giovedì 24 marzo 2022

Ratti che abbandonano la nave che affonda, la vergognosa storia della Rattenlinien.



Il 24 marzo si ricorda l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ovvero l'uccisione di 335 tra civili e militari italiani, dissidenti politici, ebrei e detenuti comuni, avvenuto in questa data a Roma nel 1944.
Questa sommaria esecuzione fu una rappresaglia per un attentato partigiano avvenuto il giorno prima sempre a Roma, in via Rasella, in cui rimasero uccisi 33 soldati del reggimento "Bozen" della polizia tedesca. 
L'eccidio avvenne appunto alle Fosse Ardeatine, delle cave di pozzolana in via Ardeatina.
Contrariamente a come si è sostenuto per anni nessuna autorità tedesca chiese ai partigiani di consegnarsi per evitare l'uccisione di 10 detenuti italiani per ogni tedesco ucciso.
Lo stesso ufficiale nazista Albert Kesselring, colui che aveva dato il via libera finale a questa decisione, sostenne durante il processo che lo vedeva imputato che la volontà del Reich era quella di agire rapidamente e in segretezza.
Per questo la scelta del luogo non fu casuale e cadde sulle fosse in via Ardeatina, il luogo era perfetto per occultare questa strage, infatti subito dopo l'eccidio i corpi vennero tumulati in modo sbrigativo all'interno della cava.
Il colonnello Herbert Kappler fu incaricato di scegliere i todenskandidaten, i condannati a morte, con l'aiuto degli ufficiali della Gestapo romana e della questura di Roma, nella figura di Pietro Caruso, il quale avrebbe garantito la presenza di 50 detenuti dal carcere di Regina Coeli.
Nel giro di una notte gli ufficiali avevano stilato una lista di nomi.
Tra gli ufficiali nazisti responsabili spicca in particolare la figura di Erich Priebke.
Sarà lui infatti a gestire in loco l'esecuzione, spuntando minuziosamente la lista di nomi.
La descrizione che viene fatta dell'eccidio è la scena di un film dell'orrore.
Condotti alla cava i prigionieri vengono divisi in gruppi di cinque e fucilati un quintetto alla volta.
I corpi non vengono nemmeno rimossi, si fa semplicemente disporre il gruppo successivo.
La situazione divenne a un certo punto caotica.
Alcuni detenuti tentano la fuga, altri si ribellano, le esecuzioni che all'inizio erano precise e letali diventano uno sparare confuso, con i soldati che salgono sui cadaveri per prendere la mira. Secondo alcune testimonianze i soldati vengono fatti ubriacare per poter terminare il lavoro, alcuni si rifiutano di sparare.
Priebke si accorse di aver inserito nella lista 5 detenuti di troppo, li farà giustiziare comunque in quanto avevano visto tutto.
Terminate le esecuzioni vennero fatte esplodere delle cariche all'entrata della cava, così da farla crollare ed occultare per sempre i cadaveri.
Ma già il giorno stesso alcuni salesiani di un monastero lì vicino, attirati dalle esplosioni, riuscirono ad entrare nella cava, trovandosi di fronte cadaveri ammassati l'uno sull'altro.
Le vittime dell'eccidio delle fosse ardeatine non hanno mai ottenuto una reale giustizia.
Albert Kesselring fu processato e condannato a morte il 6 maggio 1947 da un tribunale militare britannico per crimini di guerra e per l'eccidio delle Fosse Ardeatine.
La sentenza venne però commutata nel carcere a vita, pochi anni dopo fu scarcerato per motivi di salute e tornò in Germania dove morì nel 1960.
Herbert Kappler venne processato da un tribunale militare italiano nel 1948. I giudici militari decretarono che ciò che era accaduto alle fosse ardeatine non si poteva considerare una rappresaglia legittima per le leggi militari dell'epoca, ma allo stesso tempo ritennero che Kappler non ne fosse consapevole, quindi lo prosciolsero dall'accusa. Lo ritennero però colpevole dell'omicidio di 15 delle 335 vittime che, secondo i giudici, morirono per mano di Kappler. Pertanto l'ufficiale nazista fu condannato all'ergastolo.
Nel 1976, malato di tumore, fu ricoverato nell'ospedale militare del Celio.
Da qui evase il 15 agosto 1977 e trovò rifugio in Germania, dove morì nel 1978.
L'ex-capitano delle SS Erich Priebke venne arrestato nel 1945 ma riuscì ad evadere dal carcere di Rimini.
Nel 1947 visse in Alto Adige, a Vipiteno, con la moglie e i figli e successivamente riuscì a scappare in Argentina.
A scovare Priebke sarà casualmente un giornalista della ABC, Sam Donalson, conduttore del programma Prime Time Live.
Nel 1994 il giornalista americano, su segnalazione della Fondazione Simon Wiesenthal, si recò in Argentina per verificare se effettivamente nel Paese si fossero nascosti criminali nazisti, alcuni testimoni avevano segnalato una specifica città, San Carlos de Bariloche.
Arrivato lì Donalson parlò con gli abitanti della cittadina e un altro fuggitivo tedesco gli disse tranquillamente che in quella ridente località si erano rifugiati diversi ufficiali del Reich, e gli fece il nome di Priebke.
Donalson non conosceva le vicende che lo riguardavano, così si documentò sulla sua storia ed andò a cercarlo.
Il giornalista incontrò  Priebke mentre tornava a casa dal lavoro, l'ex ufficiale nazista non negò la sua vera identità.
Quando il servizio della ABC divenne pubblico l'Italia iniziò le pratiche per l'estradizione, che fu accolta nel 1995.
Dopo un processo lungo e tortuoso Priebke venne condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. 
Considerata l'età avanzata dell'imputato gli vennero concessi gli arresti domiciliari.
Erich Priebke morirà a Roma nell' ottobre del 2013.
La latitanza sudamericana di Priebke, così come quella di altri suoi commilitoni nazisti, è una vergognosa pagina della storia della chiesa cattolica.
Priebke riuscì a fuggire in Argentina grazie all'aiuto di alcuni sacerdoti altoatesini, Johann Corradini, l'allora parroco di Vipiteno, e soprattutto grazie al Vicario generale della diocesi di Bressanone Alois Pompanin, il quale aveva già aiutato a fuggire in Sudamerica Adolf Eichmann.
Da Corradini Priebke ricevette il battesimo cattolico, condizione necessaria per poter ottenere l'aiuto della Chiesa di Roma.
Priebke si recò a Genova e con dei documenti falsi partì per l'Argentina nel 1948.
Come dicevamo Priebke non fu l'unico criminale di guerra a trovare nella Chiesa cattolica un valido aiuto per fuggire.
Esisteva infatti un complesso sistema organizzato che garantì la salvezza a molti criminali nazisti.
Questo sistema si chiamava Rattenlinien.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale
gli ufficiali nazisti sfuggiti al processo di Norimberga crearono a Strasburgo
l'organizzazione O.D.E.SS.A (Organizzazione degli ex-membri delle SS) che aveva il compito non solo di trasferire all'estero i capitali accumulati dal Reich, in particolare in Spagna dove vigeva la dittatura dell'amico Francisco Franco, ma anche di garantire la fuga dall'Europa ai suoi membri.
Da qui la creazione della Rattenlinien per permettere la fuga in Sudamerica di numerosi criminali di guerra nazisti.
Rattenlinien significa "via del ratto".
I nazisti come topi che abbandonano una nave che affonda.
La Rattenlinien fu uno dei progetti purtroppo più riusciti dell'organizzazione, ed è nota anche
come via dei monasteri in quanto questi edifici di proprietà della chiesa cattolica furono il primo nascondiglio per molti criminali nazisti.
Luoghi sacri che prima spesso avevano ospitato le vittime del nazismo ora ne ospitano i carnefici.
Figure di spicco del partito nazista quali Josef Mengele, Adolf Eichmann ed appunto Erik Priebke trovarono rifugio in Sudamerica grazie anche all'intervento di figure autorevoli della chiesa cattolica.
In particolare fu determinante l'intervento del vescovo austriaco Alois Hudal (1885-1963) da sempre simpatizzante del regime e fervente antisemita.
Sarà proprio Hudal a preparare i documenti per Erich Priebke.
Secondo molti testimoni Hudal era molto vicino agli ambienti del Vaticano e amico personale di papa Pio XII.
Karl Bayer, paracadutista dell'esercito tedesco che collaborò col vescovo, sostenne che il Papa aveva fornito il denaro per la creazione dei documenti falsi e per i trasporti oltreoceano.
Nel 1947 il giornale cattolico “Passauer Neue Presse” accusò pubblicamente Hudal di aver organizzato la fuga dei criminali di guerra, e il vescovo dal canto suo non ha mai negato ciò che ha fatto.
Nonostante la sua ammissione di colpa nessuno intervenne; Hudal non rinnegò mai il suo operato, anzi, continuò a sostenere di aver operato nel giusto.  Venne invitato a dimettersi solo nel '52, e si ritirò a vita privata a Grottaferrata.
La motivazione di Hudal, così come quella 
della Santa Sede, di fare fuggire questi criminali di guerra va ricercata
nella necessità del Vaticano (e degli Stati Uniti d'America, spesso partner in crime di queste operazioni) di arginare l'avanzata del comunismo ateo.
Della serie, il nemico del mio nemico è mio amico.
Tra i nomi dei prelati coinvolti in queste operazioni spiccano quelli di Giuseppe Siri, vescovo di Genova, e di monsignor Giovanni Montini, colui che diventerà papa Pio VI. 
Una seconda rotta, detta di San Girolamo, si occupava invece di far fuggire nel Nuovo Mondo gli ustascia croati coinvolti nei crimini nazisti nella ex Jugoslavia.
Dalla Germania i criminali nazisti giungevano a Genova passando attraverso Madrid o Salisburgo, e dal capoluogo ligure potevano imbarcarsi per il Sudamerica.
Un ruolo importante lo giocò anche la collaborazione del presidente argentino Juan Domingo Perón (1985 – 1974) che incentivò i nazisti a trasferirsi nel suo paese, dove avrebbero trovato un nascondiglio sicuro. Ovviamente pagando profumatamente la permanenza, dettaglio che non fu un problema.
La chiesa cattolica ha tentato di usare il vescovo Hudal come capro espiatorio per la Rattenlinien, ma fu lo stesso prelato ad autoaccusarsi, o meglio, a darsi il merito di aver salvato più di 1000 ufficiali nazisti, definiti da lui perseguitati ingiustamente.
E aggiunse con sicurezza di aver svolto il suo compito su richiesta diretta del Vaticano.
Il Vaticano dunque forniva dei documenti provvisori col timbro ufficiale della Pontificia commissione di assistenza, a cui seguivano passaporti e lasciapassare rilasciati dalla Croce Rossa Internazionale.
Proprio lo studio dei documenti rinvenuti negli archivi post bellico della Croce Rossa ha tolto ogni dubbio sul coinvolgimento della Chiesa nella Rattenlinien.
Coinvolgimento che ha impedito alle vittime delle atrocità commesse dai nazisti di avere una rapida e totale giustizia.





