venerdì 31 dicembre 2021

Gli spiriti di un gelido inverno.


Charles Dickens ne il suo "Canto di Natale" racconta di un uomo, Ebenezer Scrooge, che la vigilia di Natale riceve la visita di tre spiriti.
I fantasmi del tempo, del Natale passato, presente e futuro.
L'intento di queste visite e di fare redimere Scroodge dalla sua avidità, mostrandogli le sue colpe e mancanze sperando che comprenda di dover cambiare.
La trama è nota ed è stata trasposta in numerosi film e cartoni.
Ciò che racconta Dickens si basa su antiche tradizioni del periodo invernale, ad antiche credenze di Yule, diffuse in tutta Europa.
Gli spiriti tornano tra noi anche durante i freddi giorni di inverno.
I riti di accoglienza degli spiriti e le questue in suffragio delle anime dunque non sono una caratteristica solo dei giorni di Samhain.
Anche durante il periodo di Yule fino all'Epifania il velo che separa il mondo dei vivi da quello dei morti si apre, permettendo agli spiriti di tornare tra noi.
E i vivi si preparano ad accoglierli.
Come a Samhain non tornano solo i fantasmi degli antenati, ma anche le anime adirate di chi è morto prima del tempo, e inquietanti creature infernali.
Pertanto i rituali di Yule non sono solo di accoglienza ma anche di protezione.
Anche l'Italia ha una tradizione a riguardo, e con gli anni questi usi si sono mescolati con la nuova fede cristiana, assumendo una nuova forma.
Riti pagani e preghere cristiane si avvicendano in queste notti di inverno, entrambi importanti e celebrati.
Come a Samhain si preparano cibo e acqua per gli spiriti, si lascia un uscio o una finestra accostate così che le anime capiscano che in quella casa sono le benvenute.
Il fuoco dei camini e delle stufe viene lasciato acceso in modo che la sua luce sia evidente da chi giunge da fuori e riconosca la casa come un ambiente sicuro e accogliente.
In Trentino si lascia un lume acceso accanto alla culla dei neonati, cosicché gli spiriti o Gesù bambino benedicano il pargoletto.
In Friuli si brucia del cibo sul ceppo del camino, un'offerta per i defunti che tornano a casa.
Come a Samhain in Emilia non si sparecchia la tavola, la si lascia imbandita per gli spiriti degli antenati che cercheranno ristoro.
In Toscana era d'uso invitare a casa i viandanti incontrati per caso, essi infatti potevano essere degli spiriti di parenti defunti, ormai irriconoscibili, affinché si rifocillassero e potessero dormire in un letto caldo.
In altre regioni come le Marche e l'Abruzzo si lasciavano delle zuppe di legumi alla finestra.
In Campania era d'uso rimuovere gli oggetti pericolosi e acuminati dalle dimore, potevano infatti spaventare gli spiriti degli antenati.
Anche al sud, in Puglia, Sicilia, Basilicata, si prepara la cena per i morti e si riscaldano le stanze per ospitarli.
Rituali e accortezze per accogliere, ma anche tradizioni e riti per proteggersi.
I morti che tornano sulla terra non sono tutti benevoli, ed è possibile incontrare creature malvagie in queste notti.
I vivi dunque si organizzano, e proteggono le case e le famiglie. 
In tutta la penisola si usa fare rumore, si battono le pentole, si urla, risuonano le campane delle chiese, si creano sonagli da appendere alle porte, si spara con i fucili e le pistole.
Spari che uccidono l'anno vecchio permettendo al nuovo di nascere. 
Questa usanza che poi si è trasformato nella tradizione dei botti di mezzanotte a Capodanno.
Nelle notti di inverno si purifica la casa con fumenti e fumigazioni, si bruciano i rami dei sempreverde, le bacche di ginepro.
Il ginepro è una pianta sempreverde che da secoli viene identificata come ricca di proprietà magiche in grado di allontanare le entità maligne.
Già nell'antica Grecia si credeva che il ginepro tenesse lontani i serpenti velenosi, inoltre con le due bacche di creavano antidoti contro il veleno di questi rettili.
È evidente l'associazione che venne fatta secoli più tardi con l'avvento della cultura cristiana.
Il serpente era divenuto rappresentazione del male e veniva associato alla figura del diavolo, pertanto al ginepro vennero attribuite nuove proprietà.
Le sue fumigazioni potevano tenere lontano i demoni, e addirittura potevano curare malattie quali la lebbra e la rogna.
Questa credenza medica perdurò quasi fino al 1900.
A Parigi nel 1870 si usarono suffumigi di ginepro negli ospedali e nelle case come protezione contro un'epidemia di vaiolo.
In Italia il ginepro viene usato in molteplici modi, si affumica e brucia, si usa come ornamento, le sue bacche sono l'ingrediente di molti liquori e grappe.
Secondo alcune tradizioni mettere dei rami di ginepro sulle porte terrebbe lontane le streghe, i fantasmi e i diavoli. 
In Trentino si fa un uso simile dell'agrifoglio.
Tornando ai bracieri, in Lombardia si brucia anche la bava dei bachi da seta.
Sempre in Trentino venivano gettati nel braciere i rami dell'ulivo pasquale benedetto, palline di resina di pino.
Il capofamiglia benediva la casa e la stalla con acqua benedetta recitando il Padre nostro.
In Friuli questa benedizione viene celebrata dal sacerdote che va di casa in casa.
La cenere dei roghi viene sparsa sulle soglie o la si usa per tracciare delle croci sulle porte, essa impedirà agli spiriti di entrare.
Anche gli animali delle fattorie e degli allevamenti vengono segnati con la cenere, nel timore che gli spiriti possano fare loro del male.
In Piemonte per la messa di mezzanotte le ragazze si travestono da vecchiette con tanto di parrucche, per non essere riconosciute e tormentate dai fantasmi.
Anche in Friuli ci si traveste, si indossano tuniche bianche e si battono i portoni, si suonano campanacci, tutto per spaventare gli spiriti maligni.
In Toscana usava portare con sé i forconi durante la messa di mezzanotte, un'arma contro eventuali attacchi degli spiriti.
A Firenze esisteva un'usanza piuttosto macabra, ovvero quella di rilasciare all'interno delle chiese degli animali che venivano massacrati dalla folla di fedeli.
Per volere di Savonarola questa terribile tradizione venne sospesa nel 1494, ma alla sua morte avvenuta nel 1498 l'usanza riprese a essere celebrata.
Quell'anno nella chiesa di Santa Maria del Fiore si procedette al martirio di un cavallo.
Ci volle un bando cittadino del 1533 per fermare definitivamente questa barbarie.
L'usanza di introdurre animali sacrificali nelle chiese era presente anche nel napoletano.
Il colore rosso come sappiamo è molto usato a Capodanno, tradizione vuole che porti fortuna per il nuovo anno.
Ciò deriva dai rituali difensivi di questo periodo.
Drappi di colore rosso venivano appesi alle finestre, probabilmente un retaggio biblico di quel sangue di capretto che gli ebrei, schiavi in Egitto, usarono per segnare le loro porte e salvarsi dall'angelo della morte.
In Sardegna le chiese diventavano luoghi di divertimento, con tanto di musica e spettacoli di burattini, il fragore delle risate e gli strumenti musicali erano uno spauracchio per gli spiriti malvagi.
In questi giorni tra Natale ed epifania in molte regioni vigeva il divieto di filare.
Addirittura i filati andavano nascosti.
Gli spiriti ne erano attratti e vi rimanevo impigliati.
Infatti la filatura era legata alla figura delle Parche, le divinità greche che tessevano il destino degli esseri umani. 
Il filo rappresenta la vita umana nel suo dipanarsi, prendere forma ed essere reciso.
I morti si accostano a chi ricama, a chi tesse e usa gli arcolai, nella speranza di potersi allacciare a quel filo che potrebbe essere un nuovo inizio.
Non solo le Parche ma anche come Frau Bertcha e Frau Holda, figure femminili del folklore teutonico che ritroviamo nel personaggio della Befana, ma di lei parleremo in un altro momento.

