ripetizione ossessiva di un tema nelle melodie suonate da più strumenti.
È una difficoltà, una tentazione per il musicista. 
E insieme al diavolo ci sono le streghe e i loro sabba, che troveranno spazio nel panorama musicale ottocentesco. 
Il panorama musicale russo ci regala delle composizioni di rara bellezza.
Un esempio di questo tipo di narrazione musicale è a Modest Petrovich Mussorgsky.
Nel 1866 il musicista russo ispirandosi alle fiabe cupe del suo paese iniziò a scrivere un poema sinfonico dal soggetto demoniaco.
Il brano doveva raccontare di un raduno di streghe che ballano in attesa dell'arrivo del loro Signore Satana.
Pare che l'autore russo si sia ispirato anche alle leggende sulle streghe di Benevento, ascoltate durante un viaggio in Campania.
Nascerà così Una notte sul monte Calvo. 
Chi come me è nato negli anni '80 ricorda questo titolo per uno specifico motivo.
Nel 1940 il brano venne riorchestrato dal direttore anglo-polacco Leopold Stokowski per il film Fantasia della Disney, film che sarà ridistribuito nel 1990 in occasione del suo cinquantesimo anniversario. 
Molti di voi come me hanno sicuramente ancora a casa la VHS originale di questa riedizione.
Nel mio caso è particolarmente consumata proprio sull'episodio del Monte Calvo, il mio preferito.
La rivisitazione disneyana è particolare, rappresenta la lotta tra il bene e il male che da sempre contraddistingue la vita dell'uomo.
Proviamo a ricordare insieme questo capolavoro dell'animazione.
A mezzanotte un demone nero con grandi ali da pipistrello e occhi gialli fiammeggianti si desta. Si tratta di Chernabog, personaggio disneyano ispirato al demone russo dell'oscurità e al classico diavolo cristiano. Egli richiama gli spiriti maligni dalle loro tombe, invita le streghe a ballare al suo cospetto. 
Gli spiriti danzano e volano finché si ode il suono di una campana.
A questo punto si interrompe il brano di Mussorgsky e inizia la delicata Ave Maria di Schubert.
Chernabog infastidito richiama i suoi spiriti, si addormenta nuovamente mentre lentamente albeggia. Si ode in lontananza un coro cantare l'Ave Maria mentre si intravede una processione di fedeli che si incammina attraverso la foresta verso una cattedrale.
La notte lascia spazio al giorno, la tenebra lascia spazio alla luce, il male è di nuovo sconfitto.
Se nel cartone non si sa se e quando Chernabog tornerà a fare danzare le sue streghe certamente sappiamo che nella musica il diavolo può sempre ritornare, ed è incalzante, ossessivo e ripetitivo. 
D'altronde, si dice che perseverare sia diabolico.
Il diavolo in musica è anche un tentatore subdolo. 
Ispirazione, ripetizione di un tema. 
Il diavolo non smette di riscrivere se stesso in più forme, letteratura e musica. 
Lucifero si reinventa e oltre a essere un tentatore diventa un giullare che gli uomini prendono in giro.
Così viene descritto da autori e compositori.
Anche Pëtr Il'ič Čajkovskij si cimenta con un'operetta dal sapore comico in cui troviamo un diavolo tentatore.
Čajkovskij che come Mussorgsky aveva trovato spazio nel film Disney Fantasia, dove viene utilizzata la sua opera celeberrima Lo schiaccianoci.
Nell 1887 viene rappresentata per la prima volta l'opera Gli stivaletti, ispirata da un'altra opera dello stesso Čajkovskij Il fabbro Vakula.
L'opera è ambientata in Ucraina, nel XVIII secolo.
La storia narra di un uomo, Vakula il fabbro, innamorato della bellissima Oksana.
Purtroppo questo amore è osteggiato in primis da Solocha, madre di Vakula, che è anche una strega. La donna in più riprese evoca un diavolo e amoreggia con lui chiedendogli di impedire al figlio di coronare il suo sogno d'amore con Oksana.
La ragazza, molto capricciosa, gli ha promesso di sposarlo solo se lui le porterà in dono degli stivaletti nuovi, e Vakula purtroppo fallisce nell'intento, e finge di uccidersi. 
Sulle rive del fiume il diavolo propone a Vakula di cedere la sua anima per quegli stivaletti, ma con uno stratagemma Vakula salta in groppa al diavolo, e si fa portare a San Pietroburgo dove chiederà le scarpe addirittura alla zarina, vedendosele però negare.
Tornato a casa Oksana, felice che Vakula sia vivo, accetta di sposarlo anche senza il dono degli stivaletti.
Čajkovskij ci mostra un diavolo che fa il gradasso ma che è facile da imbrogliare, tanto da diventare un misero destriero.
Succede nelle fiabe e nelle leggende europee, succede nella musica.
Un altro autore russo ne è un ottimo esempio.
Igor' Fëdorovič Stravinskij nel 1918 scrive Histoire du soldat, storia da leggere, recitare e danzare in 2 parti, un'opera da camera in cui unisce il diavolo tentatore faustiano con il diavolo gabbato, tragicomico.
Anche Stravinskij si ispira alle fiabe russe 
in particolare le fiabe popolari russe raccontate da Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev, pubblicate fra il 1855 e il 1864.
Stravinskij riprese due racconti, Il soldato disertore e il diavolo e Un soldato libera la principessa, per scrivere questa sua versione del Faust, il noto dramma in versi di Johann Wolfgang von Goethe scritto nel 1808. 
Anche le musiche napoletane del 1800 trovano spazio, riadattate, in questa opera. Stravinskij infatti amava moltissimo l'Italia, tanto da viverci saltuariamente.
Nell'opera del compositore russo vediamo
Il diavolo tentare Joseph, un povero soldato che suona il violino. 
Il violino, ricordate, quello strumento così maledetto e che Lucifero sa suonare divinamente secondo il Tartini.
Il diavolo chiede a Joseph di vendergli il violino in cambio di un libro magico in grado di garantire numerose ricchezze, dato che racconta di fatti non ancora avvenuti, cosa che chi lo possiede può usare a suo vantaggio.
Se Joseph rimarrà tre giorni con lui per insegnargli a suonare, cedendogli lo strumento, il diavolo gli darà il libro.
Il soldato accetta il patto, ma scoprirà di essere stato raggirato.
Sono infatti passati tre anni e Joseph, seppur ricco, scopre di aver perduto ogni amore della sua vita.
Il diavolo comparirà da allora molte volte nella vita di Joseph per tentarlo e truffarlo, fino alla sfida finale dove il soldato esorcizza il diavolo che si era rifugiato nel corpo di una principessa.
Suonando il violino Joseph scaccia il diavolo che lo maledice. Se Joseph lascerà il regno della principessa lui lo porterà all'inferno.
Dopo anni il soldato, credendosi al sicuro, decide di tornare a casa, ma ecco che appena varca il confine del regno il diavolo lo cattura e lo porta via per sempre, suonando il suo violino.
Stravinskij ci mostra un diavolo molto vicino al Satana biblico.
È un diavolo che viene ingannato ma è egli stesso ingannatore, che sa attendere con pazienza l'uomo al varco della sua arroganza.
Il monito finale dell'opera ci porta a comprendere che la felicità non si può accumulare con ingordigia, ma va vissuta. 
È interessante notare che l'anno in cui Stravinskij porta in scena L'Histoire du soldat è il 1918, anno in cui l'Europa era ancora dilaniata non solo dagli strascichi di conflitto mondiale, ma anche dalle morti causate dall'epidemia di spagnola.
Poi ci dicono che la storia è ciclica, e non ci si crede. 