(L'immagine di copertina è un fotogramma della scena finale del film del 2002 Amen diretto da Costa-Gavras. In questa scena, SPOILER, si vede uno dei protagonisti, un nazista chiamato semplicemente il Dottore, incamminarsi insieme a un prelato cattolico che lo aiuterà a fuggire in Argentina per sfuggire ai suoi crimini.) 

mercoledì 2 marzo 2022

Musica d(')annata: i diavoli alla corte dello zar.


Tempo fa vi ho parlato di Niccolò Paganini e del suo violino.
Di quella sonata creata in origine da Giuseppe Tartini, Il trillo del diavolo.
Essi sono solo un esempio di come nel corso della storia il diavolo si sia intrufolato e abbia danzato sul pentagramma, a volte per volere degli stessi autori.
Il Satana musicale in quel tempo diventa la ripetizione ossessiva di un tema nelle melodie suonate da più strumenti.
È una difficoltà, una tentazione per il musicista. 
E insieme al diavolo ci sono le streghe e i loro sabba, che troveranno spazio nel panorama musicale ottocentesco. 
Il panorama musicale russo ci regala delle composizioni di rara bellezza.
Un esempio di questo tipo di narrazione musicale è a Modest Petrovich Mussorgsky.
Nel 1866 il musicista russo ispirandosi alle fiabe cupe del suo paese iniziò a scrivere un poema sinfonico dal soggetto demoniaco.
Il brano doveva raccontare di un raduno di streghe che ballano in attesa dell'arrivo del loro Signore Satana.
Pare che l'autore russo si sia ispirato anche alle leggende sulle streghe di Benevento, ascoltate durante un viaggio in Campania.
Nascerà così Una notte sul monte Calvo. 
Chi come me è nato negli anni '80 ricorda questo titolo per uno specifico motivo.
Nel 1940 il brano venne riorchestrato dal direttore anglo-polacco Leopold Stokowski per il film Fantasia della Disney, film che sarà ridistribuito nel 1990 in occasione del suo cinquantesimo anniversario. 
Molti di voi come me hanno sicuramente ancora a casa la VHS originale di questa riedizione.
Nel mio caso è particolarmente consumata proprio sull'episodio del Monte Calvo, il mio preferito.
La rivisitazione disneyana è particolare, rappresenta la lotta tra il bene e il male che da sempre contraddistingue la vita dell'uomo.
Proviamo a ricordare insieme questo capolavoro dell'animazione.
A mezzanotte un demone nero con grandi ali da pipistrello e occhi gialli fiammeggianti si desta. Si tratta di Chernabog, personaggio disneyano ispirato al demone russo dell'oscurità e al classico diavolo cristiano. Egli richiama gli spiriti maligni dalle loro tombe, invita le streghe a ballare al suo cospetto. 
Gli spiriti danzano e volano finché si ode il suono di una campana.
A questo punto si interrompe il brano di Mussorgsky e inizia la delicata Ave Maria di Schubert.
Chernabog infastidito richiama i suoi spiriti, si addormenta nuovamente mentre lentamente albeggia. Si ode in lontananza un coro cantare l'Ave Maria mentre si intravede una processione di fedeli che si incammina attraverso la foresta verso una cattedrale.
La notte lascia spazio al giorno, la tenebra lascia spazio alla luce, il male è di nuovo sconfitto.
Se nel cartone non si sa se e quando Chernabog tornerà a fare danzare le sue streghe certamente sappiamo che nella musica il diavolo può sempre ritornare, ed è incalzante, ossessivo e ripetitivo. 
D'altronde, si dice che perseverare sia diabolico.
Il diavolo in musica è anche un tentatore subdolo. 
Ispirazione, ripetizione di un tema. 
Il diavolo non smette di riscrivere se stesso in più forme, letteratura e musica. 
Lucifero si reinventa e oltre a essere un tentatore diventa un giullare che gli uomini prendono in giro.
Così viene descritto da autori e compositori.
Anche Pëtr Il'ič Čajkovskij si cimenta con un'operetta dal sapore comico in cui troviamo un diavolo tentatore.
Čajkovskij che come Mussorgsky aveva trovato spazio nel film Disney Fantasia, dove viene utilizzata la sua opera celeberrima Lo schiaccianoci.
Nell 1887 viene rappresentata per la prima volta l'opera Gli stivaletti, ispirata da un'altra opera dello stesso Čajkovskij Il fabbro Vakula.
L'opera è ambientata in Ucraina, nel XVIII secolo.
La storia narra di un uomo, Vakula il fabbro, innamorato della bellissima Oksana.
Purtroppo questo amore è osteggiato in primis da Solocha, madre di Vakula, che è anche una strega. La donna in più riprese evoca un diavolo e amoreggia con lui chiedendogli di impedire al figlio di coronare il suo sogno d'amore con Oksana.
La ragazza, molto capricciosa, gli ha promesso di sposarlo solo se lui le porterà in dono degli stivaletti nuovi, e Vakula purtroppo fallisce nell'intento, e finge di uccidersi. 
Sulle rive del fiume il diavolo propone a Vakula di cedere la sua anima per quegli stivaletti, ma con uno stratagemma Vakula salta in groppa al diavolo, e si fa portare a San Pietroburgo dove chiederà le scarpe addirittura alla zarina, vedendosele però negare.
Tornato a casa Oksana, felice che Vakula sia vivo, accetta di sposarlo anche senza il dono degli stivaletti.
Čajkovskij ci mostra un diavolo che fa il gradasso ma che è facile da imbrogliare, tanto da diventare un misero destriero.
Succede nelle fiabe e nelle leggende europee, succede nella musica.
Un altro autore russo ne è un ottimo esempio.
Igor' Fëdorovič Stravinskij nel 1918 scrive Histoire du soldat, storia da leggere, recitare e danzare in 2 parti, un'opera da camera in cui unisce il diavolo tentatore faustiano con il diavolo gabbato, tragicomico.
Anche Stravinskij si ispira alle fiabe russe 
in particolare le fiabe popolari russe raccontate da Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev, pubblicate fra il 1855 e il 1864.
Stravinskij riprese due racconti, Il soldato disertore e il diavolo e Un soldato libera la principessa, per scrivere questa sua versione del Faust, il noto dramma in versi di Johann Wolfgang von Goethe scritto nel 1808. 
Anche le musiche napoletane del 1800 trovano spazio, riadattate, in questa opera. Stravinskij infatti amava moltissimo l'Italia, tanto da viverci saltuariamente.
Nell'opera del compositore russo vediamo
Il diavolo tentare Joseph, un povero soldato che suona il violino. 
Il violino, ricordate, quello strumento così maledetto e che Lucifero sa suonare divinamente secondo il Tartini.
Il diavolo chiede a Joseph di vendergli il violino in cambio di un libro magico in grado di garantire numerose ricchezze, dato che racconta di fatti non ancora avvenuti, cosa che chi lo possiede può usare a suo vantaggio.
Se Joseph rimarrà tre giorni con lui per insegnargli a suonare, cedendogli lo strumento, il diavolo gli darà il libro.
Il soldato accetta il patto, ma scoprirà di essere stato raggirato.
Sono infatti passati tre anni e Joseph, seppur ricco, scopre di aver perduto ogni amore della sua vita.
Il diavolo comparirà da allora molte volte nella vita di Joseph per tentarlo e truffarlo, fino alla sfida finale dove il soldato esorcizza il diavolo che si era rifugiato nel corpo di una principessa.
Suonando il violino Joseph scaccia il diavolo che lo maledice. Se Joseph lascerà il regno della principessa lui lo porterà all'inferno.
Dopo anni il soldato, credendosi al sicuro, decide di tornare a casa, ma ecco che appena varca il confine del regno il diavolo lo cattura e lo porta via per sempre, suonando il suo violino.
Stravinskij ci mostra un diavolo molto vicino al Satana biblico.
È un diavolo che viene ingannato ma è egli stesso ingannatore, che sa attendere con pazienza l'uomo al varco della sua arroganza.
Il monito finale dell'opera ci porta a comprendere che la felicità non si può accumulare con ingordigia, ma va vissuta. 
È interessante notare che l'anno in cui Stravinskij porta in scena L'Histoire du soldat è il 1918, anno in cui l'Europa era ancora dilaniata non solo dagli strascichi di conflitto mondiale, ma anche dalle morti causate dall'epidemia di spagnola.
Poi ci dicono che la storia è ciclica, e non ci si crede. 


sabato 12 febbraio 2022

Musica D(')Annata: il diavolo nella musica rock.


È tuttora molto acceso il dibattito tra chi ritiene che esista un collegamento fra un certo tipo di musica e il satanismo, e chi invece sostiene che si tratti solo di fraintendimenti e provocazioni.

Le  chiese cristiane, a partire dalle congregazioni protestanti statunitensi, hanno contribuito a creare il mito di una musica ispirata e dedicata al demonio, ricca di messaggi subliminali e di testi che ascoltati al contrario sarebbero vere e proprie preghiere sataniste.

