martedì 12 dicembre 2023

La luce che rischiara l'inverno.


Le donne legate alla tradizione religiosa sono spesso un tesoro nascosto di cui la teologia ufficiale parla raramente, o in modo superficiale, spesso in favore dei loro "colleghi" maschi, non evidenziando il vero ruolo che sono chiamate a ricoprire. 
Lo abbiamo visto con Maria di Nazareth nei miei precedenti articoli, e anche
Lucia da Siracusa ne è un fulgido esempio.
Il 13 dicembre le chiese cristiane ricordano questa santa, martirizzata durante il regno di Diocleziano.
La sua agiografia è nota: nata in una ricca famiglia siciliana scelse di consacrare la sua vita a Cristo, e di donare ogni suo avere ai più poveri. 
Pare che si recasse di nascosto nelle catacombe a portare viveri e aiuti ai cristiani lì nascosti, essendo una donna nobile sapeva di godere di certi privilegi, quali il non essere controllata e perquisita.
Questa sua generosità era malvista, soprattutto dai numerosi pretendenti di Lucia che bramavano sposarla e non approvavano che lei scialacquasse la sua dote.
Lucia venne denunciata proprio da uno di loro, rifiutato per l’ennesima volta, e condotta in tribunale, dove nonostante le minacce e le torture rifiutò di rinnegare la sua fede. 
La leggenda popolare tramanda che le furono strappati gli occhi, infatti l'iconografia spesso la ritrae con un piattino su cui poggiano i suoi bulbi oculari, ma è probabile che si tratti di un'interpretazione errata legata alla sua simbologia. 
Fu decapitata nel 304 dC.
Da allora i siracusani venerano la santa, e la celebrano con processioni e riti.
La storia di Lucia, complice anche la trafugazione del suo corpo che è tornato a Siracusa solo nel 2014, è arrivata a toccare tutta la penisola, e quindi la santa viene celebrata e amata in tutte le regioni d’Italia.
Il 13 dicembre (ma in alcune zone d’Italia arriva già il 12) Santa Lucia porta dolci e regali ai bambini.
È comune nelle case lasciare la sera un piattino con qualcosa da mangiare per la santa, qui a Trento ad esempio usa lasciare sale e farina per la polenta.
In altre regioni si lascia del caffè, del vino, dei biscotti, delle arance e anche del fieno per l’asinello.
In Trentino ancora oggi è molto viva una bellissima tradizione popolare, la Strozegada o Stròzzega.
I bambini costruiscono delle strozeghe, ovvero dei fili a cui vengono attaccati dei barattoli di metallo. 
Le strozeghe vengono trascinate dai bambini in giro per le strade, il loro rumore serve per aiutare Santa Lucia, che secondo la leggenda venne resa cieca dal martirio subíto dai Romani, a trovare i piccoli per poter regalare loro i consueti dolcetti.
Molti paesi del Trentino organizzano in questi giorni una vera e propria sfilata a cui possono partecipare grandi e piccini, che si conclude con la distribuzione di dolci e cioccolata calda all fine del percorso.
Lucia è molto amata anche in Svezia, dove viene celebrata con molta solennità.
Le bambine di ogni famiglia si vestono di bianco, la figlia maggiore indossa anche una corona di candele, i bambini portano sul capo cappelli di paglia e reggono bastoni ricoperti di stelline.
Dopo la processione ci si ferma a mangiare dolcetti in onore della santa.
Lucia, una donna amata e celebrata dal Grande Nord alla Sicilia. 
Ma il ruolo di Lucia non si può e non si deve ridurre a colei che porta dolcetti ai bimbi buoni.
Da adulta, quando la conoscenza si fa strada nello stupore infantile, ho pensato a lungo a lei, a questa santa che mi porta i dolcetti fin da quando ero bambina.
Questa figura femminile, che viene relegata in una nicchia del periodo natalizio, è in realtà molto più importante di quanto sembri.
Questo perché la sua figura, che ora ha connotati dettati dalla cristianità, trova le sue origini nelle tradizioni del solstizio invernale.
Lucia è Lussi, colei che nella tradizione nordica illumina le notti fredde e oscure di Yule, è madre e regina degli spiriti, che la seguono in processione.
In lei rivediamo, Diana, Freya, Cerere. Perché tutti è collegato, ogni figura nasce, muore e rivive nelle sue sorelle di altre tradizioni.
Lussi vigilava sui preparativi della celebrazione del solstizio, controllava che ogni famiglia potesse accendere i fuochi e che se ne ricordasse in tempo.
Lo faceva a volte anche combattendo gli spiriti malvagi, pronta a sacrificare se stessa per un bene più alto, la sicurezza di coloro che celebravano il Grande Inverno.
Una vera portatrice di luce.
Anche Lucia nella tradizione cristiana riceve questo epiteto in quanto guida delle anime nei periodi più oscuri.
Quando i missionari arrivarono in Scandinavia, intorno all'anno 1000, notarono subito l'affetto e il rispetto per questa figura, che operava proprio nei giorni in cui il calendario cristiano ricordava santa Lucia, e aveva con lei una simbologia comune.
Come era accaduto per altre celebrazioni i cristiani integrarono l'agiografia della santa, ancora molto abbozzata, con le peculiarità della signora dell'Inverno scandinava.
Per questo tutt'oggi la celebrazione del 13 dicembre nel Grande Nord vede queste due figure accostate, quasi sovrapposte.
Prima della Santa c’è la Signora del solstizio, prima della dea c'è sempre una donna. Una donna che è soggetto della sua storia.
Ci porta in dono la luce, la conoscenza, il coraggio.
Lucia, Lussi, vestita di bianco, con la sua corona di candele è la luce della vita contro l’oscurità più buia, è il coraggio di sacrificare ogni cosa per ciò in cui crediamo, in nome di qualcosa più grande di noi.
Anche la tradizione della Stròzzega di cui parlavo prima affonda le sue radici nel paganesimo e nelle celebrazioni di Yule: parlavamo di Lussi, la Signora dell'inverno, che veglia sui popoli nordici durante il Soltizio. Le creature fatate a lei devote spaventavano gli spiriti maligni usando delle catene a cui erano agganciati dei campanacci e padelle di ferro e rame. 
Col tempo il cristianesimo ha ripreso questa celebrazione modificando il suo essere, non si usano più le strozeghe per spaventare, ma per accogliere chi si è perduto nel buio della notte invernale.
Lucia, con gli occhi chiusi ma le braccia aperte verso chi ha davvero bisogno della sua luce.


martedì 5 dicembre 2023

Se no tu sarâs bon, ti cjape il Krampus.

