domenica 8 ottobre 2023

Cosa resterà di quest...o Halloween?


Molti elementi di Samhain sono giunti fino a noi, modificati dallo scorrere del tempo e dal susseguirsi dei cambiamenti culturali e religiosi.

Il fuoco, che simboleggia la luce che rischiara la tenebra, è il calore che rigenera prima e dopo il gelo.

Durante Samhain il fuoco gioca un ruolo importante.

Al tramonto del 31 ottobre venivano accesi dei fuochi sacri, solitamente in luoghi dal profondo valore spirituale.

Questi falò dovevano ardere tutta la notte e venivano infatti vegliati, attorno ad essi si celebravano i riti della fine dell'anno per propiziare quello in arrivo.

Nello stesso momento tutti gli altri fuochi domestici venivano spenti, ad eccezione delle classiche lanterne di Samhain, rape e cipolle intagliate, che avevano il compito di proteggere gli abitanti delle case durante questa notte e di rischiarare la via per gli spiriti.

Il giorno dopo ogni famiglia accendeva un nuovo fuoco domestico prendendo le fiamme dal falò sacro.

Questo fuoco era il simbolo luminoso della speranza di una nuova prosperità per l'anno appena iniziato.

Una tradizione che è stata tramandata ad esempio con l’accensione di lumi per i defunti.

Dalla luce dei falò a quella nelle lanterne, la rapa intagliata di jack O’Lantern, usate per rischiarare la via durante le celebrazioni, e lasciate a protezione della casa sulle verande, sugli usci. Erano anche un aiuto per gli spiriti, che trovavano così più facilmente la via perduta.

Samhain aveva dei colori privilegiati sugli altari, le diverse tonalità dell'arancione, del marrone e il nero, che hanno un significato ben preciso.

Il primo simboleggia il raccolto mietuto nelle sue ultime fasi proprio in questi mesi, il secondo la terra custode dei semi e dei morti, il terzo è la fine dell’estate, le giornate che diventano più buie.

Inoltre questi colori sono cromaticamente in contrasto, il luminoso arancione accanto a marrone e nero, sfumature più cupe, vicini per ricordarci l’equilibrio tra luce e oscurità che da sempre permette la rinascita.

Era facile ritrovare in natura questi colori tipici dell'autunno.

Tutti conosciamo, soprattutto grazie al cinema e alla letteratura, l’espressione 

“Dolcetto o scherzetto?”

O meglio “Trick or Treat”, trabocchetto o trattiamo?

La celebre espressione usata ogni anni dai bambini mascherati ad Halloween ha origini molto antiche.

Le popolazioni europee lasciavano del cibo in tavola e sulle tombe per i propri cari defunti, ciò veniva fatto anche per onorare gli spiriti che varcavano i confini dell’aldilà per vagare una sola notte di nuovo sulla terra.

E così si lasciavano offerte mangerecce lasciate fuori dalla porta la notte di Samhain, un tributo per gli spiriti affamati, i quali, rifocillati, non avrebbero fatto dispetti ai vivi.

Una forma di rispetto ma anche di protezione.

I Cristiani ripresero questa usanza di Samhain, e nella notte di Ognissanti vagavano di casa in casa, elemosinando cibo in cambio di preghiere per le anime dei defunti in Purgatorio, grazie alle quali avrebbero raggiunto più velocemente il Paradiso.

Il cibo è un elemento molto importante anche nelle tradizioni italiane legate a queste celebrazioni.

Dicevamo che la notte di Samhain, il 31 ottobre, il confine tra il mondo dei morti e quello dei vivi diventa più labile, tanto che gli spettri possono tornare sulla Terra a farci visita.

Insieme agli spiriti innocui purtroppo giungono a noi anche creature malevole, che vogliono portarci con loro negli Inferi.

Per questo le popolazioni pagane usavano mascherarsi la notte di Samhain, per confondere i morti nella loro ricerca di anime da rapire.

Col tempo questa precauzione è diventata un gioco dei bambini, ma ormai che degli adulti, quello di travestirsi.

L’Halloween che conosciamo oggi è frutto di una nuova era, di un lungo viaggio.

Samhain arriverà negli Stati Uniti esportato dagli immigrati anglosassoni e irlandesi, che mantennero vive le loro tradizioni all'interno delle nuove comunità.

Col tempo questa festa è stata assorbita nella nuova cultura americana che si stava via via formando, per poi diventare una celebrazione di tutto il popolo americano indipendentemente dalla cultura di origine.

I tratti distintivi di Samhain restano, cambia però la loro fisionomia.

Samhain diventa Halloween, “All hallows eve”.

Per fare le lanterne da esporre alle finestre, al posto di cipolle e rape, si intaglia un nuovo ortaggio originario del Nuovo Continente, la bellissima zucca.

Il travestimento che i Celti usavano per ingannare gli spiriti diventa un gioco per i più piccini e un divertimento per gli adulti.

Fantasmi, vampiri e streghe, e poi i personaggi più amati dei film e dei cartoni animati.

Il preparare e offrire cibo per gli antenati defunti diventa col tempo un passatempo simpatico, "dolcetto o scherzetto?", dove i bambini si recano di casa in casa a racimolare un prezioso bottino di caramelle.

Agli inizi del 1900 Halloween diventa una festa glamour che merita di essere inserita nel calendario statunitense.

Con l'avvento delle guerre mondiali Halloween si trasforma in una notte dove si può dimenticare la paura e trasgredire, non solo mangiando ma anche sfogandosi in qualche scherzo al limite del vandalismo.

In Italia le prime feste di Halloween con tutti i crismi si celebreranno solo dagli anni '80, ma le celebrazioni tradizionali europee del mondo contadino non hanno mai smesso di essere seguite e sono giunte fino a noi, ma me parlerò in un altro articolo.

Cambiano i tempi dunque, cambia l’aspetto, ma l’anima di Samhain resta invariata. Una festa in cui due mondi si intrecciano, due stagioni si avvicendano, il tutto con estrema naturalezza.


martedì 25 luglio 2023

Buio in sala: Russell Crowe nelle vesti di padre Gabriele Amorth è una piacevole sorpresa.


È da poco uscito su Prime video il film L'esorcista del Papa, diretto da Julius Avery con Russell Crowe nel ruolo di padre Gabriele Amorth.

Il celebre esorcista non ha bisogno di molte presentazioni, si è fatto conoscere dal pubblico grazie alle sue interviste televisive, sui giornali e grazie ai molti libri che ha scritto.

Gli era già stato dedicato un film documentario, Il diavolo e padre Amorth, diretto da William Friedkin, lo stesso regista de L'esorcista.

Quest'anno invece è appunto uscita una sorta di biopic ispirata alle memorie che Amorth ha raccolto nei suoi libri, in particolare Un esorcista racconta e Nuovi racconti di un esorcista.

Un film che potrebbe riaccendere l'interesse del pubblico su un argomento così oscuro come la possessione diabolica.

L'esorcista del Papa, ambientato alla fine degli anni '80, racconta delle prime indagini di padre Amorth, da poco nominato a capo degli esorcisti romani.

Il sacerdote viene inviato in Spagna per esorcizzare un bambino posseduto da un demone tenace che a quanto pare ha un particolare interesse proprio per padre Amorth.

Il film è un horror classico, non particolarmente splatter, e con qualche scena tragicomica, che questo genere cinematografico permette.

La pellicola si regge fondamentalmente sull'interpretazione di Russell Crowe, come sempre carismatico e ineccepibile, che indossa con rispetto e maestria i panni di padre Amorth, l'attore neozelandese si cimenta anche con la lingua italiana in molte scene con un certo successo.

Però alla chiesa cattolica il nuovo film di Russell Crowe non è piaciuto.

Non è piaciuto all'Associazione internazionale esorcisti, che ritiene che l'esorcismo del film sia stata rappresentato un maniera esagerata e "abnorme", e dalle pagine di Avvenire Roberto Zanini scrive 

"nel film su padre Amorth c'è tutto a parte padre Amorth".

E qui la vostra teologa dissente.

Con tutto il rispetto per l'associazione e il giornalista, in questo film padre Amorth c'è, e si vede.

Per capire la mia posizione dobbiamo ripercorrere velocemente la vita dell'esorcista.

Gabriele Amorth nasce a Modena nel 1925 in una famiglia profondamente cattolica.

La sua vocazione lo porta a chiedere di poter prendere i voti a 17 anni, ma essendo ancora troppo giovane viene respinto. 

Durante la guerra, giovanissimo, si unisce alla resistenza, precisamente nella Brigata Italia, di ispirazione cattolica, e finita la guerra sarà insignito della Croce al valor militare.

Successivamente si laurea in giurisprudenza e poi nel 1954 viene ordinato sacerdote.

Nel 1986 viene nominato esorcista per la diocesi di Roma e da allora ha dedicato la sua vita ad aiutare le persone che si trovavano a dover combattere contro il male e il Maligno.

Nel 1990 fonda l'Associazione internazionale degli esorcisti di cui sarà presidente fino agli anni duemila, per poi esserne membro onorario fino alla sua morte avvenuta nel 2016.

Il ruolo di padre Amorth fu quello di guida spirituale non solo per le persone realmente possedute, ma anche per coloro che vivevano un momento di sconforto spirituale.

Amorth ha collaborato inoltre con molti psichiatri e medici, consapevole che spesso la possessione è in realtà una malattia mentale più profonda.

Su questo vi consiglio un suo libro molto interessante, Esorcisti e Psichiatri.

Nel film di Avery viene citato proprio questo argomento, Padre Amorth spiega che il 98% delle possessioni in realtà richiede l'aiuto di un medico più che di un esorcista, ma che lui non si tira indietro nell'aiutare coloro che soffrono e credono di essere perseguitati dal maligno. 

Nel film viene inoltre ricordato il passato di padre Amorth come partigiano, un passato che comprensibilmente, da sopravvissuto, lo perseguita.

Un lavoro abbastanza accurato sulla personalità di Gabriele Amorth, eppure su Avvenire leggiamo: 

"Un Papa poco credibile, con la barba! (nel film è interpretato da un sempre ottimo Franco Nero, nda)...un effetto Codice da Vinci per insinuare il dubbio: chi è il vero nemico? Il diavolo o il potere ecclesiastico?" 

Ed ecco qui il centro della polemica.