Altre volte invece questa diabolica devozione sarebbe lampante, inequivocabile, mai celata e ostentata.

Nel 1956 il predicatore pentecostale statunitense Albert Carter attaccò il mondo musicale, affermando che "il rock'n'roll ha un effetto malsano sui giovani, li trasforma in adoratori di Satana. Perché stimola in loro l'espressione di istinto animali attraverso l'attività sessuale e li istiga al rifiuto dell'ordine e della legge."

I primi a parlare dei celebri messaggi dal contenuto satanico nascosti nelle canzoni rock furono due fratelli, due reverendi protestanti, Steve e Jim Peters, che negli anni '70 avevano fondato lo Zion Christian center del Minnesota. 

Durante le loro predicazioni erano soliti bruciare dischi di gruppi rock quali Led Zeppelin, i Kiss, e perfino Linda Ronstadt, rea di essersi dichiarata atea.

Secondo i due fratelli in molte canzoni si nascondono dei versi che se ascoltati al contrario rivelerebbero delle preghiere diaboliche.

Ma non solo, esisterebbero delle sottotracce, registrate a volume bassissimo percepibili solo a livello inconscio, delle brevi frasi in grado di influenzare l'ascoltatore senza che questo se ne accorga.

In base a queste discutibili rivelazioni il deputato repubblicano Philip Wayman preparò un disegno di legge che imponeva alle case discografiche di segnalare sulle copertine degli album la presenza di questi messaggi subliminali. Incredibilmente il provvedimento divenne legge negli anni '80 in Texas e altri stati americani.

La risposta di altre congregazioni protestanti al dibattito fu creare quello che ora è famoso col nome di Christian rock e White metal.

Durante questi concerti i cantanti erano soliti lanciare bibbie dal palco, pronunciando sermoni e inserendo messaggi cristiani nei testi.

Anche la chiesa cattolica ha partecipato al dibattito, e ovviamente ha da subito guardato con sospetto questo nuovo genere musicale e i suoi rappresentanti. 

L'arcivescovo di New York John Joseph O'Connor così tuona nel 1990: "C'è il diavolo nella musica rock e l'heavy metal è il suo cattivo profeta. Queste canzoni sono una trappola per i giovani, una pornografia sonora, un'istigazione al suicidio".

Questo anatema nasce da alcuni fatti di cronaca.

Nel 1984 John McCollum un ragazzo di 19 anni di New York si tolse la vita sparandosi in testa con un fucile. Secondo alcune indiscrezioni John stava ascoltando il brano Suicide Solution dei Black sabbath mentre imbracciava il fucile. 

Nel 1988 in Missouri tre ragazzi uccisero un loro coetaneo, Stephen Newberry, in quello che a molti sembrò un omicidio rituale satanico. Infatti i tre colpevoli avevano già commesso piccoli reati, quali vandalismo a danno della chiesa locale tra cui sfregiare le pareti della canonica scrivendo "666" con la vernice.

Anche i giovani assassini erano appassionati di heavy metal, in particolare ascoltavano le canzoni dei Black Sabbath.

Da qui ovviamente l'opinione pubblica si scatenò contro il gruppo e il suo leader Ozzy Osbourne. I genitori del giovane suicida addirittura fecero causa ad Osbourne per aver istigato con la sua musica il gesto del figlio.

Il brano che John stava ascoltando mentre si toglieva la vita, secondo i sostenitori dell'esistenza dei messaggi subliminali, contiene un verso occulto che recita "Spara! Prendi la pistola e prova! Spara!".

Lo stesso Osbourne ha ammesso che ci suoni concitati che potrebbero ricordare la parola "shoot", sparare in inglese, ma che certamente non sono stati inseriti nel brano messaggi subliminali con l'intento di ispirare a qualcuno di farsi o fare del male.

La verità è che nessuno ha mai saputo perché McCollum si sia tolto la vita.

Dal processo agli aguzzini di Newberry è emerso che l'ideatore dell'omicidio, mentre lo uccideva, gli abbia detto chiaramente che lo stava facendo solo perché la cosa lo divertiva.

Nessun diavolo musicale o meno ha dunque traviato questi ragazzi i cui problemi vanno ricercati nell'ambito della psicologia e non della teologia.

Nonostante tutto la demonologia cristiana è ancora spesso fossilizzata su posizioni piuttosto datate quando si parla di ciò che può essere ritenuto satanico o causa di possessione diabolica.

Jean Paul Regimbald, sacerdote cattolico canadese, ha pubblicato diversi libri dedicati ai messaggi subliminali contenuti nella musica rock e alla pericolosità della stessa in quanto inciterebbe alla violenza, all'omicidio e alla conversione al satanismo.

Regimbald racconta di aver parlato con numerose persone che hanno abbandonato la religione satanica per il cristianesimo, e che queste si sono potute liberare completamente dall'influenza del maligno solo distruggendo tutta la discografia rock in loro possesso. 

Nel 1992 viene pubblicato il "Trattato di demonologia" dello storico ed archivista italiano Paolo Calliari, il quale scrive: "La pericolosita' della musica rock si riscontra tanto nel ritmo quanto, e in misura maggiore, nell'indirizzo apertamente antieducativo, antiumano, anticristiano e, in definitiva, satanico, che le hanno impresso nel giro di pochi anni i suoi principali organizzatori ed autori''.

Calliari ne ha per tutti, nel suo libro etichetta come sataniche le più famose band rock della storia.

Scrive il teologo: "... l'hard rock, caratterizzato da erotismo, sesso, perversione e rivolta, o all'acid rock condotto dai gruppi dei Beatles, Rolling Stones e The Who, caratterizzato dall'uso della droga e da tutti gli effetti allucinanti che ne seguono, pensiamo al satanic rock proprio di quei gruppi come Rolling Stones, Black sabbath e led Zeppelin caratterizzato dai messaggi subliminali e dalla volontà di trasmettere il vangelo di Satana."

Eh sì, perfino i Beatles, quei bravi ragazzi di Liverpool dalle facce pulite, sono stati etichettati come musicisti dediti alle droghe e all'adorazione del diavolo assieme a band che sono state e ancora sono decisamente più controverse, se non altro per il look e per le tematiche  delle canzoni.

Sarà soprattutto una frase di Lennon, detta nel 1966  durante un'intervista per l'Evening Standard, a creare qualche problema alla band di Liverpool.

"La cristianità è destinata a scomparire, ho ragione e il tempo mi sarà testimone. Attualmente siamo più popolari di Gesù."

Una frase che è rimasta nella storia e appunto scatenò diverse controversie più che altro oltreoceano.

Le radio americane boicottarono le canzoni dei fab tour e addirittura invitarono la gente a distruggere i loro dischi. 

Il pastore Battista T Babbs minacciò di scomunicare ogni parrocchiano che avesse partecipato a un loro concerto. Addirittura il Ku Klux klan inviò minacce di morte contro i quattro musicisti definendoli atei dai capelli a caschetto.

Anni dopo John Lennon tornerà a scatenare l'ira dei benpensanti statunitensi pubblicando la canzone Imagine, nel 1971.

Fa sorridere che Lennon venga accusato di immoralità per una canzone come Imagine, il cui messaggio è essenzialmente di pace, di amore, di convivenza tra i popoli. Ma in America  verrà tacciata di comunismo e anticlericalismo tanto da allertare l'FBI che sorveglierà il cantante e la moglie Yoko Ono per anni. Nixon cercherà addirittura di farli espellere dal Paese.

"Immagina che non esista il paradiso, nessun inferno sotto di noi. Immagina un mondo dove non esistono frontiere,dove non esiste la religione."

Sono bastate poche strofe per fare nascere dei sospetti  sulla sua persona.

E non solo.

Queste strofe, che in fondo di anticlericale non avevano nulla, resteranno impresse nella memoria di Mark Chapman, l'assassino di John Lennon.

La sera dell'8 dicembre 1980 Chapman sparò a Lennon cinque colpi d'arma da fuoco, uccidendolo.

"Ascoltavo quella musica e diventavo sempre più furioso verso di lui" disse Chapman "perché diceva di non credere in Dio."

Un destino tragico per uno dei maggiori cantautori del secolo scorso, che già aveva visto come una mente contorta potesse travisare testi e pensieri.

Nel 1968 i Beatles pubblicarono Helter Skelter, pezzo meravigliosamente rock, scritto interamente da Paul McCartney.

Lo so a cosa state pensando.

Lo pensiamo tutti quando sentiamo le prime note di Helter Skelter.

La nostra mente vola a Los Angeles, al 10050 di cielo drive, nella notte dell'8 agosto 1968.

A quell'indirizzo troviamo la casa dove la  Manson family massacrò quattro persone tra cui l'attrice Sharon tate, incinta di nove mesi,

moglie di regista Roman Polanski.

Charles Manson, il leader della famiglia, era ossessionato da quella canzone.

 Nel  White album dei Beatles leggeva una profezia, i quattro di Liverpool erano i cavalieri dell'Apocalisse e nei loro testi parlavano di una guerra tra razze durante la quale lui si sarebbe elevato a Salvatore dei popoli.  Manson chiamò questa guerra proprio Helter Skelter. 

Per anni la band scioccata da queste rivelazioni che Manson rilasciò durante il processo si rifiutò di suonare in pubblico la canzone.

Nel 1988 Bono Vox, leader degli U2, durante un concerto ne suonò una cover affermando «Questa è una canzone che Charles Manson rubò ai Beatles. Noi adesso ce la riprendiamo

Look audaci e provocatori, ritmi scatenati che fanno venir voglia di ballare perdendo il controllo oppure melodie cupe e dalle percussioni profonde, testi controversi.

Se ci si ferma all'apparenza è questo l'identikit del musicista in odore di zolfo.

Il celebre esorcista Gabriele Amorth descrive addirittura quattro principi su cui si baserebbero i dischi consacrati a Satana.