domenica 19 dicembre 2021

La luce di Yule, una strada antiche che ci guida verso il Natale.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.
Come abbiamo detto più volte le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Abbiamo già approfondito il contributo delle feste dei Saturnali e delle celebrazioni di Hanukkah, oggi scopriamo che l'origine va ricercata anche nei rituali della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate, in favore della nuova stagione agricola.
Si creavano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni.
In questi giorni era usanza accendere fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo.
Il confine tra io mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano, a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I rituali pagani di Yule e quelli cristiani si sono intrecciati nel corso dei secoli proprio nella bellezza delle loro luci, dando vita a quello che ora noi chiamiamo Natale, tema questo che approfondiremo più avanti.
D'altronde la stessa corona di cui parlavo nell’articolo sull’Avvento prima richiama il simbolismo di Yule.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
Col tempo questo simbolismo è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Yule è il sabba del solstizio d'inverno, che cade tra il 21 e il 22 dicembre. 
Il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Simbolo indiscusso di Yule è la vegetazione sempreverde, i pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifogli, vischio, piante che anche in inverno sopravvivono, nonostante la natura attorno a loro si addormenti. 
Gli abeti e i pini erano gli alberi benedetti di questo solstizio, i loro rami venivano portati nelle case e addobbati, usati sugli altari, a simboleggiare la vita che resiste al freddo e all’oscurità dell’inverno.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Durante il solstizio si tagliavano dei ceppi di sempreverde, che venivano fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessi proprietà magiche e terapeutiche.
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
Ma questa mescolanza non fu a senso unico.
Yule, così come i Saturnali, hanno influenzato di rimando le celebrazioni cristiane, tanto da fare spostare la data della nascita di Gesù al 25 dicembre.

mercoledì 1 dicembre 2021

Il 25 dicembre, dai Saturnali al Natale cristiano.