Ciò che il film ci mostra senza mezzi termini è la fallibilità dell'uomo, che non risparmia neanche coloro che sono ordinati e molto devoti a Dio.

La mia teoria è che alla Chiesa non siano piaciute alcune posizioni un po' azzardate espresse nel film.

La pellicola ci regala due momenti in particolare che potrebbero aver infastidito la Santa Sede.


ATTENZIONE SPOILER!



La prima è il plot twist della storia, ovvero la scoperta che il diavolo ha posseduto per secoli importanti personalità della Chiesa, tra cui esorcisti, dando il via alla persecuzione delle streghe, degli eretici.

La Chiesa quindi avrebbe perpetrato tanto dolore e morte in nome del diavolo. 

La seconda è un velato riferimento al caso di Emanuela Orlandi.

Nel film padre Amorth non si perdona di non aver aiutato Rosaria, una ragazza malata di mente che credeva di essere posseduta dal diavolo e che in seguito si è suicidata. Il sacerdote scopre che la ragazza era vittima di ripetuti abusi da parte di persone interne alla Chiesa e fa capire che la ragazza viveva in Vaticano.

Ora non so se è un accostamento voluto o se l'ho interpretata io in questo modo, ma è stato per me inevitabile pensare al caso Orlandi.

Dopotutto lo stesso Gabriele Amorth aveva parlato della scomparsa della ragazza, ne avevo parlato in questo mio articolo tempo fa: 

https://teologiadaasporto.blogspot.com/2023/03/il-diavolo-in-vaticano-il-caso-emanuela.html?m=1


FINE SPOILER!


Per chi non vuole spoiler, diciamo che si parla di infiltrazioni pericolose in Vaticano e qualche riferimento a casi reali che mettono in imbarazzo la Chiesa cattolica.

Non stupisce quindi che la Santa Sede si sia schierata contro questo film in maniera così categorica, non tanto per la sua qualità (lì giudicherà singolarmente ogni spettatore) quanto per ciò che porta all'attenzione dello spettatore.

Siamo di nuovo di fronte a una Chiesa, come accadde con Il codice Da Vinci, incapace di distinguere tra finzione cinematografica e realtà, e soprattutto incapace di mettersi in discussione, trincerata come sempre dietro secolari mura invalicabili.

Una Chiesa che crede che un film possa improvvisamente trasformare il pubblico cristiano in un gruppo di atei irriducibili.

E invece che spiegare le proprie perplessità è più facile dire "questo film non rappresenta parte Amorth." e bollarlo come un "filmetto inutile ", come scrive Famiglia Cristiana.

Nel film viene volutamente fatto un riferimento all'inquisizione e al suo nome più moderno, Dicastero della dottrina della fede.

Dopo 500 anni siamo ancora qua.

Censura, epurazione, tutto in nome di una Chiesa che non sa affrontare i tempi e rimane ancorata al passato.

Si possono anche cambiare i nomi alle cose ma la sostanza sarà sempre la stessa.

Da un lato è vero che il film si prende molte libertà.

Russell Crowe non è certo il gemello neozelandese dell'esorcista, fisicamente sono molto diversi.

Nel film Amorth viaggia in motorino, "Vuoi mettere la gioia di circolare in lambretta avendo alle spalle San Pietro?" ha dichiarato l'attore, da sempre innamorato della città eterna.

Ma è molto improbabile che padre Amorth abbia percorso la strada Roma-Castiglia in motorino, l'idea però è simpatica, sopra le righe e funziona, come le famose scritte MARTINI nei bar è un chiaro omaggio straniero allo stereotipo italiano, che ci fa sorridere.

Anche gli esorcismi sono rappresentati in maniera teatrale, spettacolare, con demoni che si arrampicano sulle pareti e trasformano la fisicità delle persone.

Ma il senso di offesa dell'Associazione esorcisti è ridicolo, stiamo pur sempre parlando di un film horror, il cui pubblico si aspetta questo tipo di effetti speciali e omaggi ai classici del genere, come le teste che girano e posseduti che vomitano.

L'esorcista del Papa non ha le pretese di essere un trattato di demonologia né tantomeno una biografia precisa.

È un film horror che trae ispirazione dalla realtà, come è già accaduto in passato.

Ma nonostante tante libertà non si può dire che padre Amorth non sia presente.

Lui c'è.

È presente nell'umorismo che viene utilizzato in molte scene.

Amorth che fa "cucù!" alle suore, fa prender loro uno spavento facendole ridere.

In una scena Russell Crowe/Amorth chiede al giovane sacerdote spagnolo se conosce qualche battuta, perché "al diavolo non piace l'ironia".

Ed è vero, al diavolo non piace essere preso in giro, è permaloso, e padre Amorth per questo lo stuzzicava continuamente durante gli esorcismi.

Faceva la linguaccia, le pernacchie, lo provocava dicendogli che "non vali una cicca!", come possiamo vedere nel documentario di Friedkin che ho citato all'inizio della recensione.

Proprio il regista de L'esorcista aveva dichiarato "Padre Amorth tratta il diavolo come se fosse un idiota che non ha potere su questo mondo ma crede di averlo".

In tutto questo è presente l'esorcista modenese.

Nel suo modo di fare, il suo sorriso calmo e rassicurante (che Crowe ci mostra in diverse scene), nel suo essere umano, disponibile e alla mano con tutti coloro che avevano bisogno di un aiuto, e nel suo essere sempre ironico anche di fronte ai mali più terribili, perché sapeva che la sua fede sarebbe stata più forte.

C'è anche la criticità verso una Chiesa che spesso si è lasciata andare ad azioni più diaboliche che cristiane, che Amorth ha spesso evidenziato, ad esempio parlando del caso Orlandi.

Ne L'ultimo esorcista scrive:

"(Ci sono) persone che la Bibbia chiama falsi profeti. Falsi perché portano alla menzogna e non alla verità. (...) Queste persone esistono sia fuori che dentro la Chiesa. Sono facilmente riconoscibili: dicono di parlare a nome della Chiesa ma parlano a nome del mondo. Esigono dalla Chiesa che essa assuma i ruoli del mondo, e parlando così confondono i fedeli e conducono la Chiesa in acque che non sono le loro" 

e ancora 

 "il diavolo tenta gli uomini della Chiesa e allora non dovremmo stupirci se anche i sacerdoti, che hanno tutto l'aiuto divino, della preghiera e dei sacramenti, cadono in tentazione. Anche loro vivono nel mondo e possono cadere come uomini del mondo".

Alla fine di questa recensione vi lascio con un: sì, il film mi è piaciuto, l'ho trovato godibile e ben fatto, con un ottimo cast e location affascinanti, a tratti commovente a tratti comico, un buon horror che chissà, potrebbe diventare una saga interessante.

E se volete approfondire e provare un genere letterario nuovo date un'occhiata alla bibliografia di Padre Amorth,

perché come viene detto nel film dallo stesso esorcista: "The books are good".



Doverosa precisazione: la vita di padre Gabriele Amorth è costellata di luci ed ombre.

Per quanto lo ammiri per tante cose, per molte altre invece lo ritengo ambasciatore (ma anche figlio) di una demonologia vetusta e antica, che è ancora legata a vecchi retaggi e convinzioni.

Non condivido molte opinioni dell'esorcista modenese, non credo che la musica Rock apra le porte al demonio, per dirne una.

La demonologia va svecchiata.

Ma comprendo il ruolo importante che ha avuto e ha ancora quest'uomo in un settore della teologia che è bistrattato da una parte della Chiesa. 

Non si può negare neanche la sua umanità, quel tendere la mano a chiunque ne avesse bisogno.

Questo glielo dobbiamo riconoscere. 










giovedì 9 marzo 2023

Il diavolo in Vaticano, il caso Emanuela Orlandi.