Prima di tutto il ritmo, il beat, che richiama un rapporto sessuale frenetico; e poi l'intensità del suono, che raggiungendo i 7 decibels scatenarebbe sentimenti di depressione e ribellione; il terzo principio è la presenza di messaggi subliminali all'interno delle canzoni, versi occulti che istigherebbero i giovani ad avvicinarsi al satanismo; infine il quarto elemento risiede nella consacrazione vera e propria del disco durante una messa nera.

Scrive Amorth nel suo libro "Nuovo racconti di un esorcista": "...vi sarete accorti che i temi generali sono sempre gli stessi: ribellione contro i genitori, contro la società, contro tutto quello che esiste, la liberazione di tutti gli istinti sessuali, la possibilità di creare uno stato anarchico, per far trionfare il regno di Satana."

Un'altra band accusata di usare il sotterfugio dei messaggi subliminali è quella dei Led Zeppelin.

La struggente e celebre Starway to Heaven celerebbe tra le sue strofe invocazioni a Satana.  

Mentre Robert Plant canta, traduco, "Il mio spirito piange per vivere" si può udire un flebile "devo vivere per Satana".

Più avanti nella canzone ci sarebbe un verso che se ascoltato al contrario recita "Ecco il mio dolce Satana, la cui via non mi renderà mai triste."

Sempre i Led Zeppelin avrebbero nascosto una preghiera satanista nella canzone Over the Hills and far away.

"Sì Satana è veramente il signore, noi resisteremo per lui", pare si ora ascoltando il testo al contrario.

Un altro esempio è un brano del gruppo australiano degli AC/DC, Dirty deeds done dirt cheap, in cui "amore al primo sguardo" diventerebbe al contrario "noi serviamo il diavolo".

Nel 1988 il serial killer Richard Ramirez, reso famoso dai media con il nome Night Stalker, dichiarò che le canzoni degli AC/DC, in particolare Night Prowler, lo avevano ispirato nel pianificare gli omicidi.

Non si salvano neanche i Queen e la celebre A kind of magic, il cui testo già fa allusioni ambigue sulla luce, sulle visioni di dolci unioni e sulla vera religione, su celebrazioni che durano una notte intera. Secondo alcuni  ascoltando la voce di Freddie Mercury al contrario  si può udire "O mio dolce Satana, ho visto il tuo sabba".

Freddie Mercury ha commentato queste accuse, dicendo che "nei nostri testi non ci sono filosofie, sottintesi e significati occulti, è tutto esplicito, tutto chiaro. I nostri brani sono puro passatempo, non voglio cambiare il mondo con la mia musica."

Anche il produttore dei Led Zeppelin decise di mettere in chiaro in un'intervista che cercare significati satanici in Starway to Heaven era una vera e propria assurdità.

In tempi recenti perfino Lady Gaga è stata accusata di aver inserito messaggi satanisti nella canzone Paparazzi.

Ma esistono davvero questi versi occulti?

Su YouTube si trovano numerosi video che confermano e altrettanti che smentiscono l'esistenza di questi messaggi occulti.

Per molti studiosi della musica e della psicologia in realtà si tratta principalmente di suggestioni.

Ogni persona troverà e sentirà una combinazione di suoni e parole diverse a seconda delle motivazioni che la spingono a scandagliare la canzone, detto in soldoni, la mente vede e ascolta ciò che vuole vedere o sentire. 

Se si vuole trovare a tutti i costi una preghiera dedicata a Lucifero sarà ciò che troveremo.



(La foto che apre l'articolo è un fotogramma del film Tenacious D e il destino del rock.)

mercoledì 26 gennaio 2022

Una luce nell'oscurità, i Giusti tra le nazioni.


Se da una parte c'è un Vaticano che mantiene un rapporto ambiguo col Reich, dall'altra abbiamo sacerdoti e suore che hanno messo in pratica il più puro degli insegnamenti cristiani: ama il prossimo tuo.

Don Eugenio Bussa, che ospitò nella casa della sua parrocchia in Val Brembana tanti bambini ebrei facendoli passare per orfani di famiglie cattoliche.

Il cardinale fiorentino Elia Angelo Dalla Costa, già conosciuto per il suo antifascismo, fornì rifugio a perseguitati politici, fuggitivi ed ebrei. 

A Firenze il cardinale collaborò con una rete di 

volontari cristiani ed ebrei, guidati dal rabbino di Firenze Nathan Cassuto e dall'antifascista ebreo Raffaele Cantoni.

Questa rete che prendeva il nome di DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei) operò in Italia tra il 1939 e il 1947 e si occupava di garantire aiuto economico agli ebrei perseguitati, e non solo.

Dalla Costa incaricò il parroco fiorentino Leto Casini di fondare un comitato che potesse aiutare l'opera del DELASEM fornendo alloggi, viveri e documenti falsi.

Per gli ebrei queste carte di identità fasulle erano necessarie per la quotidiana sopravvivenza, come trovare un alloggio, piccoli impieghi, ottenere la carta annonaria che permetteva di acquistare generi alimentari. Presentarsi con i documenti autentici era un rischio perché si poteva essere identificati e arrestati, e di conseguenza deportati.

La fabbricazione di questi documenti non era semplice.

Occorreva procurasi i moduli originali dell'anagrafe, con l'aiuto di qualche impiegato antifascista, dovevano essere stampati clandestinamente, compilati e marcati con timbri che dovevano essere creati il più possibile identici all'originale.

Era indubbiamente un lavoro certosino, ma essendo suddiviso in più fasi gestite da persone diverse comportava un alto rischio di essere scoperti.

I documenti furono utilizzati a Firenze e non solo, furono inviati anche nei conventi di Assisi dove Della Costa poteva contare sull'aiuto di Ruffino Nicaccio, frate francescano, e del vescovo Giuseppe Placido Nicolini, che diedero protezione a numerosi ebrei all'interno dei conventi della città umbra e nelle case adiacenti.

Questa documentazione preziosa venne diffusa anche grazie a Gino Bartali.

Sì, esatto, il famoso ciclista toscano.

Bartali era un uomo molto devoto, e rifiutò sempre di aderire al fascismo.

Durante i suoi allenamenti Bartali trasportava all'interno della sua bicicletta ciò che avrebbe permesso l'espatrio a molte famiglie ebree.

Lo scrittore Alexander Ramati nel suo libro del 1978 "Assisi clandestina. Assisi e l’occupazione nazista secondo il racconto di padre Rufino Niccacci." racconta:

"Bartali raggiungeva Assisi portando fotografie, tornando indietro con carte d’identità un giorno o due dopo (...) come al solito, sfilò i manicotti dal manubrio e svitò il sellino per prendere le fotografie e le carte nascoste dentro il telaio della bicicletta”.

Bartali correva tra Firenze e Assisi conscio del fatto che se i soldati lo avessero fermato di certo non avrebbero perquisito una celebrità tanto ammirata.

La sua notorietà lo salverà, per esempio, quando nel 1944 venne convocato e interrogato dal fascista Mario Carità, a Villa Trieste. 

C'è una lettera di Pio XII, che è stata intercettata, in cui egli ringrazia Bartali per un qualche aiuto non specificato.

Girano delle voci su Bartali, qualcuno sospetta un suo coinvolgimento con gli antifascisti, ma nulla di certo.

Quindi Carità vuole sapere perché il Santo Padre lo sta ringraziando.

Bartali mente, dice di aver inviato dei pacchi di viveri in Vaticano, per questo Pio XII gli ha scritto la sua gratitudine.

Carità gli crede, dopotutto Bartali è uno sportivo amato e da sempre ligio alle regole, e lo lascia andare.

Di questo si saprà solo molti anni dopo la fine della guerra, il ciclista infatti non raccontò mai a nessuno del suo coinvolgimento, saranno il figlio Andrea e la nipote Gioia a raccogliere, postume, diverse testimonianze a riguardo.

Un valido alleato del cardinale fu anche in Suor Maria Agnese Tribbioli, madre superiora di un convento di Firenze che nascose nelle soffitte dell'edificio che dirigeva molte famiglie ebree, registrandole semplicemente come degli sfollati.

Viene raccontato da alcuni suoi ospiti che suor Maria fronteggiò i soldati tedeschi che volevano perquisire i sottotetti e non li fece passare usando il suo corpo come ostacolo, in nome della pace che regnava in quel luogo sacro. Di fronte a tanta determinazione i soldati se ne andarono.

E come loro ci sono stati tanti altri uomini e donne che si sono prodigati per aiutare il loro prossimo perseguitato.

Molte di queste persone sono dette Giusti tra le nazioni.

I giusti, in ebraico tzaddikim, sono

persone non di religione ebraica che hanno rispetto per le leggi basilari che Dio ha consegnato agli uomini, tra le quali non uccidere e non commettere il male.

Secondo il Talmud babilonese ogni generazione nascono 36 uomini giusti che grazie al loro operato cambieranno il destino dell'umanità.

Citando il Talmud: 

«Ci sono almeno 36 uomini giusti in ogni generazione che manifestano di contenere la Presenza di Dio. È scritto, felici coloro che attendono il Suo arrivo!»

Nel 1953 a Gerusalemme in Israele venne inaugurato lo Yad Vashem, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah, il cui compito è quello di preservare e tramandare la memoria di ciò che è stato l'Olocausto, di ricordare le vittime e le loro storie e di celebrare i gentili, i non ebrei, che aiutarono gli ebrei perseguitati durante la follia nazista.

Solo nel 1963 la Corte Suprema di Israele istituì una commissione il cui compito era rintracciare queste persone e assegnare loro l'onoreficenza di Giusto tra le nazioni.  La Commissione è composta da 35 membri tra cui ci sono volontari, storici, studiosi e nei primi anni contava anche dei sopravvissuti alla Shoah.

La Commissione, basandosi sulle testimonianze dei sopravvissuti e incrociando numerose documentazioni è riuscita negli anni a rintracciare migliaia di uomini e donne in tutto il mondo che hanno rischiato e sacrificato la loro libertà e la vita stessa per salvare gli ebrei dai campi di sterminio e dalla morte, senza chiedere nulla in cambio, solo perché era appunto giusto. 