Il Natale è una festa universale che racchiude in sé l'eco tangibile di tradizioni antiche.
Spesso questo dettaglio viene accantonato, volutamente o meno, in nome dell'integralismo culturale e religioso.
Ma è sbagliato delimitare l'essenza del Natale unicamente al cristianesimo, infatti l'appartenenza alla fede cristiana è solo l'ultimo atto della creazione di questa festività, il contributo finale, la sua denominazione.
Il Natale come lo conosciamo oggi è frutto di una bellissima integrazione tra culture e fedi diverse.
La religione romana, i rituali pagani di Yule, le tradizioni ebraiche di Hanukkah.
Di quest'ultima ad esempio abbiamo parlato in precedenza: Gesù e soprattutto i suoi discepoli, nati nella fede giudaica, hanno attinto alle usanze del loro popolo di origine per celebrare le nuove festività dei primi cristiani.
Oggi parliamo di una celebrazione antica che in particolare ha influenzato gli usi e le tradizioni del Natale cristiano, i Saturnali.
In quello che si tempi era il decimo mese del calendario romano, December, nell'impero Romano si avvicendavano diverse celebrazioni.
Il 13 dicembre avevano luogo i Telluri, feste dedicate a Cerere, dea della terra; il 15 si festeggiavano i Consualia, in onore del Dio del grano, Conso. 
I Saturnali o Saturnalia erano una delle maggiori e popolari feste religiose di Roma, si celebravano ogni anno dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno.
In origine erano una festa agricola dedicata solamente alla dea Opa, compagna di Saturno, che vegliava sull'abbondanza dei raccolti.
I Saturnali erano molto amati in quanto erano considerati un periodo di trasgressione, in questi giorni al popolo romano venivano offerti banchetti e giochi circensi, veniva permesso il gioco d'azzardo, inoltre per un giorno gli schiavi potevano vivere da uomini liberi.
Ci si mascherava, anche facendosi beffe degli uomini politici più importanti, senza paura di ritorsioni.
Le scuole chiudevano, era proibito dedicarsi al lavoro agricolo, alla politica e alla guerra. 
Le città venivano addobbate con ghirlande di fiori invernali e fiaccole.
I Saturnali prevedevano sacrifici di animali nei templi dedicato a Saturno, per accattivarsi la sua benevolenza e ottenere prosperità e abbondanza nell'anno a venire.
In questi giorni ci si scambiava piccoli doni, anche tra padrone e servitù, in nome della fraternità e dell'uguaglianza.
Tra i doni più diffusi c'erano dolci di noci, datteri e miele, e delle statuette d’argilla rossa, le strenne, in onore della déa del solstizio d'inverno, Strenua.
Terminati i Saturnali, il 25 dicembre si festeggiava un’altra ricorrenza importante per i Romani, quella del Dies Solis Invicti, cioè la Natività del Sole Invincibile, che secondo il mito sconfiggeva le tenebre portando nuova luce nel mondo.
Fu l'imperatore Aureliano, nel 274 dC, a introdurre a Roma per primo l'immagine del Sole invitto all'interno delle celebrazioni dei Saturnali, ispirandosi alla divinità siriaca a cui dedicò il tempio di Campo Marzio. In questo modo l'imperatore pensò di poter unire le diverse forme religiose presenti nell'impero sotto il culto del Sole.
Le radici del Natale sono particolarmente evidenti in questa festività romana.
Abbiamo già precisato che il Natale è nato dalla commistione di diverse tradizioni, e si può affermare che il contributo maggiore arriva proprio dai Saturnali romani, soprattutto se ci soffermiamo a riflettere sulle similitudini con le usanze natalizie dei giorni nostri.
A Natale la società si ferma (certo, un discorso a parte lo meriterebbe il tema del consumismo...) ci si riunisce per festeggiare in famiglia e scambiarsi i doni, riscoprendo una nuova generosità.
Il Natale cristiano in particolare onora un evento speciale, la nascita di Gesù Cristo, colui che porterà la luce in un mondo oscuro, colui che dovrebbe segnare una nuova era di pace e fratellanza.
Ho spesso ricordato nei miei articoli che le usanze religiose pagane hanno avuto notevole influenza sulle celebrazioni cristiane.
Il caso dei Saturnali è emblematico, perché ha condizionato in modo sostanziale le norme cristiane. 