Il caso di Emanuela Orlandi sarà riaperto.
A 40 anni dalla scomparsa è papa Francesco a chiedere la riapertura del caso e avrebbe incaricato la gendarmeria di controllare nuovamente i documenti, i fascicoli, le testimonianze.
La notizia ha ovviamente colto tutti di sorpresa e ha dato nuova speranza alla famiglia della ragazza che non ha mai smesso di combattere affinché la verità venisse rivelata.
Ci si chiede cosa abbia spinto il Vaticano verso questa scelta.
Sicuramente ha pagato la tenacia della famiglia, rappresentata dal fratello Pietro, che mai si è arresa nel cercare Emanuela.
La morte del papa emerito Joseph Ratzinger avvenuta il 31 dicembre 2022 sembra essere la chiave di questa decisione, come se la sua dipartita avesse finalmente permesso di rivelare i segreti nascosti in Vaticano.
Segreti che in parte erano già stati resi pubblici con l’inchiesta Vatileaks.
Se è vero che la loro totale veridicità è ancora da dimostrare queste indiscrezioni ci raccontano di un labirinto di scandali molto radicati alla corte dei papi. 
Tra questi scandali da tenere nascosti ci sarebbe anche la vicenda di Emanuela Orlandi.
La storia è nota, la riassumo brevemente, se volete un racconto più esaustivo e dettagliato vi consiglio la serie Netflix Vatican girl, documentario che ha riportato l'attenzione del pubblico sul caso. 
Emanuela Orlandi era (o è, dato che non è mai stata provata la sua morte) una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia.
Viveva nella città del Vaticano insieme ai genitori, le sorelle e il fratello.
Nel 1983 aveva 15 anni e frequentava il liceo scientifico e studiava musica e canto presso l'Accademia di Musica Tommaso Ludovico da Victoria.
Una vita come quella di tante adolescenti.
Solo che un giorno di quell’anno Emanuela scompare.
Esce di casa per andare all’Accademia, ma non tornerà mai più a casa.
La famiglia affigge manifesti, fa appelli televisivi, persino papa Giovanni Paolo II durante l’angelus prega affinchè Emanuela sia ritrovata.
Sulla sua scomparsa sono state fatte numerose ipotesi.
Alcuni giorni dopo aver denunciato la scomparsa di Emanuela la famiglia comincia a ricevere numerose telefonate, viene detto loro che la figlia è stata rapita dal gruppo terroristico dei Lupi grigi che chiede la liberazione di Mehmet Alì Agca, l’attentatore turco di papa Giovanni Paolo II.
Ma sarà lo stesso Agca a smentire, dicendo di non sapere nulla a riguardo e che pregherà per Emanuela.
Il giorno della scomparsa Emanuela aveva parlato alla sorella di un rappresentante di prodotti cosmetici della Avon che assumeva adolescenti per la vendita e distribuzione di campioncini nei centri commerciali, le indagini si muoveranno in quella direzione per poi arenarsi dato che l'azienda spiegò che al momento non avevano rappresentanti di sesso maschile.
A un certo punto si farà avanti anche un uomo che sosterrà di aver lavorato per i servizi segreti e di aver rapito non solo Emanuela, ma anche un’altra ragazza scomparsa poco prima di lei, Mirella Gregori, anche lei adolescente, con l’intento di ottenere l’attenzione del Papa e del presidente della Repubblica.
Una delle piste più seguite è quella che riguarda il coinvolgimento di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, capo della banda della Magliana.
Nel 2008 la sua ex compagna Sabrina Minardi racconta a una giornalista Rai che De Pedis negli anni ‘80 aveva tenuto prigioniera una ragazza per alcuni giorni in una casa fuori Roma, un favore fatto a qualcuno di molto importante in Vaticano.
"È tutto un gioco di potere.” le avrebbe detto De Pedis per spiegare la presenza di quella ragazza “Sta ragazza te la devi scordare.” aveva concluso poi.
Sarà la stessa Minardi a consegnare questa ragazza, sedata e in stato confusionale, a un alto prelato in Vaticano. 
L'ex compagna del boss però precisa che in quegli anni era dedita all’uso di droghe, per cui i suoi ricordi potrebbero non essere sempre precisi. E infatti per gli inquirenti la sua testimonianza è stata giudicata incoerente e inattendibile, anche perchè la Minardi cambierà poi versione e aggiungerà dettagli che saranno confutati da prove.
Ad oggi nessuno ha saputo dare risposte a questa famiglia.
Nel 2013 Papa Bergoglio in un incontro con Pietro Orlandi gli dirà semplicemente che la ragazza è in cielo, senza aggiungere altro.
Ali Agca tornerà poi alla ribalta accusando papa Giovanni Paolo II di avergli chiesto di mentire:
"Papa Wojtyla credeva profondamente nel Terzo Segreto di Fatima e credeva anche nella missione che Dio gli assegnava, ovvero la conversione della Russia. Wojtyla in persona voleva che io accusassi i Servizi segreti bulgari e quindi il Kgb sovietico. Il premio per la mia collaborazione, che loro mi offrirono e che io pretendevo, era la liberazione in due anni. Io potevo essere liberato tuttavia solo a condizione che il presidente Sandro Pertini mi concedesse la grazia ed esattamente per questa ragione Emanuela e Mirella (Gregori, nda) vennero rapite".
Agca fa ulteriori rivelazioni al giornalista Andrea Purgatori, che è anche la voce guida del documentario Vatican girl: 
"Da quarant'anni si ripetono sempre le stesse cose. Quando non c'è la verità, quando c'è la menzogna che continua, questo può danneggiare sia il Vaticano che Emanuela Orlandi. C'è solo una verità, una sola: Emanuela è collegata con il terzo segreto di Fatima. Un gruppo di persone dentro il Vaticano hanno organizzato questo intrigo, fatto di servizi segreti e poteri occulti. A che cosa doveva servire il rapimento di Emanuela Orlandi? Soltanto per ottenere la mia liberazione. Se qualcuno in Vaticano volesse, Emanuela tornerebbe a casa anche domani. Secondo me Emanuela è ancora viva". 
Ma se Alì Agca si era sempre dichiarato estraneo ai fatti perché ora cambia versione?
Non abbiamo ancora la risposta a questo quesito.
40 anni di indagini, di depistaggi, di vicoli ciechi.
E soprattutto di omertà.
C’è però una pista che per anni è stata accantonata e di cui nessuno ha voluto parlare.
Nel documentario Vatican girl un’amica di Emanuela racconta di un fatto molto inquietante.
La Orlandi le avrebbe riferito di pesanti avance ricevute da un prelato in Vaticano, un uomo vicino al Santo Padre Giovanno Paolo II.
Una voce, forse un pettegolezzo.
O forse no.
A parlarne apertamente è il celebre esorcista padre Gabriele Amorth, scomparso nel 2016.
In un’intervista del 2012 al quotidiano La Stampa Amorth dice: “Non ho mai creduto alla pista internazionale, ho motivo di credere che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento del cadavere”. E ancora: “Nel giro era coinvolto anche personale diplomatico di un'ambasciata straniera presso la Santa Sede.”
Amorth parla di un gendarme che reclutava le ragazzine e le presentava ai prelati.
Questa intervista ha ovviamente scatenato molte polemiche.
Dal suo sito internet Pietro Orlandi fece sapere che “Amorth lo conosco , ho parlato con lui qualche mese fa, non ha idea di cosa possa essere accaduto ad Emanuela. (...) “Non mi sono mai interessato a questo caso” mi disse “Posso dirti soltanto che le modalità del sequestro sono le tecniche usate dagli adescatori di sette sataniche ma altro, ti ripeto, non saprei cosa pensare”.
Quindi a cosa si riferiva padre Amorth?
L’esorcista si è successivamente lasciato andare a qualche battuta sul fatto che i giornalisti hanno volutamente distorto le sue parole per fare pubblicità al suo nuovo libro, in uscita in quei giorni.
Ma cosa ha scritto padre Amorth nel suo libro?
In uno dei capitoli de L’ultimo esorcista padre Amorth racconta di aver spesso conversato con Luigi Marinelli, autore (all’inizio anonimo) del discusso Via col vento in Vaticano.
Marinelli era indeciso se pubblicare il libro, in cui parla anche di pratiche poco chiare, “che si avvicinano al satanismo”, dice Amorth.
Di seguito l’esorcista scrive:
“Vorrei, in proposito, fare un esempio. Parlare di una vicenda relativamente recente nella quale, a mio avviso, quella parte minoritaria che dentro le sacre mura lavora per il male e non per il bene può aver preso il sopravvento. È la vicenda che prende il nome di Emanuela Orlandi. Emanuela Orlandi è una ragazza di quindici anni, figlia di un dipendente del Vaticano, precisamente di un dipendente che lavora nella prefettura della casa pontificia, uno insomma che nel suo lavoro ha occasione spesso di vedere da vicino il Papa. Emanuela è una ragazza solare e vivace. Improvvisamente il 22 giugno del 1983 scompare. Ancora oggi non è stata trovata. Scompare dopo essere andata a lezione di musica. Emanuela, infatti, suona il flauto presso la chiesa di Sant’Apollinare dove c’è una sorta di conservatorio. Secondo le ultime informazioni raccolte prima della sua scomparsa, Emanuela sale su una macchina nera. Ma non è certo. È sicuro che alle 19.15 è stata vista per l’ultima volta da due compagne di scuola, in corso Rinascimento. Dopo di che di Emanuela non si sa più nulla, sparisce. Pochi giorni dopo appaiono molti manifesti con l’immagine di Emanuela per tutta Roma e con l’appello perché chiunque l’abbia vista nelle ore precedenti o successive alla sua sparizione si faccia avanti. Nei giorni successivi, e ancora nei mesi e negli anni successivi, si dice di tutto riguardo a questo rapimento. Le tesi sulla scomparsa della povera Emanuela restano molteplici. Non voglio elencarle. Voglio soltanto dire cosa penso io.
Premetto però che non parlo perché sono a conoscenza di fatti, ma parlo riportando quelle che sono le mie sensazioni. Le sensazioni che da subito ho provato quando ho saputo della scomparsa della giovane Emanuela. Io penso che una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiede di salire. Credo che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori. O comunque indagare intorno alle persone che in qualche modo conoscevano Emanuela. Perché secondo me solo qualcuno che Emanuela conosce bene può averla indotta a salire su una macchina. Spesso le sette sataniche agiscono così: fanno salire su una macchina una ragazza e poi la fanno sparire. Il gioco è facile purtroppo. Fanno salire in macchina la loro preda, la narcotizzano con una siringa e poi fanno di questa ragazza ciò che vogliono. Beninteso, mi auguro che le cose non stiano in questo modo. Mi auguro che se davvero, come penso, di setta satanica si tratta, almeno questa setta non abbia nulla a che vedere con il Vaticano. Mi auguro che questa storia che sembra non finire mai finisca presto. Ma non mi esimo dal dire che spesso in tutto il mondo scompaiono giovani donne in questo modo. Può sparire una ragazza così vicina a un luogo che dovrebbe essere santo come è il Vaticano? Purtroppo sì. Perché Satana è ovunque. Satana attacca i sacerdoti e le persone che si sono consacrate a Dio, soprattutto. Perché colpire un sacerdote significa trascinare all’inferno tante altre persone.”
Cosa insinua dunque padre Amorth?