Il titolo di questo post è un detto in lingua friulana.
Se non farai il bravo, il Krampus ti porterà via.
La notte tra il 5 e il 6 dicembre, nei paesi nordici, nelle terre germaniche e nelle regioni alpine italiane come il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia si festeggia l'arrivo di San Nicola.
Precursore del più noto Babbo Natale, Nicola porta doni ai bambini buoni.
E a quelli cattivi?
Carbone, e tanta paura. 
Sì perché insieme al santo giungono anche dei demoni spaventosi chiamati Krampus.
Il nome di queste creature deriva dal tedesco e significa "morto, in decomposizione" ma anche "artiglio".
I demoni, dal viso sporco e terrificante, vestiti di pellicce logore e armati di catene, girano per le strade alla ricerca di bambini cattivi da frustare e, a volte, da rapire. 
Il Krampus cerca in particolare quei bambini che durante l'anno sono stati monelli, e una volta catturati li getta nel kraxn, il grande cesto che porta sulle spalle. 
La loro leggenda narra che un diavolo, a dicembre, si fosse camuffato e intrufolato in una banda di giovani ladri per derubare le persone delle provviste dei poveri cristiani. I ragazzi lo riconobbero a causa dei suoi piedi caprini, così venne chiamato San Nicola affinché lo esorcizzasse. 
In realtà l'origine di queste creature è ben più antica, si parla di questi demoni già in epoca precristiana, come i troll ladruncoli di Yule e la loro mamma Grýla, dalla tradizione islandese, una famiglia di orchi che rapiscono e mangiano i bambini che non si sono comportati bene durante l'anno.
La presenza di San Nicola denota l'usuale contaminazione tra il paganesimo e le tradizioni cristiane successive. 
Il Santo è protagonista di diverse leggende in cui si trova a fronteggiare demoni e creature malvage, scontri da cui ne esce sempre vincitore. 
A seconda delle zone geografiche il Krampus assume identità ed aspetti diversi.
In Francia troviamo la figura del Frate Fustigatore, Pere Fouettard, fouet in francese significa appunto “frusta”, ridotto in schiavitù da San Nicola per reo di aver macellato dei ragazzini. 
Pere Fouettard è raffigurato come un uomo dalla barba scura e inspioda, vestito con un lungo mantello nero con cappuccio, che ha l’abitudine di girare con delle catene e un grosso sacco di iuta dove imprigiona i bimbi cattivi.
In Svizzera possiamo vedere sfilare i Silversterklause.
Ci sono quelli belli, gli Schone, che hanno occhi buoni e guance rosse, mentre quelli brutti, i Wueschti, sono vestiti con rami, cortecce, ossa e pelli di animali.
Tutti i Klause vanno di casa in casa a intonare dei canti. 
In Germania invece si aggira un monaco, Ruprecht il servo, vestito con una tunica sporca e dalla lunga barba incolta, che frusta i bambini disobbedienti.
Una figura particolare è Pietro il nero, tipico dei Paesi bassi. Si tratta di un servo moresco, originario della Spagna, che regala dolcetti ai bambini, ma se questi non si comportano bene lui li rapisce e li porta in esilio nel suo Paese.
La sua figura è uno spauracchio dell'inquisizione spagnola che tanto aveva terrorizzato quei territori nei secoli passati.
Altre leggende dicono che Pietro il nero sarebbe in realtà uno spazzacamino italiano, nero per via della fuliggine.
Io vivo in Trentino, e in queste terre come ho scritto all'inizio i Krampus sono molto conosciuti.
E temuti.
Tante generazioni di bambini, me compresa, hanno partecipato alla sfilata di San Nicola, e tutti si sono nascosti dietro ai cappotti di mamma e papà per non farsi vedere dai terribili diavoli e per sfuggire alle loro catene. 
Ancora oggi si sconsiglia di togliere la maschera ad un krampus, non solo questo gesto porta sfortuna, ma in fondo non si può mai sapere chi si nasconda davvero dietro a quel volto spaventatoso...un uomo travestito...o forse il diavolo in persona? 


domenica 8 ottobre 2023

Cosa resterà di quest...o Halloween?


Molti elementi di Samhain sono giunti fino a noi, modificati dallo scorrere del tempo e dal susseguirsi dei cambiamenti culturali e religiosi.

Il fuoco, che simboleggia la luce che rischiara la tenebra, è il calore che rigenera prima e dopo il gelo.

Durante Samhain il fuoco gioca un ruolo importante.

Al tramonto del 31 ottobre venivano accesi dei fuochi sacri, solitamente in luoghi dal profondo valore spirituale.

Questi falò dovevano ardere tutta la notte e venivano infatti vegliati, attorno ad essi si celebravano i riti della fine dell'anno per propiziare quello in arrivo.

Nello stesso momento tutti gli altri fuochi domestici venivano spenti, ad eccezione delle classiche lanterne di Samhain, rape e cipolle intagliate, che avevano il compito di proteggere gli abitanti delle case durante questa notte e di rischiarare la via per gli spiriti.

Il giorno dopo ogni famiglia accendeva un nuovo fuoco domestico prendendo le fiamme dal falò sacro.

Questo fuoco era il simbolo luminoso della speranza di una nuova prosperità per l'anno appena iniziato.

Una tradizione che è stata tramandata ad esempio con l’accensione di lumi per i defunti.

Dalla luce dei falò a quella nelle lanterne, la rapa intagliata di jack O’Lantern, usate per rischiarare la via durante le celebrazioni, e lasciate a protezione della casa sulle verande, sugli usci. Erano anche un aiuto per gli spiriti, che trovavano così più facilmente la via perduta.

Samhain aveva dei colori privilegiati sugli altari, le diverse tonalità dell'arancione, del marrone e il nero, che hanno un significato ben preciso.

Il primo simboleggia il raccolto mietuto nelle sue ultime fasi proprio in questi mesi, il secondo la terra custode dei semi e dei morti, il terzo è la fine dell’estate, le giornate che diventano più buie.

Inoltre questi colori sono cromaticamente in contrasto, il luminoso arancione accanto a marrone e nero, sfumature più cupe, vicini per ricordarci l’equilibrio tra luce e oscurità che da sempre permette la rinascita.

Era facile ritrovare in natura questi colori tipici dell'autunno.

Tutti conosciamo, soprattutto grazie al cinema e alla letteratura, l’espressione 

“Dolcetto o scherzetto?”

O meglio “Trick or Treat”, trabocchetto o trattiamo?

La celebre espressione usata ogni anni dai bambini mascherati ad Halloween ha origini molto antiche.

Le popolazioni europee lasciavano del cibo in tavola e sulle tombe per i propri cari defunti, ciò veniva fatto anche per onorare gli spiriti che varcavano i confini dell’aldilà per vagare una sola notte di nuovo sulla terra.

E così si lasciavano offerte mangerecce lasciate fuori dalla porta la notte di Samhain, un tributo per gli spiriti affamati, i quali, rifocillati, non avrebbero fatto dispetti ai vivi.

Una forma di rispetto ma anche di protezione.

I Cristiani ripresero questa usanza di Samhain, e nella notte di Ognissanti vagavano di casa in casa, elemosinando cibo in cambio di preghiere per le anime dei defunti in Purgatorio, grazie alle quali avrebbero raggiunto più velocemente il Paradiso.

Il cibo è un elemento molto importante anche nelle tradizioni italiane legate a queste celebrazioni.

Dicevamo che la notte di Samhain, il 31 ottobre, il confine tra il mondo dei morti e quello dei vivi diventa più labile, tanto che gli spettri possono tornare sulla Terra a farci visita.

Insieme agli spiriti innocui purtroppo giungono a noi anche creature malevole, che vogliono portarci con loro negli Inferi.

Per questo le popolazioni pagane usavano mascherarsi la notte di Samhain, per confondere i morti nella loro ricerca di anime da rapire.

Col tempo questa precauzione è diventata un gioco dei bambini, ma ormai che degli adulti, quello di travestirsi.

L’Halloween che conosciamo oggi è frutto di una nuova era, di un lungo viaggio.

Samhain arriverà negli Stati Uniti esportato dagli immigrati anglosassoni e irlandesi, che mantennero vive le loro tradizioni all'interno delle nuove comunità.

Col tempo questa festa è stata assorbita nella nuova cultura americana che si stava via via formando, per poi diventare una celebrazione di tutto il popolo americano indipendentemente dalla cultura di origine.

I tratti distintivi di Samhain restano, cambia però la loro fisionomia.

Samhain diventa Halloween, “All hallows eve”.

Per fare le lanterne da esporre alle finestre, al posto di cipolle e rape, si intaglia un nuovo ortaggio originario del Nuovo Continente, la bellissima zucca.

Il travestimento che i Celti usavano per ingannare gli spiriti diventa un gioco per i più piccini e un divertimento per gli adulti.

Fantasmi, vampiri e streghe, e poi i personaggi più amati dei film e dei cartoni animati.