sabato 12 febbraio 2022

Musica D(')Annata: il diavolo nella musica rock.


È tuttora molto acceso il dibattito tra chi ritiene che esista un collegamento fra un certo tipo di musica e il satanismo, e chi invece sostiene che si tratti solo di fraintendimenti e provocazioni.

Le  chiese cristiane, a partire dalle congregazioni protestanti statunitensi, hanno contribuito a creare il mito di una musica ispirata e dedicata al demonio, ricca di messaggi subliminali e di testi che ascoltati al contrario sarebbero vere e proprie preghiere sataniste.

Altre volte invece questa diabolica devozione sarebbe lampante, inequivocabile, mai celata e ostentata.

Nel 1956 il predicatore pentecostale statunitense Albert Carter attaccò il mondo musicale, affermando che "il rock'n'roll ha un effetto malsano sui giovani, li trasforma in adoratori di Satana. Perché stimola in loro l'espressione di istinto animali attraverso l'attività sessuale e li istiga al rifiuto dell'ordine e della legge."

I primi a parlare dei celebri messaggi dal contenuto satanico nascosti nelle canzoni rock furono due fratelli, due reverendi protestanti, Steve e Jim Peters, che negli anni '70 avevano fondato lo Zion Christian center del Minnesota. 

Durante le loro predicazioni erano soliti bruciare dischi di gruppi rock quali Led Zeppelin, i Kiss, e perfino Linda Ronstadt, rea di essersi dichiarata atea.

Secondo i due fratelli in molte canzoni si nascondono dei versi che se ascoltati al contrario rivelerebbero delle preghiere diaboliche.

Ma non solo, esisterebbero delle sottotracce, registrate a volume bassissimo percepibili solo a livello inconscio, delle brevi frasi in grado di influenzare l'ascoltatore senza che questo se ne accorga.

In base a queste discutibili rivelazioni il deputato repubblicano Philip Wayman preparò un disegno di legge che imponeva alle case discografiche di segnalare sulle copertine degli album la presenza di questi messaggi subliminali. Incredibilmente il provvedimento divenne legge negli anni '80 in Texas e altri stati americani.

La risposta di altre congregazioni protestanti al dibattito fu creare quello che ora è famoso col nome di Christian rock e White metal.

Durante questi concerti i cantanti erano soliti lanciare bibbie dal palco, pronunciando sermoni e inserendo messaggi cristiani nei testi.

Anche la chiesa cattolica ha partecipato al dibattito, e ovviamente ha da subito guardato con sospetto questo nuovo genere musicale e i suoi rappresentanti. 

L'arcivescovo di New York John Joseph O'Connor così tuona nel 1990: "C'è il diavolo nella musica rock e l'heavy metal è il suo cattivo profeta. Queste canzoni sono una trappola per i giovani, una pornografia sonora, un'istigazione al suicidio".

Questo anatema nasce da alcuni fatti di cronaca.

Nel 1984 John McCollum un ragazzo di 19 anni di New York si tolse la vita sparandosi in testa con un fucile. Secondo alcune indiscrezioni John stava ascoltando il brano Suicide Solution dei Black sabbath mentre imbracciava il fucile. 

Nel 1988 in Missouri tre ragazzi uccisero un loro coetaneo, Stephen Newberry, in quello che a molti sembrò un omicidio rituale satanico. Infatti i tre colpevoli avevano già commesso piccoli reati, quali vandalismo a danno della chiesa locale tra cui sfregiare le pareti della canonica scrivendo "666" con la vernice.