Ci sono stati effettivamente in Vaticano questi festini a base di sesso e droghe, dove giovani ragazze venivano violentate da alti prelati?
Emanuela era una di loro? E’ stata rapita, violentata e uccisa, il suo corpo occultato chissà dove?
Padre Amorth parla di sensazioni, non di fatti.
Ma queste sensazioni nascono evidentemente da un malessere reale, di un uomo che conosce il Vaticano e sicuramente conosce il Male.
Nel suo libro padre Amorth ci dice che molte cose descritte da Marinelli in Via col vento in Vaticano sono vere.
Quindi qualcosa di reale c’è.
Amorth ci racconta di una “parte minoritaria che dentro le sacre mura lavora per il male e non per il bene può aver preso il sopravvento.”
Marinelli nel suo libro fa riferimento a infiltrazioni massoniche in Vaticano, una setta segreta che opererebbe principalmente per gestire l’enorme patrimonio vaticano.
Una piovra, così la chiama l’autore, che tira le fila di ogni operazione.
Che in Vaticano non fossero tutti santi lo sapevamo, ma le parole dell’esorcista ci guidano a riflettere sull’entità di questa rivelazione.
Padre Amorth mette insieme alcune cose: la presenza del male nelle “sacre stanze”, un gruppo di prelati dediti alla pedofilia, i rapimenti ad opera delle sette sataniche.
Sembra la trama di un film horror.
Un film che però potrebbe benissimo essere tratto da una storia vera.
Molti dettagli fanno pensare a un fondo di verità in ciò che ha raccontato padre Amorth.
Lo stesso Pietro Orlandi aveva raccontato che nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela i gendarmi del Vaticano erano andati subito ad interrogare certi prelati, noti per il loro interesse per i ragazzini e le ragazzine.
In questo quadro acquista un senso la figura di Enrico De Pedis, che rapisce Emanuela per fare un piacere a un prelato.
Questo gesto di De pedis sarebbe stato ricompensato con una prestigiosa sepoltura in una chiesa Vaticana, la salma del boss della banda della Magliana infatti ha riposato nella basilica di Sant’Apollinare fino al 2012 per volere del cardinale Ugo Poletti, allora presidente della CEI.
La motivazione ufficiale della Santa Sede per questa concessione è che De Pedis era un uomo molto generoso che si prodigò per i poveri.
Ma stiamo pur sempre parlando di uno dei boss di una delle bande criminali più sanguinarie di Italia, un uomo che si è macchiato di numerosi crimini.
Sembra sospetto che l’elemosina per i poveri sia bastata per perdonare e cancellare i peccati di De Pedis tanto da permettergli una sepoltura in una chiesa del Vaticano.
Inoltre la versione della Minardi, nella sua incoerenza e confusione, viene confermata da un altro membro della banda, Antonio Mancini, che dichiara che Emanuela Orlandi era “roba nostra, l’aveva presa uno dei nostri”.
La Minardi cambierà poi versione, dicendo che Emanuela non è stata consegnata da lei ad un prelato ma uccisa e buttata in una betoniera a Torvaianica sei mesi dopo la sua scomparsa.
Prigioniera sì dunque, ma l’epilogo resta confuso.
Ma per conto di chi De Pedis aveva rapito la Orlandi?
Secondo la Minardi il mandante sarebbe stato nientepopodimeno che monsignor Paul Marcinkus, presidente dello IOR al 1971 al 1989.
Antonio Mancini spiegò il rapimento come un messaggio per qualcuno di importante.
La banda della Magliana aveva investito più di 20 milioni delle vecchie lire nello IOR, la banca vaticana, e pretendeva la restituzione della somma.
Ma il Vaticano tergiversava.
“De Pedis è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare perché ha fatto cessare gli attacchi da parte della banda e non solo nei confronti del Vaticano” rivela Mancini a La Stampa.
Dopo la scomparsa della Orlandi i soldi rientrarono, “non tutti” precisa Mancini, ma le ostilità finirono comunque per volere di De Pedis.
Ma che ruolo giocava Emanuela in tutto questo? Perché lei?
Marcinkus, secondo la Minardi, era il mandante del rapimento.
Ma non si capisce perché il monsignore fosse disponibile alla restituzione della somma in quanto in quegli anni lui e papa Wojtyla stavano segretamente finanziando il movimento cattolico polacco Solidarnosc nella sua lotta al comunismo.
Non avrebbe avuto senso rinunciare a tutti quei soldi.
La Minardi non era molto lucida in quel periodo, per sua stessa ammissione la sua memoria è condizionata dall’uso di sostanze stupefacenti.
Forse Marcinkus non era un mandante ma un ispiratore.
Potrebbe aver suggerito involontariamente a De Pedis di rapire la ragazza sapendo che era nelle simpatie perverse di qualche prelato vicino a Woytila? Qualcuno che avrebbe volentieri restituito il debito con la banda della Magliana pur di riavere Emanuela?
Monsignor Marcinkus e De Pedis erano in contatto, forse il prelato si era lasciato sfuggire qualche pettegolezzo, e un uomo così importante in Vaticano sicuramente conosceva le debolezze di molti uomini della Chiesa.
Perfino lui aveva rischiato di finire intrappolato in uno scandalo, una falsa denuncia di violenza sessuale, un complotto per evitare che lui e papa Giovanni Paolo II continuassero a finanziare la causa anticomunista in Polonia.
La trappola però non si era mai concretizzata perché la donna incaricata di accusarlo, Jeanette Bishop, era morta in circostanze misteriose.
Jeanette, nota come baronessa Rothschild grazie al primo matrimonio con l’erede dei banchieri londinesi Evelyn Rothschild, e la sua governante e confidente friulana Gabriella Guerin scomparvero nel novembre del 1980, i loro resti furono trovati solo nel 1982, sui monti Sibillini.
La Bishop era in rapporti di amicizia con monsignor Marcinkus, poteva quindi avvicinarlo e creare lo scandalo. O forse i loro rapporti erano veramente intimi, non ci è dato saperlo.
La baronessa che non era vicina solo a Marcinkus ma anche a Sergio Vaccari, antiquario italiano residente a Londra ucciso con 15 coltellate nel 1982.
Vaccari che muore a Londra come Roberto Calvi, di cui era amico.
Quel Roberto Calvi, il banchiere di Dio, presidente del Banco Ambrosiano, morto suicida sempre a Londra tre mesi prima, impiccato al ponte dei Frati neri…
Ma questa è un'altra storia.
Nella versione di padre Amorth si incastra perfettamente anche la rivelazione di Vatileaks, la fuga di notizie di cui abbiamo parlato prima.
Nel 2012 scoppia il caso Vatileaks, e spunta un dossier che parla di spese sostenute per il mantenimento a Londra di Emanuela Orlandi.
Il documento, che precisiamo non è mai stato autenticato e manca di molte pagine, ci racconta la storia di una ragazza rapita e tenuta prigioniera a Londra per anni, per la quale sono state sostenute diverse spese tra cui spiccano per importanza quelle mediche e ginecologiche.
Monsignor Georg Gaenswein, che fu segretario particolare di Ratzinger in Vaticano,
è coautore del libro “Nient’altro che la verità”, in cui cita il caso Orlandi: «Non ho mai compilato alcunché sul caso Orlandi. Per cui questo fantomatico dossier non è mai stato reso noto unicamente perché non esiste. (...) Ovviamente, nel contesto del Vatileaks non poteva mancare l’aggancio con la terribile vicenda del sequestro di Emanuela Orlandi, che da decenni riemerge periodicamente sulla stampa, con rivelazioni più o meno attendibili e significative. Mi fu garantito che era stato fatto quanto possibile per aiutare la famiglia Orlandi e di tutte queste informazioni feci dovuta comunicazione a Papa Benedetto. (...) Pure Giani (Capo della gendarmeria, nda) consultò la documentazione dell’epoca e concluse che non c’era stata alcuna notizia tenuta nascosta alla magistratura italiana e che nel frattempo non erano maturate ulteriori ipotesi riguardo alle quali poter approfondire le indagini in Vaticano.”
Un dossier sospetto quello su Emanuela, che sembra scritto frettolosamente per creare uno scandalo. 
Ci sono però dei dettagli che fanno riflettere.
Il documento sembra una lista di spese sostenute per la gestione del caso Orlandi, spese avvenute tra il gennaio 1983 (sei mesi prima della scomparsa di Emanuela) e il luglio 1997, per un totale di 483 milioni di lire.
Se crediamo a Vatileaks Emanuela sarebbe stata quindi tenuta prigioniera per tanti anni a Londra, dove forse riceveva visite da parte di qualche prelato, come risulta dal dossier alcune voci sono dedicate alle spese di viaggio di uomini del Vaticano.
Tra le spese spunta il nome del presidente della CEI cardinale Ugo Poletti, che avrebbe ricevuto 80 milioni di lire tra il 1988 e il 1993. 
Poletti, l’uomo che aveva concesso a Enrico De Pedis la sepoltura in Sant’Apollinare.
Non si può però ancora chiudere il cerchio.
Amorth scrive, ricordiamo: “Una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiede di salire. Credo che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori.”
Ci dobbiamo chiedere chi ha avvicinato Emanuela, sarebbe da capire di chi si fidava così tanto da seguirlo senza timori.
Forse proprio qualcuno che lei vedeva spesso in Vaticano, forse un sacerdote, che nascondeva le sue cattive intenzioni dietro la rispettabilità di un abito talare?
Emanuela era cattolica, cresciuta in Vaticano, non è strano pensare che si sarebbe fidata di un prete che la avvicina e le dice di salire in macchina, magari con la scusa di portarla a casa velocemente dato che erano già le 19 passate.
Potrebbe essere stato De Pedis a incontrare e agganciare Emanuela?
Il boss aveva amicizie in Vaticano, è possibile che la ragazza lo avesse visto in compagnia di qualche sacerdote e lo vedesse come una persona degna di fiducia, tanto da salire in macchina con lui?
O forse c’era qualcuno con De Pedis, qualcuno di cui Emanuela si fidava?
Amorth scrive: “(Emanuela) suona il flauto presso la chiesa di Sant’Apollinare dove c’è una sorta di conservatorio.”
Di nuovo Sant’Apollinare, la stessa chiesa dove poi sarà seppellito De Pedis.
Lo aveva già visto lì, nella chiesa, insieme a qualcuno che lei conosceva?
Piccoli pezzi di un mosaico che si incastrano ma non mostrano mai un quadro risolutivo della vicenda.
Nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi ogni tassello sembra confermare perfettamente altre ipotesi, ma allo stesso tempo le smentisce lasciando nuovi dubbi.
Troppe possibilità, variabili, troppe bugie e omissioni.
Pietro Orlandi da sempre dichiara che la verità è in Vaticano, che in molti la conoscono, devono solo avere il coraggio di raccontarla: “Ho sempre sostenuto che la responsabilità di quanto successo ad Emanuela parte in Vaticano, che Papa Giovanni Paolo II era a conoscenza del fatto e lo sono anche Ratzinger e papa Francesco. All'interno del Vaticano c'è un fascicolo, un dossier che racconta quella verità, che non viene raccontata perché è pericolosa per l'immagine del Vaticano.".
Speriamo che con queste nuove indagini emerga finalmente questa verità che la famiglia Orlandi attende da sempre e che Emanuela ottenga finalmente giustizia per questi 40 anni che le sono stati rubati.





