Il preparare e offrire cibo per gli antenati defunti diventa col tempo un passatempo simpatico, "dolcetto o scherzetto?", dove i bambini si recano di casa in casa a racimolare un prezioso bottino di caramelle.

Agli inizi del 1900 Halloween diventa una festa glamour che merita di essere inserita nel calendario statunitense.

Con l'avvento delle guerre mondiali Halloween si trasforma in una notte dove si può dimenticare la paura e trasgredire, non solo mangiando ma anche sfogandosi in qualche scherzo al limite del vandalismo.

In Italia le prime feste di Halloween con tutti i crismi si celebreranno solo dagli anni '80, ma le celebrazioni tradizionali europee del mondo contadino non hanno mai smesso di essere seguite e sono giunte fino a noi, ma me parlerò in un altro articolo.

Cambiano i tempi dunque, cambia l’aspetto, ma l’anima di Samhain resta invariata. Una festa in cui due mondi si intrecciano, due stagioni si avvicendano, il tutto con estrema naturalezza.


martedì 25 luglio 2023

Buio in sala: Russell Crowe nelle vesti di padre Gabriele Amorth è una piacevole sorpresa.


È da poco uscito su Prime video il film L'esorcista del Papa, diretto da Julius Avery con Russell Crowe nel ruolo di padre Gabriele Amorth.

Il celebre esorcista non ha bisogno di molte presentazioni, si è fatto conoscere dal pubblico grazie alle sue interviste televisive, sui giornali e grazie ai molti libri che ha scritto.

Gli era già stato dedicato un film documentario, Il diavolo e padre Amorth, diretto da William Friedkin, lo stesso regista de L'esorcista.

Quest'anno invece è appunto uscita una sorta di biopic ispirata alle memorie che Amorth ha raccolto nei suoi libri, in particolare Un esorcista racconta e Nuovi racconti di un esorcista.

Un film che potrebbe riaccendere l'interesse del pubblico su un argomento così oscuro come la possessione diabolica.

L'esorcista del Papa, ambientato alla fine degli anni '80, racconta delle prime indagini di padre Amorth, da poco nominato a capo degli esorcisti romani.

Il sacerdote viene inviato in Spagna per esorcizzare un bambino posseduto da un demone tenace che a quanto pare ha un particolare interesse proprio per padre Amorth.

Il film è un horror classico, non particolarmente splatter, e con qualche scena tragicomica, che questo genere cinematografico permette.

La pellicola si regge fondamentalmente sull'interpretazione di Russell Crowe, come sempre carismatico e ineccepibile, che indossa con rispetto e maestria i panni di padre Amorth, l'attore neozelandese si cimenta anche con la lingua italiana in molte scene con un certo successo.

Però alla chiesa cattolica il nuovo film di Russell Crowe non è piaciuto.

Non è piaciuto all'Associazione internazionale esorcisti, che ritiene che l'esorcismo del film sia stata rappresentato un maniera esagerata e "abnorme", e dalle pagine di Avvenire Roberto Zanini scrive 

"nel film su padre Amorth c'è tutto a parte padre Amorth".

E qui la vostra teologa dissente.

Con tutto il rispetto per l'associazione e il giornalista, in questo film padre Amorth c'è, e si vede.

Per capire la mia posizione dobbiamo ripercorrere velocemente la vita dell'esorcista.

Gabriele Amorth nasce a Modena nel 1925 in una famiglia profondamente cattolica.

La sua vocazione lo porta a chiedere di poter prendere i voti a 17 anni, ma essendo ancora troppo giovane viene respinto. 

Durante la guerra, giovanissimo, si unisce alla resistenza, precisamente nella Brigata Italia, di ispirazione cattolica, e finita la guerra sarà insignito della Croce al valor militare.

Successivamente si laurea in giurisprudenza e poi nel 1954 viene ordinato sacerdote.

Nel 1986 viene nominato esorcista per la diocesi di Roma e da allora ha dedicato la sua vita ad aiutare le persone che si trovavano a dover combattere contro il male e il Maligno.

Nel 1990 fonda l'Associazione internazionale degli esorcisti di cui sarà presidente fino agli anni duemila, per poi esserne membro onorario fino alla sua morte avvenuta nel 2016.

Il ruolo di padre Amorth fu quello di guida spirituale non solo per le persone realmente possedute, ma anche per coloro che vivevano un momento di sconforto spirituale.

Amorth ha collaborato inoltre con molti psichiatri e medici, consapevole che spesso la possessione è in realtà una malattia mentale più profonda.

Su questo vi consiglio un suo libro molto interessante, Esorcisti e Psichiatri.

Nel film di Avery viene citato proprio questo argomento, Padre Amorth spiega che il 98% delle possessioni in realtà richiede l'aiuto di un medico più che di un esorcista, ma che lui non si tira indietro nell'aiutare coloro che soffrono e credono di essere perseguitati dal maligno. 

Nel film viene inoltre ricordato il passato di padre Amorth come partigiano, un passato che comprensibilmente, da sopravvissuto, lo perseguita.

Un lavoro abbastanza accurato sulla personalità di Gabriele Amorth, eppure su Avvenire leggiamo: 

"Un Papa poco credibile, con la barba! (nel film è interpretato da un sempre ottimo Franco Nero, nda)...un effetto Codice da Vinci per insinuare il dubbio: chi è il vero nemico? Il diavolo o il potere ecclesiastico?" 

Ed ecco qui il centro della polemica.

Ciò che il film ci mostra senza mezzi termini è la fallibilità dell'uomo, che non risparmia neanche coloro che sono ordinati e molto devoti a Dio.

La mia teoria è che alla Chiesa non siano piaciute alcune posizioni un po' azzardate espresse nel film.

La pellicola ci regala due momenti in particolare che potrebbero aver infastidito la Santa Sede.


ATTENZIONE SPOILER!



La prima è il plot twist della storia, ovvero la scoperta che il diavolo ha posseduto per secoli importanti personalità della Chiesa, tra cui esorcisti, dando il via alla persecuzione delle streghe, degli eretici.

La Chiesa quindi avrebbe perpetrato tanto dolore e morte in nome del diavolo. 

La seconda è un velato riferimento al caso di Emanuela Orlandi.

Nel film padre Amorth non si perdona di non aver aiutato Rosaria, una ragazza malata di mente che credeva di essere posseduta dal diavolo e che in seguito si è suicidata. Il sacerdote scopre che la ragazza era vittima di ripetuti abusi da parte di persone interne alla Chiesa e fa capire che la ragazza viveva in Vaticano.

Ora non so se è un accostamento voluto o se l'ho interpretata io in questo modo, ma è stato per me inevitabile pensare al caso Orlandi.

Dopotutto lo stesso Gabriele Amorth aveva parlato della scomparsa della ragazza, ne avevo parlato in questo mio articolo tempo fa: 

https://teologiadaasporto.blogspot.com/2023/03/il-diavolo-in-vaticano-il-caso-emanuela.html?m=1


FINE SPOILER!


Per chi non vuole spoiler, diciamo che si parla di infiltrazioni pericolose in Vaticano e qualche riferimento a casi reali che mettono in imbarazzo la Chiesa cattolica.

Non stupisce quindi che la Santa Sede si sia schierata contro questo film in maniera così categorica, non tanto per la sua qualità (lì giudicherà singolarmente ogni spettatore) quanto per ciò che porta all'attenzione dello spettatore.

Siamo di nuovo di fronte a una Chiesa, come accadde con Il codice Da Vinci, incapace di distinguere tra finzione cinematografica e realtà, e soprattutto incapace di mettersi in discussione, trincerata come sempre dietro secolari mura invalicabili.

Una Chiesa che crede che un film possa improvvisamente trasformare il pubblico cristiano in un gruppo di atei irriducibili.