Anche i giovani assassini erano appassionati di heavy metal, in particolare ascoltavano le canzoni dei Black Sabbath.

Da qui ovviamente l'opinione pubblica si scatenò contro il gruppo e il suo leader Ozzy Osbourne. I genitori del giovane suicida addirittura fecero causa ad Osbourne per aver istigato con la sua musica il gesto del figlio.

Il brano che John stava ascoltando mentre si toglieva la vita, secondo i sostenitori dell'esistenza dei messaggi subliminali, contiene un verso occulto che recita "Spara! Prendi la pistola e prova! Spara!".

Lo stesso Osbourne ha ammesso che ci suoni concitati che potrebbero ricordare la parola "shoot", sparare in inglese, ma che certamente non sono stati inseriti nel brano messaggi subliminali con l'intento di ispirare a qualcuno di farsi o fare del male.

La verità è che nessuno ha mai saputo perché McCollum si sia tolto la vita.

Dal processo agli aguzzini di Newberry è emerso che l'ideatore dell'omicidio, mentre lo uccideva, gli abbia detto chiaramente che lo stava facendo solo perché la cosa lo divertiva.

Nessun diavolo musicale o meno ha dunque traviato questi ragazzi i cui problemi vanno ricercati nell'ambito della psicologia e non della teologia.

Nonostante tutto la demonologia cristiana è ancora spesso fossilizzata su posizioni piuttosto datate quando si parla di ciò che può essere ritenuto satanico o causa di possessione diabolica.

Jean Paul Regimbald, sacerdote cattolico canadese, ha pubblicato diversi libri dedicati ai messaggi subliminali contenuti nella musica rock e alla pericolosità della stessa in quanto inciterebbe alla violenza, all'omicidio e alla conversione al satanismo.

Regimbald racconta di aver parlato con numerose persone che hanno abbandonato la religione satanica per il cristianesimo, e che queste si sono potute liberare completamente dall'influenza del maligno solo distruggendo tutta la discografia rock in loro possesso. 

Nel 1992 viene pubblicato il "Trattato di demonologia" dello storico ed archivista italiano Paolo Calliari, il quale scrive: "La pericolosita' della musica rock si riscontra tanto nel ritmo quanto, e in misura maggiore, nell'indirizzo apertamente antieducativo, antiumano, anticristiano e, in definitiva, satanico, che le hanno impresso nel giro di pochi anni i suoi principali organizzatori ed autori''.

Calliari ne ha per tutti, nel suo libro etichetta come sataniche le più famose band rock della storia.

Scrive il teologo: "... l'hard rock, caratterizzato da erotismo, sesso, perversione e rivolta, o all'acid rock condotto dai gruppi dei Beatles, Rolling Stones e The Who, caratterizzato dall'uso della droga e da tutti gli effetti allucinanti che ne seguono, pensiamo al satanic rock proprio di quei gruppi come Rolling Stones, Black sabbath e led Zeppelin caratterizzato dai messaggi subliminali e dalla volontà di trasmettere il vangelo di Satana."

Eh sì, perfino i Beatles, quei bravi ragazzi di Liverpool dalle facce pulite, sono stati etichettati come musicisti dediti alle droghe e all'adorazione del diavolo assieme a band che sono state e ancora sono decisamente più controverse, se non altro per il look e per le tematiche  delle canzoni.

Sarà soprattutto una frase di Lennon, detta nel 1966  durante un'intervista per l'Evening Standard, a creare qualche problema alla band di Liverpool.

"La cristianità è destinata a scomparire, ho ragione e il tempo mi sarà testimone. Attualmente siamo più popolari di Gesù."

Una frase che è rimasta nella storia e appunto scatenò diverse controversie più che altro oltreoceano.

Le radio americane boicottarono le canzoni dei fab tour e addirittura invitarono la gente a distruggere i loro dischi. 

Il pastore Battista T Babbs minacciò di scomunicare ogni parrocchiano che avesse partecipato a un loro concerto. Addirittura il Ku Klux klan inviò minacce di morte contro i quattro musicisti definendoli atei dai capelli a caschetto.

Anni dopo John Lennon tornerà a scatenare l'ira dei benpensanti statunitensi pubblicando la canzone Imagine, nel 1971.

Fa sorridere che Lennon venga accusato di immoralità per una canzone come Imagine, il cui messaggio è essenzialmente di pace, di amore, di convivenza tra i popoli. Ma in America  verrà tacciata di comunismo e anticlericalismo tanto da allertare l'FBI che sorveglierà il cantante e la moglie Yoko Ono per anni. Nixon cercherà addirittura di farli espellere dal Paese.

"Immagina che non esista il paradiso, nessun inferno sotto di noi. Immagina un mondo dove non esistono frontiere,dove non esiste la religione."

Sono bastate poche strofe per fare nascere dei sospetti  sulla sua persona.

E non solo.

Queste strofe, che in fondo di anticlericale non avevano nulla, resteranno impresse nella memoria di Mark Chapman, l'assassino di John Lennon.

La sera dell'8 dicembre 1980 Chapman sparò a Lennon cinque colpi d'arma da fuoco, uccidendolo.

"Ascoltavo quella musica e diventavo sempre più furioso verso di lui" disse Chapman "perché diceva di non credere in Dio."

Un destino tragico per uno dei maggiori cantautori del secolo scorso, che già aveva visto come una mente contorta potesse travisare testi e pensieri.

Nel 1968 i Beatles pubblicarono Helter Skelter, pezzo meravigliosamente rock, scritto interamente da Paul McCartney.