domenica 1 gennaio 2023

Buio in sala: la tragica fine di Judith Barsi


Nel 1989 esce al cinema un cartone intitolato Charlie, anche i cani vanno in Paradiso.
Il film, diretto dal famoso regista Don Bluth, parla di un cane, Charlie, che vive di espedienti e truffe, incurante del prossimo. In cerca di vendetta contro uno spietato criminale farà la conoscenza di una bimba orfana, Anne Marie, che è capace di comprendere con tutti gli animali e di parlare con loro.
Inizialmente Charlie sfrutta la bambina per il suo tornaconto, ma poi grazie a lei si rende conto dell'importanza di essere generosi e onesti, e arriverà addirittura a dare la vita per salvare Anne Marie, guadagnandosi così il Paradiso.
È forse il film più controverso girato dal regista Don Bluth, che aveva abituato il pubblico a film come Fievel sbarca in America (del 1886) e Alla ricerca della valle incantata (del 1988).
Il pubblico e la critica infatti lo ritengono un cartone più adatto agli adulti viste le tematiche cupe che tratta in modo esplicito come ad esempio la rappresentazione della malavita organizzata, la morte, la violenza.
C'è anche probabilmente un altro motivo per cui questo film suscita nel pubblico un particolare senso di disagio.
Nei titoli finali del film, mentre suona la canzone Love survives, si poteva leggere "In loving Memory of Judith Barsi, 1978-1988".
Judith Barsi è la doppiatrice di Anne Marie, aveva 10 anni ed è morta quattro mesi dopo aver finito di lavorare a questo film.
La sua storia è ancora oggi una delle vicende più drammatiche del cinema americano.
Judith Eve Barsi nasce nel 1978 da due emigrati ungheresi, Joszef Barsi e Maria Virovacz.
Il padre lavorava come idraulico, la mamma era una cameriera.
Da subito Maria cerca di trasformare la figlia in una star.
Corsi di portamento, dizione, canto, a 5 anni la iscrive a pattinaggio artistico e proprio durante un'esibizione viene notata da un talent scout.
Non aveva ancora compiuto 10 anni la piccola Judith, ed era già apparsa in 72 di spot pubblicitari e aveva recitato in serie di successo come Ai confini della realtà, Love boat, Con cin.
Nel 1987 si aprono per lei le porte del cinema, Judith recita nel film Lo squalo 4, e poco dopo viene scelta da Don Bluth per dare la voce al piccolo dinosauro Ducky ne Alla ricerca della valle incantata.
Grazie ai guadagni di Judith la famiglia Barsi si trasferisce in una bellissima villa nella San Fernando Valley.
E la sua carriera era solo all'inizio, e in ascesa.
Il regista Don Bluth la definì un talento straordinario e naturale e la chiamò nuovamente un anno dopo per fare un'audizione per un altro film, questa volta per un ruolo ancora più di spicco e da protagonista, quello di Anne Marie in Charlie, anche i cani vanno in Paradiso.
Conosceva già il regista, era un'attrice bambina apprezzata nell'ambiente, questa audizione sembrava essere giusto un pro forma per Judith.
E invece successe qualcosa.
Fu in questo periodo che la sua agente Ruth Hansen, specializzata nel rappresentare attori bambini, iniziò a notare qualcosa di inquietante.
Judith che di solito era una bimba allegra e solare era diventata schiva, nervosa, era ingrassata notevolmente, una forma di fame nervosa e bulimica, e aveva iniziato a strapparsi le sopracciglia. 
Le raccontò anche di aver strappato più volte i baffi al suo gatto.
La prova definitiva di questo disagio mentre provava una canzone per il film Charlie insieme alla sua agente.
Judith iniziò a piangere in modo isterico, senza riuscire a dire una parola.
La Hansen disse a Maria che doveva portare Judith da uno psicologo.
Lo specialista riconobbe subito i segni di abusi fisici ed emotivi e immediatamente contattò i servizi sociali che aprirono un'indagine.
Ciò che emerse fu aberrante.
Joszef era un alcolista cronico, violento, regolarmente abusava della moglie e della figlia.
Costringeva Judith a prendere ormoni della crescita, la bimba era di statura bassa e non veniva mai scelta interpretare ruoli della sua età ma sempre bimbe più piccole, e questo infastidiva Joszef che vedeva solo i mancati guadagni.
Dall'altra parte però non sopportava il fatto che moglie e figlia passassero molto tempo fuori città per il lavoro di Judith.
Col tempo diventava sempre più geloso, paranoico, spesso riferiva alla moglie che avrebbe ucciso lei e la figlia.
Una volta, racconta un amico, rifiutò di raggiungerle mentre erano in trasferta e addirittura minacciò la figlia ricordandole di una precedente minaccia fattale quando stava girando Lo squalo, "Se non torni a casa vengo a cercarti e ti taglio la gola".
Fu anche fermato in stato di ebbrezza tre volte ma mai arrestato.
La moglie andò dalla polizia a denunciare la situazione, ma non essendoci un riscontro di violenze fisiche non si poté procedere.
Dopo questo episodio Joszef non bevve più ma continuò a minacciare moglie e figlia di ucciderle, di bruciare la casa.
In molti episodi di rabbia colpì Judith con padelle e pentole.
Gli abusi erano anche di tipo psicologico.
Un vicino di casa riferì che un giorno vide la famiglia in giardino, a Judith fu regalato un aquilone, Josfez glielo strappò dalle mani.
La bimba si mise a piangere per paura che il papà le rompesse il giocattolo, e infatti Josfez la prese in giro, chiamandola "ragazzina viziata", e distrusse l'aquilone.
Judith si confidò con amici di famiglia raccontando di quanti fosse terrorizzata all'idea di tornare a casa, di come il papà spesso minacciasse lei e la mamma.
Incredibilmente l'indagine dei servizi sociali si chiuse semplicemente con la promessa di Maria di lasciare il marito violento e di iniziare una terapia con sua figlia in un'altra città.
Nonostante assistenti sociali e amici insistessero affinché si separasse subito Maria tergiversava, ritardando la sua decisione. 
Un vicino le offrì ospitalità ma lei rifiutò.
Maria trovava sempre una scusa per evitare la separazione, ad esempio disse che avrebbe lasciato il marito dopo giugno per non rovinare il compleanno a Judith. 
La verità era che Maria non voleva perdere la casa e tutti i beni accumulati in quegli anni grazie al lavoro di Judith, e così decise di restare.
Maria e Joszef diventarono dei separati in casa, i rapporti tra i coniugi si fecero gelidi, Josfez non riuscì mai a farsi perdonare.
L'uomo continuò a covare la sua paranoia, la sua rabbia.
Era così terrorizzato dall'idea di rimanere senza la sua famiglia da nascondere alla moglie la notizia che un suo parente in Ungheria era morto, così da evitare che Maria partisse per andare al funerale, lasciandolo solo.
Nel frattempo Judith aveva doppiato il personaggio di Anne Marie nel nuovo film di Don Bluth Charlie anche i cani vanno in Paradiso.
Quattro mesi dopo la fine della lavorazione si consumò la tragedia.
Josfez capì di essere un uomo sull'orlo del baratro, un fallimento, e decise di farla finita.
Ma come tutte le persone narcisiste credeva che senza di lui la sua famiglia non avesse ragione di esistere.
Una dinamica che purtroppo conosciamo fin troppo bene.
Il 25 luglio 1988 Judith avrebbe dovuto fare un provino presso gli studi di Hanna e Barbera, ma non si presentò.
I produttori contattarono Ruth Hansen che disse di aver ricevuto una telefonata da Joszef in cui riferiva che Judith e Maria erano salite su una macchina lussuosa e stavano andando a San Diego.
Ma la realtà era purtroppo diversa.
Il 25 luglio Josfez aspettò che Judith andasse a dormire, poi entrò nella sua stanza e le sparò in testa.
Uscì dalla stanza, raggiunse Maria e le sparò.
Per i due giorni successivi rimase chiuso in casa, camminando per le stanze senza fare nulla. Telefonò a Ruth Hansen e le disse che se ne sarebbe andato lasciando la famiglia, ma che prima doveva dire addio a sua figlia.
Poi prese della benzina, la versò sui corpi di Judith e Maria e diede loro fuoco.
Spente le fiamme Josfez andò in garage e si sparò alla testa.
Un vicino che annaffiava il prato sentì lo sparo e avvertì la polizia che scoprì i corpi di vittime e carnefice.
La notizia sconvolse il pubblico che ricordava questa piccola attrice di talento che aveva partecipato a tante serie di successo, e non potè non notare una drammatica analogia: in un episodio della miniserie Fatal vision Judith aveva interpretato una bambina che viene assassinata dal padre.
Un aneddoto che da poco è stato ricordato da Don Bluth riguarda la reazione di Burt Reynolds, che nella versione originale dà la voce al cane Charlie, alla morte della piccola collega.
Burt Reynolds dovette girare l'ultima scena del film, quella del commiato tra Charlie e Anne Marie, più di 50 volte.
Le battute della bambina erano state registrate poco prima che Judith morisse, e nel sentire la sua voce Reynolds non poteva fare a meno di commuoversi e scoppiare a piangere, l'emozione che traspare nella sua interpretazione è reale.
Quella di Judith Barsi è una tragedia annunciata, a cui in molto hanno assistito senza fare nulla.
Nelle interviste ad amici e colleghi infatti la frase ricorrente era sempre "forse avrei potuto fare qualcosa".
Uno scrupolo che purtroppo è arrivato troppo tardi.


giovedì 15 dicembre 2022

Yule e Natale, un intreccio di inverno.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.
Come abbiamo detto più volte le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Oggi parliamo della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate, in favore della nuova stagione agricola.
Yule, il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Si creavano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni.
In questi giorni era usanza accendere fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo.
Il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano, a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifoglio, vischio.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
I rami venivano poi fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessero proprietà magiche e terapeutiche.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
Una figura che, scherzando, potremmo definire un pò San Nicola e un pò Krampus.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Pensiamo alla corona dell’Avvento, la corona di sempreverde, un simbolo pagano di prosperità che diventa distintivo di un tempo liturgico cristiano.
Col tempo il simbolismo di Yule è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
In questo tempo natalizio quindi celebriamo non solo la gioia cristiana della venuta di Cristo, ma tendiamo la mano a un tempo antico, e lo facciamo rivivere nelle nostre luci, nei rami di abete, nelle melodie che scandiscono questi giorni. 



domenica 27 novembre 2022

La luce dell'Avvento, una strada verso il Natale.