Sono state valutate le storie di coloro che hanno aiutato gli ebrei a nascondersi, di chi ha prodotto documenti falsi per celare la loro identità e di chi li ha aiutati ad espatriare per fuggire ai rastrellamenti.

Secondo il sito dello Yad Vashem, aggiornato nal primo gennaio 2020, sono stati insignite del titolo di Giusto ben 27.712 persone.

Ai Giusti è dedicato un bellissimo giardino all'interno del complesso museale. All'inizio veniva piantato un albero per ogni Giusto, ora per mancanza di spazio i nomi vengono incisi su un muro di marmo all'interno del parco.

L'idea del giardino venne a Moshe Bejski ebreo polacco sopravvissuto alle persecuzioni naziste che divenne poi magistrato in Israele.

Durante la prigionia Bejski sentì parlare di Oskar Schindler e della sua fabbrica di munizioni, dove lavoravano numerosi prigionieri del suo campo.

Bejski riuscì a farsi assegnare a un lavoro nella fabbrica e lì negli anni partecipò al piano di salvataggio ideato dall'imprenditore cecoslovacco, aiutando a falsificare i documenti che avrebbero permesso a lui e ad altri ebrei di fuggire dalla Polonia e salvarsi.

Molti anni dopo in Israele raccolse le testimonianze di chi come lui era stato salvato da Schindler, che grazie a questi resoconti nel 1993 venne riconosciuto come Giusto tra le nazioni.

Oskar Schindler è probabilmente tra i Giusti più famosi, anche grazie al bellissimo film di Stephen Spielberg "Schindler's list".

La pellicola ha reso celebre ai profani un'altra citazione talmudica, «Chi salva una vita salva il mondo intero».

Affermazione appropriata per descrivere il valore dell'operato dei Giusti tra le nazioni.

Tra i nomi che spiccano c'è certamente quello di Armin Wegner, un soldato dell'esercito tedesco, di cui vale la pena raccontare la peculiare storia. 

Armin Wegner si distinse durante la guerra per aver scritto una lettera a Hitler per protestare contro le persecuzioni degli ebrei sotto il nazismo, per la quale sarà incarcerato e torturato.

Ma non è solo per questo che verrà riconosciuto Giusto tra le nazioni.

Anni prima Wegner aveva assistito a quello che è considerato il primo genocidio organizzato della storia, e anche in quel caro non era rimasto a guardare.

Parliamo del genocidio degli armeni.

Medz Yeghern, il grande crimine, è il termine armeno usato per indicare il genocidio iniziato nell'aprile del 1915. 

L'impero ottomano ordinò la cattura, la deportazione e l'eliminazione di tutta la popolazione armena. Più di un milione e mezzo di persone morirono durante le marce della morte.

Fame, sfinimento, torture, stupri ed esecuzioni. 

Queste le cause della morte della popolazione armena.

Molte madri abbandonarono i figli sul ciglio della strada sperando che qualcuno li portasse via e li salvasse. Altre li soffocarono nel sonno per risparmiare loro atroci sofferenze, per poi suicidarsi.

Il genocidio degli armeni venne attuato dagli ottomani con la supervisione dell'esercito tedesco.

Secondo molti storici questo sterminio fu infatti una sorta di prova generale ispiratrice per ciò che avvenne successivamente con l'Olocausto e i lager nazisti.

Tra le file dell'esercito tedesco c'era anche Armin Wegner, che immortalerà questi momenti drammatici.

Dove altri giravano indifferenti lo sguardo, o peggio ancora partecipavano a stupri e torture, Wegner scattò fotografie.

Non riuscendo a ignorare la sofferenza che lo circondava Armin decise di immortalarla.

Cercò anche di adottare uno di quei bambini orfani, ma gli fu negata questa possibilità, e venne declassato di rango e inviato a occuparsi dei malati di colera.

Le sue foto, che ritraggono la condizione degli armeni durante le estenuanti marce, sono da sempre una prova incontrovertibile di ciò che è accaduto, contro ogni negazionismo.

Un titolo, quello giusto, che è doppiamente meritato.

Scorrendo le incisioni poste in quel suggestivo giardino si possono trovare anche nomi e storie italiane.

Herbert Kappler, il comandante delle SS a Roma durante l'occupazione nazista, scrisse ai suoi superiori: «Il comportamento della popolazione italiana è stato chiaramente di resistenza passiva, ma che in un gran numero di casi singoli si è mutata in prestazioni di aiuto attivo.»

734 di quei quasi 28.000 Giusti sono italiani, è possibile leggere i loro nomi in un documento reperibile sul sito ufficiale dell'Ente.

Alcune storie sono molto conosciute.

Quella di Gino Bartali, il campione del ciclismo di cui abbiamo parlato poc'anzi.

Il cardinale Elia della Costa, di cui abbiamo già raccontato la storia, sarà insignito del titolo di Giusto tra le nazioni per aver offerto rifugio a più di 400 persone nella Firenze occupata dai nazisti.

Un altro presbitero italiano riconosciuto come tra i Giusti tra le nazioni per aver aiutato gli ebrei perseguitati durante l'Olocausto fu don Dante Sala, parroco di un paesino vicino Mirandola.

Iniziò nel 1943, offrendo asilo a una famiglia di ebrei Jugoslavi, dopodiché entrò in contatto con Odoardo Focherini, amministratore delegato del quotidiano cattolico l'Avvenire d'Italia, e insieme aiutarono un centinaio di ebrei a scappare in Svizzera.

Focherini, di origine trentina ma nato a Carpi, era molto attivo nell'ambiente cattolico della sua città e dopo aver sentito le testimonianze di alcuni suoi concittadini riguardo alle deportazioni iniziò ad aiutare la comunità ebraica a fuggire in Spagna e Sudamerica.

Grazie alla mediazione del direttore dell'Avvenire Raimondo Manzini, Focherini entra in contatto con la Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei, il DELASEM, organizzazione che già conosciamo, e dopo l'occupazione tedesca comincia a fornire documenti a quegli ebrei che cercavano di lasciare l'Italia.

Qui inizia la sua collaborazione con don Dante, entrambi infatti accompagnavano in treno da Modena fino al confine svizzero gruppi di una decina di persone, in collaborazione con dei contrabbandieri, i quali ovviamente volevano essere pagati per ogni ebreo che facevano espatriare.

Sia don Dante che Focherini raccolsero soldi e finanziarono di tasca loro i contrabbandieri nel momento in cui una persona non era in grado di pagare.

Focherini tentò addirittura di organizzare una fuga dal campo di concentramento di Fossoli, vicino Carpi, ma venne arrestato dai fascisti.

Rifiutò di collaborare e di fornire informazioni e venne così deportato nel campo di concentramento di Herrsbruck, dove morirà nel 1944.

Anche Focherini riceverà il titolo di Giusto tra le nazioni, e non solo.

Nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato la Medaglia d'oro al Merito civile alla memoria di Odoardo Focherini. Inoltre nel 2012 papa Benedetto XVI lo ha riconosciuto come martire e nel 2013 Odoardo è stato beatificato.

Il suo culto è molto sentito a Carpi, la sua città, e in Trentino, regione dei suoi genitori.

Anche don Dante Sala venne arrestato ma venne rilasciato, dopo brutali interrogatori, per insufficienza di prove.

Prima della fine della guerra impedì che un centinaio di italiani venissero deportati in Germania facendoli assumere in un allevamento di cavalli.

Un altro nome molto noto è quello di Giorgio Perlasca, a cui la Rai ha dedicato una fiction biografica alcuni anni fa, con protagonista l'attore Luca Zingaretti.

Perlasca, commerciante padovano, si distinse perché a Budapest salvò numerose famiglie ebree fingendo di essere un diplomatico spagnolo.

Fascista della prima ora, iniziò ad allontanarsi dal partito non condividendo la promulgazione delle leggi razziali e l'alleanza con la Germania.

Da qui ma decisione di dedicarsi all'attività commerciale, e si trasferì all'estero. 

Nel 1943 mentre si trovava a Budapest rifiutò di aderire alla repubblica sociale italiana, pertanto divenne ricercato dai tedeschi.

Nella capitale ungherese chiese ospitalità all'ambasciata spagnola.

Perlasca infatti aveva partecipato alla guerra civile in Spagna, pertanto l'ambasciata non poté rifiutarsi di aiutarlo, e ottenne una cittadinanza falsa e un passaporto spagnoli, a nome di «Jorge Perlasca».

Fu proprio usando questa identità fittizia che riuscì a salvare numerose famiglie ebree dalle deportazioni.

All'inizio lo fece con la collaborazione del console spagnolo, ma quando questo lasciò l'Ungheria Perlasca Perlasca si finse il suo sostituto.

Da quel momento Perlasca iniziò a nascondere migliaia di ebrei nell'ambasciata spagnola e in case sicure, redigendo falsi documenti di identità che dichiaravano che quelle persone erano cittadini spagnoli e occupandosi dell'organizzazione del loro mantenimento. 

Con questo stratagemma Perlasca salvò quasi 5000 ebrei.

Un'altra storia riguarda il dottor Carlo Angela, psichiatria, padre di Piero e nonno di Alberto (che non necessitano di presentazioni).

In qualità di direttore sanitario della casa di cura per malattie mentali "Villa Turina Amione" Angela durante l'occupazione tedesca  nascose numerosi antifascisti ed ebrei nella sua clinica, spacciandoli per pazienti.

Angela istruì i suoi ospiti su come fingere di essere malati, in modo da non destare sospetti nel caso di una perquisizione.

Don Arrigo Beccari, sacerdote di Modena che collaborò con il Delasem per nascondere bambini e ragazzi dalle deportazioni.

Nel 1942 iniziò ad accogliere giovani ebrei dell'est Europa a Villa Emma, edificio isolato nei pressi di Modena, e successivamente si occupò della loro collocazione presso alcune famiglie della zona, quando i controlli dei soldati tedeschi si fecero più serrati.