Lo so a cosa state pensando.

Lo pensiamo tutti quando sentiamo le prime note di Helter Skelter.

La nostra mente vola a Los Angeles, al 10050 di cielo drive, nella notte dell'8 agosto 1968.

A quell'indirizzo troviamo la casa dove la  Manson family massacrò quattro persone tra cui l'attrice Sharon tate, incinta di nove mesi,

moglie di regista Roman Polanski.

Charles Manson, il leader della famiglia, era ossessionato da quella canzone.

 Nel  White album dei Beatles leggeva una profezia, i quattro di Liverpool erano i cavalieri dell'Apocalisse e nei loro testi parlavano di una guerra tra razze durante la quale lui si sarebbe elevato a Salvatore dei popoli.  Manson chiamò questa guerra proprio Helter Skelter. 

Per anni la band scioccata da queste rivelazioni che Manson rilasciò durante il processo si rifiutò di suonare in pubblico la canzone.

Nel 1988 Bono Vox, leader degli U2, durante un concerto ne suonò una cover affermando «Questa è una canzone che Charles Manson rubò ai Beatles. Noi adesso ce la riprendiamo

Look audaci e provocatori, ritmi scatenati che fanno venir voglia di ballare perdendo il controllo oppure melodie cupe e dalle percussioni profonde, testi controversi.

Se ci si ferma all'apparenza è questo l'identikit del musicista in odore di zolfo.

Il celebre esorcista Gabriele Amorth descrive addirittura quattro principi su cui si baserebbero i dischi consacrati a Satana.

Prima di tutto il ritmo, il beat, che richiama un rapporto sessuale frenetico; e poi l'intensità del suono, che raggiungendo i 7 decibels scatenarebbe sentimenti di depressione e ribellione; il terzo principio è la presenza di messaggi subliminali all'interno delle canzoni, versi occulti che istigherebbero i giovani ad avvicinarsi al satanismo; infine il quarto elemento risiede nella consacrazione vera e propria del disco durante una messa nera.

Scrive Amorth nel suo libro "Nuovo racconti di un esorcista": "...vi sarete accorti che i temi generali sono sempre gli stessi: ribellione contro i genitori, contro la società, contro tutto quello che esiste, la liberazione di tutti gli istinti sessuali, la possibilità di creare uno stato anarchico, per far trionfare il regno di Satana."

Un'altra band accusata di usare il sotterfugio dei messaggi subliminali è quella dei Led Zeppelin.

La struggente e celebre Starway to Heaven celerebbe tra le sue strofe invocazioni a Satana.  

Mentre Robert Plant canta, traduco, "Il mio spirito piange per vivere" si può udire un flebile "devo vivere per Satana".

Più avanti nella canzone ci sarebbe un verso che se ascoltato al contrario recita "Ecco il mio dolce Satana, la cui via non mi renderà mai triste."

Sempre i Led Zeppelin avrebbero nascosto una preghiera satanista nella canzone Over the Hills and far away.

"Sì Satana è veramente il signore, noi resisteremo per lui", pare si ora ascoltando il testo al contrario.

Un altro esempio è un brano del gruppo australiano degli AC/DC, Dirty deeds done dirt cheap, in cui "amore al primo sguardo" diventerebbe al contrario "noi serviamo il diavolo".

Nel 1988 il serial killer Richard Ramirez, reso famoso dai media con il nome Night Stalker, dichiarò che le canzoni degli AC/DC, in particolare Night Prowler, lo avevano ispirato nel pianificare gli omicidi.

Non si salvano neanche i Queen e la celebre A kind of magic, il cui testo già fa allusioni ambigue sulla luce, sulle visioni di dolci unioni e sulla vera religione, su celebrazioni che durano una notte intera. Secondo alcuni  ascoltando la voce di Freddie Mercury al contrario  si può udire "O mio dolce Satana, ho visto il tuo sabba".

Freddie Mercury ha commentato queste accuse, dicendo che "nei nostri testi non ci sono filosofie, sottintesi e significati occulti, è tutto esplicito, tutto chiaro. I nostri brani sono puro passatempo, non voglio cambiare il mondo con la mia musica."

Anche il produttore dei Led Zeppelin decise di mettere in chiaro in un'intervista che cercare significati satanici in Starway to Heaven era una vera e propria assurdità.

In tempi recenti perfino Lady Gaga è stata accusata di aver inserito messaggi satanisti nella canzone Paparazzi.

Ma esistono davvero questi versi occulti?

Su YouTube si trovano numerosi video che confermano e altrettanti che smentiscono l'esistenza di questi messaggi occulti.

Per molti studiosi della musica e della psicologia in realtà si tratta principalmente di suggestioni.

Ogni persona troverà e sentirà una combinazione di suoni e parole diverse a seconda delle motivazioni che la spingono a scandagliare la canzone, detto in soldoni, la mente vede e ascolta ciò che vuole vedere o sentire. 

Se si vuole trovare a tutti i costi una preghiera dedicata a Lucifero sarà ciò che troveremo.



(La foto che apre l'articolo è un fotogramma del film Tenacious D e il destino del rock.)

mercoledì 26 gennaio 2022

Una luce nell'oscurità, i Giusti tra le nazioni.


Se da una parte c'è un Vaticano che mantiene un rapporto ambiguo col Reich, dall'altra abbiamo sacerdoti e suore che hanno messo in pratica il più puro degli insegnamenti cristiani: ama il prossimo tuo.

Don Eugenio Bussa, che ospitò nella casa della sua parrocchia in Val Brembana tanti bambini ebrei facendoli passare per orfani di famiglie cattoliche.