E invece che spiegare le proprie perplessità è più facile dire "questo film non rappresenta parte Amorth." e bollarlo come un "filmetto inutile ", come scrive Famiglia Cristiana.

Nel film viene volutamente fatto un riferimento all'inquisizione e al suo nome più moderno, Dicastero della dottrina della fede.

Dopo 500 anni siamo ancora qua.

Censura, epurazione, tutto in nome di una Chiesa che non sa affrontare i tempi e rimane ancorata al passato.

Si possono anche cambiare i nomi alle cose ma la sostanza sarà sempre la stessa.

Da un lato è vero che il film si prende molte libertà.

Russell Crowe non è certo il gemello neozelandese dell'esorcista, fisicamente sono molto diversi.

Nel film Amorth viaggia in motorino, "Vuoi mettere la gioia di circolare in lambretta avendo alle spalle San Pietro?" ha dichiarato l'attore, da sempre innamorato della città eterna.

Ma è molto improbabile che padre Amorth abbia percorso la strada Roma-Castiglia in motorino, l'idea però è simpatica, sopra le righe e funziona, come le famose scritte MARTINI nei bar è un chiaro omaggio straniero allo stereotipo italiano, che ci fa sorridere.

Anche gli esorcismi sono rappresentati in maniera teatrale, spettacolare, con demoni che si arrampicano sulle pareti e trasformano la fisicità delle persone.

Ma il senso di offesa dell'Associazione esorcisti è ridicolo, stiamo pur sempre parlando di un film horror, il cui pubblico si aspetta questo tipo di effetti speciali e omaggi ai classici del genere, come le teste che girano e posseduti che vomitano.

L'esorcista del Papa non ha le pretese di essere un trattato di demonologia né tantomeno una biografia precisa.

È un film horror che trae ispirazione dalla realtà, come è già accaduto in passato.

Ma nonostante tante libertà non si può dire che padre Amorth non sia presente.

Lui c'è.

È presente nell'umorismo che viene utilizzato in molte scene.

Amorth che fa "cucù!" alle suore, fa prender loro uno spavento facendole ridere.

In una scena Russell Crowe/Amorth chiede al giovane sacerdote spagnolo se conosce qualche battuta, perché "al diavolo non piace l'ironia".

Ed è vero, al diavolo non piace essere preso in giro, è permaloso, e padre Amorth per questo lo stuzzicava continuamente durante gli esorcismi.

Faceva la linguaccia, le pernacchie, lo provocava dicendogli che "non vali una cicca!", come possiamo vedere nel documentario di Friedkin che ho citato all'inizio della recensione.

Proprio il regista de L'esorcista aveva dichiarato "Padre Amorth tratta il diavolo come se fosse un idiota che non ha potere su questo mondo ma crede di averlo".

In tutto questo è presente l'esorcista modenese.

Nel suo modo di fare, il suo sorriso calmo e rassicurante (che Crowe ci mostra in diverse scene), nel suo essere umano, disponibile e alla mano con tutti coloro che avevano bisogno di un aiuto, e nel suo essere sempre ironico anche di fronte ai mali più terribili, perché sapeva che la sua fede sarebbe stata più forte.

C'è anche la criticità verso una Chiesa che spesso si è lasciata andare ad azioni più diaboliche che cristiane, che Amorth ha spesso evidenziato, ad esempio parlando del caso Orlandi.

Ne L'ultimo esorcista scrive:

"(Ci sono) persone che la Bibbia chiama falsi profeti. Falsi perché portano alla menzogna e non alla verità. (...) Queste persone esistono sia fuori che dentro la Chiesa. Sono facilmente riconoscibili: dicono di parlare a nome della Chiesa ma parlano a nome del mondo. Esigono dalla Chiesa che essa assuma i ruoli del mondo, e parlando così confondono i fedeli e conducono la Chiesa in acque che non sono le loro" 

e ancora 

 "il diavolo tenta gli uomini della Chiesa e allora non dovremmo stupirci se anche i sacerdoti, che hanno tutto l'aiuto divino, della preghiera e dei sacramenti, cadono in tentazione. Anche loro vivono nel mondo e possono cadere come uomini del mondo".

Alla fine di questa recensione vi lascio con un: sì, il film mi è piaciuto, l'ho trovato godibile e ben fatto, con un ottimo cast e location affascinanti, a tratti commovente a tratti comico, un buon horror che chissà, potrebbe diventare una saga interessante.

E se volete approfondire e provare un genere letterario nuovo date un'occhiata alla bibliografia di Padre Amorth,

perché come viene detto nel film dallo stesso esorcista: "The books are good".



Doverosa precisazione: la vita di padre Gabriele Amorth è costellata di luci ed ombre.

Per quanto lo ammiri per tante cose, per molte altre invece lo ritengo ambasciatore (ma anche figlio) di una demonologia vetusta e antica, che è ancora legata a vecchi retaggi e convinzioni.

Non condivido molte opinioni dell'esorcista modenese, non credo che la musica Rock apra le porte al demonio, per dirne una.

La demonologia va svecchiata.

Ma comprendo il ruolo importante che ha avuto e ha ancora quest'uomo in un settore della teologia che è bistrattato da una parte della Chiesa. 

Non si può negare neanche la sua umanità, quel tendere la mano a chiunque ne avesse bisogno.

Questo glielo dobbiamo riconoscere. 










giovedì 9 marzo 2023

Il diavolo in Vaticano, il caso Emanuela Orlandi.