La necessaria convivenza armonica tra la cultura pagana e il cristianesimo portò alla decisione di spostare la data della nascita di Cristo dai primi di gennaio al 25 dicembre, per farlo combaciare con la celebrazione romana del Sol Invictus. 
Le due celebrazioni vivranno una a fianco all'altra per molti secoli, la loro sovrapposizione non fu immediata come si può erroneamente pensare.
La prima testimonianza della celebrazione del Natale il 25 dicembre come Dies Natalis Christi risalirebbe infatti solo alcuni secoli dopo la morte di Gesù.
Infatti è solo con il IV secolo dC che il calendario cristiano inizia a prendere forma, ciò avviene grazie all'influenza di due calendari: quello romano e quello ebraico.
L’influenza giudaica si percepisce soprattutto nella divisione della settimana in 7 giorni anziché i 10 del calendario greco, e nella ripresa del concetto di giorno in cui riposarsi. Il calendario cristiano porterà questo giorno dal sabato alla domenica, il giorno dedicato al Signore, in cui vige l’interdizione dal lavorare.
Dal calendario ebraico si riprende l’uso di una festa mobile, la Pasqua, con una data che varia a seconda dei cicli lunari, e la si affianca con le festività fisse già presenti nel calendario romano.
C’è quindi un’unione tra il calendario solare e quello lunare.
Il riposo domenicale e i criteri per fissare le date della Pasqua (la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera) furono decretati dal concilio di Nicea del 325 dC.
Dalla Pasqua dipenderà poi l’Ascensione, 40 giorni dopo, e la Pentecoste, 50 giorni dopo.
La Chiesa a questo punto decise che le date dedicate alla nascita di Gesù e ai principali santi e apostoli dovessero essere poste in giorni già dedicati ad altre feste e celebrazioni del calendario precristiano, conservando alcuni contenuti e significati.
Per questo come dicevamo venne scelto il 25 dicembre, giorno in cui si celebravano la nascita del dio Mitra e culmine delle feste per il Sole Invitto, come data della venuta di Gesù Bambino.
La nascita di Gesù viene associata a quella del Sole invincibile, questo accostamento fu possibile anche grazie ad alcuni richiami evangelici, ad esempio Giovanni 8, che recita: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre
Inoltre molte rappresentazioni di Gesù lo raffiguravano come un nuovo Apollo circondato da aureole di luce dorata, ne abbiamo alcuni esempi nelle catacombe cristiane di Roma.
Dunque le basi per il successo di questo accostamento erano già di per sé favorevoli.
Inoltrerò diversi teologi già affermavano che Gesù fosse nato il 25 dicembre.
Per avere una datazione ufficiale e comunemente accettata dalla società dell'epoca si dovrà attendere il 336 dC, informazione che troviamo nel Calendario Romano Filocaliano del 354. La presenza di questa data nel calendario fa presupporre che questa essa venisse festeggiata anche negli anni precedenti.
Un ruolo importante in questa sovrapposizione lo giocò senza dubbio la politica dell'imperatore Costantino, basta pensare all'editto di Milano (313 dC) firmato da lui e Licinio, chiamato anche editto di tolleranza, che permise la libertà della confessione cristiana e non solo, accostò volutamente la figura del Dio cristiano a quella del Dio sole, quasi senza fare particolari distinzioni tra le due.
Successivamente a questo accordo Costantino promosse con insistenza il culto del Dio dei cristiani ed emanò leggi chiaramente ispirate e a favore del al culto cattolico, influenzando inevitabilmente gli usi del popolo romano.
Da lì in poi, generazione dopo generazione, la celebrazione del Natale cristiano inizierà a sostituire nella cultura e nella religiosità popolare quella del Sol Invictus, in particolare con la'editto di Teodosio del 392 dC, con il quale saranno proibiti i culti pagani pubblici e privati sul territorio dell'impero.
Le tradizioni romane dei Saturnali furono comunque conservate ancora per tanti secoli nei territori più rurali e l'aristocrazia più fedele, l'evangelizzazione non toccò certi ambienti fino al V secolo, VIII secolo addirittura nei territori germanici.
Nonostante la cristianizzazione, spesso violenta, dell'Europa l'anima e le usanze dei Saturnali sono ancora visibili e celebrate ai giorni nostri, anche se con nomi e aspetti diversi.
Una radice che non è stata e non sarà mai estirpata del tutto.