Il cardinale fiorentino Elia Angelo Dalla Costa, già conosciuto per il suo antifascismo, fornì rifugio a perseguitati politici, fuggitivi ed ebrei. 

A Firenze il cardinale collaborò con una rete di 

volontari cristiani ed ebrei, guidati dal rabbino di Firenze Nathan Cassuto e dall'antifascista ebreo Raffaele Cantoni.

Questa rete che prendeva il nome di DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei) operò in Italia tra il 1939 e il 1947 e si occupava di garantire aiuto economico agli ebrei perseguitati, e non solo.

Dalla Costa incaricò il parroco fiorentino Leto Casini di fondare un comitato che potesse aiutare l'opera del DELASEM fornendo alloggi, viveri e documenti falsi.

Per gli ebrei queste carte di identità fasulle erano necessarie per la quotidiana sopravvivenza, come trovare un alloggio, piccoli impieghi, ottenere la carta annonaria che permetteva di acquistare generi alimentari. Presentarsi con i documenti autentici era un rischio perché si poteva essere identificati e arrestati, e di conseguenza deportati.

La fabbricazione di questi documenti non era semplice.

Occorreva procurasi i moduli originali dell'anagrafe, con l'aiuto di qualche impiegato antifascista, dovevano essere stampati clandestinamente, compilati e marcati con timbri che dovevano essere creati il più possibile identici all'originale.

Era indubbiamente un lavoro certosino, ma essendo suddiviso in più fasi gestite da persone diverse comportava un alto rischio di essere scoperti.

I documenti furono utilizzati a Firenze e non solo, furono inviati anche nei conventi di Assisi dove Della Costa poteva contare sull'aiuto di Ruffino Nicaccio, frate francescano, e del vescovo Giuseppe Placido Nicolini, che diedero protezione a numerosi ebrei all'interno dei conventi della città umbra e nelle case adiacenti.

Questa documentazione preziosa venne diffusa anche grazie a Gino Bartali.

Sì, esatto, il famoso ciclista toscano.

Bartali era un uomo molto devoto, e rifiutò sempre di aderire al fascismo.

Durante i suoi allenamenti Bartali trasportava all'interno della sua bicicletta ciò che avrebbe permesso l'espatrio a molte famiglie ebree.

Lo scrittore Alexander Ramati nel suo libro del 1978 "Assisi clandestina. Assisi e l’occupazione nazista secondo il racconto di padre Rufino Niccacci." racconta:

"Bartali raggiungeva Assisi portando fotografie, tornando indietro con carte d’identità un giorno o due dopo (...) come al solito, sfilò i manicotti dal manubrio e svitò il sellino per prendere le fotografie e le carte nascoste dentro il telaio della bicicletta”.

Bartali correva tra Firenze e Assisi conscio del fatto che se i soldati lo avessero fermato di certo non avrebbero perquisito una celebrità tanto ammirata.

La sua notorietà lo salverà, per esempio, quando nel 1944 venne convocato e interrogato dal fascista Mario Carità, a Villa Trieste. 

C'è una lettera di Pio XII, che è stata intercettata, in cui egli ringrazia Bartali per un qualche aiuto non specificato.

Girano delle voci su Bartali, qualcuno sospetta un suo coinvolgimento con gli antifascisti, ma nulla di certo.

Quindi Carità vuole sapere perché il Santo Padre lo sta ringraziando.

Bartali mente, dice di aver inviato dei pacchi di viveri in Vaticano, per questo Pio XII gli ha scritto la sua gratitudine.

Carità gli crede, dopotutto Bartali è uno sportivo amato e da sempre ligio alle regole, e lo lascia andare.

Di questo si saprà solo molti anni dopo la fine della guerra, il ciclista infatti non raccontò mai a nessuno del suo coinvolgimento, saranno il figlio Andrea e la nipote Gioia a raccogliere, postume, diverse testimonianze a riguardo.

Un valido alleato del cardinale fu anche in Suor Maria Agnese Tribbioli, madre superiora di un convento di Firenze che nascose nelle soffitte dell'edificio che dirigeva molte famiglie ebree, registrandole semplicemente come degli sfollati.

Viene raccontato da alcuni suoi ospiti che suor Maria fronteggiò i soldati tedeschi che volevano perquisire i sottotetti e non li fece passare usando il suo corpo come ostacolo, in nome della pace che regnava in quel luogo sacro. Di fronte a tanta determinazione i soldati se ne andarono.

E come loro ci sono stati tanti altri uomini e donne che si sono prodigati per aiutare il loro prossimo perseguitato.

Molte di queste persone sono dette Giusti tra le nazioni.

I giusti, in ebraico tzaddikim, sono

persone non di religione ebraica che hanno rispetto per le leggi basilari che Dio ha consegnato agli uomini, tra le quali non uccidere e non commettere il male.

Secondo il Talmud babilonese ogni generazione nascono 36 uomini giusti che grazie al loro operato cambieranno il destino dell'umanità.

Citando il Talmud: 

«Ci sono almeno 36 uomini giusti in ogni generazione che manifestano di contenere la Presenza di Dio. È scritto, felici coloro che attendono il Suo arrivo!»

Nel 1953 a Gerusalemme in Israele venne inaugurato lo Yad Vashem, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah, il cui compito è quello di preservare e tramandare la memoria di ciò che è stato l'Olocausto, di ricordare le vittime e le loro storie e di celebrare i gentili, i non ebrei, che aiutarono gli ebrei perseguitati durante la follia nazista.