Venne arrestato nel 1944 ma non collaborò mai con i tedeschi.

La prima donna italiana insignita dell'onorificenza di Giusto tra le nazioni è stata Clelia Caligiuri.

Originaria di Sorrento, madre di tre figli, Clelia si trasferì in Veneto e rimase vedova durante la seconda guerra mondiale.

In seguito alla morte del marito decide di aiutare altre vedove di guerra fornendo loro aiuto psicologico e con la burocrazia. Nel 1943, Clelia si trasferì a Follina, sulle Alpi venete, a causa dei problemi di salute della figlia. È qui che fa la conoscenza di Sara Karliner, un' ebrea scappata dalla Jugoslavia costretta al confino a Follina a causa delle leggi razziali. Dopo l'8 settembre 1943 Clelia aiuta Sara a lasciare Follino e la nasconde a casa sua  affinché non venga deportata.

Clelia si fece aiutare da don Giovanni Casagrande, parroco di Lutrano di Fontanelle che si prodigava nell'aiuto ai rifugiati.

Sara trovò rifugio nella parrocchia di don Giovanni fino alla fine della guerra.

Clelia contribuì portando a Sara viveri e donandole del denaro da usare in caso fosse dovuta fuggire all'improvviso.

Grazie a Clelia Sara sopravviverà alle persecuzioni e alla guerra e riuscirà a ricongiungersi con la sua famiglia.

Un'altra donna a ricevere il titolo di Giusto fu Ida Brunelli.

Ida era la bambinaia dei tre figli di una famiglia ebraica ungherese, i Tóth Galambos.

Dopo l'emanazione delle leggi razziali i genitori dei bambini morirono, il padre in guerra e la madre di infarto, e Ida si prese cura dei tre bambini.

Inizialmente li nascose a casa di sua madre e poi li portò in un istituto cattolico, l'Orfanotrofio Sant’Antonio dei Frati del Santo di Padova.

Ida visitava regolarmente i bambini e finita la guerra si mise in contatto con la brigata ebraica che stava rintracciando gli orfani delle famiglie ebree, e glieli affidò affinché venissero trasferiti in Palestina.

Una storia particolare è quella di Lorenzo Perrone, che ci viene raccontata dallo scrittore Primo Levi nel suo capoluogo Se questo è un uomo.

Perrone era un muratore italiano, insieme ad altri dipendenti della ditta Boetti venne trasferito ad Auschwitz per partecipare ai lavori dell'espansione del campo. Nel 1944 conobbe Primo Levi, che lo avvicinò avendolo sentito parlare in Piemontese, e i due corregionali diventarono amici. Levi gli raccontò delle terribili condizioni a cui erano costretti, e Perrone non rimase a guardare.

Da quel momento Perrone iniziò a donare a Levi parte della sua razione di cibo, lo rubò perfino dalle cucine, gli regalò una maglia da poter indossare sotto alla divisa, così da non soffrire troppo il freddo. Fece in modo di recapitare alla mamma e alla sorella di primo Levi una lettera da parte dello scrittore, e consegnò all'amico la loro risposta e un pacco di viveri.

Perrone a quel punto decise di aiutare altri prigionieri italiani rinchiusi nel campo.

Finita la guerra Perrone tornò in Italia, ma ciò che aveva visto ad Auschwitz era stato così devastante da portarlo all'alcolismo.

Primo Levi, che gli era rimasto amico una volta tornati a casa, cercò inutilmente di convincerlo a curarsi.

Perrone morì a causa di una tubercolosi che ebbe la meglio sui suo fisico debilitato dall'alcol.

C'è la storia di Andrea Schivo, guardia carceraria a San Vittore. 

Schivo era assegnato alla sezione dei detenuti ebrei, e a loro la guardia porta di nascosto del cibo, piccole razioni che però sono vitali per i detenuti.

Purtroppo le SS, che gestivano la sezione, trovarono un ossicino di pollo in una cella di una famiglia di ebrei.

I prigionieri saranno torturati e riveleranno il coinvolgimento di Andrea Schivo, che sarà arrestato e deportato nel campo di Flossenbürg, dove morirà poco prima della fine della Guerra.

Un caso interessante è quello di Ferdinando Natoni.

Natoni era membro della milizia fascista, ed era caposcala di un condominio in via Arenula.

Nel suo edificio viveva una famiglia ebrea, i Limentani, con cui lui non aveva buoni rapporti a causa suo credo politico e di alcuni screzi tra condomini.

Durante il rastrellamento del ghetto di Roma avvenuto il 16 ottobre 1943 la famiglia Limentani cercò di fuggire, e le due figlie Mirella e Marina rimasero bloccate sul giroscale. Fu a quel punto che Natoni, vedendo arrivare i tedeschi, le spinse nel suo appartamento.

Quando i soldati perquisirono la casa Natoni dichiarò che le ragazze erano figlie sue.

I soldati all'inizio non credettero a Natoni, lo arrestarono per verificare la sua storia ma l'uomo si salvò grazie alla sua appartenenza alla milizia fascista. Tornò a casa la sera stessa, e le ragazze si ricongiunsero con la famiglia per scappare insieme.

Dopo la guerra ogni anno la famiglia Limentani ha portato dei doni alla famiglia di Natoni, in ricordo di quel gesto che ha salvato le loro vite.

Tante vicende, tanti nomi.

Ci sono poi le storie di gente comune, molti non sono mai stati identificati e forse il loro nome non sarà mai inciso in quel giardino a Gerusalemme.

Sono vicini di casa, colleghi, amici, ma anche perfetti sconosciuti che di fronte all'ingiustizia si sono schierati a favore dei più deboli.

Un gesto coraggioso e rischioso.

Eppure spontaneo e mai messo in discussione fino alla fine del conflitto.

Diceva il giusto Bartali:

«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca.»

E infatti molte di queste persone finita la guerra sono tornati alla loro vita senza forse nemmeno rendersi della grandiosità del gesto che avevo compiuto. 

Perché era appunto spontaneo, umano. Semplicemente giusto.



venerdì 31 dicembre 2021

Gli spiriti di un gelido inverno.