Oggi accendiamo la prima candela della corona dell'Avvento, e ne approfitto per parlarvi di 
questo tempo liturgico che precede il Natale e ci prepara ad esso. 
Avvento deriva dal latino "adventus", "venuta".
Nella chiesa cattolica, luterana e anglicana l'avvento è attesa del Natale e quindi della nascita di Gesù Cristo (che in realtà non è nato in questo giorno ma ne parleremo più avanti), dura quattro settimane e segna l'inizio dell'anno liturgico.
Il tempo dell'Avvento inizia con il vespro della sera della prima domenica e finisce la era della Vigilia di Natale.
Nelle chiese orientali invece questo periodo è lungo 40 giorni, infatti viene chiamato anche quaresima natalizia.
Nei primi secoli del cristianesimo l’Avvento si celebrava partendo dal giorno di San Martino, l’11 novembre, e terminava il 6 gennaio.
In queste settimane si praticava il digiuno in alcuni giorno prestabiliti.
Papa Gregorio Magno fu il primo a modificare la celebrazione dell’Avvento, stabilendo che il tempo liturgico dovesse essere di quattro settimane, come già avveniva nella Francia di Carlo Magno.
Nonostante la decisione del Papa in molte nazioni la celebrazione dell’Avvento rimase di sei settimane.
Fu solo nel 1507 con Papa Pio V, spronato anche dalle decisioni prese anni prima dal Concilio di Trento, che venne stabilito come regola il tempo liturgico di quattro settimane.
La chiesa ortodossa invece ancora oggi celebra un Avvento di sei settimane.
L’Avvento è un periodo ricco di tradizioni antiche, come il pulire la casa in preparazione delle feste e iniziare ad addobbare gli ambienti, in particolare con lanterne, luci e rami di piante sempreverdi.
Gesti antichi che hanno origine alla festa pagana di Yule, di cui parleremo più avanti. 
A riguardo, una delle tradizioni più conosciute e celebrate di questi giorni è indubbiamente l'accensione delle candele della corona dell'Avvento.
Ornamento circolare originario delle regioni teutoniche fin dal 1600, diventerà di uso comune solo alcuni secoli più tardi.
La corona è composta da rami di sempreverde che racchiudono quattro candele, solitamente l'usanza ne vorrebbe tre viola e una rosa, i colori dei paramenti dei sacerdoti durante l’Avvento, le quali vengono accese al ritmo di una ogni domenica per le quattro settimane precedenti al Natale.
L'accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre, nel cristianesimo è legata alla sempre più prossima venuta di Gesù Cristo.
C’è un preciso simbolismo anche nelle candele della corona dell’Avvento.
Esse hanno anche un nome, o meglio, ne hanno addirittura due, uno legato alla tradizione biblica e uno che potremmo definire laico.
È interessante questa scelta, che sembra voler lasciare integro quel filo che collega le celebrazioni pagane dell'inverno con il Natale.
Un legame indissolubile e che non va mai dimenticato.
La prima domenica si accende la candela del Profeta, è la candela della Speranza.
I profeti ci hanno annunciato l'arrivo di un uomo, un Messia, che cambierà il mondo, lo renderà migliore. Impossibile non riempire i cuori di speranza di fronte a tale rivelazione.
La seconda candela della corona dell’Avvento è detta "di Betlemme", è la candela della Pace.
Non a caso si accende dopo quella della Speranza, perché come si può portare la pace nel mondo se non iniziando a sperare che esso possa cambiare, che l'umanità possa cambiare? 
E il cambiamento deve iniziare prima di tutto da noi, dal nostro atteggiamento.
Terza domenica d’Avvento, la Speranza si trasforma in una nuova emozione calda e avvolgente, si accende la candela della Gioia.
È detta anche candela "dei Pastori", coloro che appunto con estrema letizia testimoniarono la venuta del Messia. È felicità nella sua forma più luminosa. 
La quarta e ultima domenica d’Avvento si conclude con la progressiva accensione di queste candele, immagine della battaglia del Sole contro le Tenebre, e con l’ultima candela, quella dell’Amore o "degli angeli", possiamo celebrare la vittoria della Luce in tutto il suo splendore. 
Perché in fondo Natale nella sua essenza più pura non è altro che amore.



giovedì 27 ottobre 2022

Le tradizioni italiane di Samhain, un viaggio tra le regioni.


Tra il 31 ottobre e il 2 novembre celebriamo il ricordo dei nostri cari estinti, e da secoli lo facciamo nel modo che potremmo considerare più congeniale a noi italiani: cucinando.
Apparecchiare la tavola e cucinare per i defunti è una tradizione diffusa in tutta Italia.
In molte regioni si lascia la tavola apparecchiata, in modo tale che i morti possano sedervisi durante la notte e consumare un frugale pasto.
I cibi tipici di queste tavole imbandite sono le castagne, i legumi, le noci e le fave, i fichi, e ovviamente i pani dei morti, ogni regione ha una sua peculiare ricetta.
 Vi porto a fare un viaggio, che percorrerà tutta la nostra Penisola.
Pronti, tutti a bordo!
Attraversiamo il mare per conoscere le tradizioni delle nostre bellissime isole.
In Sicilia è radicata la credenza per cui la notte tra il 1° e il 2 novembre gli spiriti dei morti tornino nel mondo dei vivi, per recarsi di casa in casa a lasciare un regalo per i bambini.
I racconti parlano di vere e proprie processioni. Secondo Giuseppe Pitrè, storico ottocentesco esperto di tradizioni siciliane, esiste una vera e propria gerarchia in queste pellegrinaggi: nel suo Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889) ci racconta che in prima fila troviamo “...vestite di bianco le anime dei morti in grazia di Dio, le seconde schiere son vestite di nero e sonle anime dei dannati, le ultime sono vestite di rosso e sono le anime degli uccisi. Ciascuno di questi morti ha un braciere sul capo.”
Questa luce, che guida le anime, ricorda molto le leggende di un’altra isola molto lontana, l’Irlanda e il suo Jack O’Lantern.
I morti che tornano a visitare le case delle loro famiglie quindi non sono solo spiriti benevoli, Pitrè mette in guardia anche da quelle anime tormentate che potrebbero addirittura cavare gli occhi ai bambini più curiosi, intenti a spiare il loro passaggio.
E’ tradizione riunirsi e recitare insieme il rosario in onore dei morti, e i bambini sono coinvolti nella realizzazione di una carta fiore tutta intagliata usata per coprire i vassoi delle pietanze.
Per i morti si lasciano infatti cibi e bevande.
Nel messinese i bambini lasciano un bicchiere d’acqua per dissetare le anime, che soddisfatte lasceranno sicuramente un regalino per loro.
In molte città siciliane si crea u pupu, un pupazzo di zucchero che ha le sembianze dei Pupi del teatro tradizionale, e scarpette di zucchero da regalare ai più piccini.
I bambini onorano i defunti preparando cestini con dei mandarini e della frutta secca, in modo che gli spiriti vengano da loro a raccontare delle storie, i loro doni dall'aldilà.
La mattina del 2 novembre in molte famiglie si fa colazione con la muffoletta, ovvero un panino caldo salato con le acciughe, e dopo ci si reca al cimitero per un saluto ai defunti.
Si portano i fiori e i lumini sulle tombe dei propri defunti e poi si torna a casa per mangiare.
Si assaggia il vino nuovo e alla fine del pasto si mangiano le castagne arrostite e le paste di mandorla, dei biscotti tipici chiamati bersaglieri o toto.
A volte ci si ferma a mangiare proprio al cimitero, per rendere anche le anime dei familiari partecipi del banchetto.
Un altro dolce tipico della Sicilia che si mangia nel periodo delle festività dei morti è la pasta reale o frutta martorana, sono dei dolci che hanno la forma esatta della frutta.
Si prepara un pane particolare, detto cùcchia ad Augusta e panuzzeddo re morti a Siracusa giusto per fare qualche nome, che viene preparato il 2 novembre e regalato ai poveri, in cambio di preghiere per le anime dei cari defunti.
I bambini si vestono con vecchie lenzuola, portano con sé lanterne accese e vagano di casa in casa, nella speranza di racimolare dolciumi.