Solo nel 1963 la Corte Suprema di Israele istituì una commissione il cui compito era rintracciare queste persone e assegnare loro l'onoreficenza di Giusto tra le nazioni.  La Commissione è composta da 35 membri tra cui ci sono volontari, storici, studiosi e nei primi anni contava anche dei sopravvissuti alla Shoah.

La Commissione, basandosi sulle testimonianze dei sopravvissuti e incrociando numerose documentazioni è riuscita negli anni a rintracciare migliaia di uomini e donne in tutto il mondo che hanno rischiato e sacrificato la loro libertà e la vita stessa per salvare gli ebrei dai campi di sterminio e dalla morte, senza chiedere nulla in cambio, solo perché era appunto giusto. 

Sono state valutate le storie di coloro che hanno aiutato gli ebrei a nascondersi, di chi ha prodotto documenti falsi per celare la loro identità e di chi li ha aiutati ad espatriare per fuggire ai rastrellamenti.

Secondo il sito dello Yad Vashem, aggiornato nal primo gennaio 2020, sono stati insignite del titolo di Giusto ben 27.712 persone.

Ai Giusti è dedicato un bellissimo giardino all'interno del complesso museale. All'inizio veniva piantato un albero per ogni Giusto, ora per mancanza di spazio i nomi vengono incisi su un muro di marmo all'interno del parco.

L'idea del giardino venne a Moshe Bejski ebreo polacco sopravvissuto alle persecuzioni naziste che divenne poi magistrato in Israele.

Durante la prigionia Bejski sentì parlare di Oskar Schindler e della sua fabbrica di munizioni, dove lavoravano numerosi prigionieri del suo campo.

Bejski riuscì a farsi assegnare a un lavoro nella fabbrica e lì negli anni partecipò al piano di salvataggio ideato dall'imprenditore cecoslovacco, aiutando a falsificare i documenti che avrebbero permesso a lui e ad altri ebrei di fuggire dalla Polonia e salvarsi.

Molti anni dopo in Israele raccolse le testimonianze di chi come lui era stato salvato da Schindler, che grazie a questi resoconti nel 1993 venne riconosciuto come Giusto tra le nazioni.

Oskar Schindler è probabilmente tra i Giusti più famosi, anche grazie al bellissimo film di Stephen Spielberg "Schindler's list".

La pellicola ha reso celebre ai profani un'altra citazione talmudica, «Chi salva una vita salva il mondo intero».

Affermazione appropriata per descrivere il valore dell'operato dei Giusti tra le nazioni.

Tra i nomi che spiccano c'è certamente quello di Armin Wegner, un soldato dell'esercito tedesco, di cui vale la pena raccontare la peculiare storia. 

Armin Wegner si distinse durante la guerra per aver scritto una lettera a Hitler per protestare contro le persecuzioni degli ebrei sotto il nazismo, per la quale sarà incarcerato e torturato.

Ma non è solo per questo che verrà riconosciuto Giusto tra le nazioni.

Anni prima Wegner aveva assistito a quello che è considerato il primo genocidio organizzato della storia, e anche in quel caro non era rimasto a guardare.

Parliamo del genocidio degli armeni.

Medz Yeghern, il grande crimine, è il termine armeno usato per indicare il genocidio iniziato nell'aprile del 1915. 

L'impero ottomano ordinò la cattura, la deportazione e l'eliminazione di tutta la popolazione armena. Più di un milione e mezzo di persone morirono durante le marce della morte.

Fame, sfinimento, torture, stupri ed esecuzioni. 

Queste le cause della morte della popolazione armena.

Molte madri abbandonarono i figli sul ciglio della strada sperando che qualcuno li portasse via e li salvasse. Altre li soffocarono nel sonno per risparmiare loro atroci sofferenze, per poi suicidarsi.

Il genocidio degli armeni venne attuato dagli ottomani con la supervisione dell'esercito tedesco.

Secondo molti storici questo sterminio fu infatti una sorta di prova generale ispiratrice per ciò che avvenne successivamente con l'Olocausto e i lager nazisti.

Tra le file dell'esercito tedesco c'era anche Armin Wegner, che immortalerà questi momenti drammatici.

Dove altri giravano indifferenti lo sguardo, o peggio ancora partecipavano a stupri e torture, Wegner scattò fotografie.

Non riuscendo a ignorare la sofferenza che lo circondava Armin decise di immortalarla.

Cercò anche di adottare uno di quei bambini orfani, ma gli fu negata questa possibilità, e venne declassato di rango e inviato a occuparsi dei malati di colera.

Le sue foto, che ritraggono la condizione degli armeni durante le estenuanti marce, sono da sempre una prova incontrovertibile di ciò che è accaduto, contro ogni negazionismo.

Un titolo, quello giusto, che è doppiamente meritato.

Scorrendo le incisioni poste in quel suggestivo giardino si possono trovare anche nomi e storie italiane.

Herbert Kappler, il comandante delle SS a Roma durante l'occupazione nazista, scrisse ai suoi superiori: «Il comportamento della popolazione italiana è stato chiaramente di resistenza passiva, ma che in un gran numero di casi singoli si è mutata in prestazioni di aiuto attivo.»

734 di quei quasi 28.000 Giusti sono italiani, è possibile leggere i loro nomi in un documento reperibile sul sito ufficiale dell'Ente.

Alcune storie sono molto conosciute.

Quella di Gino Bartali, il campione del ciclismo di cui abbiamo parlato poc'anzi.

Il cardinale Elia della Costa, di cui abbiamo già raccontato la storia, sarà insignito del titolo di Giusto tra le nazioni per aver offerto rifugio a più di 400 persone nella Firenze occupata dai nazisti.