martedì 23 novembre 2021

L'Avvento, un percorso nella luce.

L' Avvento è quel tempo liturgico che precede il Natale e ci prepara ad esso. 
Avvento deriva dal latino "adventus", "venuta".
Nella chiesa cattolica, luterana e anglicana l'avvento è attesa del Natale e quindi della nascita di Gesù Cristo (che in realtà non è nato in questo giorno ma ne parleremo più avanti), dura quattro settimane e segna l'inizio dell'anno liturgico.
Il tempo dell'Avvento inizia con il vespro della sera della prima domenica e finisce la era della Vigilia di Natale.
Nelle chiese orientali invece questo periodo è lungo 40 giorni, infatti viene chiamato anche quaresima natalizia.
Nei primi secoli del cristianesimo l’Avvento si celebrava partendo dal giorno di San Martino, l’11 novembre, e terminava il 6 gennaio.
In queste settimane si praticava il digiuno in alcuni giorno prestabiliti.
Papa Gregorio Magno fu il primo a modificare la celebrazione dell’Avvento, stabilendo che il tempo liturgico dovesse essere di quattro settimane, come già avveniva nella Francia di Carlo Magno.
Nonostante la decisione del Papa in molte nazioni la celebrazione dell’Avvento rimase di sei settimane.
Fu solo nel 1507 con Papa Pio V, spronato anche dalle decisioni prese anni prima dal Concilio di Trento, che venne stabilito come regola il tempo liturgico di quattro settimane.
La chiesa ortodossa invece ancora oggi celebra un Avvento di sei settimane.
L’Avvento è un periodo ricco di tradizioni antiche, come il pulire la casa in preparazione delle feste e iniziare ad addobbare gli ambienti, in particolare con lanterne e luci.
A riguardo, una delle tradizioni più conosciute e celebrate di questi giorni è indubbiamente l'accensione delle candele della corona dell'Avvento.
Ornamento circolare originario delle regioni teutoniche fin dal 1600, diventerà di uso comune solo alcuni secoli più tardi.
La corona è composta da rami di sempreverde che racchiudono quattro candele, solitamente l'usanza ne vorrebbe tre viola e una rosa, i colori dei paramenti dei sacerdoti durante l’Avvento, le quali vengono accese al ritmo di una ogni domenica per le quattro settimane precedenti al Natale.
L'accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre, nel cristianesimo è legata alla sempre più prossima venuta di Gesù Cristo.
C’è un preciso simbolismo anche nelle candele della corona dell’Avvento.
Esse hanno anche un nome, o meglio, ne hanno addirittura due, uno legato alla tradizione biblica e uno che potremmo definire laico.
È interessante questa scelta, che sembra voler lasciare integro quel filo che collega le celebrazioni pagane dell'inverno con il Natale.
Un legame indissolubile e che non va mai dimenticato.
La prima domenica si accende la candela del Profeta, è la candela della Speranza.
I profeti ci hanno annunciato l'arrivo di un uomo, un Messia, che cambierà il mondo, lo renderà migliore. Impossibile non riempire i cuori di speranza di fronte a tale rivelazione.
La seconda candela della corona dell’Avvento è detta "di Betlemme", è la candela della Pace.
Non a caso si accende dopo quella della Speranza, perché come si può portare la pace nel mondo se non iniziando a sperare che esso possa cambiare, che l'umanità possa cambiare? 
E il cambiamento deve iniziare prima di tutto da noi, dal nostro atteggiamento.
Terza domenica d’Avvento, la Speranza si trasforma in una nuova emozione calda e avvolgente, si accende la candela della Gioia.
È detta anche candela "dei Pastori", coloro che appunto con estrema letizia testimoniarono la venuta del Messia. È felicità nella sua forma più luminosa. 
La quarta e ultima domenica d’Avvento si conclude con la progressiva accensione di queste candele, immagine della battaglia del Sole contro le Tenebre, e con l’ultima candela, quella dell’Amore o "degli angeli", possiamo celebrare la vittoria della Luce in tutto il suo splendore. 
Perché in fondo Natale nella sua essenza più pura non è altro che amore.

martedì 2 novembre 2021

Dias de los muertos, il colorato ricordo dei morti del Latino America.

In questi giorni in Messico e in alcuni paesi del Sudamerica si celebra lo Dias del Los Muertos.
Una tradizione simile all’europea Samhain che ha antichissime origini legate alla cultura precolombiana.
Il ​Día de Muertos era celebrato dagli Aztechi e dai Toltechi, i quali consideravano il lutto come una mancanza di rispetto per il defunto. Per queste civiltà l’inizio e la fine dell’esistenza erano strettamente legate.
La morte è parte della vita, un passaggio inevitabile del ciclo dell'esistenza, e la vita stessa infatti ci conduce alla morte che è allo stesso tempo il suo contrario e il suo compimento.
Questa festa era in origine dedicata alla divinità ​Mictecacihuatl​, la dea del regno dei morti, il Mictlan.
In questi giorni gli spiriti dei defunti tornano a visitare le rispettive famiglie, le quali hanno preparato per loro altari adornati con candele, teschi colorati e fiori. 
Per gli spiriti vengono lasciati cibo e ricordi come fotografie o oggetti appartenuti ai defunti, affinché possano sfamarsi e vivere nella memoria dei posteri.
Questa usanza si chiama ofrenda, questi altari sono considerati dei passaggi tra io mondo dei vivi e quello dei morti, li troviamo nelle case, nei cimiteri e nelle piazze.
Nel XVI secolo, con l'arrivo dei conquistadores, succede ciò che è successo a Samhain in Europa con l'arrivo del cristianesimo.
Gli spagnoli integrano e trasformano questa celebrazione facendola combaciare con la ricorrenza cattolica del giorno dei morti.
Lo Dia de los muertos quindi assume una nuova importanza nella appena nata cultura latina che si sta storicamente costruendo dopo l'arrivo degli europei.
Se cambiano le divinità la sua forma rimane però immutata, infatti anche con il graduale passaggio al cristianesimo si continua ad allestire le coloratissime ofrendas.
Il teschio è indubbiamente il simbolo più conosciuto, amato e riprodotto, anche grazie alla Catrina, la maschera, nata attorno al 1910, che raffigura una donna col volto dipinto di bianco, ad emulare il teschio, vestita con fiori e colorati abiti da nobildonna europea.
Il ​Día de Muertos ​è riconosciuto come patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco, e ai giorni nostri viene celebrato anche dai media, grazie a film di successo, basta pensare a "Coco" della Pixar, e al ritorno dell'interesse per la cultura messicana innescato dalla riscoperta del personaggio di Frida Kahlo.


sabato 30 ottobre 2021

Il Nord Italia celebra Samhain.