Il caso di Emanuela Orlandi sarà riaperto.
A 40 anni dalla scomparsa è papa Francesco a chiedere la riapertura del caso e avrebbe incaricato la gendarmeria di controllare nuovamente i documenti, i fascicoli, le testimonianze.
La notizia ha ovviamente colto tutti di sorpresa e ha dato nuova speranza alla famiglia della ragazza che non ha mai smesso di combattere affinché la verità venisse rivelata.
Ci si chiede cosa abbia spinto il Vaticano verso questa scelta.
Sicuramente ha pagato la tenacia della famiglia, rappresentata dal fratello Pietro, che mai si è arresa nel cercare Emanuela.
La morte del papa emerito Joseph Ratzinger avvenuta il 31 dicembre 2022 sembra essere la chiave di questa decisione, come se la sua dipartita avesse finalmente permesso di rivelare i segreti nascosti in Vaticano.
Segreti che in parte erano già stati resi pubblici con l’inchiesta Vatileaks.
Se è vero che la loro totale veridicità è ancora da dimostrare queste indiscrezioni ci raccontano di un labirinto di scandali molto radicati alla corte dei papi. 
Tra questi scandali da tenere nascosti ci sarebbe anche la vicenda di Emanuela Orlandi.
La storia è nota, la riassumo brevemente, se volete un racconto più esaustivo e dettagliato vi consiglio la serie Netflix Vatican girl, documentario che ha riportato l'attenzione del pubblico sul caso. 
Emanuela Orlandi era (o è, dato che non è mai stata provata la sua morte) una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia.
Viveva nella città del Vaticano insieme ai genitori, le sorelle e il fratello.
Nel 1983 aveva 15 anni e frequentava il liceo scientifico e studiava musica e canto presso l'Accademia di Musica Tommaso Ludovico da Victoria.
Una vita come quella di tante adolescenti.
Solo che un giorno di quell’anno Emanuela scompare.
Esce di casa per andare all’Accademia, ma non tornerà mai più a casa.
La famiglia affigge manifesti, fa appelli televisivi, persino papa Giovanni Paolo II durante l’angelus prega affinchè Emanuela sia ritrovata.
Sulla sua scomparsa sono state fatte numerose ipotesi.
Alcuni giorni dopo aver denunciato la scomparsa di Emanuela la famiglia comincia a ricevere numerose telefonate, viene detto loro che la figlia è stata rapita dal gruppo terroristico dei Lupi grigi che chiede la liberazione di Mehmet Alì Agca, l’attentatore turco di papa Giovanni Paolo II.
Ma sarà lo stesso Agca a smentire, dicendo di non sapere nulla a riguardo e che pregherà per Emanuela.
Il giorno della scomparsa Emanuela aveva parlato alla sorella di un rappresentante di prodotti cosmetici della Avon che assumeva adolescenti per la vendita e distribuzione di campioncini nei centri commerciali, le indagini si muoveranno in quella direzione per poi arenarsi dato che l'azienda spiegò che al momento non avevano rappresentanti di sesso maschile.
A un certo punto si farà avanti anche un uomo che sosterrà di aver lavorato per i servizi segreti e di aver rapito non solo Emanuela, ma anche un’altra ragazza scomparsa poco prima di lei, Mirella Gregori, anche lei adolescente, con l’intento di ottenere l’attenzione del Papa e del presidente della Repubblica.
Una delle piste più seguite è quella che riguarda il coinvolgimento di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, capo della banda della Magliana.
Nel 2008 la sua ex compagna Sabrina Minardi racconta a una giornalista Rai che De Pedis negli anni ‘80 aveva tenuto prigioniera una ragazza per alcuni giorni in una casa fuori Roma, un favore fatto a qualcuno di molto importante in Vaticano.
"È tutto un gioco di potere.” le avrebbe detto De Pedis per spiegare la presenza di quella ragazza “Sta ragazza te la devi scordare.” aveva concluso poi.
Sarà la stessa Minardi a consegnare questa ragazza, sedata e in stato confusionale, a un alto prelato in Vaticano. 
L'ex compagna del boss però precisa che in quegli anni era dedita all’uso di droghe, per cui i suoi ricordi potrebbero non essere sempre precisi. E infatti per gli inquirenti la sua testimonianza è stata giudicata incoerente e inattendibile, anche perchè la Minardi cambierà poi versione e aggiungerà dettagli che saranno confutati da prove.
Ad oggi nessuno ha saputo dare risposte a questa famiglia.
Nel 2013 Papa Bergoglio in un incontro con Pietro Orlandi gli dirà semplicemente che la ragazza è in cielo, senza aggiungere altro.
Ali Agca tornerà poi alla ribalta accusando papa Giovanni Paolo II di avergli chiesto di mentire:
"Papa Wojtyla credeva profondamente nel Terzo Segreto di Fatima e credeva anche nella missione che Dio gli assegnava, ovvero la conversione della Russia. Wojtyla in persona voleva che io accusassi i Servizi segreti bulgari e quindi il Kgb sovietico. Il premio per la mia collaborazione, che loro mi offrirono e che io pretendevo, era la liberazione in due anni. Io potevo essere liberato tuttavia solo a condizione che il presidente Sandro Pertini mi concedesse la grazia ed esattamente per questa ragione Emanuela e Mirella (Gregori, nda) vennero rapite".
Agca fa ulteriori rivelazioni al giornalista Andrea Purgatori, che è anche la voce guida del documentario Vatican girl: 
"Da quarant'anni si ripetono sempre le stesse cose. Quando non c'è la verità, quando c'è la menzogna che continua, questo può danneggiare sia il Vaticano che Emanuela Orlandi. C'è solo una verità, una sola: Emanuela è collegata con il terzo segreto di Fatima. Un gruppo di persone dentro il Vaticano hanno organizzato questo intrigo, fatto di servizi segreti e poteri occulti. A che cosa doveva servire il rapimento di Emanuela Orlandi? Soltanto per ottenere la mia liberazione. Se qualcuno in Vaticano volesse, Emanuela tornerebbe a casa anche domani. Secondo me Emanuela è ancora viva". 
Ma se Alì Agca si era sempre dichiarato estraneo ai fatti perché ora cambia versione?
Non abbiamo ancora la risposta a questo quesito.
40 anni di indagini, di depistaggi, di vicoli ciechi.
E soprattutto di omertà.
C’è però una pista che per anni è stata accantonata e di cui nessuno ha voluto parlare.
Nel documentario Vatican girl un’amica di Emanuela racconta di un fatto molto inquietante.
La Orlandi le avrebbe riferito di pesanti avance ricevute da un prelato in Vaticano, un uomo vicino al Santo Padre Giovanno Paolo II.
Una voce, forse un pettegolezzo.
O forse no.
A parlarne apertamente è il celebre esorcista padre Gabriele Amorth, scomparso nel 2016.
In un’intervista del 2012 al quotidiano La Stampa Amorth dice: “Non ho mai creduto alla pista internazionale, ho motivo di credere che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento del cadavere”. E ancora: “Nel giro era coinvolto anche personale diplomatico di un'ambasciata straniera presso la Santa Sede.”
Amorth parla di un gendarme che reclutava le ragazzine e le presentava ai prelati.
Questa intervista ha ovviamente scatenato molte polemiche.
Dal suo sito internet Pietro Orlandi fece sapere che “Amorth lo conosco , ho parlato con lui qualche mese fa, non ha idea di cosa possa essere accaduto ad Emanuela. (...) “Non mi sono mai interessato a questo caso” mi disse “Posso dirti soltanto che le modalità del sequestro sono le tecniche usate dagli adescatori di sette sataniche ma altro, ti ripeto, non saprei cosa pensare”.
Quindi a cosa si riferiva padre Amorth?