Un altro presbitero italiano riconosciuto come tra i Giusti tra le nazioni per aver aiutato gli ebrei perseguitati durante l'Olocausto fu don Dante Sala, parroco di un paesino vicino Mirandola.

Iniziò nel 1943, offrendo asilo a una famiglia di ebrei Jugoslavi, dopodiché entrò in contatto con Odoardo Focherini, amministratore delegato del quotidiano cattolico l'Avvenire d'Italia, e insieme aiutarono un centinaio di ebrei a scappare in Svizzera.

Focherini, di origine trentina ma nato a Carpi, era molto attivo nell'ambiente cattolico della sua città e dopo aver sentito le testimonianze di alcuni suoi concittadini riguardo alle deportazioni iniziò ad aiutare la comunità ebraica a fuggire in Spagna e Sudamerica.

Grazie alla mediazione del direttore dell'Avvenire Raimondo Manzini, Focherini entra in contatto con la Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei, il DELASEM, organizzazione che già conosciamo, e dopo l'occupazione tedesca comincia a fornire documenti a quegli ebrei che cercavano di lasciare l'Italia.

Qui inizia la sua collaborazione con don Dante, entrambi infatti accompagnavano in treno da Modena fino al confine svizzero gruppi di una decina di persone, in collaborazione con dei contrabbandieri, i quali ovviamente volevano essere pagati per ogni ebreo che facevano espatriare.

Sia don Dante che Focherini raccolsero soldi e finanziarono di tasca loro i contrabbandieri nel momento in cui una persona non era in grado di pagare.

Focherini tentò addirittura di organizzare una fuga dal campo di concentramento di Fossoli, vicino Carpi, ma venne arrestato dai fascisti.

Rifiutò di collaborare e di fornire informazioni e venne così deportato nel campo di concentramento di Herrsbruck, dove morirà nel 1944.

Anche Focherini riceverà il titolo di Giusto tra le nazioni, e non solo.

Nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato la Medaglia d'oro al Merito civile alla memoria di Odoardo Focherini. Inoltre nel 2012 papa Benedetto XVI lo ha riconosciuto come martire e nel 2013 Odoardo è stato beatificato.

Il suo culto è molto sentito a Carpi, la sua città, e in Trentino, regione dei suoi genitori.

Anche don Dante Sala venne arrestato ma venne rilasciato, dopo brutali interrogatori, per insufficienza di prove.

Prima della fine della guerra impedì che un centinaio di italiani venissero deportati in Germania facendoli assumere in un allevamento di cavalli.

Un altro nome molto noto è quello di Giorgio Perlasca, a cui la Rai ha dedicato una fiction biografica alcuni anni fa, con protagonista l'attore Luca Zingaretti.

Perlasca, commerciante padovano, si distinse perché a Budapest salvò numerose famiglie ebree fingendo di essere un diplomatico spagnolo.

Fascista della prima ora, iniziò ad allontanarsi dal partito non condividendo la promulgazione delle leggi razziali e l'alleanza con la Germania.

Da qui ma decisione di dedicarsi all'attività commerciale, e si trasferì all'estero. 

Nel 1943 mentre si trovava a Budapest rifiutò di aderire alla repubblica sociale italiana, pertanto divenne ricercato dai tedeschi.

Nella capitale ungherese chiese ospitalità all'ambasciata spagnola.

Perlasca infatti aveva partecipato alla guerra civile in Spagna, pertanto l'ambasciata non poté rifiutarsi di aiutarlo, e ottenne una cittadinanza falsa e un passaporto spagnoli, a nome di «Jorge Perlasca».

Fu proprio usando questa identità fittizia che riuscì a salvare numerose famiglie ebree dalle deportazioni.

All'inizio lo fece con la collaborazione del console spagnolo, ma quando questo lasciò l'Ungheria Perlasca Perlasca si finse il suo sostituto.

Da quel momento Perlasca iniziò a nascondere migliaia di ebrei nell'ambasciata spagnola e in case sicure, redigendo falsi documenti di identità che dichiaravano che quelle persone erano cittadini spagnoli e occupandosi dell'organizzazione del loro mantenimento. 

Con questo stratagemma Perlasca salvò quasi 5000 ebrei.

Un'altra storia riguarda il dottor Carlo Angela, psichiatria, padre di Piero e nonno di Alberto (che non necessitano di presentazioni).

In qualità di direttore sanitario della casa di cura per malattie mentali "Villa Turina Amione" Angela durante l'occupazione tedesca  nascose numerosi antifascisti ed ebrei nella sua clinica, spacciandoli per pazienti.

Angela istruì i suoi ospiti su come fingere di essere malati, in modo da non destare sospetti nel caso di una perquisizione.

Don Arrigo Beccari, sacerdote di Modena che collaborò con il Delasem per nascondere bambini e ragazzi dalle deportazioni.

Nel 1942 iniziò ad accogliere giovani ebrei dell'est Europa a Villa Emma, edificio isolato nei pressi di Modena, e successivamente si occupò della loro collocazione presso alcune famiglie della zona, quando i controlli dei soldati tedeschi si fecero più serrati.

Venne arrestato nel 1944 ma non collaborò mai con i tedeschi.

La prima donna italiana insignita dell'onorificenza di Giusto tra le nazioni è stata Clelia Caligiuri.

Originaria di Sorrento, madre di tre figli, Clelia si trasferì in Veneto e rimase vedova durante la seconda guerra mondiale.