Tradizione che ci ricorda il più noto “trick or treat”, ma che è molto più antica.
Salpiamo ora verso le coste della Sardegna.
Anche qui è usanza i primi di novembre celebrare il ritorno dei morti.
Nelle tradizioni sarde vi è un sacro timore molto radicato che pervade ogni celebrazione.
Pane appena sfornato, prosciutto, formaggio, porzioni di arrosto e brocche di acqua fresca sono lasciate sugli usci, in modo che i morti possano rifocillarsi.
La tavola viene imbandita anche tenendo conto della presenza delle anime dei propri cari.
Si cucinano i maccheroni e gli gnocchi, tirati a mano a casa, e si riempie un piatto anche per chi arriverà durante la notte.
E’ un modo per esorcizzare la paura di questa visita dall’aldilà. 
Perché l’umore degli spiriti è sempre incerto.
Infatti si consiglia di non lasciare utensili appuntiti sulla tavola, perché uno spirito potrebbe usarlo per ferire un vivente.
Il 2 novembre c’era la tradizione, ormai desueta, di non fare le pulizie domestiche, perché se uno spirito passasse di là in quel momento lo vedrebbe come un tentativo di mandarlo via in modo maleducato.
Scrive Ofelia Pinna nel suo Riti funebri in Sardegna (1921): “Appena la campana comincia a suonare a morto si sospendono le faccende domestiche. ...nessuno deve pettinarsi, né spazzare la casa. Perché i morti vanno a visitare i parenti e camminano invisibili per le stanze. Con le immondizie si butterebbero le povere anime.”
Il 2 novembre qualunque attività che può disturbare il passaggio dal mondo dei morti a quello dei vivi andava interrotta.
Anche zappare, bruciare delle sterpaglie può interferire con il passaggio delle anime.
La pena era la morte di un famigliare entro l’anno.
Anche in Sardegna i bimbi si presentano di casa in casa e ricevono un dolcetto come pegno per le loro preghiere, la tradizione del “is animasa” nel cagliaritano o del "su mortu mortu" in molte altre zone, ovvero l’obolo per le anime.
Questa offerta è detta anche sa paniscedda ad Oristano, i bambini ricevono castagne, noci, fichi, oppure dolcetti casalinghi.
Gli adolescenti invece intonano canzoncine che minacciano dispetti, come quella che parla di Sant’Anna pronta a mozzare le mani ai più tirchi, una sorta di antico trick or treat sardo.
In Sardegna si cucina un dolce che accompagna la giornata che viene chiamato s'ossu e mottu (appunto osso di morto) fatto con zenzero e cannella.
Il fuoco è un elemento di Samhain anche in sardegna.
Le donne preparano su tumulo, un braciere con fuoco profumato con incenso o rosmarino, e si recano con esso sulle tombe dei defunti, e lì recitano preghiere in loro memoria.
Scoprendo le tradizioni delle nostre isole diventa ancora più evidente quanto le tradizioni europee di Samhain siano tutte legate da un filo invisibile, e che si ripetano nonostante le loro peculiarità.
E si rafforza il concetto per cui queste celebrazioni ci appartengono, di quanto esse siano nostre, europee e soprattutto italiane.
Lasciamo le isole, attracchiamo, risaliamo lo stivale per scoprire le tradizioni di Samhain delle regioni del Sud Italia.
Nelle terre di Puglia i morti tornano tra i vivi tra il primo e il 2 novembre vestiti di bianco e facendosi strada con la luce di una lanterna, passeggiando pregano per le strade e le campagne.
Queste anime qualche volta entrano nelle case, per cui bisogna preparare per loro una tavola imbandita con pane, palme benedette, un bicchiere di acqua santa e un lume.
Si cucinano granturco e grano conditi col vino cotto.
I defunti lasciano delle calze, le cavezzette di murte, per i bambini, colme di dolcetti o di carbone, a seconda di come si sono comportati durante l’anno. Una tradizione che ricorda quella dell’Epifania, ed è più antica.
Mentre la tradizione della Befana che giunge di notte a riempire le calze sarà introdotta in tutta Italia solo durante il fascismo, in Puglia era già un’usanza popolare preparare.
E’ tradizione chiedere preghiere per i defunti in cambio di offerte di cibo, ma non solo, infatti era usanza cantare l’anima dei morti, ovvero ci si recava di casa in casa offrendo canzoni per allietare le serate delle famiglie più abbienti, in cambio di una piccola mancia.
Una pietanza tipica è il pane de li murte, un pane cotto appositamente per essere donato specialmente ai più poveri, insieme a castagne, carrube, melograni.
Chi può permetterselo infatti in quei giorni opera una piccola beneficenza in onore dei propri cari defunti.
Una tradizione pugliese che richiama molto la festa di Halloween la troviamo nel foggiano, dove è uso intagliare delle piccole zucche che vengono chiamate coccie priatorje, le teste del Purgatorio. Queste lanterne servono a rischiarare la via dei defunti in processione.
Arriviamo in Campania, dove si compra il pane dei morti alle bancarelle, una tradizione molto antica che segna il vero inizio dell'inverno.
Nell’avellinese si credeva che la notte del 2 novembre i morti tornassero sulla terra per partecipare a una messa, dove il celebrante era anch’esso un defunto.
Le famiglie lasciavano sul davanzale delle finestre una bacinella d’acqua, si credeva fosse possibile vedere riflessa l’immagine della processione delle anime.
Anche in Campania è tradizione recarsi di casa in casa per chiedere soldi in cambio di preghiere per le anime del Purgatorio; ai poveri vengono donati legumi, fichi e noci, con la promessa che reciteranno il rosario in suffragio delle anime.
Negli anni passati si cucinava anche una particolare pietanza, il sanguinaccio dolce, preparato con cioccolato...e sangue di maiale!
Anche in Basilicata si lasciano cibo ed acqua sui davanzali delle finestre come dono per i defunti che tornano a visitare il mondo dei vivi.
La processione di anime vedeva passare prima i bambini, poi i giovani, gli adulti, i vecchi e infine gli storpi.
L’ultimo morto dell’anno guidava la processione suonando un campanello.
Chi era deceduto di morte violenta o era morto fuori dalla grazie ecclesiastica, sepolti fuori dalle mura urbane, seguiva il corteo con un senso di smarrimento, tenendo il suono del campanello come indicazione su dove andare.
In Basilicata si può vedere questa processione di anime riflessa nell’acqua di un catino, e i defunti lucani ci tengono a celebrare una loro messa, alla quale i vivi non possono partecipare, pena la morte. 
Sono dispettosi i morti della Basilicata. Bloccano le strade mettendosi di traverso sulla via, sotto forma di cavalli bianchi, oppure si nascondono sotto ai letti dove emettono rumori spaventosi.
Il 2 novembre i giovani accendono falò nei pressi dei cimiteri e giocano, per esorcizzare la morte.
In Calabria usava mangiare vicino ai cimiteri o addirittura vicino alle tombe, come a voler coinvolgere i propri cari in questi banchetti.
Nei pressi dei tumuli si accendevano fuochi per allietare la venuta dei defunti.
Anche qui è uso lasciare la tavola colma di cibo per gli spiriti.
Si beve vino novello e si mangiano salumi in onore dei morti.
Le processioni delle anime hanno un loro ordine anche in terra calabrese, ed esiste una differenza tra le anime, ci sono infatti quelle buone che procedono con rigore e silenzio, invece quelle cattive, ovvero dei morti ammazzati o deceduti fuori dai sacramenti della religione, passeggiano inquiete, facendo rumore, spaventando i vivi.
I forestieri venivano accolti in casa e rifocillati, infatti c’era la possibilità che uno di essi fosse in realtà uno spirito venuto a ricongiungersi coi propri cari anche se solo per un giorno.
La mancanza di ospitalità poteva essere severamente punita dalle anime di passaggio.
Tante regioni, tante tradizioni che si rincorrono e si ritrovano nella loro similarità.
Le radici di Samhain anche qui sono profonde e si allargano, abbracciando la punta tutta del nostro stivale.