L’esorcista si è successivamente lasciato andare a qualche battuta sul fatto che i giornalisti hanno volutamente distorto le sue parole per fare pubblicità al suo nuovo libro, in uscita in quei giorni.
Ma cosa ha scritto padre Amorth nel suo libro?
In uno dei capitoli de L’ultimo esorcista padre Amorth racconta di aver spesso conversato con Luigi Marinelli, autore (all’inizio anonimo) del discusso Via col vento in Vaticano.
Marinelli era indeciso se pubblicare il libro, in cui parla anche di pratiche poco chiare, “che si avvicinano al satanismo”, dice Amorth.
Di seguito l’esorcista scrive:
“Vorrei, in proposito, fare un esempio. Parlare di una vicenda relativamente recente nella quale, a mio avviso, quella parte minoritaria che dentro le sacre mura lavora per il male e non per il bene può aver preso il sopravvento. È la vicenda che prende il nome di Emanuela Orlandi. Emanuela Orlandi è una ragazza di quindici anni, figlia di un dipendente del Vaticano, precisamente di un dipendente che lavora nella prefettura della casa pontificia, uno insomma che nel suo lavoro ha occasione spesso di vedere da vicino il Papa. Emanuela è una ragazza solare e vivace. Improvvisamente il 22 giugno del 1983 scompare. Ancora oggi non è stata trovata. Scompare dopo essere andata a lezione di musica. Emanuela, infatti, suona il flauto presso la chiesa di Sant’Apollinare dove c’è una sorta di conservatorio. Secondo le ultime informazioni raccolte prima della sua scomparsa, Emanuela sale su una macchina nera. Ma non è certo. È sicuro che alle 19.15 è stata vista per l’ultima volta da due compagne di scuola, in corso Rinascimento. Dopo di che di Emanuela non si sa più nulla, sparisce. Pochi giorni dopo appaiono molti manifesti con l’immagine di Emanuela per tutta Roma e con l’appello perché chiunque l’abbia vista nelle ore precedenti o successive alla sua sparizione si faccia avanti. Nei giorni successivi, e ancora nei mesi e negli anni successivi, si dice di tutto riguardo a questo rapimento. Le tesi sulla scomparsa della povera Emanuela restano molteplici. Non voglio elencarle. Voglio soltanto dire cosa penso io.
Premetto però che non parlo perché sono a conoscenza di fatti, ma parlo riportando quelle che sono le mie sensazioni. Le sensazioni che da subito ho provato quando ho saputo della scomparsa della giovane Emanuela. Io penso che una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiede di salire. Credo che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori. O comunque indagare intorno alle persone che in qualche modo conoscevano Emanuela. Perché secondo me solo qualcuno che Emanuela conosce bene può averla indotta a salire su una macchina. Spesso le sette sataniche agiscono così: fanno salire su una macchina una ragazza e poi la fanno sparire. Il gioco è facile purtroppo. Fanno salire in macchina la loro preda, la narcotizzano con una siringa e poi fanno di questa ragazza ciò che vogliono. Beninteso, mi auguro che le cose non stiano in questo modo. Mi auguro che se davvero, come penso, di setta satanica si tratta, almeno questa setta non abbia nulla a che vedere con il Vaticano. Mi auguro che questa storia che sembra non finire mai finisca presto. Ma non mi esimo dal dire che spesso in tutto il mondo scompaiono giovani donne in questo modo. Può sparire una ragazza così vicina a un luogo che dovrebbe essere santo come è il Vaticano? Purtroppo sì. Perché Satana è ovunque. Satana attacca i sacerdoti e le persone che si sono consacrate a Dio, soprattutto. Perché colpire un sacerdote significa trascinare all’inferno tante altre persone.”
Cosa insinua dunque padre Amorth?
Ci sono stati effettivamente in Vaticano questi festini a base di sesso e droghe, dove giovani ragazze venivano violentate da alti prelati?
Emanuela era una di loro? E’ stata rapita, violentata e uccisa, il suo corpo occultato chissà dove?
Padre Amorth parla di sensazioni, non di fatti.
Ma queste sensazioni nascono evidentemente da un malessere reale, di un uomo che conosce il Vaticano e sicuramente conosce il Male.
Nel suo libro padre Amorth ci dice che molte cose descritte da Marinelli in Via col vento in Vaticano sono vere.
Quindi qualcosa di reale c’è.
Amorth ci racconta di una “parte minoritaria che dentro le sacre mura lavora per il male e non per il bene può aver preso il sopravvento.”
Marinelli nel suo libro fa riferimento a infiltrazioni massoniche in Vaticano, una setta segreta che opererebbe principalmente per gestire l’enorme patrimonio vaticano.
Una piovra, così la chiama l’autore, che tira le fila di ogni operazione.
Che in Vaticano non fossero tutti santi lo sapevamo, ma le parole dell’esorcista ci guidano a riflettere sull’entità di questa rivelazione.
Padre Amorth mette insieme alcune cose: la presenza del male nelle “sacre stanze”, un gruppo di prelati dediti alla pedofilia, i rapimenti ad opera delle sette sataniche.
Sembra la trama di un film horror.
Un film che però potrebbe benissimo essere tratto da una storia vera.
Molti dettagli fanno pensare a un fondo di verità in ciò che ha raccontato padre Amorth.
Lo stesso Pietro Orlandi aveva raccontato che nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela i gendarmi del Vaticano erano andati subito ad interrogare certi prelati, noti per il loro interesse per i ragazzini e le ragazzine.
In questo quadro acquista un senso la figura di Enrico De Pedis, che rapisce Emanuela per fare un piacere a un prelato.
Questo gesto di De pedis sarebbe stato ricompensato con una prestigiosa sepoltura in una chiesa Vaticana, la salma del boss della banda della Magliana infatti ha riposato nella basilica di Sant’Apollinare fino al 2012 per volere del cardinale Ugo Poletti, allora presidente della CEI.
La motivazione ufficiale della Santa Sede per questa concessione è che De Pedis era un uomo molto generoso che si prodigò per i poveri.
Ma stiamo pur sempre parlando di uno dei boss di una delle bande criminali più sanguinarie di Italia, un uomo che si è macchiato di numerosi crimini.
Sembra sospetto che l’elemosina per i poveri sia bastata per perdonare e cancellare i peccati di De Pedis tanto da permettergli una sepoltura in una chiesa del Vaticano.
Inoltre la versione della Minardi, nella sua incoerenza e confusione, viene confermata da un altro membro della banda, Antonio Mancini, che dichiara che Emanuela Orlandi era “roba nostra, l’aveva presa uno dei nostri”.
La Minardi cambierà poi versione, dicendo che Emanuela non è stata consegnata da lei ad un prelato ma uccisa e buttata in una betoniera a Torvaianica sei mesi dopo la sua scomparsa.
Prigioniera sì dunque, ma l’epilogo resta confuso.
Ma per conto di chi De Pedis aveva rapito la Orlandi?
Secondo la Minardi il mandante sarebbe stato nientepopodimeno che monsignor Paul Marcinkus, presidente dello IOR al 1971 al 1989.
Antonio Mancini spiegò il rapimento come un messaggio per qualcuno di importante.
La banda della Magliana aveva investito più di 20 milioni delle vecchie lire nello IOR, la banca vaticana, e pretendeva la restituzione della somma.
Ma il Vaticano tergiversava.
“De Pedis è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare perché ha fatto cessare gli attacchi da parte della banda e non solo nei confronti del Vaticano” rivela Mancini a La Stampa.