In seguito alla morte del marito decide di aiutare altre vedove di guerra fornendo loro aiuto psicologico e con la burocrazia. Nel 1943, Clelia si trasferì a Follina, sulle Alpi venete, a causa dei problemi di salute della figlia. È qui che fa la conoscenza di Sara Karliner, un' ebrea scappata dalla Jugoslavia costretta al confino a Follina a causa delle leggi razziali. Dopo l'8 settembre 1943 Clelia aiuta Sara a lasciare Follino e la nasconde a casa sua  affinché non venga deportata.

Clelia si fece aiutare da don Giovanni Casagrande, parroco di Lutrano di Fontanelle che si prodigava nell'aiuto ai rifugiati.

Sara trovò rifugio nella parrocchia di don Giovanni fino alla fine della guerra.

Clelia contribuì portando a Sara viveri e donandole del denaro da usare in caso fosse dovuta fuggire all'improvviso.

Grazie a Clelia Sara sopravviverà alle persecuzioni e alla guerra e riuscirà a ricongiungersi con la sua famiglia.

Un'altra donna a ricevere il titolo di Giusto fu Ida Brunelli.

Ida era la bambinaia dei tre figli di una famiglia ebraica ungherese, i Tóth Galambos.

Dopo l'emanazione delle leggi razziali i genitori dei bambini morirono, il padre in guerra e la madre di infarto, e Ida si prese cura dei tre bambini.

Inizialmente li nascose a casa di sua madre e poi li portò in un istituto cattolico, l'Orfanotrofio Sant’Antonio dei Frati del Santo di Padova.

Ida visitava regolarmente i bambini e finita la guerra si mise in contatto con la brigata ebraica che stava rintracciando gli orfani delle famiglie ebree, e glieli affidò affinché venissero trasferiti in Palestina.

Una storia particolare è quella di Lorenzo Perrone, che ci viene raccontata dallo scrittore Primo Levi nel suo capoluogo Se questo è un uomo.

Perrone era un muratore italiano, insieme ad altri dipendenti della ditta Boetti venne trasferito ad Auschwitz per partecipare ai lavori dell'espansione del campo. Nel 1944 conobbe Primo Levi, che lo avvicinò avendolo sentito parlare in Piemontese, e i due corregionali diventarono amici. Levi gli raccontò delle terribili condizioni a cui erano costretti, e Perrone non rimase a guardare.

Da quel momento Perrone iniziò a donare a Levi parte della sua razione di cibo, lo rubò perfino dalle cucine, gli regalò una maglia da poter indossare sotto alla divisa, così da non soffrire troppo il freddo. Fece in modo di recapitare alla mamma e alla sorella di primo Levi una lettera da parte dello scrittore, e consegnò all'amico la loro risposta e un pacco di viveri.

Perrone a quel punto decise di aiutare altri prigionieri italiani rinchiusi nel campo.

Finita la guerra Perrone tornò in Italia, ma ciò che aveva visto ad Auschwitz era stato così devastante da portarlo all'alcolismo.

Primo Levi, che gli era rimasto amico una volta tornati a casa, cercò inutilmente di convincerlo a curarsi.

Perrone morì a causa di una tubercolosi che ebbe la meglio sui suo fisico debilitato dall'alcol.

C'è la storia di Andrea Schivo, guardia carceraria a San Vittore. 

Schivo era assegnato alla sezione dei detenuti ebrei, e a loro la guardia porta di nascosto del cibo, piccole razioni che però sono vitali per i detenuti.

Purtroppo le SS, che gestivano la sezione, trovarono un ossicino di pollo in una cella di una famiglia di ebrei.

I prigionieri saranno torturati e riveleranno il coinvolgimento di Andrea Schivo, che sarà arrestato e deportato nel campo di Flossenbürg, dove morirà poco prima della fine della Guerra.

Un caso interessante è quello di Ferdinando Natoni.

Natoni era membro della milizia fascista, ed era caposcala di un condominio in via Arenula.

Nel suo edificio viveva una famiglia ebrea, i Limentani, con cui lui non aveva buoni rapporti a causa suo credo politico e di alcuni screzi tra condomini.

Durante il rastrellamento del ghetto di Roma avvenuto il 16 ottobre 1943 la famiglia Limentani cercò di fuggire, e le due figlie Mirella e Marina rimasero bloccate sul giroscale. Fu a quel punto che Natoni, vedendo arrivare i tedeschi, le spinse nel suo appartamento.

Quando i soldati perquisirono la casa Natoni dichiarò che le ragazze erano figlie sue.

I soldati all'inizio non credettero a Natoni, lo arrestarono per verificare la sua storia ma l'uomo si salvò grazie alla sua appartenenza alla milizia fascista. Tornò a casa la sera stessa, e le ragazze si ricongiunsero con la famiglia per scappare insieme.

Dopo la guerra ogni anno la famiglia Limentani ha portato dei doni alla famiglia di Natoni, in ricordo di quel gesto che ha salvato le loro vite.

Tante vicende, tanti nomi.

Ci sono poi le storie di gente comune, molti non sono mai stati identificati e forse il loro nome non sarà mai inciso in quel giardino a Gerusalemme.

Sono vicini di casa, colleghi, amici, ma anche perfetti sconosciuti che di fronte all'ingiustizia si sono schierati a favore dei più deboli.

Un gesto coraggioso e rischioso.

Eppure spontaneo e mai messo in discussione fino alla fine del conflitto.

Diceva il giusto Bartali:

«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca.»

E infatti molte di queste persone finita la guerra sono tornati alla loro vita senza forse nemmeno rendersi della grandiosità del gesto che avevo compiuto. 

Perché era appunto spontaneo, umano. Semplicemente giusto.