Giungiamo oggi nel Nord Italia, dove le nostre montagne racchiudono meravigliose tradizioni.
In Friuli Venezia Giulia i morti tornano in visita accompagnati dai rintocchi delle campane, e sono distinguibili dai vivi perché sulle loro braccia brucia una flebile fiammella, oppure stringono tra le mani una piccola candela, la candeleta.
Guai a disturbare la loro processione.
Una leggenda friulana narra che gli spiriti vaghino sulla terra, e chi dovesse incontrarne uno in una chiesa durante la notte morirebbe al sorgere del sole.
Pare che chi è nato nei primi giorni di novembre riesca a percepire il lamento dei morti.
Nelle case si apparecchiano le tavole con castagne lessate, del buon vino novello, pannocchie di granturco, pane appena sfornato, polenta.
Si intagliano zucche dalle fattezze di teschio e vi si mette un lumino all'interno, esse vengono lasciate sulle finestre per guidare il cammino dei morti 
Qui l'usanza di recarsi di casa in casa a offrire preghiere per i morti in cambio di cibo si ripete anche a Natale e Carnevale.
Ai questuanti, soprattutto donne, veniva dato il kròstin, il pane dei morti.
Arriviamo in Liguria, dove si fanno grandi pulizie per accogliere i morti in visita.
I morti lasciano il cimitero in processione, due a due, vestiti con cappa e cappuccio nero, e si recano nelle loro case d'origine.
Qui trovano un lauto banchetto ad accoglierli: fagioli con le erbette, zuppe di cipolla, ceci, fave secche e dolci di mandorle.
Le chiese in questi giorni aprono le cripte al pubblico, e mettono in bella mostra scheletri e teschi.
Ai bambini questuanti si regalano castagne bollite e pane dolce.
In Veneto si intagliano le zucche per trasformarle in lanterne da lasciare alle finestre, in modo che gli spiriti usciti dalle tombe possano ritrovare la via del cimitero.
Anche qui i morti infatti ritornano a casa e per loro si preparano molte leccornie come focacce rustiche, il pane dei morti,la polenta con i fagioli e un bicchiere di buon vino.
Si abbrustoliscono i semi di zucca sul focolare, e si lasciano le bucce delle fave sotto al tavolo, un particolare omaggio agli spiriti.
Un dolce tipico sono le ossa dei morti, pasticcini di zucchero e mandorle tritate.
La sera del 2 novembre non si esce, ci si ritrova in casa a mangiare le caldarroste.
Molto suggestive sono le tradizioni della laguna veneta.
A Venezia guai a uscire la notte, o terribili braccia scheletriche vi porteranno via con loro.
Nei comuni come Caorle, Burano e Chioggia i pescatori non si avventuravano in mare, i morti annegati avrebbero certamente cercato di salire sulle loro barche, facendole rovesciare.
Nelle zone montane invece si deve fare attenzione a un cane nero da caccia, la cazza beatric, mandato dal diavolo per cibarsi degli esseri umani che incautamente si avventuravano fuori casa durante la notte.
I parroci iniziavano già alcuni giorni prima del primo novembre a raccimolare offerte per la recita del rosario per i defunti.
E anche in Veneto i bambini andavano di casa in casa chiedendo cibo in cambio di preghiere.
In Valle D’Aosta e Piemonte la festa dei morti è molto vicina nelle tradizioni a quello che era il capodanno celtico.
Una delle motivazioni era che in questi giorni scadevano i contratti agricoli, e per ogni famiglia quindi si trattava di un possibile nuovo inizio.
Anche qui si apparecchia una tavola per i defunti con i loro piatti preferiti affinchè possano ristorarsi, dopo cena si va alla messa al cimitero, lasciando gli spiriti liberi di mangiare in tranquillità e di predire il futuro dei loro cari, che ahimè non sono lì ad ascoltare.
Guai mettersi a spiare i loro discorsi, pena dispetti e addirittura la morte.
Dato che i morti vagano per le strade in quelle notti si deve restare in casa per non disturbarli. Infatti in molte zone ritornano tra i vivi gli spiriti dei morti trucidati, i quali possono essere molto pericolosi in quanto ancora infuriati per la loro fine cruenta.
In questi giorni si donano pietanze alle famiglie più povere, sempre chiedendo in cambio preghiere per i propri cari
In molti comuni durante la notte passa per le strade il campanaio gridando “Svegliatevi genti, e pregate per le anime dei trapassati!”.
Si accendono dei falò in alcune zone e i giovani vi si radunano per mangiare insieme le castagne abbrustolite.
Dolcetto o scherzetto anche in queste regioni, infatti i bambini vanno di casa in casa a chiedere qualche prelibatezza in cambio delle loro preghiere.
In Piemonte l’arrivo dei morti è circondato da un timore reverenziale, stimolato anche da leggende truculente, che viene esorcizzato intagliando delle zucche con visi mostruosi.