Dopo la scomparsa della Orlandi i soldi rientrarono, “non tutti” precisa Mancini, ma le ostilità finirono comunque per volere di De Pedis.
Ma che ruolo giocava Emanuela in tutto questo? Perché lei?
Marcinkus, secondo la Minardi, era il mandante del rapimento.
Ma non si capisce perché il monsignore fosse disponibile alla restituzione della somma in quanto in quegli anni lui e papa Wojtyla stavano segretamente finanziando il movimento cattolico polacco Solidarnosc nella sua lotta al comunismo.
Non avrebbe avuto senso rinunciare a tutti quei soldi.
La Minardi non era molto lucida in quel periodo, per sua stessa ammissione la sua memoria è condizionata dall’uso di sostanze stupefacenti.
Forse Marcinkus non era un mandante ma un ispiratore.
Potrebbe aver suggerito involontariamente a De Pedis di rapire la ragazza sapendo che era nelle simpatie perverse di qualche prelato vicino a Woytila? Qualcuno che avrebbe volentieri restituito il debito con la banda della Magliana pur di riavere Emanuela?
Monsignor Marcinkus e De Pedis erano in contatto, forse il prelato si era lasciato sfuggire qualche pettegolezzo, e un uomo così importante in Vaticano sicuramente conosceva le debolezze di molti uomini della Chiesa.
Perfino lui aveva rischiato di finire intrappolato in uno scandalo, una falsa denuncia di violenza sessuale, un complotto per evitare che lui e papa Giovanni Paolo II continuassero a finanziare la causa anticomunista in Polonia.
La trappola però non si era mai concretizzata perché la donna incaricata di accusarlo, Jeanette Bishop, era morta in circostanze misteriose.
Jeanette, nota come baronessa Rothschild grazie al primo matrimonio con l’erede dei banchieri londinesi Evelyn Rothschild, e la sua governante e confidente friulana Gabriella Guerin scomparvero nel novembre del 1980, i loro resti furono trovati solo nel 1982, sui monti Sibillini.
La Bishop era in rapporti di amicizia con monsignor Marcinkus, poteva quindi avvicinarlo e creare lo scandalo. O forse i loro rapporti erano veramente intimi, non ci è dato saperlo.
La baronessa che non era vicina solo a Marcinkus ma anche a Sergio Vaccari, antiquario italiano residente a Londra ucciso con 15 coltellate nel 1982.
Vaccari che muore a Londra come Roberto Calvi, di cui era amico.
Quel Roberto Calvi, il banchiere di Dio, presidente del Banco Ambrosiano, morto suicida sempre a Londra tre mesi prima, impiccato al ponte dei Frati neri…
Ma questa è un'altra storia.
Nella versione di padre Amorth si incastra perfettamente anche la rivelazione di Vatileaks, la fuga di notizie di cui abbiamo parlato prima.
Nel 2012 scoppia il caso Vatileaks, e spunta un dossier che parla di spese sostenute per il mantenimento a Londra di Emanuela Orlandi.
Il documento, che precisiamo non è mai stato autenticato e manca di molte pagine, ci racconta la storia di una ragazza rapita e tenuta prigioniera a Londra per anni, per la quale sono state sostenute diverse spese tra cui spiccano per importanza quelle mediche e ginecologiche.
Monsignor Georg Gaenswein, che fu segretario particolare di Ratzinger in Vaticano,
è coautore del libro “Nient’altro che la verità”, in cui cita il caso Orlandi: «Non ho mai compilato alcunché sul caso Orlandi. Per cui questo fantomatico dossier non è mai stato reso noto unicamente perché non esiste. (...) Ovviamente, nel contesto del Vatileaks non poteva mancare l’aggancio con la terribile vicenda del sequestro di Emanuela Orlandi, che da decenni riemerge periodicamente sulla stampa, con rivelazioni più o meno attendibili e significative. Mi fu garantito che era stato fatto quanto possibile per aiutare la famiglia Orlandi e di tutte queste informazioni feci dovuta comunicazione a Papa Benedetto. (...) Pure Giani (Capo della gendarmeria, nda) consultò la documentazione dell’epoca e concluse che non c’era stata alcuna notizia tenuta nascosta alla magistratura italiana e che nel frattempo non erano maturate ulteriori ipotesi riguardo alle quali poter approfondire le indagini in Vaticano.”
Un dossier sospetto quello su Emanuela, che sembra scritto frettolosamente per creare uno scandalo. 
Ci sono però dei dettagli che fanno riflettere.
Il documento sembra una lista di spese sostenute per la gestione del caso Orlandi, spese avvenute tra il gennaio 1983 (sei mesi prima della scomparsa di Emanuela) e il luglio 1997, per un totale di 483 milioni di lire.
Se crediamo a Vatileaks Emanuela sarebbe stata quindi tenuta prigioniera per tanti anni a Londra, dove forse riceveva visite da parte di qualche prelato, come risulta dal dossier alcune voci sono dedicate alle spese di viaggio di uomini del Vaticano.
Tra le spese spunta il nome del presidente della CEI cardinale Ugo Poletti, che avrebbe ricevuto 80 milioni di lire tra il 1988 e il 1993. 
Poletti, l’uomo che aveva concesso a Enrico De Pedis la sepoltura in Sant’Apollinare.
Non si può però ancora chiudere il cerchio.
Amorth scrive, ricordiamo: “Una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiede di salire. Credo che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori.”
Ci dobbiamo chiedere chi ha avvicinato Emanuela, sarebbe da capire di chi si fidava così tanto da seguirlo senza timori.
Forse proprio qualcuno che lei vedeva spesso in Vaticano, forse un sacerdote, che nascondeva le sue cattive intenzioni dietro la rispettabilità di un abito talare?
Emanuela era cattolica, cresciuta in Vaticano, non è strano pensare che si sarebbe fidata di un prete che la avvicina e le dice di salire in macchina, magari con la scusa di portarla a casa velocemente dato che erano già le 19 passate.
Potrebbe essere stato De Pedis a incontrare e agganciare Emanuela?
Il boss aveva amicizie in Vaticano, è possibile che la ragazza lo avesse visto in compagnia di qualche sacerdote e lo vedesse come una persona degna di fiducia, tanto da salire in macchina con lui?
O forse c’era qualcuno con De Pedis, qualcuno di cui Emanuela si fidava?
Amorth scrive: “(Emanuela) suona il flauto presso la chiesa di Sant’Apollinare dove c’è una sorta di conservatorio.”
Di nuovo Sant’Apollinare, la stessa chiesa dove poi sarà seppellito De Pedis.
Lo aveva già visto lì, nella chiesa, insieme a qualcuno che lei conosceva?
Piccoli pezzi di un mosaico che si incastrano ma non mostrano mai un quadro risolutivo della vicenda.
Nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi ogni tassello sembra confermare perfettamente altre ipotesi, ma allo stesso tempo le smentisce lasciando nuovi dubbi.
Troppe possibilità, variabili, troppe bugie e omissioni.
Pietro Orlandi da sempre dichiara che la verità è in Vaticano, che in molti la conoscono, devono solo avere il coraggio di raccontarla: “Ho sempre sostenuto che la responsabilità di quanto successo ad Emanuela parte in Vaticano, che Papa Giovanni Paolo II era a conoscenza del fatto e lo sono anche Ratzinger e papa Francesco. All'interno del Vaticano c'è un fascicolo, un dossier che racconta quella verità, che non viene raccontata perché è pericolosa per l'immagine del Vaticano.".
Speriamo che con queste nuove indagini emerga finalmente questa verità che la famiglia Orlandi attende da sempre e che Emanuela ottenga finalmente giustizia per questi 40 anni che le sono stati rubati.





