Ci rimettiamo in marcia, e camminando camminando arriviamo nel Centro Italia.
Re delle tavole di queste regioni è senza dubbio il castagnaccio, preparato in modo diverso a seconda delle zone. La castagna dopotutto è un frutto autunnale che possiede una ricca simbologia legata al mondo dei morti.
In Emilia Romagna nei giorni dei morti avvenivano i traslochi rurali a causa della scadenza dei contratti agricoli, per questo le giornate erano vissute con molta solennità.
I riti di accoglienza dei defunti prevedevano il lasciare cibi e bevande per gli spiriti affamati. Si sparecchiava degli avanzi della cena e si apparecchiava nuovamente la tavola. Il fuoco domestico doveva essere lasciato acceso per permettere agli spiriti di riscaldarsi.
Di buon mattino il 2 novembre si usciva di casa, per lasciare che gli spiriti potessero entrare, mangiare e dormire in quelli che furono i loro letti.
Piatti tipici di questi giorni sono le fave dei morti, la tibùia che è una torta di sfoglia farcita di formaggio ed è di origine ebraica, inoltre si preparava il sanguinaccio, dolce di cioccolato e sangue di maiale. 
Le castagne qui vengono bollite con i semi di finocchio, dando vita a un piatto chiamato 
plon.
Le pere bollite insieme alle castagne andavano a formare un altro piatto, le balitt e per bianchètt.
Nel ferrarese si prepara il cuscino dei morti, cussin d’i mort, si tratta di una piccola scatola colma di terra in cui si piantavano dei semi. Questo piccolo sememzaio andava preparato alcune settimane prima dei giorni dei morti, così da dare al tempo alle piante di germogliare e diventare un morbido cuscino da portare sulle tombe per gli spiriti.
Anche in Emilia Romagna i bambini si recano di casa in casa per le questue, promettono preghiere per i defunti in cambio di dolcetti e frutta secca.
Per le famiglie più povere era l’occasione per sfamare i propri figli, questa usanza era infatti detta anche a la fasulera, proprio perché spesso i questuanti erano ricompensati con una minestra di fagioli.
Intagliare le zucche è tradizione antica in molti comuni emiliani e romagnoli, queste lanterne venivano poi lasciate sulle finestre o infilzate su un bastone, da portare in processione.
Veniamo all’Umbria, dove si cucinano dei dolci alle mandorle che vengono chiamati “fave dei morti” per la loro forma.
Anche qui i morti tornano a visitare la casa natìa, e quindi bisogna accoglierli nel modo più appropriato.
Si lasciano dolci e bevande sul tavolo, e si accendono i focolari per rischiarare la via e riscaldare le anime in visita.
Nel Lazio si mantiene il legame con i propri cari estinti consumando dei pasti frugali accanto alle loro tombe, o nelle vicinanze dei cimiteri.
Nella nostra capitale era facile imbattersi in rappresentazioni piuttosto macabre all’ingresso dei cimiteri. Drappi neri, quadri che ritraevano le anime dannate bruciare tra le fiamme dell’inferno, a volte venivano esposti veri cadaveri.
Anche nel Lazio la questua era un momento importante di queste giornate, dove i bambini offrivano le loro preghiere in cambio di qualcosa da mangiare.
Anche nelle Marche si cercava di instillare un sacro timore della morte esponendo nei cimiteri ossa umane, una sorta di memento mori molto vivido.
Si cucinavano minestroni di fave da elargire alle famiglie di questuanti, oppure si abbrustolivano le castagne zuccherate o bagnate dal liquore.
Le campane marchigiane risuonavano più volte al giorno.
In Toscana si credeva che gli spiriti in visita nella notte di Samhain potessero favorire la prosperità dei raccolti dell'anno successivo, per questo si preparavano dolciumi da donare loro sulle tavole imbandite e si imbastivano morbidi giacigli per far riposare i defunti in visita.
Infatti in Toscana i morti tornavano sulla terra facendo lunghe processioni dette andade.
In alcuni comuni si organizzano delle aste di beneficenza, dove la popolazione mette in vendita vino, pollame, torte, e il ricavato viene consegnato al parroco che reciterà delle preghiere in suffragio delle anime del Purgatorio.
Era un periodo in cui ci si dedicava anche alla beneficenza, spesso per i bambini orfani, che si recavano di casa in casa a chiedere qualche offerta. Sui loro vestiti veniva cucita una larga tasca per invogliare la gente a donare.
Giungiamo infine in Abruzzo e Molise.
Nel territorio abruzzese le famiglie abbienti preparavano un lauto banchetto per i morti. Ciò che avanzava la mattina successiva era donato ai poveri, ovviamente in cambio di preghiere per i cari defunti.
E’ importante lasciare sempre i lumi e i fuochi accesi, essi sono guida e ristoro per le anime.
Guai a spegnere le lanterne, ci si troverebbe a diventare morto tra i morti.
E’ possibile spiare i morti, con qualche accortezza. Mettendo un setaccio davanti agli occhi si può vedere la processione delle anime, avvolte in candide lenzuola.
Nel pescarese esiste la tradizione delle anime de le morte, dove si svuotano le zucche e le si usano come cestini per la questua dei bambini.
In Molise si preparano calzette piene di dolciumi per i bambini, si diceva loro che erano doni dei morti.
Spesso si lascia sul davanzale una scarpa, segno che i morti possono accomodarsi, rifocillarsi e possono poi riprendere il cammino comodamente.
Il centro Italia presenta dunque tante tradizioni simili, che abbiamo trovato anche nel Sud Italia. 
Possiamo affermare con sempre più certezza che esiste una radice comune italica di questa antica festa.
Giungiamo infine nel Nord Italia, dove le nostre montagne racchiudono meravigliose tradizioni.
In Friuli Venezia Giulia i morti tornano in visita accompagnati dai rintocchi delle campane, e sono distinguibili dai vivi perché sulle loro braccia brucia una flebile fiammella, oppure stringono tra le mani una piccola candela, la candeleta.
Guai a disturbare la loro processione.
Una leggenda friulana narra che gli spiriti vaghino sulla terra, e chi dovesse incontrarne uno in una chiesa durante la notte morirebbe al sorgere del sole.
Pare che chi è nato nei primi giorni di novembre riesca a percepire il lamento dei morti.
Nelle case si apparecchiano le tavole con castagne lessate, del buon vino novello, pannocchie di granturco, pane appena sfornato, polenta.
Si intagliano zucche dalle fattezze di teschio e vi si mette un lumino all'interno, esse vengono lasciate sulle finestre per guidare il cammino dei morti 
Qui l'usanza di recarsi di casa in casa a offrire preghiere per i morti in cambio di cibo si ripete anche a Natale e Carnevale.
Ai questuanti, soprattutto donne, veniva dato il kròstin, il pane dei morti.
Arriviamo in Liguria, dove si fanno grandi pulizie per accogliere i morti in visita.
I morti lasciano il cimitero in processione, due a due, vestiti con cappa e cappuccio nero, e si recano nelle loro case d'origine.
Qui trovano un lauto banchetto ad accoglierli: fagioli con le erbette, zuppe di cipolla, ceci, fave secche e dolci di mandorle.
Le chiese in questi giorni aprono le cripte al pubblico, e mettono in bella mostra scheletri e teschi.
Ai bambini questuanti si regalano castagne bollite e pane dolce.
In Veneto si intagliano le zucche per trasformarle in lanterne da lasciare alle finestre, in modo che gli spiriti usciti dalle tombe possano ritrovare la via del cimitero.
Anche qui i morti infatti ritornano a casa e per loro si preparano molte leccornie come focacce rustiche, il pane dei morti,la polenta con i fagioli e un bicchiere di buon vino.
Si abbrustoliscono i semi di zucca sul focolare, e si lasciano le bucce delle fave sotto al tavolo, un particolare omaggio agli spiriti.
Un dolce tipico sono le ossa dei morti, pasticcini di zucchero e mandorle tritate.
La sera del 2 novembre non si esce, ci si ritrova in casa a mangiare le caldarroste.
Molto suggestive sono le tradizioni della laguna veneta.
A Venezia guai a uscire la notte, o terribili braccia scheletriche vi porteranno via con loro.
Nei comuni come Caorle, Burano e Chioggia i pescatori non si avventuravano in mare, i morti annegati avrebbero certamente cercato di salire sulle loro barche, facendole rovesciare.
Nelle zone montane invece si deve fare attenzione a un cane nero da caccia, la cazza beatric, mandato dal diavolo per cibarsi degli esseri umani che incautamente si avventuravano fuori casa durante la notte.
I parroci iniziavano già alcuni giorni prima del primo novembre a raccimolare offerte per la recita del rosario per i defunti.
E anche in Veneto i bambini andavano di casa in casa chiedendo cibo in cambio di preghiere.
In Valle D’Aosta e Piemonte la festa dei morti è molto vicina nelle tradizioni a quello che era il capodanno celtico.
Una delle motivazioni era che in questi giorni scadevano i contratti agricoli, e per ogni famiglia quindi si trattava di un possibile nuovo inizio.
Anche qui si apparecchia una tavola per i defunti con i loro piatti preferiti affinchè possano ristorarsi, dopo cena si va alla messa al cimitero, lasciando gli spiriti liberi di mangiare in tranquillità e di predire il futuro dei loro cari, che ahimè non sono lì ad ascoltare.
Guai mettersi a spiare i loro discorsi, pena dispetti e addirittura la morte.
Dato che i morti vagano per le strade in quelle notti si deve restare in casa per non disturbarli. Infatti in molte zone ritornano tra i vivi gli spiriti dei morti trucidati, i quali possono essere molto pericolosi in quanto ancora infuriati per la loro fine cruenta.
In questi giorni si donano pietanze alle famiglie più povere, sempre chiedendo in cambio preghiere per i propri cari
In molti comuni durante la notte passa per le strade il campanaio gridando “Svegliatevi genti, e pregate per le anime dei trapassati!”.
Si accendono dei falò in alcune zone e i giovani vi si radunano per mangiare insieme le castagne abbrustolite.
Dolcetto o scherzetto anche in queste regioni, infatti i bambini vanno di casa in casa a chiedere qualche prelibatezza in cambio delle loro preghiere.
In Piemonte l’arrivo dei morti è circondato da un timore reverenziale, stimolato anche da leggende truculente, che viene esorcizzato intagliando delle zucche con visi mostruosi.
In Lombardia i riti di accoglienza prevedono nuovamente il lasciare una tavola imbandita per i morti.
Un alimento particolare sono i ceci, è tradizione cucinarli in questi giorni, una ricetta è la supar coi sisar, ovvero la zuppa di ceci e cotiche.
Nelle zone alpine è raccomandato di lasciare sempre dell’acqua per i defunti.
Tradizione peculiare è quella della zucca di vino.
La zucca viene svuotata e riempita di vino e la si lascia la sera vicino al focolare. Al mattino la zucca dovrebbe essere vuota, in quanto i defunti hanno bevuto a sazietà.
Nelle ore della cena si deve restare in casa, per poi uscire a mezzanotte per la messa.
La mattina le massaie si alzano prima dell’alba, in modo da lasciare per qualche ora il loro letto per gli spiriti stanchi.
E’ bene lasciare sempre il focolare acceso in questi giorni, per riscaldare i defunti in visita.
Un piatto tipico lombardo è la supa dei morti, un piatto composto da costine di maiaie, fagioli, cotenna e burro, tutto accompagnato da crostini di pane.
In alcune zone si prepara il salame cotto nella verza.
Non mancano i dolcetti, come le delizie dei santi, delisie di sancc, un dolce fatto con purea di castagne, cioccolato, vaniglia e zucchero, oppure i pa’ di mòrc, pane dei morti, preparato con mandorle, scorzette di limone e rosolio.
La città di Milano ha una propria ricetta del pane dei morti, il dolce tipico della festa, si usano infatti mandorle, arance candite, pinoli e cedro. 
Nel mantovano il pane dei morti viene impastato a forma di teschietti ed è chiamato òs di mort, osso dei morti.
Anche in Lombardia è tradizione fare la questua per richiedere le preghiere in suffragio dei morti. Per i poveri si preparavano pentoloni di minestra d’orzo e pane, da elargire a chi recitava il rosario.
Il nostro viaggio si conclude arrivando nel mio Trentino.
Qui è tradizione visitare le tombe dei defunti al cimitero, si portano loro fiori e candele, e una volta tornati a casa si mangiano le castagne accompagnate con il primo vino rosso dell’anno, assicurandosi di lasciare qualcosa per nostri antenati defunti.
In Trentino si attende il ritorno dei morti con molto rispetto.
La sera del primo novembre le campane risuonano fino a mezzanotte, con rintocchi intervallati, per destare gli spiriti e accompagnarli in processione.
Far compagnia ai morti, così si dice. E i campanari si danno il turno, bevendo vino o un po' di carampampoli, una bevanda zuccherata di caffè e liquore, per scaldarsi.
Nel comune di Roncegno questa usanza è detta delle cùbie, le campane venivano fatte suonare almeno un'ora per sonàr fora i morti, ovvero svegliare con il suono delle campane le anime dei defunti. Ringrazio la mia amica Marta per avermi raccontato di questa tradizione.
I defunti raggiungono le case dei loro familiari, e qui possono trovare la tavola imbandita con zuppa d'orzo, rape, patate.
In alcuni comuni in provincia di Trento si creano dei lumini utilizzando i gusci delle lumache, ed essi vengono poi fissati con la calce sui muretti, e accesi per rischiarare la via dei fedeli di ritorno dalla messa.
Gli spiriti di persone morte per omicidio o in modo cruento sono solite tornare nel luogo in cui è avvenuto il loro decesso per apparire ad ignari viandanti.
In molte vallate è uso lasciare un catino di acqua a disposizione degli spiriti, e un giaciglio pulito e comodo in caso volessero dormire.
In Alto Adige si cucina una farinata, detta mosa, cosparsa di semi di papavero e miele.
Il miele con la sua dolcezza dovrebbe ricordare si defunti i bei momenti vissuti in famiglia.
La mia regione è ricca di leggende sulle streghe, un giorno ve ne parlerò, e in questa notte di Samhain esse si riuniscono in luoghi segreti.
Nei piccoli cimiteri delle vallate i morti si ritrovano dopo il pasto consumato a casa dei familiari per cantare insieme canzoni della messa o canti religiosi.
Dopo la messa per i defunti al cimitero i bimbi potevano recarsi dai vicini di casa per racimolare qualcosa, di solito frutti di stagione, in cambio della recita del rosario in suffragio dei morti.
Una pietanza tipica di questo momento è il chicciol, un pane infornato appositamente per essere usato durante le questue. 
In Alto Adige invece questo pane è detto pitschele ed è spesso fatto con farina di segale. Mia nonna, che era di Salorno, lo chiamava infatti così.
Le tradizioni di queste regioni, terre di passaggio e di confine tra il resto dell'Italia e l'Europa, come abbiamo visto sono spesso simili tra loro e richiamano quelle di altri Paesi.
È il filo rosso di cui ho parlato in molti miei articoli, questa vicinanza di usanze che rende Samhain una festa europea e nostrana, con tutte le sue bellissime e varie sfaccettature.