In Lombardia i riti di accoglienza prevedono nuovamente il lasciare una tavola imbandita per i morti.
Un alimento particolare sono i ceci, è tradizione cucinarli in questi giorni, una ricetta è la supar coi sisar, ovvero la zuppa di ceci e cotiche.
Nelle zone alpine è raccomandato di lasciare sempre dell’acqua per i defunti.
Tradizione peculiare è quella della zucca di vino.
La zucca viene svuotata e riempita di vino e la si lascia la sera vicino al focolare. Al mattino la zucca dovrebbe essere vuota, in quanto i defunti hanno bevuto a sazietà.
Nelle ore della cena si deve restare in casa, per poi uscire a mezzanotte per la messa.
La mattina le massaie si alzano prima dell’alba, in modo da lasciare per qualche ora il loro letto per gli spiriti stanchi.
E’ bene lasciare sempre il focolare acceso in questi giorni, per riscaldare i defunti in visita.
Un piatto tipico lombardo è la supa dei morti, un piatto composto da costine di maiaie, fagioli, cotenna e burro, tutto accompagnato da crostini di pane.
In alcune zone si prepara il salame cotto nella verza.
Non mancano i dolcetti, come le delizie dei santi, delisie di sancc, un dolce fatto con purea di castagne, cioccolato, vaniglia e zucchero, oppure i pa’ di mòrc, pane dei morti, preparato con mandorle, scorzette di limone e rosolio.
La città di Milano ha una propria ricetta del pane dei morti, il dolce tipico della festa, si usano infatti mandorle, arance candite, pinoli e cedro. 
Nel mantovano il pane dei morti viene impastato a forma di teschietti ed è chiamato òs di mort, osso dei morti.
Anche in Lombardia è tradizione fare la questua per richiedere le preghiere in suffragio dei morti. Per i poveri si preparavano pentoloni di minestra d’orzo e pane, da elargire a chi recitava il rosario.
Il nostro viaggio si conclude arrivando nel mio Trentino.
Qui è tradizione visitare le tombe dei defunti al cimitero, si portano loro fiori e candele, e una volta tornati a casa si mangiano le castagne accompagnate con il primo vino rosso dell’anno, assicurandosi di lasciare qualcosa per nostri antenati defunti.
In Trentino si attende il ritorno dei morti con molto rispetto.
La sera del primo novembre le campane risuonano fino a mezzanotte, con rintocchi intervallati, per destare gli spiriti e accompagnarli in processione.
Far compagnia ai morti, così si dice. E i campanari si danno il turno, bevendo vino o un po' di carampampoli, una bevanda zuccherata di caffè e liquore, per scaldarsi.
Nel comune di Roncegno questa usanza è detta delle cùbie, le campane venivano fatte suonare almeno un'ora per sonàr fora i morti, ovvero svegliare con il suono delle campane le anime dei defunti. Ringrazio la mia amica Marta per avermi raccontato di questa tradizione.
I defunti raggiungono le case dei loro familiari, e qui possono trovare la tavola imbandita con zuppa d'orzo, rape, patate.
In alcuni comuni in provincia di Trento si creano dei lumini utilizzando i gusci delle lumache, ed essi vengono poi fissati con la calce sui muretti, e accesi per rischiarare la via dei fedeli di ritorno dalla messa.
Gli spiriti di persone morte per omicidio o in modo cruento sono solite tornare nel luogo in cui è avvenuto il loro decesso per apparire ad ignari viandanti.
In molte vallate è uso lasciare un catino di acqua a disposizione degli spiriti, e un giaciglio pulito e comodo in caso volessero dormire.
In Alto Adige si cucina una farinata, detta mosa, cosparsa di semi di papavero e miele.
Il miele con la sua dolcezza dovrebbe ricordare si defunti i bei momenti vissuti in famiglia.
La mia regione è ricca di leggende sulle streghe, un giorno ve ne parlerò, e in questa notte di Samhain esse si riuniscono in luoghi segreti.
Nei piccoli cimiteri delle vallate i morti si ritrovano dopo il pasto consumato a casa dei familiari per cantare insieme canzoni della messa o canti religiosi.
Dopo la messa per i defunti al cimitero i bimbi potevano recarsi dai vicini di casa per racimolare qualcosa, di solito frutti di stagione, in cambio della recita del rosario in suffragio dei morti.
Una pietanza tipica di questo momento è il chicciol, un pane infornato appositamente per essere usato durante le questue. 
In Alto Adige invece questo pane è detto pitschele ed è spesso fatto con farina di segale. Mia nonna, che era di Salorno, lo chiamava infatti così.
Le tradizioni di queste regioni, terre di passaggio e di confine tra il resto dell'Italia e l'Europa, come abbiamo visto sono spesso simili tra loro e richiamano quelle di altri Paesi.
È il filo rosso di cui ho parlato in molti miei articoli, questa vicinanza di usanze che rende Samhain una festa europea e nostrana, con tutte le sue bellissime e varie sfaccettature.