domenica 1 gennaio 2023

Buio in sala: la tragica fine di Judith Barsi


Nel 1989 esce al cinema un cartone intitolato Charlie, anche i cani vanno in Paradiso.
Il film, diretto dal famoso regista Don Bluth, parla di un cane, Charlie, che vive di espedienti e truffe, incurante del prossimo. In cerca di vendetta contro uno spietato criminale farà la conoscenza di una bimba orfana, Anne Marie, che è capace di comprendere con tutti gli animali e di parlare con loro.
Inizialmente Charlie sfrutta la bambina per il suo tornaconto, ma poi grazie a lei si rende conto dell'importanza di essere generosi e onesti, e arriverà addirittura a dare la vita per salvare Anne Marie, guadagnandosi così il Paradiso.
È forse il film più controverso girato dal regista Don Bluth, che aveva abituato il pubblico a film come Fievel sbarca in America (del 1886) e Alla ricerca della valle incantata (del 1988).
Il pubblico e la critica infatti lo ritengono un cartone più adatto agli adulti viste le tematiche cupe che tratta in modo esplicito come ad esempio la rappresentazione della malavita organizzata, la morte, la violenza.
C'è anche probabilmente un altro motivo per cui questo film suscita nel pubblico un particolare senso di disagio.
Nei titoli finali del film, mentre suona la canzone Love survives, si poteva leggere "In loving Memory of Judith Barsi, 1978-1988".
Judith Barsi è la doppiatrice di Anne Marie, aveva 10 anni ed è morta quattro mesi dopo aver finito di lavorare a questo film.
La sua storia è ancora oggi una delle vicende più drammatiche del cinema americano.
Judith Eve Barsi nasce nel 1978 da due emigrati ungheresi, Joszef Barsi e Maria Virovacz.
Il padre lavorava come idraulico, la mamma era una cameriera.
Da subito Maria cerca di trasformare la figlia in una star.
Corsi di portamento, dizione, canto, a 5 anni la iscrive a pattinaggio artistico e proprio durante un'esibizione viene notata da un talent scout.
Non aveva ancora compiuto 10 anni la piccola Judith, ed era già apparsa in 72 di spot pubblicitari e aveva recitato in serie di successo come Ai confini della realtà, Love boat, Con cin.
Nel 1987 si aprono per lei le porte del cinema, Judith recita nel film Lo squalo 4, e poco dopo viene scelta da Don Bluth per dare la voce al piccolo dinosauro Ducky ne Alla ricerca della valle incantata.
Grazie ai guadagni di Judith la famiglia Barsi si trasferisce in una bellissima villa nella San Fernando Valley.
E la sua carriera era solo all'inizio, e in ascesa.
Il regista Don Bluth la definì un talento straordinario e naturale e la chiamò nuovamente un anno dopo per fare un'audizione per un altro film, questa volta per un ruolo ancora più di spicco e da protagonista, quello di Anne Marie in Charlie, anche i cani vanno in Paradiso.
Conosceva già il regista, era un'attrice bambina apprezzata nell'ambiente, questa audizione sembrava essere giusto un pro forma per Judith.
E invece successe qualcosa.
Fu in questo periodo che la sua agente Ruth Hansen, specializzata nel rappresentare attori bambini, iniziò a notare qualcosa di inquietante.
Judith che di solito era una bimba allegra e solare era diventata schiva, nervosa, era ingrassata notevolmente, una forma di fame nervosa e bulimica, e aveva iniziato a strapparsi le sopracciglia. 
Le raccontò anche di aver strappato più volte i baffi al suo gatto.
La prova definitiva di questo disagio mentre provava una canzone per il film Charlie insieme alla sua agente.
Judith iniziò a piangere in modo isterico, senza riuscire a dire una parola.
La Hansen disse a Maria che doveva portare Judith da uno psicologo.
Lo specialista riconobbe subito i segni di abusi fisici ed emotivi e immediatamente contattò i servizi sociali che aprirono un'indagine.
Ciò che emerse fu aberrante.
Joszef era un alcolista cronico, violento, regolarmente abusava della moglie e della figlia.
Costringeva Judith a prendere ormoni della crescita, la bimba era di statura bassa e non veniva mai scelta interpretare ruoli della sua età ma sempre bimbe più piccole, e questo infastidiva Joszef che vedeva solo i mancati guadagni.
Dall'altra parte però non sopportava il fatto che moglie e figlia passassero molto tempo fuori città per il lavoro di Judith.
Col tempo diventava sempre più geloso, paranoico, spesso riferiva alla moglie che avrebbe ucciso lei e la figlia.
Una volta, racconta un amico, rifiutò di raggiungerle mentre erano in trasferta e addirittura minacciò la figlia ricordandole di una precedente minaccia fattale quando stava girando Lo squalo, "Se non torni a casa vengo a cercarti e ti taglio la gola".
Fu anche fermato in stato di ebbrezza tre volte ma mai arrestato.
La moglie andò dalla polizia a denunciare la situazione, ma non essendoci un riscontro di violenze fisiche non si poté procedere.
Dopo questo episodio Joszef non bevve più ma continuò a minacciare moglie e figlia di ucciderle, di bruciare la casa.
In molti episodi di rabbia colpì Judith con padelle e pentole.
Gli abusi erano anche di tipo psicologico.
Un vicino di casa riferì che un giorno vide la famiglia in giardino, a Judith fu regalato un aquilone, Josfez glielo strappò dalle mani.
La bimba si mise a piangere per paura che il papà le rompesse il giocattolo, e infatti Josfez la prese in giro, chiamandola "ragazzina viziata", e distrusse l'aquilone.
Judith si confidò con amici di famiglia raccontando di quanti fosse terrorizzata all'idea di tornare a casa, di come il papà spesso minacciasse lei e la mamma.
Incredibilmente l'indagine dei servizi sociali si chiuse semplicemente con la promessa di Maria di lasciare il marito violento e di iniziare una terapia con sua figlia in un'altra città.
Nonostante assistenti sociali e amici insistessero affinché si separasse subito Maria tergiversava, ritardando la sua decisione. 
Un vicino le offrì ospitalità ma lei rifiutò.
Maria trovava sempre una scusa per evitare la separazione, ad esempio disse che avrebbe lasciato il marito dopo giugno per non rovinare il compleanno a Judith. 
La verità era che Maria non voleva perdere la casa e tutti i beni accumulati in quegli anni grazie al lavoro di Judith, e così decise di restare.
Maria e Joszef diventarono dei separati in casa, i rapporti tra i coniugi si fecero gelidi, Josfez non riuscì mai a farsi perdonare.
L'uomo continuò a covare la sua paranoia, la sua rabbia.
Era così terrorizzato dall'idea di rimanere senza la sua famiglia da nascondere alla moglie la notizia che un suo parente in Ungheria era morto, così da evitare che Maria partisse per andare al funerale, lasciandolo solo.
Nel frattempo Judith aveva doppiato il personaggio di Anne Marie nel nuovo film di Don Bluth Charlie anche i cani vanno in Paradiso.
Quattro mesi dopo la fine della lavorazione si consumò la tragedia.
Josfez capì di essere un uomo sull'orlo del baratro, un fallimento, e decise di farla finita.
Ma come tutte le persone narcisiste credeva che senza di lui la sua famiglia non avesse ragione di esistere.
Una dinamica che purtroppo conosciamo fin troppo bene.
Il 25 luglio 1988 Judith avrebbe dovuto fare un provino presso gli studi di Hanna e Barbera, ma non si presentò.
I produttori contattarono Ruth Hansen che disse di aver ricevuto una telefonata da Joszef in cui riferiva che Judith e Maria erano salite su una macchina lussuosa e stavano andando a San Diego.
Ma la realtà era purtroppo diversa.
Il 25 luglio Josfez aspettò che Judith andasse a dormire, poi entrò nella sua stanza e le sparò in testa.
Uscì dalla stanza, raggiunse Maria e le sparò.
Per i due giorni successivi rimase chiuso in casa, camminando per le stanze senza fare nulla. Telefonò a Ruth Hansen e le disse che se ne sarebbe andato lasciando la famiglia, ma che prima doveva dire addio a sua figlia.
Poi prese della benzina, la versò sui corpi di Judith e Maria e diede loro fuoco.
Spente le fiamme Josfez andò in garage e si sparò alla testa.
Un vicino che annaffiava il prato sentì lo sparo e avvertì la polizia che scoprì i corpi di vittime e carnefice.
La notizia sconvolse il pubblico che ricordava questa piccola attrice di talento che aveva partecipato a tante serie di successo, e non potè non notare una drammatica analogia: in un episodio della miniserie Fatal vision Judith aveva interpretato una bambina che viene assassinata dal padre.
Un aneddoto che da poco è stato ricordato da Don Bluth riguarda la reazione di Burt Reynolds, che nella versione originale dà la voce al cane Charlie, alla morte della piccola collega.
Burt Reynolds dovette girare l'ultima scena del film, quella del commiato tra Charlie e Anne Marie, più di 50 volte.
Le battute della bambina erano state registrate poco prima che Judith morisse, e nel sentire la sua voce Reynolds non poteva fare a meno di commuoversi e scoppiare a piangere, l'emozione che traspare nella sua interpretazione è reale.
Quella di Judith Barsi è una tragedia annunciata, a cui in molto hanno assistito senza fare nulla.
Nelle interviste ad amici e colleghi infatti la frase ricorrente era sempre "forse avrei potuto fare qualcosa".
Uno scrupolo che purtroppo è arrivato troppo tardi.


giovedì 15 dicembre 2022

Yule e Natale, un intreccio di inverno.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.
Come abbiamo detto più volte le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Oggi parliamo della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate, in favore della nuova stagione agricola.
Yule, il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Si creavano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni.
In questi giorni era usanza accendere fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo.
Il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano, a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifoglio, vischio.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
I rami venivano poi fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessero proprietà magiche e terapeutiche.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
Una figura che, scherzando, potremmo definire un pò San Nicola e un pò Krampus.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Pensiamo alla corona dell’Avvento, la corona di sempreverde, un simbolo pagano di prosperità che diventa distintivo di un tempo liturgico cristiano.
Col tempo il simbolismo di Yule è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
In questo tempo natalizio quindi celebriamo non solo la gioia cristiana della venuta di Cristo, ma tendiamo la mano a un tempo antico, e lo facciamo rivivere nelle nostre luci, nei rami di abete, nelle melodie che scandiscono questi giorni.