Charles Dickens ne il suo "Canto di Natale" racconta di un uomo, Ebenezer Scrooge, che la vigilia di Natale riceve la visita di tre spiriti.
I fantasmi del tempo, del Natale passato, presente e futuro.
L'intento di queste visite e di fare redimere Scroodge dalla sua avidità, mostrandogli le sue colpe e mancanze sperando che comprenda di dover cambiare.
La trama è nota ed è stata trasposta in numerosi film e cartoni.
Ciò che racconta Dickens si basa su antiche tradizioni del periodo invernale, ad antiche credenze di Yule, diffuse in tutta Europa.
Gli spiriti tornano tra noi anche durante i freddi giorni di inverno.
I riti di accoglienza degli spiriti e le questue in suffragio delle anime dunque non sono una caratteristica solo dei giorni di Samhain.
Anche durante il periodo di Yule fino all'Epifania il velo che separa il mondo dei vivi da quello dei morti si apre, permettendo agli spiriti di tornare tra noi.
E i vivi si preparano ad accoglierli.
Come a Samhain non tornano solo i fantasmi degli antenati, ma anche le anime adirate di chi è morto prima del tempo, e inquietanti creature infernali.
Pertanto i rituali di Yule non sono solo di accoglienza ma anche di protezione.
Anche l'Italia ha una tradizione a riguardo, e con gli anni questi usi si sono mescolati con la nuova fede cristiana, assumendo una nuova forma.
Riti pagani e preghere cristiane si avvicendano in queste notti di inverno, entrambi importanti e celebrati.
Come a Samhain si preparano cibo e acqua per gli spiriti, si lascia un uscio o una finestra accostate così che le anime capiscano che in quella casa sono le benvenute.
Il fuoco dei camini e delle stufe viene lasciato acceso in modo che la sua luce sia evidente da chi giunge da fuori e riconosca la casa come un ambiente sicuro e accogliente.
In Trentino si lascia un lume acceso accanto alla culla dei neonati, cosicché gli spiriti o Gesù bambino benedicano il pargoletto.
In Friuli si brucia del cibo sul ceppo del camino, un'offerta per i defunti che tornano a casa.
Come a Samhain in Emilia non si sparecchia la tavola, la si lascia imbandita per gli spiriti degli antenati che cercheranno ristoro.
In Toscana era d'uso invitare a casa i viandanti incontrati per caso, essi infatti potevano essere degli spiriti di parenti defunti, ormai irriconoscibili, affinché si rifocillassero e potessero dormire in un letto caldo.
In altre regioni come le Marche e l'Abruzzo si lasciavano delle zuppe di legumi alla finestra.
In Campania era d'uso rimuovere gli oggetti pericolosi e acuminati dalle dimore, potevano infatti spaventare gli spiriti degli antenati.
Anche al sud, in Puglia, Sicilia, Basilicata, si prepara la cena per i morti e si riscaldano le stanze per ospitarli.
Rituali e accortezze per accogliere, ma anche tradizioni e riti per proteggersi.
I morti che tornano sulla terra non sono tutti benevoli, ed è possibile incontrare creature malvagie in queste notti.
I vivi dunque si organizzano, e proteggono le case e le famiglie. 
In tutta la penisola si usa fare rumore, si battono le pentole, si urla, risuonano le campane delle chiese, si creano sonagli da appendere alle porte, si spara con i fucili e le pistole.
Spari che uccidono l'anno vecchio permettendo al nuovo di nascere. 
Questa usanza che poi si è trasformato nella tradizione dei botti di mezzanotte a Capodanno.
Nelle notti di inverno si purifica la casa con fumenti e fumigazioni, si bruciano i rami dei sempreverde, le bacche di ginepro.
Il ginepro è una pianta sempreverde che da secoli viene identificata come ricca di proprietà magiche in grado di allontanare le entità maligne.
Già nell'antica Grecia si credeva che il ginepro tenesse lontani i serpenti velenosi, inoltre con le due bacche di creavano antidoti contro il veleno di questi rettili.
È evidente l'associazione che venne fatta secoli più tardi con l'avvento della cultura cristiana.
Il serpente era divenuto rappresentazione del male e veniva associato alla figura del diavolo, pertanto al ginepro vennero attribuite nuove proprietà.
Le sue fumigazioni potevano tenere lontano i demoni, e addirittura potevano curare malattie quali la lebbra e la rogna.
Questa credenza medica perdurò quasi fino al 1900.
A Parigi nel 1870 si usarono suffumigi di ginepro negli ospedali e nelle case come protezione contro un'epidemia di vaiolo.
In Italia il ginepro viene usato in molteplici modi, si affumica e brucia, si usa come ornamento, le sue bacche sono l'ingrediente di molti liquori e grappe.
Secondo alcune tradizioni mettere dei rami di ginepro sulle porte terrebbe lontane le streghe, i fantasmi e i diavoli. 
In Trentino si fa un uso simile dell'agrifoglio.
Tornando ai bracieri, in Lombardia si brucia anche la bava dei bachi da seta.
Sempre in Trentino venivano gettati nel braciere i rami dell'ulivo pasquale benedetto, palline di resina di pino.
Il capofamiglia benediva la casa e la stalla con acqua benedetta recitando il Padre nostro.
In Friuli questa benedizione viene celebrata dal sacerdote che va di casa in casa.
La cenere dei roghi viene sparsa sulle soglie o la si usa per tracciare delle croci sulle porte, essa impedirà agli spiriti di entrare.
Anche gli animali delle fattorie e degli allevamenti vengono segnati con la cenere, nel timore che gli spiriti possano fare loro del male.
In Piemonte per la messa di mezzanotte le ragazze si travestono da vecchiette con tanto di parrucche, per non essere riconosciute e tormentate dai fantasmi.
Anche in Friuli ci si traveste, si indossano tuniche bianche e si battono i portoni, si suonano campanacci, tutto per spaventare gli spiriti maligni.
In Toscana usava portare con sé i forconi durante la messa di mezzanotte, un'arma contro eventuali attacchi degli spiriti.
A Firenze esisteva un'usanza piuttosto macabra, ovvero quella di rilasciare all'interno delle chiese degli animali che venivano massacrati dalla folla di fedeli.
Per volere di Savonarola questa terribile tradizione venne sospesa nel 1494, ma alla sua morte avvenuta nel 1498 l'usanza riprese a essere celebrata.
Quell'anno nella chiesa di Santa Maria del Fiore si procedette al martirio di un cavallo.
Ci volle un bando cittadino del 1533 per fermare definitivamente questa barbarie.
L'usanza di introdurre animali sacrificali nelle chiese era presente anche nel napoletano.
Il colore rosso come sappiamo è molto usato a Capodanno, tradizione vuole che porti fortuna per il nuovo anno.
Ciò deriva dai rituali difensivi di questo periodo.
Drappi di colore rosso venivano appesi alle finestre, probabilmente un retaggio biblico di quel sangue di capretto che gli ebrei, schiavi in Egitto, usarono per segnare le loro porte e salvarsi dall'angelo della morte.
In Sardegna le chiese diventavano luoghi di divertimento, con tanto di musica e spettacoli di burattini, il fragore delle risate e gli strumenti musicali erano uno spauracchio per gli spiriti malvagi.
In questi giorni tra Natale ed epifania in molte regioni vigeva il divieto di filare.
Addirittura i filati andavano nascosti.
Gli spiriti ne erano attratti e vi rimanevo impigliati.
Infatti la filatura era legata alla figura delle Parche, le divinità greche che tessevano il destino degli esseri umani. 
Il filo rappresenta la vita umana nel suo dipanarsi, prendere forma ed essere reciso.
I morti si accostano a chi ricama, a chi tesse e usa gli arcolai, nella speranza di potersi allacciare a quel filo che potrebbe essere un nuovo inizio.
Non solo le Parche ma anche come Frau Bertcha e Frau Holda, figure femminili del folklore teutonico che ritroviamo nel personaggio della Befana, ma di lei parleremo in un altro momento.

domenica 19 dicembre 2021

La luce di Yule, una strada antiche che ci guida verso il Natale.


Le radici del Natale sono più antiche del cristianesimo.
Come abbiamo detto più volte le festività cristiane come le conosciamo oggi sono il frutto di un’integrazione con le celebrazioni pagane già presenti da secoli sul territorio.
Abbiamo già approfondito il contributo delle feste dei Saturnali e delle celebrazioni di Hanukkah, oggi scopriamo che l'origine va ricercata anche nei rituali della festa pagana di Yule.
Yule era, ed è per i fedeli del neopaganesimo e della Wicca, la festa del solstizio d'inverno, che cade nei giorni che vanno dal 20 al 22 dicembre.
Il solstizio d'inverno prevede una serie di riti il cui scopo era quello di supportare la rinascita del Sole e il nuovo allungarsi delle giornate, in favore della nuova stagione agricola.
Si creavano luminarie per contrastare il buio e riscaldarsi dal freddo tipico di questi giorni.
In questi giorni era usanza accendere fuochi e candele per prepararsi all’arrivo di Yule, per meditare e celebrare rituali legati all’avvento del solstizio.
La Luce che si fa largo nell’oscurità, la luce che illumina il nostro cammino.
I fuochi del solstizio hanno anche una funzione purificatrice, la loro fiamma allontana non solo il freddo e la tenebra ma anche le malattie.
I falò d'inverno tengono lontane anche le creature degli inferi che in questi giorni tornano sulla terra. Come Samhain anche Yule è infatti un tempo fuori dal tempo.
Il confine tra io mondo dei vivi e quello dei morti è più labile, spiriti ed entità benevole e malevole tornano sulla terra. I fuochi del solstizio accolgono o allontanano, a seconda di quale spirito si presenta sotto la loro luce. 
I rituali pagani di Yule e quelli cristiani si sono intrecciati nel corso dei secoli proprio nella bellezza delle loro luci, dando vita a quello che ora noi chiamiamo Natale, tema questo che approfondiremo più avanti.
D'altronde la stessa corona di cui parlavo nell’articolo sull’Avvento prima richiama il simbolismo di Yule.
I rami di sempreverde sono la natura che sopravvive al freddo e che rinasce, il cerchio è simbolo di unità e ciclicità delle stagioni, le candele altro non sono che un richiamo alla luce dei falò del solstizio.
Col tempo questo simbolismo è diventato nella tradizione cristiana l'immagine dell'eternità di Dio e della Sua luce che rischiara il mondo nella notte più buia.
Yule è il sabba del solstizio d'inverno, che cade tra il 21 e il 22 dicembre. 
Il suo nome nelle lingue germaniche e nordiche (Jòl ma anche Hjol) significa "ruota", infatti a Yule la ruota delle stagioni ricomincia la sua risalita. L'anno vecchio muore, così come il sole, il quale però allo stesso tempo in questa giornata ritrova la sua forza, un poco alla volta, e inizia la sua rinascita. 
Si celebra la morte del Re Agrifoglio in favore del Re Quercia, le due divinità si sfidano ciclicamente dandosi il cambio durante l'anno nel vegliare sul mondo e sugli uomini.
Il Re Quercia è la luce che sconfigge il Re Agrifoglio e assicura la rinascita della terra fino al solstizio d’estate.
Viceversa il Re Agrifoglio avrà la meglio sul Re Quercia al solstizio d’estate per garantire il ritorno dell'oscurità, che in questo caso è ristoro e crescita, fino al solstizio d’inverno.
Entrambi i re sono indispensabili e necessari, essi garantiscono l'equilibrio perfetto che permette alla natura di vivere, morire, e rinascere.
Yule, il giorno più breve, la notte più lunga.
Madre natura partorisce un sole giovane, ancora debole ma che acquista forza e splendore col passare del tempo. È un richiamo al ritorno alla luce, alla rinascita.
Infatti a Yule la natura si veste di bianco e di freddo, riposa, in attesa.
Non è debolezza, né paura, è un fermarsi necessario.
Questo periodo di celebrazioni era dedicato alla riflessione, al ritrovare nuove energie aspettando una nuova primavera.
Yule, come ogni festività vissuta con devozione, è ricco di simboli e tradizioni.
Simbolo indiscusso di Yule è la vegetazione sempreverde, i pagani addobbavano le loro case con abeti, agrifogli, vischio, piante che anche in inverno sopravvivono, nonostante la natura attorno a loro si addormenti. 
Gli abeti e i pini erano gli alberi benedetti di questo solstizio, i loro rami venivano portati nelle case e addobbati, usati sugli altari, a simboleggiare la vita che resiste al freddo e all’oscurità dell’inverno.
Durante le processioni e i rituali per celebrare Yule i popoli germanici erano soliti suonare strumenti dal suono argenteo e cristallino come richiamo per gli spiriti durante i riti del solstizio, per garantirsi protezione, fortuna e prosperità. 
Sugli altari venivano infatti lasciati doni e offerte, in cambio di benevolenza. 
Durante il solstizio si tagliavano dei ceppi di sempreverde, che venivano fatti ardere nei falò e nei camini.
I resti di questo legno venivano poi conservati come portafortuna per il nuovo anno, si credeva infatti che le sue ceneri avessi proprietà magiche e terapeutiche.
Nelle terre scandinave i bambini costruivano la Yule Goat, detta anche capra di Thor.
Il suo nome varia a seconda del Paese, Julbock (Svezia), Julebukk (Norvegia), o Joulupuuki (Finlandia).
La capra è connessa alla venerazione del Dio nordico Thor, che viaggiava sul suo carro trainato da due capre, Tanngrisnir and Tanngnjóstr, attraverso il cielo.
La capra di Yule è collegata anche alla leggenda di un uomo misterioso, primitivo, vestito di pelli e con corna sul cappello, che portava i dolcetti ai bambini buoni.
In questo periodo le case venivano addobbate con queste bellissime caprette di paglia e vimini, di solito abbellite da nastrini colorati e campanelli.
In origine la capra veniva fatta con il grano dell’ultimo raccolto, il quale si diceva avesse grandi proprietà magiche. 
I simboli e le tradizioni popolari del solstizio rivivono tutt'oggi durante il periodo natalizio.
La simbologia laica del Natale è indubbiamente ispirata dalle usanze di Yule.
L'albero di Natale, il bacio sotto al vischio, il tronchetto, le rassicuranti lucine che colorano le nostre case e le strade, sono tutti retaggi culturalmente riadattati delle celebrazioni pagane di Yule.
Guardando invece al Natale cristiano notiamo come anche nel caso di questa festività pagana i missionari giunti nelle terre germaniche e scandinave abbiano saputo intrecciare le usanze antiche con la nuova religione cristiana che stavano diffondendo, per rendere più semplice la conversione dei popoli autoctoni.
Il giovane sole che nasce, i re che si avvicendano durante i solstizi vennero presi come spunto per narrare la storia della nascita di Gesù, colui che avrebbe scalzato ogni altro regnante.
Anche il concetto di rinascita ciclica fu molto utile per spiegare la morte e la resurrezione di Cristo.
Ma questa mescolanza non fu a senso unico.
Yule, così come i Saturnali, hanno influenzato di rimando le celebrazioni cristiane, tanto da fare spostare la data della nascita di Gesù al 25 dicembre.

mercoledì 1 dicembre 2021

Il 25 dicembre, dai Saturnali al Natale cristiano.