giovedì 28 ottobre 2021

Samhain in Italia, viaggio nelle nostre regioni centrali.


Continuiamo il nostro viaggio, e camminando camminando arriviamo nel Centro Italia.
Re delle tavole di queste regioni è senza dubbio il castagnaccio, preparato in modo diverso a seconda delle zone. La castagna dopotutto è un frutto autunnale che possiede una ricca simbologia legata al mondo dei morti.
In Emilia Romagna nei giorni dei morti avvenivano i traslochi rurali a causa della scadenza dei contratti agricoli, per questo le giornate erano vissute con molta solennità.
I riti di accoglienza dei defunti prevedevano il lasciare cibi e bevande per gli spiriti affamati. Si sparecchiava degli avanzi della cena e si apparecchiava nuovamente la tavola. Il fuoco domestico doveva essere lasciato acceso per permettere agli spiriti di riscaldarsi.
Di buon mattino il 2 novembre si usciva di casa, per lasciare che gli spiriti potessero entrare, mangiare e dormire in quelli che furono i loro letti.
Piatti tipici di questi giorni sono le fave dei morti, la tibùia che è una torta di sfoglia farcita di formaggio ed è di origine ebraica, inoltre si preparava il sanguinaccio, dolce di cioccolato e sangue di maiale. 
Le castagne qui vengono bollite con i semi di finocchio, dando vita a un piatto chiamato 
plon.
Le pere bollite insieme alle castagne andavano a formare un altro piatto, le balitt e per bianchètt.
Nel ferrarese si prepara il cuscino dei morti, cussin d’i mort, si tratta di una piccola scatola colma di terra in cui si piantavano dei semi. Questo piccolo sememzaio andava preparato alcune settimane prima dei giorni dei morti, così da dare al tempo alle piante di germogliare e diventare un morbido cuscino da portare sulle tombe per gli spiriti.
Anche in Emilia Romagna i bambini si recano di casa in casa per le questue, promettono preghiere per i defunti in cambio di dolcetti e frutta secca.
Per le famiglie più povere era l’occasione per sfamare i propri figli, questa usanza era infatti detta anche a la fasulera, proprio perché spesso i questuanti erano ricompensati con una minestra di fagioli.
Intagliare le zucche è tradizione antica in molti comuni emiliani e romagnoli, queste lanterne venivano poi lasciate sulle finestre o infilzate su un bastone, da portare in processione.
Veniamo all’Umbria, dove si cucinano dei dolci alle mandorle che vengono chiamati “fave dei morti” per la loro forma.
Anche qui i morti tornano a visitare la casa natìa, e quindi bisogna accoglierli nel modo più appropriato.
Si lasciano dolci e bevande sul tavolo, e si accendono i focolari per rischiarare la via e riscaldare le anime in visita.
Nel Lazio si mantiene il legame con i propri cari estinti consumando dei pasti frugali accanto alle loro tombe, o nelle vicinanze dei cimiteri.
Nella nostra capitale era facile imbattersi in rappresentazioni piuttosto macabre all’ingresso dei cimiteri. Drappi neri, quadri che ritraevano le anime dannate bruciare tra le fiamme dell’inferno, a volte venivano esposti veri cadaveri.
Anche nel Lazio la questua era un momento importante di queste giornate, dove i bambini offrivano le loro preghiere in cambio di qualcosa da mangiare.
Anche nelle Marche si cercava di instillare un sacro timore della morte esponendo nei cimiteri ossa umane, una sorta di memento mori molto vivido.
Si cucinavano minestroni di fave da elargire alle famiglie di questuanti, oppure si abbrustolivano le castagne zuccherate o bagnate dal liquore.
Le campane marchigiane risuonavano più volte al giorno.
In Toscana si credeva che gli spiriti in visita nella notte di Samhain potessero favorire la prosperità dei raccolti dell'anno successivo, per questo si preparavano dolciumi da donare loro sulle tavole imbandite e si imbastivano morbidi giacigli per far riposare i defunti in visita.
Infatti in Toscana i morti tornavano sulla terra facendo lunghe processioni dette andade.
In alcuni comuni si organizzano delle aste di beneficenza, dove la popolazione mette in vendita vino, pollame, torte, e il ricavato viene consegnato al parroco che reciterà delle preghiere in suffragio delle anime del Purgatorio.
Era un periodo in cui ci si dedicava anche alla beneficenza, spesso per i bambini orfani, che si recavano di casa in casa a chiedere qualche offerta. Sui loro vestiti veniva cucita una larga tasca per invogliare la gente a donare.
Giungiamo infine in Abruzzo e Molise.
Nel territorio abruzzese le famiglie abbienti preparavano un lauto banchetto per i morti. Ciò che avanzava la mattina successiva era donato ai poveri, ovviamente in cambio di preghiere per i cari defunti.
E’ importante lasciare sempre i lumi e i fuochi accesi, essi sono guida e ristoro per le anime.
Guai a spegnere le lanterne, ci si troverebbe a diventare morto tra i morti.
E’ possibile spiare i morti, con qualche accortezza. Mettendo un setaccio davanti agli occhi si può vedere la processione delle anime, avvolte in candide lenzuola.
Nel pescarese esiste la tradizione delle anime de le morte, dove si svuotano le zucche e le si usano come cestini per la questua dei bambini.
In Molise si preparano calzette piene di dolciumi per i bambini, si diceva loro che erano doni dei morti.
Il centro Italia presenta dunque tante tradizioni simili, che abbiamo trovato anche nel Sud Italia. 
Possiamo affermare con sempre più certezza che esiste una radice comune italica di questa antica festa.