Il Natale è una festa universale che racchiude in sé l'eco tangibile di tradizioni antiche.
Spesso questo dettaglio viene accantonato, volutamente o meno, in nome dell'integralismo culturale e religioso.
Ma è sbagliato delimitare l'essenza del Natale unicamente al cristianesimo, infatti l'appartenenza alla fede cristiana è solo l'ultimo atto della creazione di questa festività, il contributo finale, la sua denominazione.
Il Natale come lo conosciamo oggi è frutto di una bellissima integrazione tra culture e fedi diverse.
La religione romana, i rituali pagani di Yule, le tradizioni ebraiche di Hanukkah.
Di quest'ultima ad esempio abbiamo parlato in precedenza: Gesù e soprattutto i suoi discepoli, nati nella fede giudaica, hanno attinto alle usanze del loro popolo di origine per celebrare le nuove festività dei primi cristiani.
Oggi parliamo di una celebrazione antica che in particolare ha influenzato gli usi e le tradizioni del Natale cristiano, i Saturnali.
In quello che si tempi era il decimo mese del calendario romano, December, nell'impero Romano si avvicendavano diverse celebrazioni.
Il 13 dicembre avevano luogo i Telluri, feste dedicate a Cerere, dea della terra; il 15 si festeggiavano i Consualia, in onore del Dio del grano, Conso. 
I Saturnali o Saturnalia erano una delle maggiori e popolari feste religiose di Roma, si celebravano ogni anno dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno.
In origine erano una festa agricola dedicata solamente alla dea Opa, compagna di Saturno, che vegliava sull'abbondanza dei raccolti.
I Saturnali erano molto amati in quanto erano considerati un periodo di trasgressione, in questi giorni al popolo romano venivano offerti banchetti e giochi circensi, veniva permesso il gioco d'azzardo, inoltre per un giorno gli schiavi potevano vivere da uomini liberi.
Ci si mascherava, anche facendosi beffe degli uomini politici più importanti, senza paura di ritorsioni.
Le scuole chiudevano, era proibito dedicarsi al lavoro agricolo, alla politica e alla guerra. 
Le città venivano addobbate con ghirlande di fiori invernali e fiaccole.
I Saturnali prevedevano sacrifici di animali nei templi dedicato a Saturno, per accattivarsi la sua benevolenza e ottenere prosperità e abbondanza nell'anno a venire.
In questi giorni ci si scambiava piccoli doni, anche tra padrone e servitù, in nome della fraternità e dell'uguaglianza.
Tra i doni più diffusi c'erano dolci di noci, datteri e miele, e delle statuette d’argilla rossa, le strenne, in onore della déa del solstizio d'inverno, Strenua.
Terminati i Saturnali, il 25 dicembre si festeggiava un’altra ricorrenza importante per i Romani, quella del Dies Solis Invicti, cioè la Natività del Sole Invincibile, che secondo il mito sconfiggeva le tenebre portando nuova luce nel mondo.
Fu l'imperatore Aureliano, nel 274 dC, a introdurre a Roma per primo l'immagine del Sole invitto all'interno delle celebrazioni dei Saturnali, ispirandosi alla divinità siriaca a cui dedicò il tempio di Campo Marzio. In questo modo l'imperatore pensò di poter unire le diverse forme religiose presenti nell'impero sotto il culto del Sole.
Le radici del Natale sono particolarmente evidenti in questa festività romana.
Abbiamo già precisato che il Natale è nato dalla commistione di diverse tradizioni, e si può affermare che il contributo maggiore arriva proprio dai Saturnali romani, soprattutto se ci soffermiamo a riflettere sulle similitudini con le usanze natalizie dei giorni nostri.
A Natale la società si ferma (certo, un discorso a parte lo meriterebbe il tema del consumismo...) ci si riunisce per festeggiare in famiglia e scambiarsi i doni, riscoprendo una nuova generosità.
Il Natale cristiano in particolare onora un evento speciale, la nascita di Gesù Cristo, colui che porterà la luce in un mondo oscuro, colui che dovrebbe segnare una nuova era di pace e fratellanza.
Ho spesso ricordato nei miei articoli che le usanze religiose pagane hanno avuto notevole influenza sulle celebrazioni cristiane.
Il caso dei Saturnali è emblematico, perché ha condizionato in modo sostanziale le norme cristiane. 
La necessaria convivenza armonica tra la cultura pagana e il cristianesimo portò alla decisione di spostare la data della nascita di Cristo dai primi di gennaio al 25 dicembre, per farlo combaciare con la celebrazione romana del Sol Invictus. 
Le due celebrazioni vivranno una a fianco all'altra per molti secoli, la loro sovrapposizione non fu immediata come si può erroneamente pensare.
La prima testimonianza della celebrazione del Natale il 25 dicembre come Dies Natalis Christi risalirebbe infatti solo alcuni secoli dopo la morte di Gesù.
Infatti è solo con il IV secolo dC che il calendario cristiano inizia a prendere forma, ciò avviene grazie all'influenza di due calendari: quello romano e quello ebraico.
L’influenza giudaica si percepisce soprattutto nella divisione della settimana in 7 giorni anziché i 10 del calendario greco, e nella ripresa del concetto di giorno in cui riposarsi. Il calendario cristiano porterà questo giorno dal sabato alla domenica, il giorno dedicato al Signore, in cui vige l’interdizione dal lavorare.
Dal calendario ebraico si riprende l’uso di una festa mobile, la Pasqua, con una data che varia a seconda dei cicli lunari, e la si affianca con le festività fisse già presenti nel calendario romano.
C’è quindi un’unione tra il calendario solare e quello lunare.
Il riposo domenicale e i criteri per fissare le date della Pasqua (la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera) furono decretati dal concilio di Nicea del 325 dC.
Dalla Pasqua dipenderà poi l’Ascensione, 40 giorni dopo, e la Pentecoste, 50 giorni dopo.
La Chiesa a questo punto decise che le date dedicate alla nascita di Gesù e ai principali santi e apostoli dovessero essere poste in giorni già dedicati ad altre feste e celebrazioni del calendario precristiano, conservando alcuni contenuti e significati.
Per questo come dicevamo venne scelto il 25 dicembre, giorno in cui si celebravano la nascita del dio Mitra e culmine delle feste per il Sole Invitto, come data della venuta di Gesù Bambino.
La nascita di Gesù viene associata a quella del Sole invincibile, questo accostamento fu possibile anche grazie ad alcuni richiami evangelici, ad esempio Giovanni 8, che recita: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre
Inoltre molte rappresentazioni di Gesù lo raffiguravano come un nuovo Apollo circondato da aureole di luce dorata, ne abbiamo alcuni esempi nelle catacombe cristiane di Roma.
Dunque le basi per il successo di questo accostamento erano già di per sé favorevoli.
Inoltrerò diversi teologi già affermavano che Gesù fosse nato il 25 dicembre.
Per avere una datazione ufficiale e comunemente accettata dalla società dell'epoca si dovrà attendere il 336 dC, informazione che troviamo nel Calendario Romano Filocaliano del 354. La presenza di questa data nel calendario fa presupporre che questa essa venisse festeggiata anche negli anni precedenti.
Un ruolo importante in questa sovrapposizione lo giocò senza dubbio la politica dell'imperatore Costantino, basta pensare all'editto di Milano (313 dC) firmato da lui e Licinio, chiamato anche editto di tolleranza, che permise la libertà della confessione cristiana e non solo, accostò volutamente la figura del Dio cristiano a quella del Dio sole, quasi senza fare particolari distinzioni tra le due.
Successivamente a questo accordo Costantino promosse con insistenza il culto del Dio dei cristiani ed emanò leggi chiaramente ispirate e a favore del al culto cattolico, influenzando inevitabilmente gli usi del popolo romano.
Da lì in poi, generazione dopo generazione, la celebrazione del Natale cristiano inizierà a sostituire nella cultura e nella religiosità popolare quella del Sol Invictus, in particolare con la'editto di Teodosio del 392 dC, con il quale saranno proibiti i culti pagani pubblici e privati sul territorio dell'impero.
Le tradizioni romane dei Saturnali furono comunque conservate ancora per tanti secoli nei territori più rurali e l'aristocrazia più fedele, l'evangelizzazione non toccò certi ambienti fino al V secolo, VIII secolo addirittura nei territori germanici.
Nonostante la cristianizzazione, spesso violenta, dell'Europa l'anima e le usanze dei Saturnali sono ancora visibili e celebrate ai giorni nostri, anche se con nomi e aspetti diversi.
Una radice che non è stata e non sarà mai estirpata del tutto.